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Archive for Dicembre 2008

I “pensieri complessi” della Borsa

Dicembre 30, 2008 acravera 5 commenti

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La Borsa dovrebbe riflettere il valore delle società quotate. Ad una prospettiva economica positiva dovrebbe essere abbinata una crescita del titolo, così come ad un possibile peggioramento  dei risultati futuri dovrebbe corrispondere una riduzione del valore del titolo.

Questo in teoria. Nella realtà di tutti i giorni, ciò che accade in Borsa è spesso in gran parte scollegato dalle reali prospettive economiche e competitive delle imprese. Cito un esempio di ieri che mi ha colpito. Il 29 dicembre Prysmian (società che opera nei cavi e nei sistemi per il trasporto dell’energia e per le telecomunicazioni) all’apertura delle contrattazioni è quotata intorno a 9.90 euro e subito il titolo inizia a scendere, arrivando a perdere quasi il 6%, ad un minimo di 9,35. Questo accadeva intorno alle 14.00. Nel giro di poco più di due ore, il titolo sale a oltre 10, 70 euro con una crescita di circa l’8%. Due domande sorgono spontanee:

1) Quale incredibile notizia relativa alle prospettive economiche di Prysmian è arrivata alle 14.00 del 29 dicembre che ha fatto sì che il titolo schizzasse verso l’alto improvvisamente? La risposta è: nessuna.

2) La seconda domanda è: quando parliamo dell’andamento della Borsa e dei titoli delle imprese quotate, di cosa stiamo parlando..?

Competitività non è sinonimo di riduzione dei costi

Dicembre 28, 2008 acravera 2 commenti

competitvenessfade2In questi giorni di crisi continuo a sentire urgenti richiami alla crescita di competitività delle nostre imprese, pena l’arretramento della nostra economia. Condivido in pieno l’importanza della crescita di competitività delle imprese italiane, tuttavia ritengo che la ricetta proposta a tal scopo sia molto limitata e parziale. Quando si parla di recupero di competitività – per lo meno  sui media – si ha in mente in primis il taglio dei costi. Per essere più competitive le nostre imprese devono avere una struttura dei costi più bassa. A questo, in sostanza, si riduce l’appello alla crescita di competitività delle nostre imprese. Ma siamo sicuri che la competitività sia un sinonimo di taglio dei costi? Per rispondere a questa domanda dobbiamo innanzitutto chiederci cosa significa “essere competitivi”. Spesso si ritiene che un’impresa che ha ottimi risultati economici e fa profitti record in condizioni di concorrenza sia competitiva, anzi, più competitiva dei concorrenti. Questa impostazione, a mio avviso non è corretta. Un’azienda è competitiva quando accresce la propria potenzialità di stare sul mercato in maniera economicamente redditizia nel lungo periodo, non quando fa più profitti, o cresce maggiormente, dei concorrenti.  Per fare un esempio, il miglior maniscalco al mondo il giorno prima dell’avvento su larga scala delle automobili, sicuramente otteneva ottimi profitti personali, tuttavia la sua competitività personale come professionista era bassa. Infatti, da quel giorno in poi le sue competenze hanno perso progressivamente valore fino a spingerlo ai margini del mercato. Secondo questa accezione, quindi, un’impresa accresce la propria competitività se è in possesso di un set di asset che le assicurano una maggiore probabilità di stare sul mercato in maniera economicamente redditizia. Mi riferisco alla capacità di innovare, di soddisfare i propri clienti e fidelizzarli, alla reputazione sul mercato e nei confronti degli operatori finanziari, alla cultura aziendale che sa valorizzare le competenze dei collaboratori, e così via.

La competitività basata solo sui costi è il retaggio di un mondo che in larga parte non esiste più. Non che non sia importante, solo che non rappresenta più l’unico fattore competitivo. Un tempo, quando i mercati erano più stabili, un’impresa efficiente era anche competitiva. Da qui l’ossessiva ricerca del taglio dei costi. Oggi, nei mercati altamente turbolenti, in cui vi è un continuo rischio di salto tecnologico, di cambio di regolamenti, e entrata di nuovi concorrenti, l’efficienza è solo una delle tante arme, e neanche la più importante. Conta molto di più la flessibilità strategica ed organizzativa dell’impresa, che si ottiene quando l’impresa possiede ridondanza di asset.

Se le imprese italiane pensano di rimanere sul mercato solo sulla base della concorrenzialità della loro struttura dei costi si mettono in diretta concorrenza con le imprese cinesi e indiane, con il rischio di gareggiare ad armi impari. Mi piacerebbe che la discussione sulla competitività delle imprese allargasse i propri orizzonti ad ambiti più attinenti ai tempi nostri.

Il valore della conoscenza

Dicembre 21, 2008 acravera Lascia un commento

conoscenzaVi segnalo un bellissimo articolo di Edoardo Boncinelli relativo al valore dei libri. Ecco alcuni estratti dall’articolo:

“Non so se capita a tutti, ma io nei libri cercavo la verità, la lezione globale, la capacità di seguire lo sviluppo dell’una o dell’altra delle avventure intellettuali che nel loro complesso mi avrebbero portato a conoscere il mondo (…) Di tutto ero affamato e assetato, tutto pensavo di poter capire e apprendere, tutto pensavo di ricordare. ma a che scopo? Innanzitutto per soddisfare la mia curiosità, veramente insaziabile, e, in secondo luogo, perché trascurare qualcosa poteva voler dire perdere l’occasione di capire meglio. Che cosa? La realtà, la vita, il senso della vita, l’intricata e multiforme necessità del tutto (…) Il libro vale perché ti dà cose che valgono e perché ti fa valere come uomo…

Trovate l’articolo completo qui: “L’infinita ricerca della conoscenza“.

Letture – Comportamento organizzativo

Dicembre 19, 2008 acravera 3 commenti

Comportamento organizzativo – Robert Kreitner, Angelo Kinicki

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Ogni tanto è necessario, per chi fa il mio lavoro, tornare a leggere manuali sulle tematiche manageriali più ricorrenti. Qualche settimana fa mi sono imbattuto in libreria in questo nuovo manuale di comportamento organizzativo scritto da due autori di cui non avevo mai sentito parlare. Ho deciso di acquistarlo perché l’edizione italiana è curata da Cristina Bombelli e Barbara Quacquarelli dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Generalmente i testi americani sul comportamento organizzativi sono più semplici e immediati di quelli italiani, ma a volte hanno esempi molto lontani dalla nostra realtà In questa edizione è possibile trovare un buon compromesso tra specificità italiana e approccio didattico americano.

Non è il miglior testo di comportamento organizzativo che io abbia letto, tuttavia, lo consiglio per chi volesse conoscere le tematiche di base connesse alla leadership, agli atteggiamenti mentali, alla gestione dei gruppi e alle teorie motivazionali. Rispetto ad altri testi, ha il vantaggio di essere veramente di facile lettura e ricco di illustrazioni e schemi che facilitano la comprensione. Non lo consiglio, invece a chi volesse aggiungere qualcosa in più rispetto ad un già consolidato bagaglio di conoscenze in questo campo. Si tratta di un libro che tratta un ampio spettro di argomenti (non tutti i manuali di comportamento organizzativo affrontano anche il tema dell’etica, della gestione delle diversità e di negoziazione), tuttavia, proprio per questo, non va in profondità, si limita a presentare le argomentazioni di base e gli ultimi sviluppi della letteratura sull’argomento.

Per chi fosse veramente interessato ad analizzare aspetti quali la percezione di sé, le dinamiche di gruppo, gli atteggiamenti mentali, le interazioni complesse, ecc. consiglio il libro “Psicologia Sociale” di Eliot Smith, e Diane Mackie. Un testo, al tempo stesso facile, ma profondo, ricco e coinvolgente.

Creazione o distruzione di valore?

Dicembre 15, 2008 acravera Lascia un commento

_dji2Sul numero di dicembre de L’Impresa, all’interno della rubrica Back to Basics, commento un estratto del libro “Valuation.  Measuring and Managing the Value of Companies” di Tom Copeland, Tim Koller e Jack Murrin di McKinsey. Il libro esalta il tema della creazione del valore e punta ad insegnare ai manager come massimizzare il cash flow. Pur riconoscendo l’importanza fondamentale di remunerare correttamente gli azionisti, personalmente ritengo che questa impostazione sia negativa per il futuro dell’azienda (e quindi per il ritorno economico di medio periodo agli azionisti).

Chi è interessato può scaricare il mio articolo qui: “L’impresa è un essere vivente non una macchina”.

Letture – Il Metodo 4

Dicembre 10, 2008 acravera 2 commenti

il-metodo-4Il metodo 4 – Le idee: habitat, vita, organizzazione, usi e costumi – Edgar Morin

Non nascondo che Edgar Morin sia il pensatore che più ha influenzato il mio modo di vedere il mondo. La lettura, molti anni fa, del Metodo 1 “La natura della natura” mi ha fatto scoprire la complessità e mi ha spinto ad approfondire questo affascinante argomento cercando di trovare delle ripercussioni nella mia professione di consulente di management. E’ da poco uscita la nuova edizione del Metodo 4 – “Le idee, habitat, vita, organizzazione, usi e costumi”. Per chi ha letto altre opere di Morin questo libro non porterà concetti del tutto nuovi e mai sentiti, bensì un approfondimento sullo specifico tema delle idee e dei meccanismi alla base del pensiero complesso. Come al solito, Morin non scrive in maniera semplice  facilmente comprensibile, tuttavia, la sua prosa è affascinante e ogni frase è densa di significato, ricca, illuminante. Nel Metodo 4 Morin affronta la complessa relazione tra cultura, società e conoscenza. E’ la cultura, con il suo linguaggio, i suoi paradigmi, la sua logica e i suoi schemi, che influenza la conoscenza e il perimetro entro il quale può muoversi la conoscenza. Tale relazione non è però unidirezionale. La mente degli uomini ha spazi di libertà. In tutte le culture, anche quelle più chiuse ed autarchiche esiste sempre la possibilità di trovare menti “devianti” che acquisiscono conoscenze nuove, fanno scoperte inattese e, in questo modo influenzano la cultura dominante trasformandola nel tempo.

Dal punto d vista manageriale – per coloro che si interessano delle ripercussioni della complessità sulla gestione d’impresa – questo concetto evidenzia l’impossibilità di pensare in termini settoriali e disciplinari all’interno dell’organizzazione. Non è possibile continuare a considerare l’organizzazione aziendale solo come l’organizzazione aziendale, la strategia d’impresa solo come la strategia d’impresa, la finanza solo come la finanza, la gestione delle persone solo come la gestione delle persone. Tutto è fortemente interconnesso. La cultura di un’impresa influenza infatti il modo in cui il management elabora le strategie, organizza la propria azienda e gestisce le proprie persone. E, a loro volta, tutti questi aspetti influenzano continuamente la cultura aziendale, talvolta consolidandola, talvolta trasformandola nel tempo.

E’ molto interessante la parte in cui Morin parla dell’imprinting. Ogni essere umano, fin dai primi anni subisce un forte imprinting che rimarrà saldo negli anni. L’innovazione, in tutti i campi, viene facilitata dalla capacità di non subire passivamene questo imprinting, bensì di sfidarlo continuamente, di fuggire da esso. Da questo punto di vista sono significative le parole di Albert Einstein riportate nel testo di Morin: “L’adulto normale non si rompe mai il capo coi problemi di spazio e di tempo. Secondo lui, tutto ciò che occorre pensare in merito è già stato elaborato nella sua prima infanzia. Io, invece, mi sono sviluppato così lentamente che ho cominciato a interrogarmi sullo spazio e sul tempo soltanto da adulto. Di conseguenza, ho trattato il problema più a fondo di quanto avrebbe fatto chiunque ha avuto un’infanzia normale”.

La parte finale del Metodo 4 è interamente dedicata alla fallacia della logica come base del pensiero razionale. Secondo il concetto di razionalità classica, una contraddizione rende assurdo il pensiero in cui compare. Nel corso del ‘900 la microfisica è però giunta in modo razionale di fronte ad un’importante contraddizione relativa al fondamento stesso della realtà empirica e al fondamento della coerenza logica quando è risultato che la particella si comporta ora come un’onda, ora come un corpuscolo. Quando Niels Bohr ha accettato l’accoppiamento delle nozioni contrarie di onda e corpuscolo dichiarandole complementari, si è compiuto il primo passo di una formidabile rivoluzione epistemica: l’accettazione di una contraddizione da parte della razionalità scientifica. L’associazione complementare onda/corpuscolo non è nata quindi da un illogicismo del pensiero, bensì da un illogicismo della realtà.

Un secondo colpo alla logica è avvenuto molto prima della rivoluzione quantistica, con il famoso paradosso del Cretese (attribuito a Epimenide) secondo il quale tutti i Cretesi sarebbero dei mentitori. In effetti, se quel cretese dice la verità, mente e se mente, dice la verità. Bertrand Russell pensò di trovare la soluzione nella teoria dei tipi logici, fondata sul principio in base al quale ciò che ingloba tutti gli elementi di un insieme non può essere membro di questo insieme. Al di là dell’artificio di Russell, il paradosso del Cretese mina la certezza assoluta che il sillogismo dovrebbe garantire attraverso la deduzione logica. Infine, Morin, cita infine il pensiero di Popper come attacco finale alla logica. Il filosofo austriaco, insistendo sull’insufficienza della verifica per poter confermare una teoria, ha minato l’altro pilastro della logica classica: l’induzione.

Con queste argomentazioni, ricche di esempi e di spunti, Edgar Morin, annuncia in questo testo la necessità di avviare e consolidare un paradigma di complessità che possa far fare un passo in avanti alla conoscenza dell’uomo.

Il mio intervento al Workshop “Affrontare la Complessità”

Dicembre 4, 2008 acravera 2 commenti

schizzi3Ieri ho partecipato al workshop “Affrontare la Complessità” organizzato da ISIA Roma Design. Mi ha molto compito la qualità di questa Università del design. In ISIA Roma la complessità è di casa da diversi anni. Gli studenti hanno piani di studio fortemente “contaminati” e interdisciplinari. Invece di rincorre l’iperspecializzazione di molte scuole di design (car design, fashion design, ecc.), i docenti ISIA si sono posti l’obiettivo di andare controcorrente e quindi de-specializzare gli studenti adottando un approccio sistemico. Quello che stanno creando è un “humus culturale” eterogeneo ricchissimo di stimoli provenienti dai campi del sapere più diversi.  Dal loro punto di vista (e io concordo pienamente con loro) la creatività di un designer deve alimentarsi attraverso l’apertura, la de-specializzazione e la contaminazione dei saperi e delle esperienze, riuscendo in questo modo cogliere ciò che gli iper-specialisti non riescono a vedere o a immaginare. I fantastici risultati e i riconoscimenti ottenuti dagli studenti ISIA Roma confermano la bontà di questa impostazione.

Durante il workshop della mattina, i relatori hanno parlato di argomenti molti distanti tra loro, con l’unico filo rosso della complessità. Vi sono stati interventi sulla matematica non lineare, sul caos, sull’approccio sistemico, sul management e sull’economia della conoscenza. Nel pomeriggio gli studenti ISIA sono stati invitati a riflettere insieme ai relatori del wokshop sulle ripercussioni che le considerazioni portate nella matinata potrebbero avere sul design e sul loro lavoro.

Chi vuole può scaricare il mio intervento al workshop cliccando qui: “Competere nella Complessità – ISIA Roma Desing”.