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Archive for Gennaio 2009

Nuovo Master 24 in Gestione e Strategia d’Impresa

Gennaio 29, 2009 acravera Lascia un commento

Da oggi è in edicola con il Sole 24 Ore e il Corriere della Sera il DVD nr. 3 del Master in Gestione e Strategia d’Impresa. Il terzo cofanetto, dedicato alla leadership e alla gestione dei collaboratori, contiene quattro mie lezioni: le teorie della motivazione, il processo di valutazione dei collaboratori, la gestione del colloquio e il coaching.

Per maggiori informazioni: http://master24-2009.ilsole24ore.com/

I risultati non misurano la capacità manageriale

Gennaio 26, 2009 acravera Lascia un commento

be-moved-icon-72dpi1In post precedenti ho più volte commentato negativamente l’ossessione per la previsione. Questo non significa che cercare di prevedere gli eventi non sia importante o che si debba sviluppare un atteggiamento nichilista. Significa, al contrario, non concentrarsi sull’output della previsione bensì sul processo mentale e sull’approccio che si utilizzano per giungere ad una data previsione o decisione. Ad esempio, siamo abituati a valutare la qualità delle decisioni manageriali dai risultati che queste generano. La naturale conseguenza è che i manager si misurano sulla base dei risultati che portano. Siamo sicuri che questo sia un buon criterio per misurare la capacità dei manager di affrontare la complessità?

I risultati non sempre costituiscono la migliore garanzia di un pensiero manageriale di alta qualità. Risultati ottenuti e capacità manageriali diventano perfetti sinonimi solo se i primi sono ottenuti continuativamente nel lungo periodo e in contesti ambientali e organizzativi differenziati. A queste condizioni – lungo periodo e contesti differenti – è giusto far coincidere i risultati ottenuti con la validità del manager da cui scaturiscono. Molto meno corretto è applicare questa perfetta simmetria – come abitualmente si continua a fare – in tutte le altre situazioni.

In un ambiente complesso vige quello che Edgar Morin definisce il “principio dell’ecologia dell’azione“. In base a tale principio, non vi è alcuna certezza che dato un certo input si ottenga un determinato output. Può quindi accadere che un’azione impostata per ottenere un dato risultato possa determinare l’emergere di conseguenze diametralmente opposte al risultato che ci si attendeva. Le soluzioni e le decisioni più geniali, innovative e centrate possono quindi generare, del tutto inaspettatamente, risultati negativi o di molto inferiori alle aspettative. Allo stesso modo, soluzioni superficiali, semplicistiche o ideologiche possono generare ottimi risultati.

In quest’ottica può accadere che manager ideologizzati – ovvero in possesso di forti ortodossie, abitudini e convinzioni – applichino alle situazioni più diverse le soluzioni che sono frutto della loro ideologia senza aggiungere nessuna riflessione più complessa e ottengano, in certe occasioni, straordinari risultati. Tali manager scalano la scala gerarchica sino alle vette dell’organizzazione incrementando esponenzialmente il rischio che le conseguenze delle loro scelte ideologiche si ripercuotano significativamente sulla salute dell’azienda. Oppure, caso ancora più grave, ma reale, tali manager vengono contesi dalle migliori imprese, operanti anche in business molto lontani, con la speranza che questi raggiungano gli stessi risultati del passato. In contesti differenti l’applicazione semplicistica di approcci tendenzialmente “ideologici” porta a risultati talvolta catastrofici.

Dal punto di vista della complessità la qualità del pensiero manageriale non deve essere misurata esclusivamente sulla base dell’output – e quindi a posteriori – ma dal grado di consapevolezza dimostrata dal manager di tutte le possibili ripercussioni intenzionali e inintenzionali della soluzione prospettata sul sistema azienda e sul sistema competitivo. Tale consapevolezza non assicura il risultato – un’opzione di per sé inesistente nella complessità – ma minimizza la possibilità di essere sorpresi da eventi imprevisti che impattano sulla vita stessa dell’organizzazione.

E’ quindi fuorviante e inutile l’ossessiva ricerca della “soluzione ottimale” che caratterizza il manager di successo. Di fatto non esiste nessuna soluzione perfetta o ottimale. Ogni situazione complessa prevede molte soluzioni possibili, tutte sub-ottimali. L’enfasi e l’attenzione del manager non deve focalizzarsi sulla mera scelta di una di queste, bensì sulla massimizzazione del grado di consapevolezza delle possibili conseguenze che la soluzione sub-ottimale prescelta comporta sul sistema azienda.

Basando la valutazione delle decisioni sugli output io rendo possibile tale valutazione solo a posteriori e quindi poco utile ai fini della gestione d’impresa. Al contrario, utilizzando il criterio della consapevolezza delle ripercussioni io posso disporre di un parametro di valutazione della qualità del pensiero manageriale in tempo quasi reale.

Cosa significa utilizzare il criterio della consapevolezza? Concretamente, ogni volta che è possibile avanzare domande che il decisore non si è fatto prima di prendere quella data decisione, siamo in presenza di una soluzione poco consapevole e quindi debole dal punto di vista della complessità. Siamo quindi di fronte ad un pensiero manageriale semplicistico e di bassa qualità.

Edgar Morin descrive il metodo della complessità nei seguenti termini:”… un metodo che consenta al progettista-osservatore di progettare la molteplicità dei punti di vista e poi di passare da un punto di vista all’altro. Deve disporre di concetti teorici che, invece di chiudere ed isolare le entità, gli permettano di circolare produttivamente…”

Individui e imprese si muovono nella realtà costruendo costantemente modelli e alternative di mondo. Di fronte ad una qualunque situazione, essi interpretano la realtà sulla base del materiale cognitivo che hanno a disposizione. Materiale che si deve intendere come stock di conoscenza, ma soprattutto come flussi, relazioni e interrelazioni tra conoscenze. In sostanza, complessificando la nostra conoscenza, quindi aumentando le interconnessioni tra dati, informazioni, esperienze, osservazioni, aumentiamo il numero di alternative di mondo che in ogni istante costruiamo. Di fronte ad una qualunque realtà, maggiore è la complessità di individui ed imprese, maggiori saranno le alternative d’azione che saranno prese in considerazione perché il processo cognitivo di modellizzazione del mondo sarà più ampio e più ricco.

Se i manager si trincerano dietro modelli mentali limitanti che creano false certezze, e le imprese dietro approcci razionalisti finalizzati a ridurre l’incertezza e a ricercare il mero ordine, la distanza tra quanto si immagina e ciò che si realizza concretamente può crescere nel tempo. Il risultato è quello di avere individui e imprese costantemente sorpresi da eventi discontinui. Eventi discontinui che talvolta sono tali solo a causa delle loro ristrette modellizzazioni di mondo, che quindi avrebbero potuto essere previsti da un pensiero che avesse assorbito complessità riuscendo così a creare alternative di mondo più ricche ed ampie.

Strategia emergente

Gennaio 14, 2009 acravera Lascia un commento

lampadinaSul nuovo numero de L’Impresa, all’interno della rubrica Back to Basics, commento un estratto del libro Mintzberg on Management. Come sapete, ho una grande ammirazione per le idee di Henry Mintzberg. Ritengo sia uno degli studiosi di management più concreti, lucidi e dotati di buon senso che ci siano nel panorama internazionale. Ho scelto un estratto focalizzato sul processo strategico e sulla differenza tra pianificazione e strategia.

Chi è interessato può scaricare il mio articolo qui: “Più metis e meno analisi non farebbe male.

La leadership dell’invisibilità

Gennaio 9, 2009 acravera 8 commenti

buzz_aldrin_011 Recentemente ho ascoltato ottime recensioni del romanzo di Johan Harstad, “Che ne è stato di te Buzz Aldrin?”. Per chi non lo ricordasse Aldrin è stato il secondo uomo al mondo a mettere piede sulla Luna dopo Niels Armstrong. Parliamo quindi di un uomo che è arrivato ad un centimetro dall’essere ricordato dalla storia come “il primo nella storia dell’umanità” ma ha consentito (non si sa quanto volentieri) ad altri di prendersi questo onore. La conseguenza di questo suo gesto è che oggi tutti ricordano Armstrong e quasi nessuno più si ricorda di Aldrin. Nel libro di Harstad il protagonista è Mattias che vuole assomigliare a Buzz Aldrin e dice: “«Io non avevo nessun bisogno di farmi vedere, di sentirmi dire quanto ero bravo. Perché sapevo benissimo quando lo ero». Non ho ancora letto il libro ma lo farò sicuramente. Trovo che la storia di Aldrin sia un esempio eclatante del genere di leadership di cui avremmo più bisogno oggi. Tutti coloro che oggi aspirano ad essere leader ed essere riconosciuti come tali sono spinti dal desiderio di emergere, di essere più visibili, di contare e comandare, di essere ricordati e adulati. E’ un tipo di leadership che, in tempi complessi, mi sembra abbia più lati negativi che positivi. Non c’è dubbio che in alcune occasioni è importante trovare il capobranco che trascina gli altri con la forza della sua determinazione e della sua ambizione, tuttavia, non dimentichiamoci che questo tipo di situazione genera dipendenza e porta a comportamenti passivi da parte dei follower.

Nella realtà pare che Aldrin non abbia preso bene la notizia di non essere stato scelto come primo uomo a sbarcare sulla Luna, quindi forse prenderlo come esempio di gregario che sceglie l’invisibilità al posto della fama non è particolarmente corretto. Resta il fatto che chi talvolta si trova nella situazione di scegliere di stare dietro le quinte, favorendo in questo modo il raggiungimento di uno scopo superiore – a mio avviso – non è da considerarsi sempre solo come un follower, ma può assumere, paradossalmente il ruolo di leader. Tralasciando per un attimo il vero carattere di Aldrin (che pare avesse un ego almeno grande come quello di Armstrong), il suo comportamento ha permesso di portare a termine nel migliore dei modi il compito che era stato assegnato alla missione spaziale. Pensate a cosa sarebbe potuto accadere se ci fosse stata una disputa tra Armstrong e Aldrin su chi avrebbe dovuto per primo mettere piede sul suolo lunare. Se in quella stessa situazione sulla navetta spaziale ci fossero stati due astronauti senza smanie di protagonismo eroico non ci sarebbe stato nessun problema. Se, al contrario, sulla navetta spaziale ci fossero stati due astronauti che tenevano nella stessa misura e con la stessa determinazione ad essere ricordati come “il primo nella storia” a mettere piede sulla Luna, allora la missione avrebbe potuto avere qualche problema. Leadership, quindi, significa anche mettersi al servizio di altri pur di raggiungere uno scopo superiore. Se questo significa fare un passo indietro, perdere di visibilità, ciò non deve essere interpretato come un comportamento debole o da semplice comprimario, bensì come un modo alternativo di esercitare la propria leadership. Nel pensiero occidentale la leadership ha una connotazione “eroica”. Il leader è il grande condottiero che compie gesta epiche. In Oriente, nel pensiero cinese, non c’è nulla di tutto ciò. Il grande leader è spesso invisibile, è colui che ha saputo lavorare dietro le quinte, influenzando in maniera indiretta e creando le condizioni affinché le cose accadano nel modo più corretto ed efficace per raggiungere un determinato obiettivo.

Forza quindi ai tipi alla Mattias. Come scrive Harstad: «Serve una forza di volontà immensa, e fortuna, e abilità per arrivare primi. Ma serve un cuore gigantesco per essere il numero due.”

Opere di fantasia…

Gennaio 7, 2009 acravera Lascia un commento

 ”Affermare che l’economia della Svezia sia sull’orlo del tracollo è un nonsenso“. Aveva replicato fulmineo Mikael. La famosa di Tv4 aveva assunto un’aria perplessa: “In questo momento stiamo assistendo al più imponente crollo singolo della Borsa svedese, e lei parla di nonsenso?”

Occorre distinguere fra due cose, l’economia svedese e il mercato borsistico svedese. L’economia svedese è la somma di tutte le merci e i servizi che si producono ogni giorno in questo Paese. Sono i telefoni della Ericsson, le automobili della Volvo, i polli della Scan, e i trasporti da Kiruna a Skovde. Questa è l’economia svedese, che è esattamente forte o debole quanto lo era una settimana fa.”

Fece una pausa ad effetto per bere un goccio d’acqua.

La Borsa è qualcosa di totalmente diverso. Lì non c’è nessuna economia e nessuna produzione di beni e servizi. Lì ci sono solo fantasie dove di ora in ora si decide che adesso questa o quella società vale tot miliardi in più o in meno. Questo non ha proprio niente a che fare con la realtà o con l’economia del Paese.”

 (Mikael Blomkvist giornalista economico protagonista del romanzo “Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson, Marsilio, 2007)

Letture – Arte e scienza dell’innovazione

Gennaio 5, 2009 acravera 4 commenti

arte-dellinnovazioneArte e scienza dell’innovazione – C. Vogel, J. Cagan, P. Boatwright

 Sconsiglio vivamente questo libro, scritto da tre docenti americani (uno della University of Cincinnati e due della Carnegie Mellon) sull’innovazione. Non aggiunge nessun concetto nuovo e si limita a raccontare alcune storie di successo prevalentemente di matrice americana. Sulla copertina del libro troverete scritto: “Gli autori “smontano” il concetto di innovazione così da ottenere una serie di nozioni limpide e fruibili che tutti i manager, indipendentemente dal settore in cui operano, potranno facilmente valutare e fare proprie nella difficile attività di gestire le loro imprese e condurle con successo sul palcoscenico del futuro.”

Generalmente sono attratto dai libri che “smontano” alcune teorie consolidate per presentarne di nuove, e quindi, quando ho trovato in una libreria di Bologna questo testo a prezzi super scontati (9,20 euro anziché 30) l’ho acquistato al volo. Il problema è che quando si smonta qualcosa, poi è importante anche rimontarlo, ovvero presentare qualcosa di nuovo, magari discutibile, però diverso da quanto si è smontato in precedenza. In questo “Arte e scienza dell’Innovazione, Vogel, Cagan,e Boatwright (a me totalmente sconosciuti prima dell’acquisito dl libro) non fanno nulla di tutto ciò. L’impressione è che presentino una lunga serie di luoghi comuni sull’innovazione. D’altra parte la copertina recita bene: “gli autori intendono presentare una serie di nozioni limpide e fruibili per tutti i manager” La cosiddetta serie di nozioni limpide e fruibili si può riassumere in vari stereotipi sull’innovazione e nelle classiche ricette a step multipli tanto care agli americani (i 10 modi per…). Alcuni esempi che è possibile trovare all’interno del libro:

Un processo per l’innovazione pragmatica:

  • Fase 1: identificare un’area di importanza strategica;

  • Fase 2: studiare le persone;

  • Fase 3: definire le opportunità;

  • Fase 4: Definire i criteri di progettazione;

  • Fase 5: realizzare i criteri;

  • Fase 6: decidere di procedere/non procedere.

Commento: ma va? Ci voleva un nuovo testo per spiegare, senza mai scendere in dettagli operativi e consigli pragmatici quali sono le fasi dell’innovazione (secondo uno schema classico,neanche tra i più recenti)? Altre chicche: gli autori scrivono: “progettare un prodotto talmente fantastico da superare qualsiasi pregressa esperienza degli utenti richiede non solo ricerca e sviluppo, ma anche un programma strategico ponderato. Esso comprende tre parti importanti” . Questo è il programma (a loro giudizio innovativo) che propongono:

  • Prima strategia: identificare e capire gli interlocutori (ma va?)

  • Seconda strategia: progettare il prodotto (ma va?)

  • Terza strategia: progettare il metodo aziendale per lo sviluppo del prodotto (ma va?)

Cosa c’è di innovativo in questa infinita serie di consigli simili ad una ricetta di cucina?

In sintesi il libro, secondo me, è lungi dallo “smontare” il concetto di innovazione. Al contrario, propone una visione dell’innovazione di prodotto piuttosto classica e i cosiddetti “consigli pratici per tutti i manager” altro non sono che una serie di banali consigli già visti molte altre volte, descritti in forma analitica (tanto cara ad alcuni manager americani che chiedono per qualunque argomento la classica “cassetta degli attrezzi”). Il fatto che lo abbia acquistato ad un prezzo notevolmente ridotto avrebbe dovuto forse già mettermi in guardia sui contenuti del libro. Non sempre è così, più volte mi è capitato di imbattermi in libri pressoché sconosciuti e fortemente scontati che si sono rilevati (almeno per me) di altissimo valore. Non è questo il caso. Il costo maggiore di questo libro è il tempo che fa perdere nel leggerlo. Tempo che potrebbe essere utilizzato in moltissimi modi molto più divertenti e utili.