Letture – La sfida della fiducia
Leggete bene il nome dell’autore, Stephen M.R. Covey e non confondetelo con il più famoso Stephen R. Covey. Benché il tema della fiducia sia uno dei temi centrali del pensiero di Stephen R. Covey (l’autore del celebre “7 Habits for highly effective people”), non è lui l’autore di questo libro, bensì il meno famoso figlio Stephen M.R. Covey.
Proprio questo processo dinastico in cui il figlio si cimenta sul terreno del padre è ciò che mi ha incuriosito e spinto ad acquistare questo saggio. Il libro si presenta bene. Dopo il sommario ci sono ben sette pagine piene di commenti di personaggi famosi d’azienda e di guru che non lesinano elogi al libro. Forse questo avrebbe dovuto darmi un avvertimento (Umberto Eco ha più volte detto che chi ricerca elogi e prefazioni da altri autorevoli personaggi è perché, in fondo in fondo, non crede abbastanza in ciò che ha scritto… e questo spiega perché Eco rifiuta di fare prefazioni e postfazioni a chicchessia), ma, in libreria, sul momento questo non ha fatto che aumentare la mia curiosità.
Vengo al sodo. Il libro non mi è piaciuto. Ci sono 400 pagine scritte fitte fitte, ma i concetti veri presenti nel libro potrebbero riempire al massimo 50 pagine. Ammetto che io sono un lettore particolare. L’autore impiega circa 200 pagine per spiegarci perché la fiducia è importante e per me, che considero questo aspetto un fatto scontato, queste pagine risultano essere una noia mortale.Il resto del libro è dedicato a spiegarci come costruire rapporti di fiducia con le persone, con i clienti e tra l’azienda e il mercato. Generalmente sono solito sottolineare le parti più interessanti, quelle che più mi colpiscono, in modo tale da tornarci rapidamente sopra in un secondo momento riprendendo in mano il libro. Di 400 pagine ho sottolineato ben poche righe. Tra l’altro se dal libro eliminiamo storie come: “vi racconto quello che è successo a John/Bill, Helen, a me, a mio padre….”, ciò che resta è veramente poco. Ripeto, le mie sono considerazioni viziate da un punto di vista del tutto personale. Al terzo racconto di storielle tutte uguali capitate a famigliari dell’autore per spiegare sempre lo stesso concetto, provo l’impulso di saltare all’ultima pagine e chiudere il libro.
Ci sono anche affermazioni che non condivido. Ad esempio, a pagina 155, Stephen M. R. Covey scrive che nelle prossime pagine illustrerà “i 13 comportamenti che accomunano leader e persone di tutto il mondo che hanno ottenuto un elevato livello di fiducia”. Questa affermazione mi sa tanto di teoria dei tratti sulla leadership. Una teoria, come noto, ampiamente superata negli ultimi quarant’anni. Se, infatti, pensate a dieci leader globali dell’ultimo secolo, difficilmente riuscirete a trovare gli stessi tratti e caratteristiche.
Nonostante queste critiche, “La sfida della Fiducia” (titolo originale “The speed of trust”, secondo me più azzeccato rispetto all’edizione italiana)può risultare, per certi versi un libro interessante. Ad esempio, chi non fosse particolarmente convinto dell’importanza della fiducia nelle organizzazioni, potrebbe trovare argomentazioni molto interessanti in questa lettura e, in casi come questo, il libro avrebbe svolto un ottimo lavoro. Apprezzabile anche lo stile facile, immediato e ricco (troppo) di esempi di Stephen M. R. Covey. Questo vale, soprattutto se non avete letto niente del padre Stephen R. Covey, altrimenti il confronto tra i due potrebbe essere penalizzante per il figlio. E’ anche vero che se non avete letto niente sul tema fiducia, forse varrebbe la pena iniziare con i testi del più famoso Stephen R. Covey. Oltre ai “7 Habits of Highly Effective People”,, sul tema fiducia consiglio il contributo di Covey “Putting the Principle First” all’interno del libro “RethinkingThe Future”(pubblicato in Italia con il titolo “Ripensare il Futuro”, Il Sole 24 Ore, 1998).
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The Wisdom of Crowds di James Surowiecki è un libro davvero interessante. La sua tesi è semplice, quanto rivoluzionaria: basta con la caccia agli esperti per risolvere determinati problemi., una folla sufficientemente eterogenea può giungere a soluzioni migliori e più efficaci.
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Ora che Walter Veltroni non è più il capo dell’opposizione e che è praticamente scomparso dai media possiamo parlarne senza il rischio di essere interpretati come propugnatori di spot elettorali. Ai fini di questo post, non mi interessa il Veltroni politico ed ex capo dell’opposizione, né intendo dare giudizi sul suo operato (anche se ho un’opinione molto chiara), quello che mi interessa è riprendere il suo famoso approccio “ma anche”, altrimenti detto “ma-anchismo”. Non so se tutto sia partito da un suo “tic” dialettico inconsapevole”, dal tentativo di contenere all’interno del PD anime tra loro molto diverse senza suscitare eccessivi conflitti, o da una scelta ponderata e consapevole, sta di fatto che la campagna elettorale dello scorso anno è stata fortemente contrassegnata dalla tendenza del leader dell’opposizione di non escludere fatti e argomentazioni contrapposte, bensì di abbracciarli, di interconnetterli: da qui slogan come “immigrazione, ma anche rispetto delle regole”, “competizione, ma anche solidarietà”, “lotta all’evasione, ma anche semplificazione fiscale”, “imprese ma anche lavoratori”, ecc.
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