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Archive for Luglio 2009

Buone vacanze

Luglio 31, 2009 acravera Lascia un commento

libri_da_leggere_sotto_l_ombrelloneNelle prossime tre settimane non posterò nulla di nuovo ma leggerò gli eventuali commenti che farete. Auguro a tutti i lettori del mio blog buone vacanze!

Alessandro

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Letture Congetture e Confutazioni

Luglio 27, 2009 acravera 13 commenti

Congetture e Confutazioni – Karl R. Popper

g_8815128042gCongetture e confutazioni raccoglie una serie di saggi e conferenze di Karl Popper che ben ne presentano il pensiero in materia di filosofia della scienza. E’ un libro di 700 pagine che si legge in un batter d’occhio. Gli argomenti, pur con qualche ripetizione tra i tanti saggi, sono estremamente interessanti, così come gli esempi e i ragionamenti del filosofo austriaco, pungenti, ironici e profondi.

E’ un testo che “straconsiglio” a tutti coloro che sono interessati a temi e concetti come verità, conoscenza scientifica, razionalità, previsione e determinismo, fonti della conoscenza. Questi argomenti sono toccati all’interno di venti saggi di lunghezza variabile tra le 25 e le 60 pagine e questo consente un continuo cambio di ritmo, riflessioni in campi del sapere molto eterogenei e, di conseguenza, un’attenzione del lettore quasi sempre alta. A ciò si aggiunge l’usuale scrittura chiara e pragmatica di Popper.

Le domande che fanno da sfondo a molte pagine di Congetture e Confutazioni sono: “Quando è possibile considerare scientifica una teoria?” e “Come distinguere tra scienza e pseudoscienza?” Come noto, Popper non accetta la tradizionale risposta empirista in base alla quale la scienza si differenzia dalla pseudoscienza attraverso il metodo induttivo procedendo dall’osservazione all’esperimento. Questa insoddisfazione porta il filosofo austriaco a giungere ad una risposta diversa da quella comunemente accettata: Secondo Popper una teoria che non può essere confutata non è scientifica, quindi l’inconfutabilità di una teoria non è un pregio, come spesso si crede, bensì un difetto, una prova della sua non-scientificità. Conseguentemente, una teoria per dirsi scientifica deve essere falsificabile. In questo senso, ecco che la teoria di Einstein è scientifica in quanto falsificabile, mentre l’astrologia, il marxismo e le teorie psicanalitiche di Freud e Adler non lo sono.

Popper smonta la convinzione che la scienza proceda dall’osservazione alla teoria. Ecco le sue parole: “Venticinque anni or sono, cercai di far capire questo punto a un gruppo di studenti di fisica, a Vienna, incominciando la lezione con le seguenti istruzioni: ”prendete carta e matita; osservate attentamente e registrate quel che avete osservato!” Essi chiesero, naturalmente, che cosa volevo che osservassero. E’ chiaro che il precetto “osservate!” è assurdo (…). L’osservazione è sempre selettiva. Essa ha sempre bisogno di un oggetto determinato, di uno scopo preciso, di un punto di vista, di un problema (…). E’ certo vero che qualsiasi particolare ipotesi sarà stata preceduta da osservazioni. Queste osservazioni, tuttavia, a loro volta presuppongono un quadro di riferimento: un insieme di aspettazioni o di teorie.”

All’interno del saggio intitolato “La natura dei problemi filosofici” Popper sottolinea un punto molto sensibile per tutti coloro che sono interessati al tema della complessità: i limiti del sapere disciplinare. Emblematica di questa riflessione è la sua affermazione: “Noi non siamo studiosi di certe materie, bensì di problemi. E i problemi possono passare attraverso i confini di qualsiasi materia o disciplina.”

Particolarmente interessante ho trovato la critica che Popper muove a Wittgenstein. Avevo letto qualche anno fa un libro che riportava la celebre lite avvenuta a Cambridge tra i due filosofi, in cui pare che l’inglese sia arrivato a scagliare un attizzatoio contro Popper (“La lite di Cambridge”, Garzanti) e ho trovato affascinante ripercorrere il pensiero di Popper contro Wittgenstein dal suo personale punto di vista. Come noto, per Wittgenstein tutti i problemi genuini sono problemi scientifici, mentre i presunti problemi della filosofia sono pseudo-problemi. Questi non sono falsi, altrimenti, il loro contrario equivarrebbe ad una teoria vera, ma equivalgono, secondo il filosofo inglese, a combinazioni di parole del tutto prive di significato, o “non dotate di più significato dello sconnesso borbottio del bambino che non ha ancora imparato a parlare correttamente” (pag. 120).

Popper prova a confutare la tesi di Wittgenstein prendendone in parte le difese, ad esempio dandogli ragione su una certa tendenza della filosofia a filosofeggiare e a perdere il contatto con i problemi reali. Il punto finale di questa ampia ed eterogenea riflessione sul pensiero di Wittgenstein è il seguente: è vero che non esistono pensieri filosofici puri, poiché più il problema filosofico diventa “puro” più si rischia di degenerare nel vuoto verbalismo. E’ altrettanto vero, però, che non esistono soltanto problemi scientifici genuini, ma anche problemi filosofici genuini. Le soluzioni ai problemi, per Popper, possono passare attraverso i confini di numerose discipline e scienze. Un problema, quindi, può dirsi giustamente filosofico se, pur essendo sorto originariamente in connessione con la fisica atomica, risulta essere più strettamente legato a problemi e teorie che sono stati discussi dai filosofi, piuttosto che a teorie trattate dai fisici.

In fondo, ciò che sta accadendo con il tema della complessità è proprio questo. La complessità nasce in ambito scientifico e, nel tempo, assume connotati filosofici. Se ci fermiamo al pensiero di Wittgenstein, dovremmo pensare che questa “filosofizzazione” della complessità sia un sinonimo di banalizzazione e di inutile e vuoto verbalismo. Se, invece, sposiamo le tesi di Popper, il far rientrare la complessità tra i temi filosofici non determina affatto lo scadere della discussione (esistono problemi filosofici genuini), bensì porta ad un ampliamento del perimetro di influenza di questo concetto in ambiti epistemologici molto diversi e più ampi rispetto a quelli di partenza.

Non è difficile intuire quale sia la mia posizione al riguardo.

Frammenti di leadership

Luglio 23, 2009 acravera Lascia un commento

educazione“Mah… cosa succederebbe se un aereo ti lasciasse al centro del deserto del Sahara, e tu raccogliessi un singolo granello di sabbia con le pinzette e lo spostassi di un millimetro?” Ho risposto: “Probabilmente, morirei dissanguato.” E lui: “No, intendo solo in quel momento, quando sposti il granello. Cosa vorrebbe dire?” “Non lo so. Cosa?” Lui mi ha detto: “Pensaci”.Ci ho pensato. “Credo che avrei spostato un granello di sabbia”. “E questo significherebbe che…?” “Il fatto che ho spostato un granello di sabbia?” “Significherebbe che hai cambiato il Sahara”. “E allora?””Allora?” “Allora, il Sahara è un grande deserto. Ed esiste da milioni di anni. E tu lo avresti cambiato!” “E’ vero!” ho detto, alzandomi a sedere. “Avrei cambiato il Sahara!””E significherebbe che…?” mi ha chiesto ancora lui. “Cosa?” Dimmelo tu” “Bè, non sto parlando di dipingere la Gioconda o sconfiggere il cancro, ma solo di spostare di un millimetro quell’unico granello di sabbia” “E Allora?””Se non lo avessi fatto, la storia dell’uomo sarebbe andata in un modo…” “Si?””Ma tu l’hai fatto e dunque…?” “Mi sono alzato in piedi sul letto, ho puntato le dita verso le finte stelle e ho gridato: “Ho cambiato il corso della storia dell’uomo!” “Proprio così”. “Ho cambiato l’universo!” “Esatto”. Sono Dio!” “Sei ateo”. “Non esisto!”. Mi sono ributtato sul letto, tra le sue braccia, e ci siamo scompisciati tutti e due.”

(Thomas Schell e suo figlio Oskar di 10 anni, in “ Molto forte, incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer)

Gerarchia o intelligenza collettiva

Luglio 22, 2009 acravera 8 commenti

icon_20Carlo Formenti ha scritto un articolo sul Corriere della Sera di ieri intitolato: “Wikipedia, democrazia delle idee: eppure le elite contano ancora”. L’articolo inizia in questo modo: “Saggezza delle folle, intelligenza collettiva, produzione cooperativa fra pari: sono solo alcuni dei concetti/slogan nato da un mito condiviso dalla stragrande maggioranza degli adepti della cultura internettiana…” e finisce con questa affermazione: “in conclusione: il principio gerarchico non sta affatto sparendo, più semplicemente, stanno mutando i meccanismi per selezionare le élite.”

E’ facile immaginare cosa ci sia scritto in mezzo. Formenti non crede che l’intelligenza collettiva sia qualcosa di diverso da uno slogan usato dai maniaci di internet che si riempiono la bocca con i soliti esempi di collaborazione peer to peer quali Linux e il mondo open source. La sua idea è che questi non siano fenomeni di cooperazione tra pari, bensì celino un diverso tipo di elite. Non tutti i contributi, infatti – scrive Formenti – hanno lo stesso peso, essi riflettono delle precise gerarchie.

Non condivido questa tesi. Intelligenza collettiva non significa affatto egualitarismo, ovvero pari peso di tutti. Allo stesso tempo, intelligenza collettiva non significa gerarchia e decisioni top down prese dalle nuove elite. Intelligenza collettiva è un concetto diverso da gerarchia, da anarchia e da egualitarismo. Intelligenza collettiva significa eterarchia, ovvero dominio dell’altro, è controllo orizzontale e autocontrollo, è gerarchia emergente sulla base della competenza, al posto della gerarchia statica e formalizzata. Il fatto che non tutti i contributi ad un progetto open source abbiano lo stesso peso o che ci siano contributi su Wikipedia più “pesanti” di altri, non dipende dal fatto che esiste un’elite occulta che decide le regole a cui gli altri si adeguano, bensì che tali regole si formano autonomamente, emergono dal basso. La gerarchia, e quindi i pesi, dei contributi dipendono dall’autorevolezza e dalle competenze di chi li propone. A seconda dell’argomento/problema tecnico, queste gerarchie cambiano forma. Conta chi è considerato competente non chi ha i gradi. Da una visuale eterarchica, quindi, ogni persona va riconosciuta come dotata di potere nella sua specialità. Anni luce dal modo in cui sono organizzate le imprese oggi, con ruoli e gerarchie stabili e definite e controllo top-down.

Un’altra considerazione riguarda il legare l’intelligenza collettiva agli appassionati internettiani. Mi sembra un visione ristretta della problematica. Internet non è la causa della crescente importanza dell’intelligenza collettiva, bensì lo strumento che ha consentito la sua applicazione concreta. Le ragioni alla base del fatto che oggi siamo alla ricerca di nuove forme di governo dei problemi e di ricerca di soluzioni risiede nella complessità del mondo in cui viviamo. Intendiamoci, la nostra realtà è sempre stata complessa, tuttavia globalizzazione e accelerazione della comunicazione l’hanno resa molto più interdipendente e interconnessa, quindi più complessa. Di fronte a questo scenario, è sempre meno probabile che le soluzioni arrivino dai singoli, per quanto esperti siano. La complessità richiede di moltiplicare i punti di vista sui problemi da affrontare , contaminando esperienze e professionalità. In questo senso, i lavori di Surowiecki sulla saggezza della folla – discutibili in alcune sue tesi, ma assai interessanti, la ricerca di intelligenza collettiva e il mondo della collaborative innovation rappresentano, oggi, concrete modalità per affrontare la complessità.

Rubrica Back to Basics di Luglio-Agosto

Luglio 15, 2009 acravera Lascia un commento

07_2009Sul nuovo numero de L’Impresa, all’interno della rubrica Back to Basics, commento un brano estratto da “The Effective benchmarking” scritto da M. Zairi.

Chi è interessato può scaricare il mio articolo qui: “Benchmarking nel bene e nel male – Più imitazione che innovazione”.

Efficient Market Thinking is Inefficient

Luglio 10, 2009 acravera Lascia un commento

1026686966_7176f17d09Vi segnalo un bell’articolo di Jeff Pfeffer, docente di comportamento organizzativo a Stanford. Inizia così:

“You know the joke about two economists walking down the street and seeing a $20 bill lying on the sidewalk. The first economist says, “Look at that $20 bill.” The second says, “That can’t really be a $20 bill lying there, because if it were, someone would have picked it up already.” So they walk on, leaving the $20 bill undisturbed.”

Se vi incuriosisce e volete leggere come continua: “Efficient market thinking is inefficient

Le 12 regole dell’Ocse per guarire l’economia: cura o malattia?

Luglio 7, 2009 acravera 1 commento

oecdE’ di ieri la pubblicazione delle 12 regole elaborate dall’OCSE per “guarire la finanza, l’economia e le politiche di sviluppo”. Si tratta di 12 punti – si legge sul sito dell’OECD – elaborati attraverso il supporto di un gruppo di accademici, politici ed esperti legali e di finanza, che saranno discussi all’interno del G8. Ecco le 12 regole:

1) Una economia forte, equa e pulita deve essere basata sull’integrità, appropriatezza e trasparenza. Questi valori devono essere promossi dalle politiche pubbliche e supportate dal mondo economico. L’effettivo monitoraggio dell’applicazione di tali principi e standard dovrebbe essere intrapreso su basi regolari.

- 2) I governi, le aziende e tutte le entità del mondo economico nel mondo, a prescindere dalla loro forma legale, dovrebbero riconoscere che questi valori sono il caposaldo di una economia di mercato che serva i bisogni e le aspirazioni dei cittadini di ogni paese e di cui bisogna meritarsi il rispetto e la fiducia.

- 3) Ogni ‘corsa al ribasso’ negli standard del lavoro, sociale e ambientale e nell’arbitraggio della regolazione fra le giurisdizioni dovrebbe essere prevenuto attraverso la cooperazione internazionale e la convergenza dei quadri regolamentari delle legislazioni nazionali.

- 4) L’evasione e l’elusione fiscale sono un’offesa alla società nella sua interezza e tutte le entità economiche, a dispetto della loro forma legale, dovrebbero pienamente adempiere ai loro doveri fiscali.

- 5) I rapporti fra governi e imprese incluse le attività di lobby dovrebbero essere condotte in accordo con i principi bilanciati, trasparenti, equi per tutte le parti e rispettati.

- 6) Le pratiche di affari e la governance delle entità economiche siano esse quotate, non quotate, private o statali, dovrebbero assicurare la capacità di controllo dei conti e l’equità nelle relazioni fra dirigenza, consiglio, azionisti e gli altri stakeholder. Le strutture e gli strumenti finanziari non dovrebbero essere usati in maniera distorta allo scopo di nascondere il vero beneficiario e i veicoli societari, nelle loro varie forme, non dovrebbero essere usati per le attività illecite incluso il riciclaggio del denaro, la corruzione o la sottrazione di attività ai creditori, le pratiche fiscali illecite, la diversione delle attività, la frode di mercato e l’aggiramento dei requisiti di informazione”.

- 7) Deve essere assicurata la diffusione di accurate e tempestive informazioni sulle attività, la struttura, la proprietà, la situazione finanziaria e l’andamento delle imprese.

-8) Gli schemi  di retribuzione e di emolumenti dovrebbero essere sostenibili e consistenti rispetto agli obiettivi di lungo termine la gestione prudente del rischio delle società o altre forme di entità economica.

- 9) La corruzione, inclusa quelle delle transazioni internazionali d’affari, dovrebbe essere stabilita come un reato punibile dalla legge e effettivamente perseguito e punito.

- 10) Il riciclaggio del denaro dovrebbe essere criminalizzato.

- 11) Ogni forma di protezionismo deve essere bandita.

- 12) Il segreto bancario non dovrebbe costituire un ostacolo all’applicazione dei principi incluso il rispetto delle norme fiscali in tutto il mondo

Non so quale sia la vostra reazione alla lettura delle 12 tavole. Vi dico le prime due cose che pensato io:

1)     “Ci voleva l’OCSE, gli accademici, gli esperti e i politici per scrivere questi principi?”

2)     “La vogliamo smettere di affrontare i problemi scrivendo enunciati sulla carta che servono da vetrina sui giornali e vengono dimenticati il giorno dopo la discussione?”

Lo so, la mia è una lettura cinica e spero di sbagliarmi. Troppe volte, però abbiamo visto grandi propositi redatti sulla carta che sono stati del tutto disattesi. Si pensi, ad esempio agli accordi internazionali per ridurre la povertà e la fame nel mondo. Nonostante l’obiettivo dichiarato dal World Food Summit (WFS) di dimezzare gli affamati nel mondo entro il 2015, i recenti  dati raccolti dalla FAO parlano di 923 milioni di persone che hanno sofferto la fame nel 2007, 80 milioni in più dal 1990-02.

E’ evidente che problemi globali come la povertà o lo sviluppo economico sono prevalentemente problemi culturali che non si cambiano a suon di pezzi di carta e  di alti proclami. Se davvero li si vuole affrontare bisogna andare alla radice provando a sensibilizzare i giovani attraverso il sistema educativo, porre queste questioni al centro di dibattici pubblici continui e sempre più pressanti sui governi (non una volta l’anno) e occorre avere governi che rispettino gli impegni e paghino un pegno politico se non lo fanno. Certo, so bene che questa ricetta può sembrare altrettanto utopica de i 12 principi OCSE, ma almeno lo dichiara fin dall’inizio. Il rischio di continuare a scrivere documenti che vengono disattesi, è invece quello di diffondere l’illusione di aver affrontato i problemi, pur non facendo nulla di concreto. Più che una cura, un aggravio della malattia.

  • Una economia forte, equa e pulita deve essere basata sull’integrità, appropriatezza e trasparenza…
  • L’evasione e l’elusione fiscale sono un’offesa alla società nella sua interezza e tutte le entità economiche, a dispetto della loro forma legale, dovrebbero pienamente adempiere ai loro doveri fiscali…
  • Gli schemi di retribuzione e di emolumenti dovrebbero essere sostenibili e consistenti rispetto agli obiettivi di lungo termine…

Immagino la discussione al G8: “Si dà lettura dei 12 punti che dovrebbero regolare lo sviluppo delle nostre economie.

Conclusioni: Siamo tutti d’accordo.

Emaniamo un comunicato stampa…

Appuntamento al G20.