Archivio | settembre 7, 2009

Letture – Estensione del dominio della manipolazione

Estensione del dominio della manipolazione – Michela Marzano

4414_MichelaMarzano_1244064317Come ha potuto Mondadori pubblicare un libro così arrogante, apocalittico, saccente ma disinformato, e fazioso? L’autrice, Michela Marzano, filosofa e ricercatrice presso il CNRS di Parigi, con questo libro ha voluto scagliarsi (è questa la parola giusta) contro i “predicatori” del management, contro tutto ciò che propugnano le nuove dottrine sull’organizzazione aziendale (commitment dei collaboratori, empowerment, responsabilità diffusa, ecc) e contro il filone ispirato alla crescita e sviluppo personale, coaching, self leadership, intelligenza emotiva e così via. A suo parere, tutto questo bailamme di teorie inutili e prive di radici profonde non fa altro che manipolare le menti dei lavoratori, soggiogandoli alla volontà dei “padroni” che così potrebbero sfruttare meglio il loro lavoro e le loro caratteristiche. La Marzano scrive a tal proposito: “le trasformazioni del management contemporaneo hanno soltanto modificato l’aspetto esteriore della gabbia d’acciaio, l’hanno riverniciata e riproposta come “gabbia dorata”. Ma l’individuo contemporaneo continua a dibattersi nelle catene di una nuova soggezione che pervade ogni ambito della vita”. Millenarista e apocalittica.

Ho letto questo libro in meno di 2 giorni perché ero veramente curioso di sapere fin dove si sarebbe spinta l’autrice. Durante la lettura ho avuto più volte il desiderio di gettare via il libro e dedicarmi a un bel romanzo, tante erano le faziosità presenti in quelle pagine.

Non ho mai scritto un commento così duro ad un libro, ma questo se lo merita fino in fondo. Dal momento  che, per mestiere, mi occupo di management, qualcuno potrebbe pensare che le mie critiche siano una reazione emotiva ad un attacco, piuttosto che una difesa aprioristica del mio lavoro e del mio ruolo nelle aziende. Potrebbe essere.

Le critiche che seguiranno alle tesi del libro saranno accompagnate da alcune frasi del pensiero di Michela Marzano per rendere evidenti le tesi dell’autrice e metterle a confronto con le mie considerazioni. Ogni lettore arriverà a proprie conclusioni.

-          A proposito del coaching, l’autrice scrive: “da alcuni anni sono comparsi individui che offrono ricette per ottenere tutto ciò che si desidera ed essere se stessi; in breve, per avere successo nel lavoro e nella vita privata. Acclamati nelle aziende, vanno predicando nelle università, offrono consulenze e  promettono soluzioni ai singoli. I tuttologi (consulenti di management e/o di comunicazione, coach, terapeuti comportamentali, ecc.) sembrano avere una risposta per ogni cosa.” Su questo punto sarò molto breve: Dottoressa Marzano, legga qualche libro serio sul coaching e verifichi quale modello insegnano presso l’International Coach Federation e si renderà conto che il coach professionista non ha alcuna risposta. Il coaching si basa sull’uso della domanda e non promette miracoli, ma solo una crescita di consapevolezza del coachee su alcuni aspetti che possono migliorare il proprio benessere personale e professionale.

-          A pagine 35 Michela Marzano si scaglia contro il management partecipativo: “Il concetto di management partecipativo discende in linea diretta dal Giappone e dal toyotismo. L’idea di fondo, all’inizio era quella di incoraggiare i dipendenti a proporre suggerimenti per migliorare la produttività. Questo avrebbe in seguito consentito loro di fare carriera, diventando responsabili dei team secondo gli obiettivi di qualità fissati dal padronato (sic!), e di rompere la catena di solidarietà con gli altri lavoratori.” Mi chiedo se Michela Marzano si è accorta che i tempi del conflitto di classe sono (fortunatamente) finiti, o comunque confinati in contesti e realtà molto specifiche, e se ha mai visitato una fabbrica in cui vengono realmente applicati i principi di cui parla. Ho visto  fabbriche in cui le persone erano realmente coinvolte in ciò che stavano facendo, gli ambienti perfettamente puliti e tutto ciò non si faceva per fare carriera (quanti operai possono realmente fare la carriera di cui parla la Marzano?) ma semplicemente per rendere la propria azienda più forte, solida e competitiva sui mercati (minor rischio di perdere il lavoro) e, aggiungo, anche per essere più soddisfatti e orgogliosi del proprio lavoro e del proprio contributo. Non è necessario avere accesso diretto alle fabbriche per rendersi conto di questo. Basterebbe informarsi sui libri (così cari all’autrice): SEMCO, W.L. Gore, Whole Food, sono i casi più citati nella letteratura manageriale. La SEMCO, ad esempio, che è forse il caso più eclatante al mondo di adozione di un management partecipativo, lascia ai dipendenti la totale discrezionalità sugli orari di lavoro e sulle loro retribuzioni.

Le fonti della Marzano sono invece diverse. Più volte l’autrice, a sostegno delle sue tesi, cita film che riportano contesti aziendali (“Risorse Umane”, “Mi piace lavorare”, “La question humaine”, “Il grande capo”, ecc.). Eccezionali basi euristiche per le sue tesi…

-         Una delle tesi più forti del libro è che considerare il lavoro come una fonte di autorealizzazione personale porta ad un individualismo sfrenato.  Ma su quali basi fonda questa tesi? Come spiega la Dottoressa Marzano i fenomeni dell’open source e della wikinomics? Non si tratta forse di fenomeni che nascono dalla passione per il proprio lavoro e dalla voglia di trovare spazi di autorealizzazione personale attraverso ciò che si sa fare bene?

-         L’autrice si scaglia anche contro il consiglio di considerare le persone come soci dell’azienda e non come semplici dipendenti, di essere consapevoli che sono i collaboratori, non gli investimenti o le tecniche, la fonte primaria del successo dell’impresa. Questa la sua interpretazione di questo aspetto: “Proprio trattando gli impiegati come se fossero soci, i nuovi profeti del management li hanno resi le loro vittime. Nelle spire di un discorso che mira a valorizzare la libertà e la responsabilità individuali, i nuovi dirigenti riescono a incanalare, orientare e, a volte, anche sorvegliare la soggettività dei lavoratori. Riescono a fare in modo che il loro sfruttamento divenga consensuale”. E continua chiedendosi: “Il pervertimento del management non consiste allora nel produrre l’adesione volontaria dei lavoratori alla loro schiavitù?” Probabilmente neanche Karl Marx, se fosse vissuto ai nostri tempi, avrebbe usato espressioni simili  e sarebbe giunto a conclusioni di questo tipo.

-          A pag. 126 la Marzano se la prende con i consigli che danno i guru di management. Cita un passaggio di un articolo apparso sulla rivista Management: “Se vi dimostrerete docili e miti, non otterrete mai rispetto. I vostri colleghi, il vostro datore di lavoro ne approfitteranno sempre per affermare i loro punti di vista e i loro interessi sui vostri. Reagite, cominciate a farvi valere su questioni secondarie, minori, in seguito ci prenderete gusto.” La Marzano cita questo estratto per dimostrare quanto violento sia il messaggio che arriva dai profeti del management. Ora, la domanda è: chi è l’autore di questa stupidaggine? Nelle note l’autrice specifica che la frase è tratta dalla rivista Management, all’interno dell’articolo “L’Optimisme ça ce coltive” pubblicato nel settembre 2007, ma non ne cita l’autore. Sappiamo bene come la qualità di ciò che si legge, in tutti i campi del sapere, è molto eterogenea, accanto a studiosi seri che meritano di essere letti e studiati, ce ne sono altri che scrivono cose prive di senso. Prendere questo signor nessun del management francese (dal titolo dell’articolo sembrerebbe anche trattarsi, più che di un esperto di management, di uno psicologo) per mettere sotto accusa tutti gli studi di management sarebbe come citare la poesia scritta da mio figlio per la propria maestra all’asilo e arrivare ad affermare che la poesia è un’arte priva di valore che non merita più di essere coltivata, oppure citare le teorie di Kant sulla presenza di Marziani, Mercuricoli e Saturnicoli (Teoria dei Cieli, 1755) per denigrare il grande filosofo tedesco e definire la filosofia come un ammasso di stupidaggini prive di qualsiasi interesse.

-          Uno degli abbagli più grandi di cui cade vittima la Marzano riguarda la comunicazione. Queste le sue parole: “Quella che oggi definiamo comunicazione non ha più nulla a che spartire con quell’arte dello scambio. Al contrario, si contraddistingue per la volontà, da parte di ogni interlocutore, di far prevalere il suo punto di vista, senza preoccuparsi delle opinioni altrui, senza neppur prestare loro ascolto (…) Si “comunica a”. Si riduce cioè il processo comunicativo alla sua fase di diffusione.” Sfido a trovare un formatore o consulente di comunicazione serio che abbia mai detto cose di questo tipo nei suoi libri o nei suoi seminari. Nei corsi di comunicazione e di leadership che si tengono all’interno delle aziende (ha mai partecipato ad uno di questi ,Dottoressa Marzano?) l’ascolto è alla base del processo di comunicazione e uno dei modelli più utilizzati per spiegare l’efficacia del processo comunicativo è quello di Paul Watzlawick (Pragmatica della comunicazione umana). Ne ha mai sentito parlare?

Vogliamo salvare qualcosa di questo libro? Pur nascoste tra le pieghe di pagine e pagine di conclusioni faziose, si trovano riflessioni che sono del tutto condivisibili e di cui, più volte, anche all’interno di questo blog abbiamo parlato. Mi riferisco al pericoloso culto della leadership eroica, ai proclami sull’etica smentiti dai fatti, all’orientamento al profitto di breve termine che distrugge ricchezza sociale ed economica. Questo però non è certo sufficiente a salvare il libro dal naufragio.

Il metodo che  Michela Marzano sembra aver usato per le sue riflessioni è il seguente: si prendono in considerazione 4 o 5 autori di management del tutto sconosciuti (per lo più francesi), si estrapolano qua e là frasi ad effetto che evidenziano le storture del pensiero manageriale, si generalizzano queste conclusioni a tutta la letteratura manageriale internazionale; a questo si deve aggiungere un po’ di sana incomprensione da parte dell’autrice, un pizzico di malizia e malafede utile a rendere il libro più piccante e appetibile per gli editori, qualche aforisma ad effetto di grandi filosofi del passato, grosse manciate di arroganza del tipo “tu piccolo idiota non ti rendi conto di quanto sei manipolato dai guru di management, ma io che sono colta e preparata sì…”, ed ecco che il libro è pronto per andare in stampa.

Purtroppo non sono sicuro che Michela Marzano si renda conto fino in fondo di quanto indifendibili siano le sue tesi Pur crocifiggendolo, l’autrice dimostra di non conoscere la letteratura e gli studi di management, nella sua accezione più ampia (impresa e individuo). La bibliografia citata nel libro è scarsa, di parte, e soprattutto di lingua francese. Mancano del tutto le letture di grandi studiosi di management di oggi e di ieri. Ne cito solo alcuni che, se letti, avrebbero consentito alla Marzano di evitare tanti passi falsi: Argyris, Beer, Freeman, Lewin, Lawler, March, Mintzberg, Morgan, Schein, Senge, Watzlawick  e, tra gli italiani,  Gagliardi, Nardone, Onida, Quaglino, , Rullani, Vicari, solo per fare pochi nomi.

In copertina nel profilo dell’autrice si legge che Le Nouvel Observateur nel 2008 ha incluso Michela Marzano nella lista dei 50 pensatori oggi più influenti in Francia, indicandola come una degli otto trentenni che riflettono in modo nuovo sui problemi della società di oggi.

Se questo è il “modo nuovo” di riflettere sulla nostra realtà, preferivo quello vecchio, obsoleto, consunto, ritrito, ma almeno documentato.

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