Letture – Lezioni per il futuro

Lezioni per il futuro – Le idee per battere la crisi

Lezioni per il futuro è un instant book uscito con il Sole 24 ore qualche mese fa. Il testo contiene una serie di riflessioni e articoli scritti da esperti italiani e internazionali sulla crisi del 2008 e, in particolare su come uscirne, come evitare ulteriori conseguenze negative (vedi pericolo inflazione/deflazione) e, soprattutto,  sulla lezione che dobbiamo apprendere da ciò che è accaduto in questi lunghi mesi.

All’interno del libro, solo per citare alcuni autori, oltre all’introduzione del Direttore dl Il Sole 24 ore, Gianni Riotta, troviamo contributi di Marco Vitale, Luigi Zingales, Alan Greenspan, Alberto Alesina, Carlo Azeglio Ciampi, Nouriel Roubini e Anthony Giddens.

Mi è piaciuto molto leggere Lezioni per il Futuro per due ragioni. La prima riguarda la struttura del libro. Il testo si apre con un articolo di Guido Tabellini, rettore della Bocconi, che illustra le sua visione personale della crisi. Il suo articolo è molto sobrio, evita sensazionalismi e, sostanzialmente, dice che questa crisi non rappresenta , come qualcuno sostiene, la fine del capitalismo o, in ogni caso, un punto di svolta storico, bensì solo un incidente temporaneo dovuto ad una crescita troppo rapida dell’innovazione finanziaria e a meccanismi regolatori che hanno accentuato gli effetti sistemici della crisi.

Buona parte degli interventi successivi partono dalle considerazioni di Tabellini per confermarle o per rigettarle con forza. Ad esempio, l’articolo di Marco Vitale, sostiene una tesi completamente opposta e in alcuni suoi passaggi usa toni anche provocatori nei confronti dello stesso rettore della Bocconi. Per Vitale, la crisi era prevedibile e, nei fatti è stata prevista da alcuni economisti.  Queste le sue parole: “Per fortuna ci sono studiosi e operatori che, non rientrando tra i menestrelli del supercapitalismo, hanno iniziato una riflessione seria sulle reali cause di fondo della crisi (altro che errori di valutazione tecnica come scrive Tabellini!) come Zamagni, Soros, Attali, Stiglitz, Fitoussi.”.

La seconda ragione per cui mi è piaciuto leggere Lezioni per il Futuro è la ricchezza di opinioni e punti di vista sulla situazione che si è venuta a creare nel mondo tra il 2008 e il 2009. Ogni articolo evidenzia un aspetto diverso e giunge ad un’interpretazione differente delle cause della crisi e delle conseguenze. Giudico questa diversità di opinioni una ricchezza perché consente di analizzare lo status quo attraverso lenti differenti, lasciando al lettore la possibilità di farsi una propria idea in merito. Se vogliamo, questa ricchezza di opinioni, anche contrastanti, può essere vista anche in maniera più negativa, come la conferma del fatto che l’economia è lungi dall’essere oggi una scienza esatta perché, come direbbe Popper, le sue tesi non possono essere falsificate.

Tra i contributi più interessanti cito quello di Roberto Perotti che ribatte punto su punto alle accuse, secondo lui ingiustificate, che vengono mosse agli economisti. Il suo articolo risponde a 4 capi di accusa: 1) Gli economisti non hanno previsto la crisi; 2) Non hanno saputo prevedere né capire, perché la metodologia economica prevalente si basa su modelli troppo astratti e matematici; 3) Guardano la realtà con la lente perversa di ipotesi assurde come le aspettative razionali, l’informazione competa, i mercati efficienti; 4) Molti “non economisti” hanno previsto la crisi.

Pur non condividendo completamente la sua difesa rispetto a questi quattro punti, trovo che il suo articolo meriti di essere letto. Interessante, oltre al modo in cui difende la categoria da queste accuse, anche la sua visione personale della mancata previsione e comprensione della crisi: gli economisti erano totalmente all’oscuro di alcuni fondamentali sviluppi del mercato del credito.

Un altro articolo interessante è quello di Marco Fortis, docente alla Cattolica, che analizza la situazione italiana e sostanzialmente afferma che l’Italia ha sperimentato una crescita più lenta rispetto ad altri Paesi perché non l’ha alimentata – come hanno fatto altri – attraverso il debito privato, la bolla immobiliare o il sostegno del risparmio dei paesi emergenti. Per Fortis in questi ultimi anni la crescita record che alcuni Paesi hanno conosciuto era drogata e non sostenibile. Al contrario, “l’Italia è entrata in questa crisi mondiale, che non ha in alcun modo contribuito a causare, con famiglie poco indebitate e banche più solide di quelle degli altri paesi. Ma anche con una forte un’economia non finanziaria, essendo l’unica nazione a collocarsi contemporaneamente al secondo posto in Europa in tutti e tre i settori dell’economia “reale”, industria, agricoltura e turismo.”

Infine segnalo l’interessante disputa, riportata all’interno di un paio di articoli contenuti in Lezioni per il Futuro, tra Nial Ferguson e il Nobel Krugman in cui vicendevolmente si danno degli incompetenti…

Per concludere non posso non citare una frase di Luigi Einaudi riportata da Marco Vitale nel suo articolo: “Le banche non sono fatte per pagare stipendi ai loro impiegati o per chiudere il loro bilancio con un saldo utile; ma devono raggiungere questi giusti fini soltanto con il servire meglio il pubblico”. Queste parole furono pronunciate da Luigi Einaudi nella relazione del Governatore della Banca d’Italia per l’esercizio 1943 letta nell’aprile 1945. Come giustamente sottolinea Vitale, “se Einaudi avesse pronunciato queste parole nell’America di 4 anni fa sarebbe stato probabilmente internato al neurodeliri. Oggi rimarrebbe a piede libero anche se sarebbe irriso a mezza bocca dai Summers, Geithner, Rubin e dai cantoni e maggiordomi del supercapitalismo”.

Mi sembra un esempio forte di come sia cambiato il mondo (la finanza in particolare).

La promessa non mantenuta dei manager AIG

Ricorderete che a inizio anno AIG, nonostante avesse ricevuto 180 miliardi di dollari di aiuti dal governo, aveva versato ai propri manager oltre 165 milioni di dollari in bonus. Sulla scia dell’indignazione pubblica per questa decisione, i manager avevano promesso di restituire i bonus che avevano percepito. Ebbene, è di oggi la notizia che i manager AIG non hanno mantenuto la promessa: dei 165 milioni di dollari presi a inizio anno solo 19 milioni sono stati restituiti all’azienda. Non so se questa cifra sia una percentuale  del bonus restituita proporzionalmente da tutti i manager o se dipenda dal comportamento virtuoso di pochi che hanno restituito l’intera somma (in tal caso complimenti a queste persone). La cosa più interessante in tutta questa vicenda resta sempre la spiegazione dei vertici dell’azienda (e di molte altre che hanno preso ingenti aiuti e continuano ad elargire bonus milionari): “paghiamo questi bonus per evitare che i dipendenti lascino il gruppo”. Ora, è vero che il capitale umano è una delle risorse più importanti di un’azienda, ma è altrettanto vero che, in casi come questo, si scivoli nel ridicolo. Dov’erano questi super manager quando AIG viaggiava spedita verso il sicuro fallimento? E, soprattutto, in un periodo storico in cui molte imprese hanno chiuso (a causa del comportamento dissennato di alcune istituzioni finanziarie), e la disoccupazione è la più alta degli ultimi trent’anni, non si può certo dire che manchino competenze sul mercato. Ci sono fior di professionisti che farebbero un ottimo lavoro pur senza pretendere bonus milionari, basterebbe la garanzia di avere un lavoro e di poter così salvaguardare la propria professionalità e dignità. Due ottimi motivi per ritenere che la qualità del loro lavoro possa essere addirittura superiore a quella di alcuni manager dall’atteggiamento mercenario.  Lascerebbero l’azienda in assenza di bonus? Bene, lasciamoli andare a cercare fortuna (o a fare danni?) da un’altra parte.

Un caro augurio di buon Natale a tutti i lettori di Competere nella complessità.

Cultura aziendale e strategia

Nata a Torino nel 1956 per iniziativa di Federico Maria Ferrer-Pacces, L’impresa – Rivista Italiana di Management –  festeggia oggi i suoi cinquant’anni di pubblicazione. All’interno della rubrica Back to Basics, commento un estratto di “Organizational Culture and Leadership” di Edgar Schein. Considero gli studi di Schein estremamente importanti perché hanno fatto luce sulle molteplici ripercussioni della cultura aziendale sulla gestione d’impresa. In questo estratto Schein si concentra sull’influenza che la cultura aziendale ha sulla strategia d’impresa e sul ruolo del leader nella costruzione di una determinata cultura aziendale.

Chi è interessato può scaricare il mio articolo qui: “Gandhi o Machiavelli