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La ricetta che non c’è

03_2013Quali ricette per il successo delle aziende? Negli anni sono state pubblicate molte ricerche e libri di successo che miravano a individuare cosa caratterizza le imprese più longeve ed eccellenti e le differenzia dalle altre. I risultati di queste ricerche non hanno però portato a risultati particolarmente significativi. L’articolo Back to Basics di marzo affronta questo tema commentando la ricerca condotta da Jim Collins sulle aziende definite “great”. Questo l’incipit:

Gli studiosi di management sono da sempre alla ricerca della ricetta del successo. La ricerca forse più famosa sulle caratteristiche delle imprese eccellenti è stata condotta da Tom Peters e Robert Waterman nel 1982 nel celebre “In Search of Excellence”. Il libro, pur essendo stato un successo internazionale, è stato molto criticato perché, a pochi anni di distanza dalla ricerca condotta dai due autori, molte delle aziende citate nel testo hanno ottenuto risultati molto al di sotto dell’eccellenza e, in alcuni casi, non sono sopravvissute.

Più recentemente, nel 2001, Jim Collins ha pubblicato “Good to Great – Come si vince la mediocrità e si raggiunge l’eccellenza”. Il libro nasceva da una rigorosa ricerca quinquennale sugli ingredienti del successo nel mondo del business. La metodologia di analisi era molto semplice. Il primo passo consisteva nell’individuare le imprese che avessero ottenuto per 15 anni consecutivi performance superiori a quelle di tutti gli altri concorrenti. Solo 11 aziende, definite da Collins “great”, rientravano in questa speciale classifica.”

Chi vuole proseguire nella lettura dell’articolo lo può scaricare qui.

Alla ricerca di campagne social più coraggiose

Dash per Unicef (1)Anche quest’anno Procter & Gamble si sta impegnando nella campagna Dash per Unicef che negli scorsi 2 anni ha permesso di donare 45 milioni di vaccini antitetano con l’obiettivo di eliminare il tetano materno e  neonatale entro il 2015.

La campagna prevede la donazione di un vaccino per ogni confezione di Dash acquistata.

Sebbene si tratti di un’iniziativa senza dubbio lodevole e meritoria, il meccanismo alla base di questa donazione non mi convince. Alla base vi è una logica di mero scambio: se tu cliente acquisti il mio prodotto, io azienda, donerò un vaccino per i bambini e in questo modo farò, anzi faremo, una buona azione. Bene. Ma che succede se il cliente non acquista Dash? In questo caso P&G non ha alcun obbligo nei confronti dell’Unicef, con buona pace per la nobile causa.

Ripeto, è una bellissima iniziativa, ma la trovo troppo strumentale alle finalità commerciali. Certo, si potrebbe pensare che non ci siano strade alternative e che le aziende non siano enti no profit. Quasi tutte le campagne di beneficenza promosse dalle aziende, in effetti, sono impostate in modo molto simile.

In realtà un modo diverso di agire ci sarebbe.

Come hanno dimostrato Noah Goldstein, Steve Martin e Robert Cialdini in “50 Scientifically Proven Ways to be Persuasive”, le aziende possono ottenere un risultato straordinario se sanno ben utilizzate uno dei principi della persuasione: la reciprocità. Gli autori del libro hanno provato la forza della reciprocità in un esperimento finalizzato ad accrescere il numero di persone che decidevano spontaneamente di riutilizzare l’asciugamano della camera d’albergo per più di un giorno. Hanno quindi provato a modificare il classico messaggio che si trova nei bagni degli hotel.

Gli autori hanno utilizzato due differenti approcci. Il primo prevedeva di sostituire al classico messaggio che invitava al riciclo degli asciugamani il seguente messaggio: “Se decidi di riutilizzare gli asciugami contribuirai a preservare le risorse naturali e a proteggere l’ambiente. In questo caso la Direzione dell’hotel donerà una percentuale del risparmio di energia al WWF”. Non è difficile notare l’assonanza di questo approccio alle campagne sociali generalmente promosse dalle aziende (se tu acquisti, io dono…)

Il secondo approccio prevedeva di sostituire il classico messaggio che troviamo nei bagni degli hotel nel seguente: “Quest’anno abbiamo devoluto a nome dei nostri ospiti una percentuale del risparmio energetico dovuto al programma di riciclo degli asciugamani. Ti saremmo grati se vorrai riutilizzare gli asciugamani almeno una volta”.

I risultati ottenuti da questi due approcci sono molto interessanti. Nel primo caso gli autori non hanno riscontrato nessun aumento nel riciclo degli asciugamani. Nel secondo caso, al contrario, il riciclo degli asciugami è aumentato del 45%.

La spiegazione risiede nel potente principio persuasivo della reciprocità in base al quale ci sentiamo in qualche modo obbligati a ricambiare i favori che ci sono stati fatti.

In una tipica campagna di beneficenza in cui l’azienda compie una donazione solo nel caso il cliente acquisiti un prodotto, non vi è nessuna reciprocità. Il principio alla base di questa dinamica è di puro scambio do ut des.

Goldstein, Martin e Cialdini,  hanno invece dimostrato che nel caso l’azienda comunicasse ai propri clienti di aver già donato per prima, questo farebbe scattare il principio della reciprocità, spingendo ad acquistare i prodotti offerti dall’azienda che ha lanciato la campagna di beneficenza.

Da questo punto di vista l’iniziativa Dash per Unicef di P&G (e la gran parte delle iniziative social promosse dalle aziende) sono meritorie, ma poco coraggiose. Il confine tra interesse commerciale e interesse sociale appare sfumato, non chiaro. Alcuni potrebbero vedere il lato positivo dell’iniziativa mentre altri clienti, potrebbero  considerare l’azione dell’azienda come strumentale, con ripercussioni non positive sulla reputazione dell’azienda e sul brand di prodotto.

Molto diverso sarebbe l’impatto di una campagna Dash per l’Unicef in cui P&G avesse annunciato attraverso i suoi spot televisivi: “Noi vogliamo eliminare il tetano neo natale entro il 2015. Non possiamo più sopportare che bambini muoiano per questa terribile malattia. Per questa ragione quest’anno abbiamo donato all’Unicef 20 milioni di vaccini e continueremo a farlo per i prossimi 3 anni.”

Se questa comunicazione fosse accompagnata ad un invito ai clienti a sostenere questa iniziativa attraverso l’acquisto dei prodotti dell’azienda, si metterebbe al primo posto il fine sociale e al secondo posto il fine commerciale. Le ricerche di Cialdini, Martin e Goldstein ci dicono che questo coraggio sarebbe premiato da una maggiore adesione dei clienti alla campagna, nel caso specifico, quindi, un aumento delle vendite dei prodotti dell’azienda.

Quali aziende saranno così coraggiose mettere al primo posto il fine sociale?

Paradossi delle previsioni lineari

Secondo un rapporto OCSE nel 2060 la Cina produrrà il 28% del PIL della Terra contro il 17 di oggi, gli Stati Uniti scenderanno dal 23 del 2012 al 16%, l’India dal 7 salirà al 18%. Sempre secondo le previsioni dell’OCSE India e Cina hanno oggi insieme un’economia che pesa meno della metà dei Paesi del G7. Nel 2060 l’economia di Pechino e Nuova Delhi varrà più di una volta e mezzo del G7.

Questi report previsionali sono curiosi. Non abbiamo idea di quando ripartirà l’economia globale (Monti dice 1 anno e la Merkel 5 anni… mi piacerebbe sapere su quali basi avanzano queste affermazioni) e ci lanciamo in queste previsioni a lungo termine. Il vizio, come al solito, è la linearità dell’approccio previsionale.  Alla base della previsione di lungo termine vi è la proiezione futura degli attuali indicatori di crescita. Ma il mondo, le economie, le società sono rappresentabili in questo modo così miope?

Utilizzando lo stesso criterio lineare potremmo dire che se la Cina raggiungesse una media di 3 automobili ogni 4 abitati come accade negli Stati Uniti, ciò corrisponderebbe a 1,1 miliardi di automobili, mentre il pianeta ne conta attualmente circa 1 miliardo, e le infrastrutture necessarie (reti stradali, parcheggi) occuperebbero una superficie approssimativa uguale a quella destinata alla coltivazione del riso. Ma a quel punto esisterebbero ancora i cinesi?

Queste previsioni ricordano moltissimo i piani strategici e i business plan delle aziende in cui all’inizio si prevede di guadagnare poco o niente, il secondo anno che i ricavi comincino a salire e dal terzo anno in poi soldi a palate. Mi viene sempre in mente un’affermazione di Ricardo Semler di SEMCO: “Posso scrivere in pochi minuti il piano strategico dei prossimi 5 anni di qualsiasi azienda: “cresceremo del 5% il primo anno, del 10% l’anno successivo e del 15% dal terzo anno.” Avete mai visto un piano strategico che dice: “cresceremo del 5% il primo anno, successivamente avremo una grossa perdita, e il terzo anno ci sarà una fusione? Io no.

Nemmeno io.

Biennale di Venezia – Convegno Transition Town

Domenica 11 novembre parteciperò al Convegno “Transition Town – Ipotesi per un design dell’inclusione “ organizzato dal Prof. Giuseppe Marinelli De Marco (Vice Direttore ISIA Roma Design) che si svolgerà presso il Padiglione Italia della Biennale di Venezia.

Al centro dell’iniziativa ci sarà il concetto di Transizione come paradigma cognitivo attraverso cui leggere alcune importanti mutazioni generate dall’economia globalizzata, e su alcune ipotesi applicative nel campo dell’architettura finalizzata al sociale.

Il convegno sarà aperto da Luca Zevi, curatore del Padiglione Italia della Biennale e avrà tra i molti relatori, Giuseppe Roma, Direttore del Censis, Riccardo Monti, direttore dell’ICE, Carlo Medaglia, dell’Università La Sapienza, Stefano Bartolini dell’Università di Siena e Sonia Massari del Barilla Center for Food and Nutrition.

Il mio intervento si focalizzerà sulla “transizione” dei modelli economici e organizzativi. Di seguito l’abstract:

“La crisi di questi anni ha evidenziato i limiti dei modelli economici e organizzativi adottati da governi e imprese. Alla base di questo fallimento vi sono un’ontologia (ordine) e un’epistemologia (regole) incoerenti rispetto a un mondo liquido e fortemente interconnesso. Approcci tesi alla modellizzazione, alla previsione del futuro, alla creazione di ordine ed efficienza e al ricorso al genio salvifico del singolo, soffocano i processi di innovazione nelle organizzazioni e nella società.  Occorre cominciare a ripensare i modelli economici e organizzativi all’interno di una cornice ontologica  del “non-ordine”, più coerente con l’attuale complessità. Modellizzazione, previsione, efficienza e genialità individuale devono gradualmente lasciare spazio a concetti quali la generazione di contesti di innovazione, l’intelligenza collettiva e collaborativa, la contaminazione dei saperi e l’esplorazione. I modelli organizzativi più adatti a governare le dinamiche tipiche della complessità sociale ed economica sono quelli che non si focalizzano sui risultati attesi (l’output), bensì sulle condizioni di partenza (gli input) da cui possono “emergere” soluzioni, idee e innovazioni sostenibili e coerenti con un mondo in trasformazione.”

E’ possibile partecipare al convegno acquistando il biglietto della Biennale di Venezia.

Per il programma dettagliato e approfondimenti è possibile scaricare la locandina del convegno.

Economia e modelli finanziari senza visione sistemica

Non si riesce ad uscire da questa terribile crisi che sta devastando popoli e Paesi da più di cinque anni. Sono state proposte moltissime ricette per superarla  e alcune di queste provengono addirittura dagli stessi protagonisti che hanno contribuito alla sua genesi o alla sua espansione. Non aggiungerò, poiché non ne sono in grado, una nuova ricetta miracolosa. Voglio però sottolineare come alcune delle iniziative e delle situazioni che si sono venute a creare in questi ultimi anni sono assurde e controproducenti  se considerate da un punto di vista sistemico.

Iniziamo dalla diatriba BCE-Bundesbank, in cui pare che il conflitto sia tra l’italiano Mario Draghi che vuole difendere i Paesi più indebitati (tra cui naturalmente l’Italia) e l’inflessibile Germania, paladina del rigore che non vuole pagare per i debiti altrui. Messa in questi termini  la questione è priva di senso. Il problema da affrontare è che, nonostante i governi dei Paesi più indebitati nell’ultimo anno abbiano preso misure importanti per ridurre i deficit e siano quindi oggi in una situazione migliore rispetto a quella dell’anno scorso, a causa della speculazione internazionale, sono costretti a pagare spread altissimi che annullano i benefici delle riforme e impediscono loro di trovare risorse per la crescita. Il problema in questa fase economica non è più tanto nei fondamentali dell’economia dei Paesi europei più a rischio, quanto nell’attacco speculativo cui sono sottoposti da mesi.

Si è fatto tutto il possibile per evitare questa situazione? Vi erano modi migliori? La risposta alla prima domanda è no. La risposta alla seconda è sì, con un semplice bluff. Se la Germania avesse mostrato maggiore lungimiranza e consapevolezza sistemica, già molti mesi fa avrebbe messo in condizione la BCE di fermare sul nascere ogni attacco speculativo.

Siamo disposti a tutti per salvare l’euro” ha detto Draghi qualche settimana fa. Gli spread sono immediatamente scesi. Due giorni dopo ci sono stati i distinguo della Bundesbank e lo spread è risalito (e chi lo paga…?). Se a gennaio 2012 una voce autorevole univoca e non smentita da nessuno avesse dichiarato ciò che ha detto Draghi in maniera isolata e con molte voci di dissenso più o meno ufficiali poche settimane fa, lo spread non sarebbe mai salito oltre i 500 punti i Governi avrebbero quindi avuto maggiori risorse per far ripartire l’economia e l’Europa sarebbe stata percepita come più unita.

Perché lo definisco un bluff? Perché, in situazioni come queste, non è importante scontrarsi politicamente per strappare qualche miliardo di euro di aiuti in più o in meno dopo lunghissime negoziazioni interne. Sono proprio la negoziazione e il conflitto che alimentano la speculazione. Sarebbe stato molto più furbo, non quantificare il sostegno e bluffare sin dall’inizio sugli aiuti illimitati (naturalmente a fonte di politiche di equilibrio dei conti dei diversi Paesi) a sostegno dell’Eurozona. Quale speculatore avrebbe avuto il coraggio di andare a verificare il bluff mettendosi potenzialmente contro la BCE e l’Europa unita? Il risultato finale sarebbe stato che gli spread sarebbe stati inferiori e di conseguenza, inferiori sarebbero stati i sostegni europei, con buona pace degli Weidmann di turno. Senza dimenticare gli enormi ritorni reputazionali e politici che avrebbe avuto l’Unione Europea.

Altra situazione paradossale. I modelli finanziari rischio-rendimento ci insegnano che a fronte di un rischio di credito più elevato, l’investitore deve applicare un tasso di interesse più alto volto a compensare la maggiore esposizione al rischio. Il rischio di credito, tra l’altro, si riduce nei periodi di espansione economica, mentre aumenta nei periodi di recessione.

Dal punto di vista sistemico l’adozione di questo modello, pur largamente accettato e adottato, è inspiegabile e controproducente. Non bisogna essere geni per capire che se ad un “debitore debole” si applicano interessi elevati, si riduce ulteriormente la sua possibilità di onorare il debito innescando la classica profezia che si auto-avvera. Questo di fatto è quello che sta avvenendo tutti i giorni sia a livello macro che microeconomico. Ecco quindi che gli interessi chiesti alla Grecia per ottenere gli aiuti (mai termine è stato mal utilizzato) sono alle stelle, rendendo finanziariamente e politicamente difficile per il Governo onorare gli impegni presi. Nello stesso modo, a  livello micro, banche e aziende eroganti credito, quando non chiudono i rubinetti, alzano i tassi richiesti ai clienti più a rischio che, puntualmente, non riescono a pagare le rate. Il risultato è che le strutture di recupero credito crescono e sono chiamate a svolgere un super lavoro che spesso non dà i risultati sperati. La conseguenza finale è una doppia perdita per l’ente erogatore: un costo dovuto alla perdita del capitale erogato e un costo dovuto agli investimenti nell’attività di recupero crediti. Il risultato per il Paese è un’economia bloccata e consumi ai minimi. Quello che in gergo finanziario viene definito “premio volto al recupero della perdita attesa” non fa che avverare l’insorgere della stessa perdita attesa.

Un ultimo esempio non legato alla finanza. Questa crisi drammatica ha creato un fortissimo disagio sociale. Molti lavoratori hanno perso il proprio posto e moltissimi giovani non riescono a trovarne uno. In questo contesto è  certamente giustificato il ricorso a forme di protesta che rendano visibile la situazione di difficoltà che stanno vivendo i lavoratori delle aziende in crisi. La forma di protesta più diffusa è lo sciopero, ovvero l’astensione volontaria e non pagata dal lavoro. Io ritengo che in questa crisi così difficile lo sciopero in alcuni casi (e sottolineo in alcuni casi), possa innescare lo stesso circolo sistemico negativo che abbiamo visto a proposito della finanza. Penso sia importante che lavoratori e sindacalisti comincino a riconoscere quando lo sciopero rappresenta uno strumento efficace per migliorare le condizioni dei lavoratori e quando invece possa essere un ostacolo a questo obiettivo. Un uso indiscriminato di questo strumento può infatti innescare dinamiche che aggravano lo stato di crisi del sistema micro e macroeconomico.

Vi sono sostanzialmente due tipologie di situazioni che possono determinare il ricorso allo sciopero da parte dei lavoratori. La prima situazione è il caso di un’azienda che intende ristrutturare, licenziare o negare migliori condizioni economiche ai lavoratori per garantire, a fronte della crisi, livelli di profitto accettabili per i propri azionisti. In casi come questo, lo sciopero, oltre ad essere legittimo, risulta essere anche efficace in quanto l’astensione dal lavoro incide negativamente sulla variabile che  l’azienda sta cercando di proteggere: il profitto e la produttività. Impone inoltre all’impresa un conto da pagare in termini reputazionali.

Diverso è il caso dell’azienda che intende ristrutturare o negare migliori condizioni economiche ai lavoratori per sopravvivere in un mercato in crisi. Il caso forse più emblematico in Italia è stata forse la vicenda Alitalia di qualche anno fa in cui i lavoratori di un’azienda in forte crisi scioperavano accrescendo la crisi dell’azienda stessa. Oggi vi sono moltissime situazioni meno note di Alitalia, ma molto simili. Si pensi, ad esempio a quanti stabilimenti in Italia sono a rischio chiusura in quanto non più competitivi nei confronti dei siti produttivi situati in altri Paesi. Spesso il problema non è solo un costo del lavoro più elevato ma anche un livello di qualità e di produttività che non compensa neanche lontanamente il maggior costo del lavoro. In casi come questi lo sciopero rappresenta uno strumento privo di senso dal punto di vista sistemico. Astenersi dal lavoro fa perdere denaro al lavoratore e allo stesso tempo accelera il processo di ristrutturazione o chiusura dello stabilimento.  Lo sciopero rappresenta quindi l’innesco della profezia che si auto-avvera. Si pensi ad un possibile acquirente che sia interessato a rilevare il sito o l’azienda. Sarà incentivato all’acquisto vedendo i lavoratori dello stabilimento ricorrere a continui scioperi o, peggio, a forme di protesta ancora più dure? Cosa provocano inoltre gli scioperi? Il montare di un clima di ostilità tra management e lavoratori, un peggioramento della motivazione, della produttività e della qualità della produzione, nonché la crescita di assenteismo e di infortuni. Tutti aspetti che non fanno che aggravare la situazione dell’azienda e le ripercussioni sui lavoratori della stessa (nello stesso modo gli scioperi generali non fanno che aggravare le condizioni economiche del Paese e il disagio sociale che intenderebbero combattere.)

Cosa fare quindi per protestare in situazioni simili senza innescare la profezia che si auto-avvera? So che potrebbe sembrare utopistico, ma in casi come questo occorrerebbe fare esattamente l’opposto dello sciopero: ovvero lavorare senza voler volontariamente percepire lo stipendio. Il danno per il singolo sarebbe lo stesso (anche scioperando il lavoratore non percepisce denaro), ma l’effetto sull’azienda sarebbe anticiclico. Inoltre la visibilità della protesta presso i media e l’opinione pubblica sarebbe comunque garantita: non c’è dubbio che sarebbe la classica notizia dell’”uomo che morde il cane”, per definizione appetibile dalla stampa. Di diverso impatto mediatico, anche se egualmente anticiclico, è il ricorso ai contratti di solidarietà, da tempo introdotti per salvaguardare i posti di lavoro di aziende in crisi.

Una prova del fatto che una soluzione come questa non rappresenta solo pura utopia l’abbiamo avuta dal comportamento dei lavoratori di British Airways nel 2009. Willie Walsh, l’allora Amministratore delegato della compagnia, il 16 giugno 2009 ha inviato una mail ai 30.000 dipendenti dell’azienda spiegando che British Airways stava lottando per la sua sopravvivenza, chiedendo quindi un appoggio in questa difficile situazione economica. La mail di Walsh è stata duramente attaccata dai sindacati, tuttavia la risposta dei lavoratori alla richiesta dell’Amministratore delegato è stata molto positiva: oltre 800 lavoratori hanno accettato di lavorare gratis per un mese (tra questi naturalmente anche Walsh), 4000 di fare ferie non pagate e 1400 di passare al part-time. Inutile dire che la Compagnia si è salvata e nel 2011 ha realizzato 679 milioni di sterline di profitti prima delle tasse. C’è naturalmente da sperare (cosa di cui purtroppo non sono sicuro) che i sacrifici dei lavoratori siano stati riconosciuti e ricompensati adeguatamente in seguito al miglioramento dell’andamento aziendale.

Ho citato tre casi molto diversi tra loro ma accomunati dall’inconsapevolezza o dalla sottovalutazione delle dinamiche tipiche dei sistemi. Ogni giorno la lettura dei giornali ci pone davanti a situazioni simili a queste. Gli esperti o le persone ritenute più idonei a gestirle (politici, sindacalisti, manager, ecc) giungono talvolta  a soluzioni che, sebbene tecnicamente corrette, finiscono con l’avere effetti controproducenti. E’ importante che questi signori comprendano bene che queste retroazioni non debbano essere considerate come imprevedibili. Tali saranno solo se la loro consapevolezza sistemica non cresce drasticamente.

Una crisi da trattare con consapevolezza della complessità

Gianni Riotta sulla Stampa di oggi ci offre una chiave di lettura dell’attuale situazione socio-economica ispirata alla complessità. L’articolo inizia con “la crisi ci ha reso cittadini di una sola megalopoli, la Terra”, un tributo, non so quanto consapevole, a Terra-Patria di Edgar Morin. Prosegue chiedendosi da dove si è originata la crisi che da molti anni sta attanagliando l’economia mondiale. E’ stata la politica di liberalizzazioni di Clinton? Lo scoppio della bolla immobiliare USA nel 2007? Il fallimento di Lehman Brothers? La scoperta dei falsi in bilancio greci?

E qual è la ricetta per uscire dalla crisi? Tagliare la spese e puntare sul rigore? No, perché questo aggraverebbe la recessione. Tagliare le spese, le tasse e le regole del mercato? No, perché proprio la deregolamentazione ha consentito l’innovazione finanziaria che ha contribuito ad innescare la crisi. Generare nuovi posti di lavoro aumentando la spesa pubblica? No perché se no si rischia di finire come la Grecia e si spaventano i mercati.

L’articolo cita il saggio di Andrew Lo pubblicato sul Journal of Economic Literature in cui lo studioso del MIT raccoglie tutte le ipotesi, le teorie e le ricette proposte per uscire dalla crisi, prova calcolarne costi e benefici, vantaggi e svantaggi e non riesce ad uscirne con le idee più chiare per uscire dalla crisi. Visto che anche il pensiero economico classico del Novecento (Keynes e von Hayek) non sembra essere in grado di dirci con chiarezza cosa fare nell’attuale economia globalizzata, per Riotta è importante dotarci di una robusta dote di umiltà. Economisti e governi dovrebbero quindi ricercare il dialogo evitando convinzioni ideologiche e logiche utilitaristiche ed elettoralistiche.

Sono d’accordo con la proposta di Riotta, tuttavia penso che non osi abbastanza e non tocchi il vero punto. Possiamo anche sperare che i governi dialoghino di più cercando di comprendere il punto di vista dell’altro, tuttavia questo non produrrà un risultato duraturo finche non ci sarà la piena consapevolezza del fatto che una ricetta valida universalmente non esiste. Il mondo è diventato un sistema complesso, ricco di trade-off palesi e nascosti e continuamente esposto a discontinuità e retroazioni imprevedibili. In questo contesto il problema non è trovare la ricetta giusta, ma quello di continuare a pensare che esista una ricetta giusta!

Nello stesso modo non ha senso ricercare una causa originaria della crisi. Nella complessità è totalmente illusorio e inutile andare alla ricerca del punto zero perché esiste solo nel nostro modo di concepire il mondo, non nella realtà.

Se si guarda al comportamento dei vertici europei (in primis l’atteggiamento della Germania), l’approccio ai problemi economici del Fondo Monetario Internazionale e le idee economiche, rigorosamente opposte, dei politici ed economisti di destra e di sinistra, si può ben comprendere come il problema dei problemi sia la non chiara consapevolezza della complessità del mondo.

Che senso ha continuare a dibattere sulle tasse su o le tasse giù. Sul rigore o sulla spesa pubblica? Non si avranno mai risposte certe e valide in assoluto  a queste domande. Quello che serve ora è comprendere che le ricette per uscire dalla crisi possono avere solo una validità temporanea e contestuale (qui ed ora) e che inevitabilmente, essendo sub-ottimali, genereranno retroazioni potenzialmente negative per il sistema che qualcuno dovrà poi affrontare. Se questa fosse la base di partenza dei dialoghi tra i governi avremo forse l’umiltà necessaria per discutere di come uscire dalla crisi senza convinzioni ideologiche e assiomatiche e senza un orizzonte di brevissimo termine.

Edgar Morin – La Via per l’avvenire dell’umanità

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