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Biennale di Venezia – Convegno Transition Town

Domenica 11 novembre parteciperò al Convegno “Transition Town – Ipotesi per un design dell’inclusione “ organizzato dal Prof. Giuseppe Marinelli De Marco (Vice Direttore ISIA Roma Design) che si svolgerà presso il Padiglione Italia della Biennale di Venezia.

Al centro dell’iniziativa ci sarà il concetto di Transizione come paradigma cognitivo attraverso cui leggere alcune importanti mutazioni generate dall’economia globalizzata, e su alcune ipotesi applicative nel campo dell’architettura finalizzata al sociale.

Il convegno sarà aperto da Luca Zevi, curatore del Padiglione Italia della Biennale e avrà tra i molti relatori, Giuseppe Roma, Direttore del Censis, Riccardo Monti, direttore dell’ICE, Carlo Medaglia, dell’Università La Sapienza, Stefano Bartolini dell’Università di Siena e Sonia Massari del Barilla Center for Food and Nutrition.

Il mio intervento si focalizzerà sulla “transizione” dei modelli economici e organizzativi. Di seguito l’abstract:

“La crisi di questi anni ha evidenziato i limiti dei modelli economici e organizzativi adottati da governi e imprese. Alla base di questo fallimento vi sono un’ontologia (ordine) e un’epistemologia (regole) incoerenti rispetto a un mondo liquido e fortemente interconnesso. Approcci tesi alla modellizzazione, alla previsione del futuro, alla creazione di ordine ed efficienza e al ricorso al genio salvifico del singolo, soffocano i processi di innovazione nelle organizzazioni e nella società.  Occorre cominciare a ripensare i modelli economici e organizzativi all’interno di una cornice ontologica  del “non-ordine”, più coerente con l’attuale complessità. Modellizzazione, previsione, efficienza e genialità individuale devono gradualmente lasciare spazio a concetti quali la generazione di contesti di innovazione, l’intelligenza collettiva e collaborativa, la contaminazione dei saperi e l’esplorazione. I modelli organizzativi più adatti a governare le dinamiche tipiche della complessità sociale ed economica sono quelli che non si focalizzano sui risultati attesi (l’output), bensì sulle condizioni di partenza (gli input) da cui possono “emergere” soluzioni, idee e innovazioni sostenibili e coerenti con un mondo in trasformazione.”

E’ possibile partecipare al convegno acquistando il biglietto della Biennale di Venezia.

Per il programma dettagliato e approfondimenti è possibile scaricare la locandina del convegno.

Economia e modelli finanziari senza visione sistemica

Non si riesce ad uscire da questa terribile crisi che sta devastando popoli e Paesi da più di cinque anni. Sono state proposte moltissime ricette per superarla  e alcune di queste provengono addirittura dagli stessi protagonisti che hanno contribuito alla sua genesi o alla sua espansione. Non aggiungerò, poiché non ne sono in grado, una nuova ricetta miracolosa. Voglio però sottolineare come alcune delle iniziative e delle situazioni che si sono venute a creare in questi ultimi anni sono assurde e controproducenti  se considerate da un punto di vista sistemico.

Iniziamo dalla diatriba BCE-Bundesbank, in cui pare che il conflitto sia tra l’italiano Mario Draghi che vuole difendere i Paesi più indebitati (tra cui naturalmente l’Italia) e l’inflessibile Germania, paladina del rigore che non vuole pagare per i debiti altrui. Messa in questi termini  la questione è priva di senso. Il problema da affrontare è che, nonostante i governi dei Paesi più indebitati nell’ultimo anno abbiano preso misure importanti per ridurre i deficit e siano quindi oggi in una situazione migliore rispetto a quella dell’anno scorso, a causa della speculazione internazionale, sono costretti a pagare spread altissimi che annullano i benefici delle riforme e impediscono loro di trovare risorse per la crescita. Il problema in questa fase economica non è più tanto nei fondamentali dell’economia dei Paesi europei più a rischio, quanto nell’attacco speculativo cui sono sottoposti da mesi.

Si è fatto tutto il possibile per evitare questa situazione? Vi erano modi migliori? La risposta alla prima domanda è no. La risposta alla seconda è sì, con un semplice bluff. Se la Germania avesse mostrato maggiore lungimiranza e consapevolezza sistemica, già molti mesi fa avrebbe messo in condizione la BCE di fermare sul nascere ogni attacco speculativo.

Siamo disposti a tutti per salvare l’euro” ha detto Draghi qualche settimana fa. Gli spread sono immediatamente scesi. Due giorni dopo ci sono stati i distinguo della Bundesbank e lo spread è risalito (e chi lo paga…?). Se a gennaio 2012 una voce autorevole univoca e non smentita da nessuno avesse dichiarato ciò che ha detto Draghi in maniera isolata e con molte voci di dissenso più o meno ufficiali poche settimane fa, lo spread non sarebbe mai salito oltre i 500 punti i Governi avrebbero quindi avuto maggiori risorse per far ripartire l’economia e l’Europa sarebbe stata percepita come più unita.

Perché lo definisco un bluff? Perché, in situazioni come queste, non è importante scontrarsi politicamente per strappare qualche miliardo di euro di aiuti in più o in meno dopo lunghissime negoziazioni interne. Sono proprio la negoziazione e il conflitto che alimentano la speculazione. Sarebbe stato molto più furbo, non quantificare il sostegno e bluffare sin dall’inizio sugli aiuti illimitati (naturalmente a fonte di politiche di equilibrio dei conti dei diversi Paesi) a sostegno dell’Eurozona. Quale speculatore avrebbe avuto il coraggio di andare a verificare il bluff mettendosi potenzialmente contro la BCE e l’Europa unita? Il risultato finale sarebbe stato che gli spread sarebbe stati inferiori e di conseguenza, inferiori sarebbero stati i sostegni europei, con buona pace degli Weidmann di turno. Senza dimenticare gli enormi ritorni reputazionali e politici che avrebbe avuto l’Unione Europea.

Altra situazione paradossale. I modelli finanziari rischio-rendimento ci insegnano che a fronte di un rischio di credito più elevato, l’investitore deve applicare un tasso di interesse più alto volto a compensare la maggiore esposizione al rischio. Il rischio di credito, tra l’altro, si riduce nei periodi di espansione economica, mentre aumenta nei periodi di recessione.

Dal punto di vista sistemico l’adozione di questo modello, pur largamente accettato e adottato, è inspiegabile e controproducente. Non bisogna essere geni per capire che se ad un “debitore debole” si applicano interessi elevati, si riduce ulteriormente la sua possibilità di onorare il debito innescando la classica profezia che si auto-avvera. Questo di fatto è quello che sta avvenendo tutti i giorni sia a livello macro che microeconomico. Ecco quindi che gli interessi chiesti alla Grecia per ottenere gli aiuti (mai termine è stato mal utilizzato) sono alle stelle, rendendo finanziariamente e politicamente difficile per il Governo onorare gli impegni presi. Nello stesso modo, a  livello micro, banche e aziende eroganti credito, quando non chiudono i rubinetti, alzano i tassi richiesti ai clienti più a rischio che, puntualmente, non riescono a pagare le rate. Il risultato è che le strutture di recupero credito crescono e sono chiamate a svolgere un super lavoro che spesso non dà i risultati sperati. La conseguenza finale è una doppia perdita per l’ente erogatore: un costo dovuto alla perdita del capitale erogato e un costo dovuto agli investimenti nell’attività di recupero crediti. Il risultato per il Paese è un’economia bloccata e consumi ai minimi. Quello che in gergo finanziario viene definito “premio volto al recupero della perdita attesa” non fa che avverare l’insorgere della stessa perdita attesa.

Un ultimo esempio non legato alla finanza. Questa crisi drammatica ha creato un fortissimo disagio sociale. Molti lavoratori hanno perso il proprio posto e moltissimi giovani non riescono a trovarne uno. In questo contesto è  certamente giustificato il ricorso a forme di protesta che rendano visibile la situazione di difficoltà che stanno vivendo i lavoratori delle aziende in crisi. La forma di protesta più diffusa è lo sciopero, ovvero l’astensione volontaria e non pagata dal lavoro. Io ritengo che in questa crisi così difficile lo sciopero in alcuni casi (e sottolineo in alcuni casi), possa innescare lo stesso circolo sistemico negativo che abbiamo visto a proposito della finanza. Penso sia importante che lavoratori e sindacalisti comincino a riconoscere quando lo sciopero rappresenta uno strumento efficace per migliorare le condizioni dei lavoratori e quando invece possa essere un ostacolo a questo obiettivo. Un uso indiscriminato di questo strumento può infatti innescare dinamiche che aggravano lo stato di crisi del sistema micro e macroeconomico.

Vi sono sostanzialmente due tipologie di situazioni che possono determinare il ricorso allo sciopero da parte dei lavoratori. La prima situazione è il caso di un’azienda che intende ristrutturare, licenziare o negare migliori condizioni economiche ai lavoratori per garantire, a fronte della crisi, livelli di profitto accettabili per i propri azionisti. In casi come questo, lo sciopero, oltre ad essere legittimo, risulta essere anche efficace in quanto l’astensione dal lavoro incide negativamente sulla variabile che  l’azienda sta cercando di proteggere: il profitto e la produttività. Impone inoltre all’impresa un conto da pagare in termini reputazionali.

Diverso è il caso dell’azienda che intende ristrutturare o negare migliori condizioni economiche ai lavoratori per sopravvivere in un mercato in crisi. Il caso forse più emblematico in Italia è stata forse la vicenda Alitalia di qualche anno fa in cui i lavoratori di un’azienda in forte crisi scioperavano accrescendo la crisi dell’azienda stessa. Oggi vi sono moltissime situazioni meno note di Alitalia, ma molto simili. Si pensi, ad esempio a quanti stabilimenti in Italia sono a rischio chiusura in quanto non più competitivi nei confronti dei siti produttivi situati in altri Paesi. Spesso il problema non è solo un costo del lavoro più elevato ma anche un livello di qualità e di produttività che non compensa neanche lontanamente il maggior costo del lavoro. In casi come questi lo sciopero rappresenta uno strumento privo di senso dal punto di vista sistemico. Astenersi dal lavoro fa perdere denaro al lavoratore e allo stesso tempo accelera il processo di ristrutturazione o chiusura dello stabilimento.  Lo sciopero rappresenta quindi l’innesco della profezia che si auto-avvera. Si pensi ad un possibile acquirente che sia interessato a rilevare il sito o l’azienda. Sarà incentivato all’acquisto vedendo i lavoratori dello stabilimento ricorrere a continui scioperi o, peggio, a forme di protesta ancora più dure? Cosa provocano inoltre gli scioperi? Il montare di un clima di ostilità tra management e lavoratori, un peggioramento della motivazione, della produttività e della qualità della produzione, nonché la crescita di assenteismo e di infortuni. Tutti aspetti che non fanno che aggravare la situazione dell’azienda e le ripercussioni sui lavoratori della stessa (nello stesso modo gli scioperi generali non fanno che aggravare le condizioni economiche del Paese e il disagio sociale che intenderebbero combattere.)

Cosa fare quindi per protestare in situazioni simili senza innescare la profezia che si auto-avvera? So che potrebbe sembrare utopistico, ma in casi come questo occorrerebbe fare esattamente l’opposto dello sciopero: ovvero lavorare senza voler volontariamente percepire lo stipendio. Il danno per il singolo sarebbe lo stesso (anche scioperando il lavoratore non percepisce denaro), ma l’effetto sull’azienda sarebbe anticiclico. Inoltre la visibilità della protesta presso i media e l’opinione pubblica sarebbe comunque garantita: non c’è dubbio che sarebbe la classica notizia dell’”uomo che morde il cane”, per definizione appetibile dalla stampa. Di diverso impatto mediatico, anche se egualmente anticiclico, è il ricorso ai contratti di solidarietà, da tempo introdotti per salvaguardare i posti di lavoro di aziende in crisi.

Una prova del fatto che una soluzione come questa non rappresenta solo pura utopia l’abbiamo avuta dal comportamento dei lavoratori di British Airways nel 2009. Willie Walsh, l’allora Amministratore delegato della compagnia, il 16 giugno 2009 ha inviato una mail ai 30.000 dipendenti dell’azienda spiegando che British Airways stava lottando per la sua sopravvivenza, chiedendo quindi un appoggio in questa difficile situazione economica. La mail di Walsh è stata duramente attaccata dai sindacati, tuttavia la risposta dei lavoratori alla richiesta dell’Amministratore delegato è stata molto positiva: oltre 800 lavoratori hanno accettato di lavorare gratis per un mese (tra questi naturalmente anche Walsh), 4000 di fare ferie non pagate e 1400 di passare al part-time. Inutile dire che la Compagnia si è salvata e nel 2011 ha realizzato 679 milioni di sterline di profitti prima delle tasse. C’è naturalmente da sperare (cosa di cui purtroppo non sono sicuro) che i sacrifici dei lavoratori siano stati riconosciuti e ricompensati adeguatamente in seguito al miglioramento dell’andamento aziendale.

Ho citato tre casi molto diversi tra loro ma accomunati dall’inconsapevolezza o dalla sottovalutazione delle dinamiche tipiche dei sistemi. Ogni giorno la lettura dei giornali ci pone davanti a situazioni simili a queste. Gli esperti o le persone ritenute più idonei a gestirle (politici, sindacalisti, manager, ecc) giungono talvolta  a soluzioni che, sebbene tecnicamente corrette, finiscono con l’avere effetti controproducenti. E’ importante che questi signori comprendano bene che queste retroazioni non debbano essere considerate come imprevedibili. Tali saranno solo se la loro consapevolezza sistemica non cresce drasticamente.

Una crisi da trattare con consapevolezza della complessità

Gianni Riotta sulla Stampa di oggi ci offre una chiave di lettura dell’attuale situazione socio-economica ispirata alla complessità. L’articolo inizia con “la crisi ci ha reso cittadini di una sola megalopoli, la Terra”, un tributo, non so quanto consapevole, a Terra-Patria di Edgar Morin. Prosegue chiedendosi da dove si è originata la crisi che da molti anni sta attanagliando l’economia mondiale. E’ stata la politica di liberalizzazioni di Clinton? Lo scoppio della bolla immobiliare USA nel 2007? Il fallimento di Lehman Brothers? La scoperta dei falsi in bilancio greci?

E qual è la ricetta per uscire dalla crisi? Tagliare la spese e puntare sul rigore? No, perché questo aggraverebbe la recessione. Tagliare le spese, le tasse e le regole del mercato? No, perché proprio la deregolamentazione ha consentito l’innovazione finanziaria che ha contribuito ad innescare la crisi. Generare nuovi posti di lavoro aumentando la spesa pubblica? No perché se no si rischia di finire come la Grecia e si spaventano i mercati.

L’articolo cita il saggio di Andrew Lo pubblicato sul Journal of Economic Literature in cui lo studioso del MIT raccoglie tutte le ipotesi, le teorie e le ricette proposte per uscire dalla crisi, prova calcolarne costi e benefici, vantaggi e svantaggi e non riesce ad uscirne con le idee più chiare per uscire dalla crisi. Visto che anche il pensiero economico classico del Novecento (Keynes e von Hayek) non sembra essere in grado di dirci con chiarezza cosa fare nell’attuale economia globalizzata, per Riotta è importante dotarci di una robusta dote di umiltà. Economisti e governi dovrebbero quindi ricercare il dialogo evitando convinzioni ideologiche e logiche utilitaristiche ed elettoralistiche.

Sono d’accordo con la proposta di Riotta, tuttavia penso che non osi abbastanza e non tocchi il vero punto. Possiamo anche sperare che i governi dialoghino di più cercando di comprendere il punto di vista dell’altro, tuttavia questo non produrrà un risultato duraturo finche non ci sarà la piena consapevolezza del fatto che una ricetta valida universalmente non esiste. Il mondo è diventato un sistema complesso, ricco di trade-off palesi e nascosti e continuamente esposto a discontinuità e retroazioni imprevedibili. In questo contesto il problema non è trovare la ricetta giusta, ma quello di continuare a pensare che esista una ricetta giusta!

Nello stesso modo non ha senso ricercare una causa originaria della crisi. Nella complessità è totalmente illusorio e inutile andare alla ricerca del punto zero perché esiste solo nel nostro modo di concepire il mondo, non nella realtà.

Se si guarda al comportamento dei vertici europei (in primis l’atteggiamento della Germania), l’approccio ai problemi economici del Fondo Monetario Internazionale e le idee economiche, rigorosamente opposte, dei politici ed economisti di destra e di sinistra, si può ben comprendere come il problema dei problemi sia la non chiara consapevolezza della complessità del mondo.

Che senso ha continuare a dibattere sulle tasse su o le tasse giù. Sul rigore o sulla spesa pubblica? Non si avranno mai risposte certe e valide in assoluto  a queste domande. Quello che serve ora è comprendere che le ricette per uscire dalla crisi possono avere solo una validità temporanea e contestuale (qui ed ora) e che inevitabilmente, essendo sub-ottimali, genereranno retroazioni potenzialmente negative per il sistema che qualcuno dovrà poi affrontare. Se questa fosse la base di partenza dei dialoghi tra i governi avremo forse l’umiltà necessaria per discutere di come uscire dalla crisi senza convinzioni ideologiche e assiomatiche e senza un orizzonte di brevissimo termine.

Elefanti in cristalleria

Da quasi 4 anni questo blog invita a riflettere sulle ripercussioni della complessità sulle imprese, sugli individui e sulla società.  L’ambito su cui sono state concentrate la maggior parte delle riflessioni è il management e il mondo del business in generale. Abbiamo più volte sottolineato la necessità di accrescere la consapevolezza dei manager sulle relazioni sistemiche e sulle dinamiche che tipicamente caratterizzano i sistemi complessi. Tale consapevolezza, tuttavia, appare enorme se comparata a quello che sta avvenendo in una certa politica americana. Mi riferisco all’impietoso spettacolo delle primarie repubblicane in cui i candidati alla Presidenza degli Stati Uniti (sic!) da mesi stanno facendo a gara a chi le spara più grosse.

Colpisce soprattutto il pensiero totalmente ideologico e autoreferenziale che contraddistingue i vari Santorum, Gingrich, Paul, Romney e compagnia bella. Per loro esiste un’unica verità (che spesso coincide con quella di Dio o dei ricchi), un’unica etica e di conseguenza un solo modo giusto di fare le cose. Gli impatti sul sistema che dovrebbero governare non solo non sono compresi, ma neppure presi in considerazione, quasi fossero disinteressati delle conseguenze delle loro azioni e decisioni.

Da questo punto di vista ci sono due diversi atteggiamenti. Da una parte c’è chi non conosce la realtà che dovrebbe governare, e quindi, per definizione, non può tentare di governare le retroazioni conseguenti alle proprie azioni Fanno parte di questo gruppo l’ex candidato repubblicano Hermann Cain che, in un primo tempo, non sa rispondere a una domanda sulla politica di Obama in Libia (e la non riposta è un fattore di merito in questo caso..)  e la settimana successiva, di fronte alla stessa domanda, afferma all’esterrefatto giornalista che in Libia sono al governo i talebani. Fa parte di questo gruppo anche Rick Perry che ha definito la Turchia un Paese governato da “terroristi islamici” e che non conosce il nome di una delle tre agenzie governative (istruzione, Commercio ed Energia) che vorrebbe eliminare nel caso fosse eletto Presidente.

Peggiore dell’ignoranza – e vengo al secondo tipo di atteggiamento –  è l’assolutismo di pensiero, la certezza ideologica di avere la verità e la giustizia in tasca. Spesso questa certezza nasce, non dall’infallibilità delle proprie doti di analisi della situazione (che rappresenterebbe un peccato di presunzione in qualche modo umanamente giustificabile), bensì dalla pretesa di avere un contatto diretto, quotidiano e privilegiato con Dio. Eravamo abituati a George W. Bush che dichiarava di aver attaccato l’Iraq perche Dio glielo aveva chiesto apparendogli in sogno (sic!) e continuiamo ora con Michelle Bachmann (per fortuna eliminata dalla corsa alla Presidenza) che considera gli uragani del 2011 nella East Coast come «un avvertimento dell’ Onnipotente”; continua con Perry che considera l’evoluzionismo una teoria pieni di buchi e confida più sul creazionismo (tuttora insegnato nelle scuole del Texas, ri-sic!); e continua con Rick Santorum che, secondo la  moglie, “parla tutte le mattine con Dio”. Il tramite dell’Onnipotente, candidato alla Presidenza degli Stati Uniti d’Amica, forte della sua posizione di interlocutore privilegiato, sostiene che «nella Costituzione americana non c’ è alcun riferimento alla divisione tra Stato e Chiesa e, per affermare i valori cristiani, propone, in collaborazione con Romney, di eliminare i fondi federali destinati a Planned Parenthood, l’organizza non profit che fornisce assistenza medica a basso costo a milioni di donne americane indigenti, con la sola giustificazione di non voler sovvenzionare gli aborti che, per inciso, rappresentano solo il 3% dei suoi servizi.

Questa pretesa di considerare le proprie scelte e posizioni come “ultraterrene”, provenienti quindi direttamente da Dio, in alcuni casi rappresentano una mossa elettorale per ingraziarsi i voti di una parte della popolazione americana, in altri sono invece frutto di una pericolosa deriva personale.

Quello che più mi spaventa è la totale ignoranza o disinteresse di queste persone del mondo che dovrebbero governare.  La cosa più preoccupante è che questi signori si stanno battendo per le presidenziali americane in questi giorni, non nel Medioevo. Sono votati da migliaia e migliaia di elettori  e potenzialmente potrebbero andare a ricoprire la carica di Persona più potente della Terra.

Mi auguro vivamente di non avere la possibilità di scoprire le devastanti conseguenze che le decisioni prese da questi personaggi avrebbero sul mondo. Se il canale con Dio non è completamente intasato dai messaggi di Santorum e confidando nel diverso fuso orario tra Europa e America (Rick ci parla al mattino), un appello lo lancio anch’io: “Please… God save Obama!”.

Buoni risultati aziendali nonostante i CEO

La letteratura manageriale “pop” considera da sempre il CEO come l’eroe da cui discendono le sorti di un’impresa. Ho più volte sottolineato la mia contrarietà a questa visione semplicistica della realtà. Ora  vorrei spingermi oltre e affermare che, guardando ai grandi numeri, e quindi con tutte le normali e lodevoli eccezioni, non è infrequente che le aziende ottengano ottime performance “nonostante” i loro CEO.

Parto da lontano e provo a spiegare il mio ragionamento che, lo ammetto, è piuttosto provocatorio. Richard Wilkinson e Kate Pickett, nel loro bellissimo libro “The Spirit Level” hanno dimostrato che nonostante i Governi puntino tutte loro carte sulla crescita economica, non vi è una significativa correlazione tra reddito medio e aspetti di fondamentale importanza per il benessere delle persone (aspettativa di vita, livelli di mortalità infantile, tasso di omicidi, diffusione di malattie mentali, mobilità sociale, ecc.)

Esiste invece una fortissima correlazione tra questi aspetti e il livello di diseguaglianza nella ricchezza. Singapore, USA, Portogallo e UK sono i Paesi con le maggiori disparità nella distribuzione della ricchezza.  A Singapore il 20% più ricco della popolazione è quasi 10 volte più ricco del 20% più povero. Per USA, Portogallo e UK il gap è rispettivamente di 8,5, 8,0 e 7,2. L’Italia si attesta su un livello di eguaglianza medio alto con un gap di 6,7. I Paesi con minore diseguaglianza nella ricchezza sono il Giappone (3,4), la Finlandia (3,7), Norvegia (3,9) e Svezia (4,0). Questo il grafico che mostra la correlazione:

Negli USA il livello di diseguaglianza è costantemente cresciuto negli ultimi 40 anni. Dalla metà degli anni ’70 al 2004 la quota dei profitti post imposte sul PIL è cresciuta dal 4 al 9,6%, con un aumento del 240% (Bivens, Weller, 2004). Nello stesso periodo le retribuzioni hanno avuto andamenti molto diversi a seconda delle fasce di reddito. Dal 1979 al 2010 il reddito dello 0,1% degli americani più ricchi è cresciuto del 278% con un picco al 363% nel 2007, prima della crisi finanziaria. Il reddito dell’1% degli americani più ricchi è cresciuto del 131% con un picco del 156% nel 2007. Molto diverse sono le cifre riguardanti il 90% della popolazione che dal 1979 al 2010 ha avuto un incremento delle retribuzioni pari a 15%.

Questo grafico evidenzia molto bene come alcune professioni abbiano beneficiato di crescite esponenziali nelle retribuzioni. Tra queste vi sono senza dubbio anche i top manager delle grandi corporation e delle banche. A questo proposito le ricerche e i numeri  non sono concordi. Il rapporto tra la retribuzione media dei CEO e il dipendente medio, a seconda dei metodi di calcolo (ad esempio con o senza stock options) e della tipologia di imprese considerate, varia, per citare solo un paio di studi, da 1000 (Crotty, 2003), a 367 (Krugman, 2007). Stiamo parlando di cifre molto superiori a quelle di venti o trent’anni fa, quando un CEO mediamente guadagnava tra le 10 e le 20 volte più del dipendente medio.

La vorticosa crescita delle retribuzioni concesse a banchieri, top manager  e trader ha molte ragioni. Alcune non hanno nulla a che vedere con il business e la competitività dell’impresa e attengono più alle concessioni permesse da alcuni sistemi di governance. Altre derivano da un mix esplosivo di “shareholder value management“, retorica da “guerra dei talenti” e psicologia spicciola. L’assunto alla base è molto semplice: la concorrenza e i mercati sono sempre più spietati, i talenti sono pochi e devono essere motivati a dare il massimo con forti incentivi, devono quindi ricevere una significativa proporzione del valore generato dall’azienda sotto la loro guida. Tralascio ogni commento sul significato di “valore generato” sotto la loro guida. Chi segue questo blog o ha letto il mio libro, sa bene come la penso in merito.

Quello che vorrei sottolineare è che la crescita delle retribuzioni dei CEO viene spiegata con ragioni di business. Le retribuzioni dei CEO sono molto elevate perché fanno guadagnare i loro azionisti ancora più lautamente, incrementando costantemente le performance delle loro aziende.  In sostanza, come per la frutta e la verdura al supermercato, anche per i CEO vale la massima “la qualità costa”. D’altra parte una delle leggi fondamentali dell’economia afferma che incentivi più elevati inducono un maggior impegno e una migliore performance

E qui viene il bello. Una ricerca condotta da Dan Ariely del MIT e da George Lowenstein del Carnegie Mellon ha dimostrato sperimentalmente che incentivi troppo elevati possono avere effetti perversi sulle performance e deteriorarli anziché migliorarle (Ariely, Lowenstein, 2005). Per svolgere una parte dei loro esperimenti i ricercatori sono andati in un villaggio sperduto dell’India. Offrivano ricompense in denaro ai partecipanti al test perché risolvessero dei problemi che richiedevano competenze, concentrazione e creatività, con una paga direttamente legata ai risultati.

I partecipanti al test sono stati suddivisi, a loro insaputa, in 3 gruppi. Per alcuni il premio era stato fissato a 2400 rupie, una paga molto alta corrispondente a sei mesi di stipendio medio. Gli altri due gruppi avevano un premio molto più basso, rispettivamente di 24 e di 240 rupie. I risultati del test ci dicono che i soggetti che avevano la possibilità di intascare 2400 rupie hanno ottenuto una performance significativamente peggiore degli altri due gruppi. A parità di compito solo il 20% di loro è riuscito ad ottenere il punteggio massimo, mentre nei gruppi con un premio inferiore, lo hanno raggiunto oltre il 35% dei partecipanti.

Si potrebbe pensare che questo risultato non significhi granché. In fondo il tipo di persone coinvolte in India ha ben poco a che fare con i CEO delle grandi aziende, persone di alta scolarizzazione e con compiti molto complessi da svolgere.  Al fine di vederci più chiaro Ariely e Lowenstein hanno voluto realizzare esperimenti simili ma più complessi e raffinati con studenti universitari.

Questa volta il compito conferito ai partecipanti era doppio. Una prima parte del test consisteva nella risoluzione di problemi matematici, un’altra nella semplice digitazione dei tasti “n” e “y” sulla tastiera il maggior numero di volte in 4 minuti. Un gruppo poteva ottenere al massimo 30 dollari e l’altro 300 dollari.

I risultati sono stati del tutto analoghi a quelli ottenuti in India. Relativamente ai test matematici, nel gruppo ricompensato con 30 dollari, il 60% dei partecipanti ha dato risultati eccellenti, mentre nel gruppo con il premio da 300 dollari solo il 40% ha raggiunto l’eccellenza. Risultati opposti si sono evidenziati nei test di digitazione: nel gruppo con incentivazione da 300 dollari la quota dei top performers raddoppiava dal 40 all’80%.

I risultati di questo test hanno indotto i ricercatori ad affermare che nei lavori in cui occorre concentrazione e creatività, gli incentivi possono distrarre e penalizzare la performance finale.

Come conciliare questi risultati con le super retribuzioni di certi CEO? I top manager oggi sono pagati molto più che in passato perché, si dice, in questo modo creano maggiore valore per le loro imprese. I dati che ho evidenziato in questo post ci dicono però cose diverse. La crescita delle retribuzioni dei CEO può essere addirittura un freno alle performance delle aziende.  Una diminuzione delle retribuzioni e dei bonus dei top manager determina degli impatti interni all’azienda ed esterni, relativi all’economia e alla società del Paese in cui opera. I primi sono banali. Pagare meno i manager determina sicuramente:

1)        un impatto positivo sui margini dell’azienda e

2)        maggiori disponibilità finanziarie per investimenti strategici

A ciò, se si considerano attendibili le ricerche di Ariely e Lowenstein, si può aggiungere un miglioramento delle performance individuali in termini di creatività e capacità di concentrazione sui problemi.

Per quanto riguarda gli impatti sulla società, una diminuzione delle retribuzioni dei top manager delle grandi aziende (includendo in questa definizione tutti coloro le cui retribuzioni hanno subito un incremento esponenziale negli ultimi anni, in primis i trader delle banche) contribuirebbe ad una progressiva diminuzione dell’indice di diseguaglianza della ricchezza. A sua volta, abbiamo visto come questo indicatore sia fortemente correlato con molti aspetti importanti del benessere sociale e individuale. I costi derivanti dall’uso di alcool e doghe, dall’obesità, dalla bassa mobilità sociale, dal forte abbandono scolastico e da tutti gli altri spetti messi in luce da Wilkinson e Pickett in “The Spirit Level”, subirebbero una significativa diminuzione. Questo comporterebbe:

1)      un clima sociale più sereno e pacifico

2)      un livello di istruzione superiore e quindi un maggiore capitale umano a disposizione delle imprese

3)      un risparmio nelle spese sanitarie e di controllo del  territorio da parte dei Governi, che potrebbero avere maggiori risorse a disposizione per investire nella crescita economica.

Se sommassimo i benefici interni e quelli esterni, quanto potrebbe valere tutto ciò per le imprese? Siamo sicuri che tutto quel denaro impiegato per retribuire i CEO rappresenti un buon investimento? Qual è il costo opportunità di questa prassi? Quanto avrebbero potuto guadagnare le imprese da questi vantaggi sociali e ambientali? In ultima analisi: non sarà che le grandi imprese in questi anni hanno aumentato i loro profitti, non grazie ai CEO, ma nonostante loro?

Letture – Economics 2.0

Consiglio vivamente di leggere Economics 2.0 a tutti coloro che volessero vederci più chiaro sulle attuali dinamiche economiche. La crisi degli ultimi anni ha riempito i quotidiani di numerosi riferimenti economici – si pensi ad esempio all’uso del termine “subprime” o dell’attualissimo “spread”, contribuendo a puntare i riflettori dell’opinione pubblica su questo tema. L’economia oggi pesa più della politica, i giornali danno ampio spazio ai temi economici, c’è una continua rincorsa ad intervistare guru ed esperti per avere un loro parere su come uscire dalla crisi e innescare la crescita, ma la sensazione è che ognuno dica un po’ la sua, non ci si quindi una vera e propria scienza economica a cui appellarsi oggettivamente e su cui far leva per uscire da questo difficile periodo.

Economics 2.0 spiega molto bene perché accade questo. Non a caso nell’introduzione viene riportata una considerazione provocatoria: L’economia è l’unica disciplina in cui due studiosi hanno preso il premio Nobel per essere arrivati a conclusioni diametralmente opposte.”

Dopo aver messo in evidenza i principi dell’economia classica, Haring e Storbeck, i due autori, descrivono i contributi che due nuovi metodi scientifici stanno dando all’economia: mi riferisco alla teoria dei giochi e all’economia sperimentale.

Il libro è suddiviso in 14 capitoli che toccano molti argomenti di attualità. Si possono trovare quindi riflessioni molto utili per capire gli andamenti della Borsa (molto bella la citazione di Keynes che paragona la Borsa ad un concorso di bellezza in cui i giurati potrebbero intascare una ricompensa quando la loro candidata preferita riceve il maggior numero di voti e di conseguenza, non votano per la concorrente che reputano più bella, ma per quella che ritengono sarà più apprezzata dagli altri giurati), le conseguenze dei processi di cartolarizzazione, i limiti dei modelli di risk management basati sulla curva gaussiana e i comportamenti delle agenzie di rating e relativi effetti autoavveranti sull’economia.

Economics 2.0 è un libro molto utile, scritto in maniera semplice e ricco di esempi concreti che ci consente di fare un passo avanti nella comprensione di ciò che sta avvenendo nel mondo o, perlomeno, di darci gli strumenti critici e argomentativi per non cadere vittima di demagoghi dell’ultima ora o di sapientoni che ora sanno scrivere libri su come uscire dalla crisi ma hanno fatto ben poco per arginarla quando avrebbero potuto.

Conta più la forma che la sostanza

In questi ultimi terribili mesi la discussione si è fatta accesa sui numeri necessari per far fronte alla crisi. Si è molto discusso dell’entità della manovra finanziaria (25 miliardi o 30?) sull’incidenza dello spread sul costo del debito, sull’ammontare del fondo salva Stati, sui tassi di interesse della BCE, sul valore delle ricapitalizzazione delle banche. Tutta questa enfasi sui numeri (sostanza), mette in secondo piano un aspetto fondamentale della questione: in una situazione di crisi sistemica come quella attuale, la forma può contare più della sostanza.

In una manovra finanziaria contano tre aspetti:

-          L’entità economica

-          I contenuti della manovra (tagli alle spese, maggiori tasse,quali tagli e quali tasse)

-          Il modo in cui viene gestita e “digerita” la manovra.

Sui primi due aspetti la discussione è ampia e approfondita. I giornali sono pieni di interviste, editoriali e opinioni riguardanti l’entità e la qualità della manovra finanziaria che ci accingiamo ad approvare. L’ultimo punto è molto meno presente nella discussione sui media ma, a mio avviso, è oggi quasi più importante dei primi due.

Provo a spiegarmi. Una manovra da 40 miliardi di euro che arriva all’approvazione con l’insorgere di scioperi generali, la pubblicazione quotidiana sui giornali di ipotesi di emendamento e ritocco,  un iter parlamentare incerto sui tempi e le continue prese di posizione a difesa dei diritti di questa o quella categoria professionale, può avere minore effetto di una manovra più leggera approvata con tempi stretti e certi dal Parlamento, con il massimo allineamento dei partiti e delle parti sociali e con l’assenza di rivendicazioni di ordini e corporazioni.

Di questo In Italia sembriamo non avere consapevolezza. In termini di credibilità del nostro Paese quanto costano i 1300 emendamenti proposti dal Parlamento? Quanto costano gli scioperi proclamati dai sindacati? Quanto costano le minacce dei commercialisti, degli avvocati, dei taxisti, dei farmacisti a boicottare la manovra? Quanto costano le continue ipotesi di modifica della manovra pubblicate sui giornali?

Sono questi i costi che fanno continuamente innalzare i fabbisogni finanziari dell’Italia. Se i mercati non percepiscono una situazione di stabilità e di certezza sui contenuti, sui modi, sui tempi e  sull’accettabilità delle manovre finanziare faticosamente elaborate dal Governo, le nuove tasse che siamo chiamati a pagare non serviranno a nulla e domani saremo chiamati a pagarne di nuove per rincorrere le esigenze di rassicurazione che ci arrivano dagli investitori.

Mostriamoci noi italiani, per una volta almeno, uniti. Se può essere utile, facciamo finta di dover disputare una finale dei Mondiali. Soffochiamo (anche dolorosamente) le nostre perplessità, i nostri distinguo, i nostri mal di pancia, le nostre rivendicazioni. Facciamo buon viso a cattivo gioco. Discutiamo in maniera costruttiva solo di poche modifiche unanimamente migliorabili e dimostriamo che tutti sono disposti ad accettare l’amara medicina. Questo ci consentirà di uscire più velocemente dalla crisi e di non dover pagare ancora di più fra pochi mesi.

Cari commercialisti, avvocati, farmacisti, taxisti e professionisti iscritti all’ordine le vostre proteste di questi giorni hanno avuto l’effetto di spostare le liberalizzazioni di 6 mesi. Probabilmente sarete fieri di questo risultato. Non siatelo. Il segnale che è arrivato al mercato è che l’Italia non è riformabile, che anche questo Governo non ha la forza di cambiare questo Paese e che l’innesco di una positiva spirale di crescita resterà probabilmente un chimera per i prossimi anni. Risultato? La crisi potrebbe peggiorare con effetti disastrosi per tutti. E’ questo che volete?

Cari sindacalisti, a cosa serve lo sciopero che avete indetto? E’ certamente giusto cercare di modificare alcune (poche) misure considerate non eque, ma la partita non la si gioca con gli scioperi. Lo stop del lavoro non modifica l’esigenza del governo di racimolare miliardi per calmare i mercati. Allo sciopero inoltre possono partecipare solo le solite categorie di lavoratori e pensionati. Chi rappresenta i giovani? Se non modifichiamo le pensioni (non che io sia entusiasta della cosa) come rendiamo sostenibile il nostro sistema pensionistico?

E infine mi rivolgo ai politici e qui non utilizzo il termine “cari”. Dal momento che non siete stati in grado di far fronte alla crisi e di accrescere la competitività dell’Italia nell’ultimo ventennio, abbiate almeno il buon senso di tacere, di evitare i distinguo e di smetterla una volta per sempre di pensare ai vostri ritorni elettorali.  Se non usciamo in fretta dalla crisi ci sono ben altri problemi che perdere qualche punto percentuale di consenso.

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