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	<title>Commenti per Competere nella complessità</title>
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	<description>il blog di Alessandro Cravera di Newton Management Innovation</description>
	<lastBuildDate>Mon, 16 Nov 2009 16:10:26 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Commenti su Letture &#8211; Il cigno nero di Tra crisi e Borsa non c&#8217;è feeling &#171; Competere nella complessità</title>
		<link>http://complessita.wordpress.com/2008/11/14/letture-11/#comment-368</link>
		<dc:creator>Tra crisi e Borsa non c&#8217;è feeling &#171; Competere nella complessità</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 16:10:26 +0000</pubDate>
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		<description>[...] economica del Corriere è stata pubblicata un’intervista a Nicholas Nassim Taleb, l’autore del Cigno Nero, uno dei pochi ad aver previsto la crisi ben prima che si verificasse (nel 2007 scriveva: “Come [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] economica del Corriere è stata pubblicata un’intervista a Nicholas Nassim Taleb, l’autore del Cigno Nero, uno dei pochi ad aver previsto la crisi ben prima che si verificasse (nel 2007 scriveva: “Come [...]</p>
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		<title>Commenti su Letture &#8211; Estensione del dominio della manipolazione di Meno stress più risultati &#171; Competere nella complessità</title>
		<link>http://complessita.wordpress.com/2009/09/07/letture-estensione-del-dominio-della-manipolazione/#comment-364</link>
		<dc:creator>Meno stress più risultati &#171; Competere nella complessità</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 17:30:07 +0000</pubDate>
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		<description>[...] più&#160;risultati  Novembre 5, 2009 acravera Lascia un commento Passa ai commenti    Il mio commento al libro di Michela Marzano ”Estensione del dominio della manipolazione” ha innescato un [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] più&nbsp;risultati  Novembre 5, 2009 acravera Lascia un commento Passa ai commenti    Il mio commento al libro di Michela Marzano ”Estensione del dominio della manipolazione” ha innescato un [...]</p>
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		<title>Commenti su Letture &#8211; Estensione del dominio della manipolazione di Paolo Magrassi</title>
		<link>http://complessita.wordpress.com/2009/09/07/letture-estensione-del-dominio-della-manipolazione/#comment-363</link>
		<dc:creator>Paolo Magrassi</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 10:15:34 +0000</pubDate>
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		<description>OK Ale, e comunque noi possiamo permetterci anche dei disaccordi! :-)

Tra l&#039;altro la mia lettura condensata (io non sono stato così eroico da leggermi tutta la pippa contro il coaching) può avere, come tu dici, un ruolo nella nostra divergenza. 

Di sicuro, tutto quel che ho fatto in tempo a leggere del libro era da parte mia sottoscrivibile, come ho illustrato sopra. In alcuni tratti persino illuminante, come per esempio la storia della nascita della centralità del lavoro nella cultura occidentale: una trattazione forse un po&#039; affrettata (il libro è decisamente squilibrato: forse il risultato di un copy&amp;paste di saggi diversi), ma che certo non ho mai trovato in un testo di economia aziendale. Anche la critica della responsabilità sociale dell&#039;impresa, che la si condivida o no, ha un respiro più ampio di quello cui siamo abituati quando si parla di management.

Quanto all’ansia di protagonismo di Marzano (che comunque ha scritto il libro in francese e non direttamente per il mercato italiano), siamo d’accordo. Neppure il suo libro precedente, infatti, trattava di “filosofia”: verteva sul ruolo subalterno della donna e fece notizia grazie all’analisi del ruolo della pornografia per lo sviluppo sociale delle ragazzine. Anche in quel caso, però, protagonismo o no, e a dispetto del tema sexy e dunque di facile presa mediatica, gli argomenti erano profondi stimolanti.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>OK Ale, e comunque noi possiamo permetterci anche dei disaccordi! <img src='http://s.wordpress.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> </p>
<p>Tra l&#8217;altro la mia lettura condensata (io non sono stato così eroico da leggermi tutta la pippa contro il coaching) può avere, come tu dici, un ruolo nella nostra divergenza. </p>
<p>Di sicuro, tutto quel che ho fatto in tempo a leggere del libro era da parte mia sottoscrivibile, come ho illustrato sopra. In alcuni tratti persino illuminante, come per esempio la storia della nascita della centralità del lavoro nella cultura occidentale: una trattazione forse un po&#8217; affrettata (il libro è decisamente squilibrato: forse il risultato di un copy&amp;paste di saggi diversi), ma che certo non ho mai trovato in un testo di economia aziendale. Anche la critica della responsabilità sociale dell&#8217;impresa, che la si condivida o no, ha un respiro più ampio di quello cui siamo abituati quando si parla di management.</p>
<p>Quanto all’ansia di protagonismo di Marzano (che comunque ha scritto il libro in francese e non direttamente per il mercato italiano), siamo d’accordo. Neppure il suo libro precedente, infatti, trattava di “filosofia”: verteva sul ruolo subalterno della donna e fece notizia grazie all’analisi del ruolo della pornografia per lo sviluppo sociale delle ragazzine. Anche in quel caso, però, protagonismo o no, e a dispetto del tema sexy e dunque di facile presa mediatica, gli argomenti erano profondi stimolanti.</p>
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		<title>Commenti su Letture &#8211; Estensione del dominio della manipolazione di acravera</title>
		<link>http://complessita.wordpress.com/2009/09/07/letture-estensione-del-dominio-della-manipolazione/#comment-362</link>
		<dc:creator>acravera</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 22:04:56 +0000</pubDate>
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		<description>Paolo, 
non riusciamo ad uscire da un&#039;incomprensione di base. La Marzano non ha scritto un libro contro il modo in cui si gestiscono le imprese. Se avesse fatto questo, come scrivi tu, sarebbe arrivata tardi di 30 anni, ma avrebbe scritto cose in buona parte condivisibili. La Marzano (forse saltando le pagine su quello che definisci coaching non lo hai avvertito) ha scritto un libro contro le &quot;dottrine&quot; di management, contro gli approcci e le teorie di gestione d&#039;impresa e di self development. Sono loro, per la Marzano, le cause di tutti i mali delle imprese. E&#039; questo - solo questo - che io contesto. Certamente ha ragione a criticare testi di &quot;sviluppo personale&quot; di qualche sedicente guru che non ha basi euristiche forti e incita ad un mero &quot;think positive&quot;. Quella certamente non è la parte più nobile degli studi manageriali. Però, sbaglia (inconsapevole di sbagliare) quando attacca le teorie di gestione d&#039;impresa imputando loro tutti i mali delle aziende. Gran parte delle più serie teorie e studi di management negli ultimi anni stanno faticosamente cercando di rendere consapevoli i gestori d&#039;impresa che esistono modi diversi di raggiungere risultati e di gestire le aziende. Chi attacca tutto il management con la ferocia della Marzano deve conoscere questo aspetto e fare le giuste distinzioni. Scrivi che anche tu non sei documentato sull letture di  management però, pur essendo molto più documentato della Marzano non ti sei lanciato in una critica totalizzante delle stesse. Lei, al contrario, ha mistificato la realtà e ha confuso il male con la cura e viceversa. E&#039; proprio questo che contesto.
Scrivi ancora: &quot;Esiste una letteratura manageriale che concorda con Marzano e anzi si sforza di andare oltre la critica sterile e migliorare l’etica dell’impresa? La risposta è si e no. Si, esiste una letteratura manageriale che cerca di andare oltre la critica sterile all&#039;impresa e no, non esiste una letteratura manageriale che concorda con la Marzano, perchè la Marzano, lo ripeto, non attacca la gestione d&#039;impresa, ma gli studiosi di management che sono, a parer suo, la causa di questa cattiva gestione.
Infine, devo darti ragione su un punto. Se la Marzano ha fatto una così bella carriera sicuramente non è un&#039;incompetente in campo filosofico e sociologico. Il dubbio che ho, però, è che abbia capito che per uscire dall&#039;austero campo accademico e arrivare al grande pubblico in Italia, occorre alzare, e di molto, il tiro. Nel nostro Paase siamo ben abituati a dar credito a chi le spara grosse, anzi si fa a gara e, spesso, chi le spara più grosse, vince. Questo, secondo me la Marzano l&#039;ha capito molto bene.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Paolo,<br />
non riusciamo ad uscire da un&#8217;incomprensione di base. La Marzano non ha scritto un libro contro il modo in cui si gestiscono le imprese. Se avesse fatto questo, come scrivi tu, sarebbe arrivata tardi di 30 anni, ma avrebbe scritto cose in buona parte condivisibili. La Marzano (forse saltando le pagine su quello che definisci coaching non lo hai avvertito) ha scritto un libro contro le &#8220;dottrine&#8221; di management, contro gli approcci e le teorie di gestione d&#8217;impresa e di self development. Sono loro, per la Marzano, le cause di tutti i mali delle imprese. E&#8217; questo &#8211; solo questo &#8211; che io contesto. Certamente ha ragione a criticare testi di &#8220;sviluppo personale&#8221; di qualche sedicente guru che non ha basi euristiche forti e incita ad un mero &#8220;think positive&#8221;. Quella certamente non è la parte più nobile degli studi manageriali. Però, sbaglia (inconsapevole di sbagliare) quando attacca le teorie di gestione d&#8217;impresa imputando loro tutti i mali delle aziende. Gran parte delle più serie teorie e studi di management negli ultimi anni stanno faticosamente cercando di rendere consapevoli i gestori d&#8217;impresa che esistono modi diversi di raggiungere risultati e di gestire le aziende. Chi attacca tutto il management con la ferocia della Marzano deve conoscere questo aspetto e fare le giuste distinzioni. Scrivi che anche tu non sei documentato sull letture di  management però, pur essendo molto più documentato della Marzano non ti sei lanciato in una critica totalizzante delle stesse. Lei, al contrario, ha mistificato la realtà e ha confuso il male con la cura e viceversa. E&#8217; proprio questo che contesto.<br />
Scrivi ancora: &#8220;Esiste una letteratura manageriale che concorda con Marzano e anzi si sforza di andare oltre la critica sterile e migliorare l’etica dell’impresa? La risposta è si e no. Si, esiste una letteratura manageriale che cerca di andare oltre la critica sterile all&#8217;impresa e no, non esiste una letteratura manageriale che concorda con la Marzano, perchè la Marzano, lo ripeto, non attacca la gestione d&#8217;impresa, ma gli studiosi di management che sono, a parer suo, la causa di questa cattiva gestione.<br />
Infine, devo darti ragione su un punto. Se la Marzano ha fatto una così bella carriera sicuramente non è un&#8217;incompetente in campo filosofico e sociologico. Il dubbio che ho, però, è che abbia capito che per uscire dall&#8217;austero campo accademico e arrivare al grande pubblico in Italia, occorre alzare, e di molto, il tiro. Nel nostro Paase siamo ben abituati a dar credito a chi le spara grosse, anzi si fa a gara e, spesso, chi le spara più grosse, vince. Questo, secondo me la Marzano l&#8217;ha capito molto bene.</p>
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	<item>
		<title>Commenti su Letture &#8211; Estensione del dominio della manipolazione di Paolo Magrassi</title>
		<link>http://complessita.wordpress.com/2009/09/07/letture-estensione-del-dominio-della-manipolazione/#comment-360</link>
		<dc:creator>Paolo Magrassi</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 17:52:36 +0000</pubDate>
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		<description>Tutti qui hanno la loro buona parte di ragione. 

Ma io continuo a trovare inutile l’invettiva contro la scarsa documentazione del libro di Marzano. 

Intanto, anch’io sono mal documentato (in termini di letture di management) come lei, eppure non mi sento per ciò diminuito. Perché? 

Perché il 90 percento della letteratura manageriale che ho letto nel corso della mia vita (e che immagino sia un campione rappresentativo del resto) è parsa a me ben poca cosa, e ci sono decine di settori (anche lasciando fuori la narrativa) e discipline che ritengo meritino la mia prioritaria attenzione.

Infatti, chiunque può scrivere (e scrive) libri o “papers” di management, e nella stragrande parte dei casi si tratta di mero abuso delle risorse arboree del pianeta. 

Il management è un contesto che non ha alcunché di scientifico (“non falisficabile”, alla Popper), nel quale tutte le vacche sono grigie e dove si può dire quel che ci pare senza tema di poter essere smentiti. Non esistono metodi universalmente accettati per stabilire banalmente se l’azienda “A” sia meglio dell’azienda “B” o se il manager “X” sia meglio del manager “Y”!
 
Ciò, sia chiaro, non impedisce che si possa scrivere un libro “di management” degno di essere letto. Del resto, per me conta meno COSA si dice e assai di più COME lo si dice. Per esempio, considero Cravera un ottimo autore; anzi, un fenomeno. 

Però, insomma, mettersi qui a parlare del “corpo teoretico” che difetterebbe a Marzano, a me fa un po’ ridere. (Neppure Villaggio l&#039;aveva, eppure Fantozzi ha insegnato di più di montagne di saggistica socioeconomica...).

Esiste (come sostiene Cravera) una letteratura manageriale che concorda con Marzano e anzi si sforza di andare oltre la critica sterile e migliorare l’etica dell’impresa? 
Bene! Gli credo sulla parola perché di lui mi fido. Ma non capisco in che modo ciò diminuirebbe le tesi della Marzano. 

Se tutto quel che avete da dire, Cravera/Renna, è che Marzano non ha letto i libri che avete letto voi, anche se alla fine giunge alle medesime conclusioni vostre, allora qui in questo blog avete scritto un 75 percento di parole inutili e non ci avete aiutato a capire la vostra posizione. Bastava dire: «Marzano ha ragione, ma è stato tutto già detto e ce ne stiamo occupando».

Cravera ci è andato vicino a dirlo: peccato, però, che abbia premesso 999 parole di denigrazione di Marzano, dimenticando che A) per diventare Associata alla Paris Descartes qualcosina di sapore sociologico e magari anche economico ha probabilmente letto e che B) il 90 PERCENTO ALMENO DI QUEL SI DICE E SI FA NEL MONDO DELL’IMPRESA CORRISPONDE ESATTAMENTE ALLE STORTURE CHE ELLA ENUMERA.

Sarei stupito che persone intelligenti (con o senza approfondite letture di management) come quelle intervenute qui non provassero fastidio dinanzi alla trita retorica aziendalista, alla burletta del management by objectives quando gli objectives sono solo imposti, alle oscene e fantozziane finzioni dei meeting off-site e dei corsi motivazionali, allo spaccio del “green” o della “responsabilità sociale” come iniziative etiche, quando in troppi casi sono solo operazioni di PR (a poco serve, Renna, invocare l’eccezionalità di tali comportamenti, quando le “eccezioni” sono i nomi delle più grandi corporation del mondo), alla “gabbia dorata” del toyotismo; alla presa in carico, da parte di organizzazioni imprenditoriali anche supranazionali, di temi sociali che dovrebbero restare appannaggio degli Stati.

Abbiamo tutti, durante il nostro lavoro di consulenti, sporadicamente partecipato a questo teatrino? Ma certo! Dobbiamo pur campare, e poi siamo tutti (Marzano inclusa) zeppi di contraddizioni e del resto non si è certo trattato di attività riprovevoli, illecite o disdicevoli. 

Ma qui stiamo dibattendo temi di sapore e valore intellettuale e se siamo “bravi filosofi”, come ha scritto Mirna, dovremmo lasciar da parte i fatti personali e riconoscere le cose come stanno.

So benissimo che buona parte di coloro che si occupano di responsabilità sociale di impresa non sono degli astuti manipolatori al soldo della propaganda delle multinazionali. Conosco personalmente dei management coach e dei consulenti che non sono né disonesti né cretini. 

So anche che è difficile per ognuno di noi guardare dall’esterno il proprio ruolo sociale, il proprio lavoro. Lo facciamo con dedizione, intelligenza e onestà, e solo se ci mettiamo a riflettere dopo una lunga malattia o durante un viaggio in India ci scopriamo a volte a pensare che il nostro transito terrestre potrebbe essere speso in modo più edificante. Sono certo che a tutti voi capitino questi pensieri.

Riconosco che Marzano sia un po’ “vetero”, e che qua e la&#039; rischi di scivolare nelle caricature tipo &quot;Stato Imperialista delle Multinazionali&quot;, come nei volantini delle BR nel 1975. 

Ma quasi tutte le cose che ha scritto (tranne le lunghe e noiose pagine sul coaching, che io ho saltato) avrei potuto scriverle io a 30 anni. E le sottoscrivo ora, a 50 (OK, 53...).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti qui hanno la loro buona parte di ragione. </p>
<p>Ma io continuo a trovare inutile l’invettiva contro la scarsa documentazione del libro di Marzano. </p>
<p>Intanto, anch’io sono mal documentato (in termini di letture di management) come lei, eppure non mi sento per ciò diminuito. Perché? </p>
<p>Perché il 90 percento della letteratura manageriale che ho letto nel corso della mia vita (e che immagino sia un campione rappresentativo del resto) è parsa a me ben poca cosa, e ci sono decine di settori (anche lasciando fuori la narrativa) e discipline che ritengo meritino la mia prioritaria attenzione.</p>
<p>Infatti, chiunque può scrivere (e scrive) libri o “papers” di management, e nella stragrande parte dei casi si tratta di mero abuso delle risorse arboree del pianeta. </p>
<p>Il management è un contesto che non ha alcunché di scientifico (“non falisficabile”, alla Popper), nel quale tutte le vacche sono grigie e dove si può dire quel che ci pare senza tema di poter essere smentiti. Non esistono metodi universalmente accettati per stabilire banalmente se l’azienda “A” sia meglio dell’azienda “B” o se il manager “X” sia meglio del manager “Y”!</p>
<p>Ciò, sia chiaro, non impedisce che si possa scrivere un libro “di management” degno di essere letto. Del resto, per me conta meno COSA si dice e assai di più COME lo si dice. Per esempio, considero Cravera un ottimo autore; anzi, un fenomeno. </p>
<p>Però, insomma, mettersi qui a parlare del “corpo teoretico” che difetterebbe a Marzano, a me fa un po’ ridere. (Neppure Villaggio l&#8217;aveva, eppure Fantozzi ha insegnato di più di montagne di saggistica socioeconomica&#8230;).</p>
<p>Esiste (come sostiene Cravera) una letteratura manageriale che concorda con Marzano e anzi si sforza di andare oltre la critica sterile e migliorare l’etica dell’impresa?<br />
Bene! Gli credo sulla parola perché di lui mi fido. Ma non capisco in che modo ciò diminuirebbe le tesi della Marzano. </p>
<p>Se tutto quel che avete da dire, Cravera/Renna, è che Marzano non ha letto i libri che avete letto voi, anche se alla fine giunge alle medesime conclusioni vostre, allora qui in questo blog avete scritto un 75 percento di parole inutili e non ci avete aiutato a capire la vostra posizione. Bastava dire: «Marzano ha ragione, ma è stato tutto già detto e ce ne stiamo occupando».</p>
<p>Cravera ci è andato vicino a dirlo: peccato, però, che abbia premesso 999 parole di denigrazione di Marzano, dimenticando che A) per diventare Associata alla Paris Descartes qualcosina di sapore sociologico e magari anche economico ha probabilmente letto e che B) il 90 PERCENTO ALMENO DI QUEL SI DICE E SI FA NEL MONDO DELL’IMPRESA CORRISPONDE ESATTAMENTE ALLE STORTURE CHE ELLA ENUMERA.</p>
<p>Sarei stupito che persone intelligenti (con o senza approfondite letture di management) come quelle intervenute qui non provassero fastidio dinanzi alla trita retorica aziendalista, alla burletta del management by objectives quando gli objectives sono solo imposti, alle oscene e fantozziane finzioni dei meeting off-site e dei corsi motivazionali, allo spaccio del “green” o della “responsabilità sociale” come iniziative etiche, quando in troppi casi sono solo operazioni di PR (a poco serve, Renna, invocare l’eccezionalità di tali comportamenti, quando le “eccezioni” sono i nomi delle più grandi corporation del mondo), alla “gabbia dorata” del toyotismo; alla presa in carico, da parte di organizzazioni imprenditoriali anche supranazionali, di temi sociali che dovrebbero restare appannaggio degli Stati.</p>
<p>Abbiamo tutti, durante il nostro lavoro di consulenti, sporadicamente partecipato a questo teatrino? Ma certo! Dobbiamo pur campare, e poi siamo tutti (Marzano inclusa) zeppi di contraddizioni e del resto non si è certo trattato di attività riprovevoli, illecite o disdicevoli. </p>
<p>Ma qui stiamo dibattendo temi di sapore e valore intellettuale e se siamo “bravi filosofi”, come ha scritto Mirna, dovremmo lasciar da parte i fatti personali e riconoscere le cose come stanno.</p>
<p>So benissimo che buona parte di coloro che si occupano di responsabilità sociale di impresa non sono degli astuti manipolatori al soldo della propaganda delle multinazionali. Conosco personalmente dei management coach e dei consulenti che non sono né disonesti né cretini. </p>
<p>So anche che è difficile per ognuno di noi guardare dall’esterno il proprio ruolo sociale, il proprio lavoro. Lo facciamo con dedizione, intelligenza e onestà, e solo se ci mettiamo a riflettere dopo una lunga malattia o durante un viaggio in India ci scopriamo a volte a pensare che il nostro transito terrestre potrebbe essere speso in modo più edificante. Sono certo che a tutti voi capitino questi pensieri.</p>
<p>Riconosco che Marzano sia un po’ “vetero”, e che qua e la&#8217; rischi di scivolare nelle caricature tipo &#8220;Stato Imperialista delle Multinazionali&#8221;, come nei volantini delle BR nel 1975. </p>
<p>Ma quasi tutte le cose che ha scritto (tranne le lunghe e noiose pagine sul coaching, che io ho saltato) avrei potuto scriverle io a 30 anni. E le sottoscrivo ora, a 50 (OK, 53&#8230;).</p>
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	<item>
		<title>Commenti su Letture &#8211; Estensione del dominio della manipolazione di acravera</title>
		<link>http://complessita.wordpress.com/2009/09/07/letture-estensione-del-dominio-della-manipolazione/#comment-359</link>
		<dc:creator>acravera</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 08:08:04 +0000</pubDate>
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		<description>Ringrazio Andrea e Sebastiano per i loro contributi. 
Ormai è chiaro che il commento a questo libro della Marzano ha creato due reazioni contrapposte tra chi dà alla filosofa ragione e chi ne contesta il pensiero. Leggendo i vari commenti mi sono fatto l&#039;idea che le due posizioni (di chi è a favore e di chi è contro) non sono così distanti come potrebbero sembrare. Chi dà ragione alla Marzano lo fa perchè ritiene abbia fatto luce sulla realtà delle aziende, sul modo in cui talvolta le persone sono costrette a vivere il lavoro, sulla latente manipolazione a cui sono sottoposti dentro le imprese. Chi contesta la Marzano non lo fa su questo punto (che è in buona parte condiviso) ma sul giudizio che la Marzano dà sulle teorie e gli approcci di management propugnati da guru e studiosi. L&#039;errore della Marzano è di identificare nelle teorie di management il male che ha determinato la manipolazione delle persone dentro le imprese. E&#039; un errore perchè accusa qualcosa senza conoscerlo generalizzando letture supericiali sull&#039;argomento.
Le posizioni a favore e contro la Marzano sono più vicine di quelle che si potrebbe pensare perchè sono convinto che Sebastiano (lo ha anche scritto nel suo commento) riconosca le storture e l&#039;ipocrisia con cui si deve fare quotidianamente i conti quando si lavora in un&#039;organizzazione (non in tutte). Così come anch&#039;io sono d&#039;accordo su questo punto, anche se non uso un linguaggio così forte come quello di Andrea.
Ci divide la valutazione sulle teorie di management. Io e Sebastiano pensiamo che ci siano buone teorie e pessime teorie. Chi dà ragione alla Marzano butta via tutto senza distinzione.
Vorrei precisare che il mio commento al suo libro non voleva in nessun modo dire che il mondo delle imprese è diverso da quello descritto dalla Marzano. La mia critica è al suo ragionamento che, pur non avendo fatto letture serie di management, si permette di criticare tutto quanto proviene da questo mondo.
Tutti condividiamo il fatto che il modo di gestire le imprese oggi sia obsoleto, incoerente, non sostenibile e, in ultima battuta dannoso per le persone che ci lavorano e per le imprese stesse. Qualcuno, davanti a questa comune critica può avere la tentazione di rispondere ideologicamente (abbattiamo i &quot;padroni&quot;), altri cercano di cambiare le cose proponendo un modo diverso di gestire le imprese, quindi un modo diverso di fare managemement.
Personalmente non mi sento un &quot;padrone&quot; nè difendo i padroni e sono convinto che questa contrapposizione che fa anche la Marzano nel suo libro sia estremamente negativa per tutti. Significa fare un passo indietro di cento anni. Meglio, secondo me, fare un passo avanti di dieci e cercare di trovare un modo di gestire le imprese e le persone, nuovo, sostenibile, trasparente e con vantaggi reciproci. Mi piacerebbe che anche la Marzano, magari in un suo prossimo libro, parlasse di questo, così come stanno cercando di fare molte altre persone.
Grazie ancora per gli interessanti commenti</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ringrazio Andrea e Sebastiano per i loro contributi.<br />
Ormai è chiaro che il commento a questo libro della Marzano ha creato due reazioni contrapposte tra chi dà alla filosofa ragione e chi ne contesta il pensiero. Leggendo i vari commenti mi sono fatto l&#8217;idea che le due posizioni (di chi è a favore e di chi è contro) non sono così distanti come potrebbero sembrare. Chi dà ragione alla Marzano lo fa perchè ritiene abbia fatto luce sulla realtà delle aziende, sul modo in cui talvolta le persone sono costrette a vivere il lavoro, sulla latente manipolazione a cui sono sottoposti dentro le imprese. Chi contesta la Marzano non lo fa su questo punto (che è in buona parte condiviso) ma sul giudizio che la Marzano dà sulle teorie e gli approcci di management propugnati da guru e studiosi. L&#8217;errore della Marzano è di identificare nelle teorie di management il male che ha determinato la manipolazione delle persone dentro le imprese. E&#8217; un errore perchè accusa qualcosa senza conoscerlo generalizzando letture supericiali sull&#8217;argomento.<br />
Le posizioni a favore e contro la Marzano sono più vicine di quelle che si potrebbe pensare perchè sono convinto che Sebastiano (lo ha anche scritto nel suo commento) riconosca le storture e l&#8217;ipocrisia con cui si deve fare quotidianamente i conti quando si lavora in un&#8217;organizzazione (non in tutte). Così come anch&#8217;io sono d&#8217;accordo su questo punto, anche se non uso un linguaggio così forte come quello di Andrea.<br />
Ci divide la valutazione sulle teorie di management. Io e Sebastiano pensiamo che ci siano buone teorie e pessime teorie. Chi dà ragione alla Marzano butta via tutto senza distinzione.<br />
Vorrei precisare che il mio commento al suo libro non voleva in nessun modo dire che il mondo delle imprese è diverso da quello descritto dalla Marzano. La mia critica è al suo ragionamento che, pur non avendo fatto letture serie di management, si permette di criticare tutto quanto proviene da questo mondo.<br />
Tutti condividiamo il fatto che il modo di gestire le imprese oggi sia obsoleto, incoerente, non sostenibile e, in ultima battuta dannoso per le persone che ci lavorano e per le imprese stesse. Qualcuno, davanti a questa comune critica può avere la tentazione di rispondere ideologicamente (abbattiamo i &#8220;padroni&#8221;), altri cercano di cambiare le cose proponendo un modo diverso di gestire le imprese, quindi un modo diverso di fare managemement.<br />
Personalmente non mi sento un &#8220;padrone&#8221; nè difendo i padroni e sono convinto che questa contrapposizione che fa anche la Marzano nel suo libro sia estremamente negativa per tutti. Significa fare un passo indietro di cento anni. Meglio, secondo me, fare un passo avanti di dieci e cercare di trovare un modo di gestire le imprese e le persone, nuovo, sostenibile, trasparente e con vantaggi reciproci. Mi piacerebbe che anche la Marzano, magari in un suo prossimo libro, parlasse di questo, così come stanno cercando di fare molte altre persone.<br />
Grazie ancora per gli interessanti commenti</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Letture &#8211; Estensione del dominio della manipolazione di Sebastiano Renna</title>
		<link>http://complessita.wordpress.com/2009/09/07/letture-estensione-del-dominio-della-manipolazione/#comment-358</link>
		<dc:creator>Sebastiano Renna</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 17:17:54 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://complessita.wordpress.com/?p=793#comment-358</guid>
		<description>Mi auguro che il sig. Andrea conceda anche a me il beneficio di poter esprimere liberamente il mio pensiero, senza per questo evocare toni da contrapposizione di classe in stile anni ’70. 
Nel caso in cui non mi fossi espresso chiaramente, ribadisco che qui non sono in discussione i mali del capitalismo e la visione miope e predatoria che caratterizza troppo spesso le politiche manageriali. 
Di questa visione (lo ripeto a beneficio di chi non l’avesse colto nel mio post precedente) sono stato io stesso una vittima. Qui stiamo parlando invece di un filo rosso che collega sia il capitalismo nelle sue forme deteriori che accademici un pò snob come la Marzano, il cui pensiero è così prossimo all’iperuranio da non aver avuto modo di conoscere, se non per sentito dire, l’oggetto sul quale disquisisce così brillantemente, ovvero le aziende. Se per trovare un antidoto culturale alle degenerazioni del capitalismo potessimo contare unicamente sul pensiero della Marzano, allora ci sarebbe poco da stare allegri perchè l’antidoto ha la stessa matrice genetica del male, ovvero l’approssimazione, l’incapacità di cogliere le sfumature, la volontà di gettare tutto nel medesimo calderone per puro amore della critica. E’ la capacità di discernimento uno degli indicatori della raggiunta padronanza e conoscenza di un tema. A sparare bordate a vanvera non ci vuole molto, si può fare anche senza insegnare Filosofia a Parigi.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi auguro che il sig. Andrea conceda anche a me il beneficio di poter esprimere liberamente il mio pensiero, senza per questo evocare toni da contrapposizione di classe in stile anni ’70.<br />
Nel caso in cui non mi fossi espresso chiaramente, ribadisco che qui non sono in discussione i mali del capitalismo e la visione miope e predatoria che caratterizza troppo spesso le politiche manageriali.<br />
Di questa visione (lo ripeto a beneficio di chi non l’avesse colto nel mio post precedente) sono stato io stesso una vittima. Qui stiamo parlando invece di un filo rosso che collega sia il capitalismo nelle sue forme deteriori che accademici un pò snob come la Marzano, il cui pensiero è così prossimo all’iperuranio da non aver avuto modo di conoscere, se non per sentito dire, l’oggetto sul quale disquisisce così brillantemente, ovvero le aziende. Se per trovare un antidoto culturale alle degenerazioni del capitalismo potessimo contare unicamente sul pensiero della Marzano, allora ci sarebbe poco da stare allegri perchè l’antidoto ha la stessa matrice genetica del male, ovvero l’approssimazione, l’incapacità di cogliere le sfumature, la volontà di gettare tutto nel medesimo calderone per puro amore della critica. E’ la capacità di discernimento uno degli indicatori della raggiunta padronanza e conoscenza di un tema. A sparare bordate a vanvera non ci vuole molto, si può fare anche senza insegnare Filosofia a Parigi.</p>
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		<title>Commenti su Letture &#8211; Estensione del dominio della manipolazione di Andrea</title>
		<link>http://complessita.wordpress.com/2009/09/07/letture-estensione-del-dominio-della-manipolazione/#comment-357</link>
		<dc:creator>Andrea</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 13:46:40 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://complessita.wordpress.com/?p=793#comment-357</guid>
		<description>OPS....Il dolore si acuisce e la belva ferita s&#039;incattivisce?
Il sig. Renna, che si definisce manager e uomo d&#039;impresa, che si permette di usare nei confronti di UN LIBRO e soprattutto DEL SUO AUTORE, espressioni come:
- &quot;la smisurata spocchia che alberga in lei e che la accomuna a quegli esponenti dell’intellighenzia radical-chic, sedicente illuminata, che risolve la propria produzione culturale in un mero esercizio di contestazione e critica totalizzante&quot;
- &quot;La Marzano punta il dito dalla sua confortevole cuccia calda di “cervello da esportazione”, di “maitresse à penser&quot;. Lo fa in maniera grossolana, un tanto al chilo, senza sfumature e così rende inevitabile il matrimonio tra la sua arroganza e la sua ignoranza&quot;
Quest&#039;ultima affermazione, è assolutamente gratuita, potrei ipotizzare addirittura offensiva e, permettetemi, intrisa di arroganza.
Ma per l&#039;appunto, da che parte sta l&#039;arroganza?
Leggendo il libro della Marzano non c&#039;è traccia di arroganza, ma semplicemente si ritrova una presa di posizione, netta e decisa (con la quale peraltro mi ritrovo perfettamente in linea). Questa Signori non è arroganza, ma semplicemente l&#039;espressione di un libero pernsiero!
E invece, non è arroganza la sua, sig. Renna, che da quello che scrive pare non accettare idee diverse, o un modo di pensare diverso, e addirittura si spinge nella critica fino al limite dell&#039;insulto?
(Arroganza: &quot;opinione esagerata dei propri meriti, presunzione; asprezza di modi&quot;)
Lei parla da studioso di economia e di management, evidentemente è questo il suo ambiente e capisco che facendone parte lo voglia difendere, ma c&#039;è modo e modo!
Personalmente sono molto critico proprio verso il vostro mondo, le vostre idee, il sistema capitalista di cui fate parte, a cui aderite e che rappresentate.
Non mi nascondo dietro un dito e lo dico apertamente, ma non vedo un motivo per essere aggressivo e magari anche offensivo....Tra persone intelligenti bisognerebbe confrontarsi (cioà ascoltare e accettare anche il punto di vista altrui, cercando di fare valere al contempo le proprie argomentazioni), civilmente (CIOE&#039; RISPETTANDO DELLE REGOLE) e apertamente (CIOE&#039; SENZA FALSITA&#039;).
Ma di fronte a casi come questo viene da dire &quot;peccato&quot;, che voi facciate parte del mondo dei padroni, in cui chi non è lui stesso un padrone, allora scimmiotta il padrone stesso. E viene da dire che in quel mondo non c&#039;è spazio per il CONFRONTO, non c&#039;è spazio per gli INTERESSI degli ALTRI, non c&#039;è spazio per l&#039;onestà intellettuale, per la libera critica, per i sani princìpi etici: tutto ruota attorno agli INTERESSI e ai GUADAGNI del padrone (o della scimmietta, permettetemi questo gioco), a qualunque costo.
E intorno a noi c&#039;è una realtà, un mondo, che tutti i giorni ci dice e ci ricorda questa cosa.

Ringrazio per l&#039;ospitalità.
Andrea</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>OPS&#8230;.Il dolore si acuisce e la belva ferita s&#8217;incattivisce?<br />
Il sig. Renna, che si definisce manager e uomo d&#8217;impresa, che si permette di usare nei confronti di UN LIBRO e soprattutto DEL SUO AUTORE, espressioni come:<br />
- &#8220;la smisurata spocchia che alberga in lei e che la accomuna a quegli esponenti dell’intellighenzia radical-chic, sedicente illuminata, che risolve la propria produzione culturale in un mero esercizio di contestazione e critica totalizzante&#8221;<br />
- &#8220;La Marzano punta il dito dalla sua confortevole cuccia calda di “cervello da esportazione”, di “maitresse à penser&#8221;. Lo fa in maniera grossolana, un tanto al chilo, senza sfumature e così rende inevitabile il matrimonio tra la sua arroganza e la sua ignoranza&#8221;<br />
Quest&#8217;ultima affermazione, è assolutamente gratuita, potrei ipotizzare addirittura offensiva e, permettetemi, intrisa di arroganza.<br />
Ma per l&#8217;appunto, da che parte sta l&#8217;arroganza?<br />
Leggendo il libro della Marzano non c&#8217;è traccia di arroganza, ma semplicemente si ritrova una presa di posizione, netta e decisa (con la quale peraltro mi ritrovo perfettamente in linea). Questa Signori non è arroganza, ma semplicemente l&#8217;espressione di un libero pernsiero!<br />
E invece, non è arroganza la sua, sig. Renna, che da quello che scrive pare non accettare idee diverse, o un modo di pensare diverso, e addirittura si spinge nella critica fino al limite dell&#8217;insulto?<br />
(Arroganza: &#8220;opinione esagerata dei propri meriti, presunzione; asprezza di modi&#8221;)<br />
Lei parla da studioso di economia e di management, evidentemente è questo il suo ambiente e capisco che facendone parte lo voglia difendere, ma c&#8217;è modo e modo!<br />
Personalmente sono molto critico proprio verso il vostro mondo, le vostre idee, il sistema capitalista di cui fate parte, a cui aderite e che rappresentate.<br />
Non mi nascondo dietro un dito e lo dico apertamente, ma non vedo un motivo per essere aggressivo e magari anche offensivo&#8230;.Tra persone intelligenti bisognerebbe confrontarsi (cioà ascoltare e accettare anche il punto di vista altrui, cercando di fare valere al contempo le proprie argomentazioni), civilmente (CIOE&#8217; RISPETTANDO DELLE REGOLE) e apertamente (CIOE&#8217; SENZA FALSITA&#8217;).<br />
Ma di fronte a casi come questo viene da dire &#8220;peccato&#8221;, che voi facciate parte del mondo dei padroni, in cui chi non è lui stesso un padrone, allora scimmiotta il padrone stesso. E viene da dire che in quel mondo non c&#8217;è spazio per il CONFRONTO, non c&#8217;è spazio per gli INTERESSI degli ALTRI, non c&#8217;è spazio per l&#8217;onestà intellettuale, per la libera critica, per i sani princìpi etici: tutto ruota attorno agli INTERESSI e ai GUADAGNI del padrone (o della scimmietta, permettetemi questo gioco), a qualunque costo.<br />
E intorno a noi c&#8217;è una realtà, un mondo, che tutti i giorni ci dice e ci ricorda questa cosa.</p>
<p>Ringrazio per l&#8217;ospitalità.<br />
Andrea</p>
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	<item>
		<title>Commenti su Letture &#8211; Estensione del dominio della manipolazione di Sebastiano Renna</title>
		<link>http://complessita.wordpress.com/2009/09/07/letture-estensione-del-dominio-della-manipolazione/#comment-356</link>
		<dc:creator>Sebastiano Renna</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 12:00:52 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://complessita.wordpress.com/?p=793#comment-356</guid>
		<description>Torno a chiosare sull’argomento dopo aver diligentemente portato a termine il compito di qualunque pensatore “intellettualmente onesto”, ovvero documentarsi direttamente alla fonte del proprio oggetto di critica. 
Ho letto il libro della Marzano e la mia conclusione è che adesso io ho almeno un vantaggio su di lei. 
Mentre la Marzano ha scritto un libro sul management avendone un’idea piuttosto vaga e intrisa di banalità, poggiata su fonti raccogliticcie e luoghi comuni derivati da superficiali letture, io invece adesso posso scrivere con piena cognizione di causa che il suo libro è scarsamente innovativo nella parte di analisi critica del “sistema” (fior di sociologi, politologi ed economisti portano avanti queste tesi da decenni, in virtù anche di una maggiore esperienza “sul campo”), ma allo stesso tempo è privo di qualunque contributo, indicazione, chiave di lettura che possano costituire la base per una visione alternativa alle storture denunciate. 
Ho provato anch’io il medesimo fastidio citato da Alessandro nell’accostarmi allo stile espositivo della Marzano e concordo con lui anche sull’origine: la smisurata spocchia che alberga in lei e che la accomuna a quegli esponenti dell’intellighenzia radical-chic, sedicente illuminata, che risolve la propria produzione culturale in un mero esercizio di contestazione e critica totalizzante che, nelle loro intenzioni, dovrebbe farli apparire come unici detentori di quelle chiavi di lettura capaci di smascherare i “trucchi del sistema” che invece obnubilano le menti del popolo bue.
Le tesi della Marzano sono tanto più irritanti quanto più si scoprono (e ribadisco l’ineccepibilità dell’analisi svolta da Alessandro) poggiate su riflessioni, letture e studi superficiali, appena accennati, frettolosamente elevati a espressioni compiute e pienamente rappresentative dell&#039;intero pensiero manageriale.
La Marzano punta il dito dalla sua confortevole cuccia calda di “cervello da esportazione”, di “maitresse à penser”. 
Lo fa in maniera grossolana, un tanto al chilo, senza sfumature e così rende inevitabile il matrimonio tra la sua arroganza e la sua ignoranza, mostrando di non avere la minima cognizione del fatto che esistono studiosi di economia e management che hanno ben presente da tempo i limiti che lei denuncia e che sono addirittura impegnati a formulare correttivi, visioni alternative, metodologie innovative. 
Così come dimostra di non avere minimamente idea del fatto che esistono anche manager, uomini d’impresa che si sforzano, andando contro culture e mentalità sedimentate, di lavorare dall’interno per il cambiamento delle pratiche aziendali.
Io sono uno di questi. Anzi, lo ero. Perchè a causa di questo impegno sono entrato in rotta di collisione con il gruppo dirigente della mia azienda, al punto di decidere di dividere le nostre strade.
Quello che mi è accaduto però non mi colloca dalla parte della Marzano, anzi. 
Nel suo modo di portare avanti le proprie tesi critiche ritrovo la medesima cifra stilistica di coloro che hanno determinato il mio allontanamento: la stessa approssimazione di pensiero, la stessa irresistibile voglia di percorrere scorciatoie mentali per confortare visioni pregiudiziali, lo stesso profondo disinteresse per l’esistenza di una realtà ben più articolata e complessa di quanto – per desiderio di autoassoluzione della propria pigrizia mentale – essi riescano a concepire e ad ammettere.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Torno a chiosare sull’argomento dopo aver diligentemente portato a termine il compito di qualunque pensatore “intellettualmente onesto”, ovvero documentarsi direttamente alla fonte del proprio oggetto di critica.<br />
Ho letto il libro della Marzano e la mia conclusione è che adesso io ho almeno un vantaggio su di lei.<br />
Mentre la Marzano ha scritto un libro sul management avendone un’idea piuttosto vaga e intrisa di banalità, poggiata su fonti raccogliticcie e luoghi comuni derivati da superficiali letture, io invece adesso posso scrivere con piena cognizione di causa che il suo libro è scarsamente innovativo nella parte di analisi critica del “sistema” (fior di sociologi, politologi ed economisti portano avanti queste tesi da decenni, in virtù anche di una maggiore esperienza “sul campo”), ma allo stesso tempo è privo di qualunque contributo, indicazione, chiave di lettura che possano costituire la base per una visione alternativa alle storture denunciate.<br />
Ho provato anch’io il medesimo fastidio citato da Alessandro nell’accostarmi allo stile espositivo della Marzano e concordo con lui anche sull’origine: la smisurata spocchia che alberga in lei e che la accomuna a quegli esponenti dell’intellighenzia radical-chic, sedicente illuminata, che risolve la propria produzione culturale in un mero esercizio di contestazione e critica totalizzante che, nelle loro intenzioni, dovrebbe farli apparire come unici detentori di quelle chiavi di lettura capaci di smascherare i “trucchi del sistema” che invece obnubilano le menti del popolo bue.<br />
Le tesi della Marzano sono tanto più irritanti quanto più si scoprono (e ribadisco l’ineccepibilità dell’analisi svolta da Alessandro) poggiate su riflessioni, letture e studi superficiali, appena accennati, frettolosamente elevati a espressioni compiute e pienamente rappresentative dell&#8217;intero pensiero manageriale.<br />
La Marzano punta il dito dalla sua confortevole cuccia calda di “cervello da esportazione”, di “maitresse à penser”.<br />
Lo fa in maniera grossolana, un tanto al chilo, senza sfumature e così rende inevitabile il matrimonio tra la sua arroganza e la sua ignoranza, mostrando di non avere la minima cognizione del fatto che esistono studiosi di economia e management che hanno ben presente da tempo i limiti che lei denuncia e che sono addirittura impegnati a formulare correttivi, visioni alternative, metodologie innovative.<br />
Così come dimostra di non avere minimamente idea del fatto che esistono anche manager, uomini d’impresa che si sforzano, andando contro culture e mentalità sedimentate, di lavorare dall’interno per il cambiamento delle pratiche aziendali.<br />
Io sono uno di questi. Anzi, lo ero. Perchè a causa di questo impegno sono entrato in rotta di collisione con il gruppo dirigente della mia azienda, al punto di decidere di dividere le nostre strade.<br />
Quello che mi è accaduto però non mi colloca dalla parte della Marzano, anzi.<br />
Nel suo modo di portare avanti le proprie tesi critiche ritrovo la medesima cifra stilistica di coloro che hanno determinato il mio allontanamento: la stessa approssimazione di pensiero, la stessa irresistibile voglia di percorrere scorciatoie mentali per confortare visioni pregiudiziali, lo stesso profondo disinteresse per l’esistenza di una realtà ben più articolata e complessa di quanto – per desiderio di autoassoluzione della propria pigrizia mentale – essi riescano a concepire e ad ammettere.</p>
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	<item>
		<title>Commenti su Letture &#8211; Estensione del dominio della manipolazione di Andrea</title>
		<link>http://complessita.wordpress.com/2009/09/07/letture-estensione-del-dominio-della-manipolazione/#comment-355</link>
		<dc:creator>Andrea</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 01:27:45 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://complessita.wordpress.com/?p=793#comment-355</guid>
		<description>Ahi ahi ahi !!!
Ma che dolore !!!
Quanto fa male la verità !!!
Si tratta a mio avviso di un libro che ci porta a considerazioni principalmente di natura politica e sociale da un lato, e di natura psicologica e individuale dall&#039;altro. Gli aspetti di natura &quot;tecnica&quot;, di cui si parla anche nel libro (ad es. mi riferisco a come agisce il management e con quali mezzi o criteri), sono la realtà delle cose in molte aziende che vogliono qualificarsi come &quot;moderne&quot; e che credono in valori come la &quot;flessibilità&quot;, la &quot;condivisione&quot;, la &quot;motivazione&quot;.... Io le sperimento ogni giorno sul posto di lavoro, e mi ci sono ritrovato in pieno.
GRAZIE INFINITE A MICHELA MARZANO che apre lo sguardo su una realtà (quella dei lavoratori dipendenti) dove manca troppe volte la consapevolezza di sè. GRAZIE INFINITE perché più di una persona leggendo questo libro, anche con lo spirito libero da pregiudizi di natura politica, APRIRA&#039; GLI OCCHI E CAPIRA&#039; dove ci vogliono portare le nuove generazioni dei padroni. Con la complicità di coloro che li seguono, li circondano e li assecondano (i.e. la corte dei padroni).
Personalmente, ritengo che nelle classi dirigenti c&#039;è chi vorrebbe traghettarci verso una società &quot;aziendocentrica&quot; in cui lo Stato, sempre più leggero e liquido, si dovrebbe dissolvere pian piano. La trasformazione è questa: da liberi cittadini in libero Stato a sudditi dipendenti delle nuove &quot;città-stato&quot;, cioè le imprese di domani, a partire dalle grandi multinazionali fino alle PMI locali.
Ad esempio, sul piano sociale, soltanto le aziende forniranno ai propri dipendenti i servizi che oggi vengono forniti dallo stato (MA RICORDIAMOCI CHE LO STATO SIAMO TUTTI NOI INSIEME!!!), alcuni dei quali oggi rientrano sotto l&#039;etichetta &quot;welfare&quot;... il diritto all&#039;istruzione (asili aziendali, scuole private), il diritto alle cure mediche, alla previdenza, agli studi superiori...
(A proposito, non è notizia di pochi giorni fa che la sig.ra Marcegaglia ha chiesto di abolire o modificare il valore legale dei titoli di studio? E&#039; vero o non è vero che si vogliono assoggettare alle imprese anche gli studi superiori/universitari? E con quali sofismi o false argomentazioni?)
Si potrebbe continuare con esempi di diverso genere: vogliamo citare il diritto all&#039;informazione? Quante aziende oggi (sono sempre più numerose) fanno ricorso a MEZZI PROPRI DI INFORMAZIONE? A partire dai giornalini aziendali, passando attraverso i portali aziendali, per arrivare anche alle web tv aziendali.
Si tratta sicuramente di un modello totalizzante, che ha l&#039;azienda al centro di tutto e al quale i lavoratori sono condotti ad aderire mediante tecniche di manipolazione.
Purtroppo a livello sociale, con il dissolvimento dello stato, non ci saranno più uguali diritti per tutti. I lavoratori saranno più che mai DIPENDENTI, ridotti ancor più di oggi a restare sotto il ricatto dei padroni, pena la perdita di diritti che oggi diamo per acquisiti e fondamentali.
Capisco che questo libro possa avere dato fastidio.
Come può dare fastidio il libero pensiero in una società totalizzante.
Grazie per l&#039;ospitalità
Andrea</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ahi ahi ahi !!!<br />
Ma che dolore !!!<br />
Quanto fa male la verità !!!<br />
Si tratta a mio avviso di un libro che ci porta a considerazioni principalmente di natura politica e sociale da un lato, e di natura psicologica e individuale dall&#8217;altro. Gli aspetti di natura &#8220;tecnica&#8221;, di cui si parla anche nel libro (ad es. mi riferisco a come agisce il management e con quali mezzi o criteri), sono la realtà delle cose in molte aziende che vogliono qualificarsi come &#8220;moderne&#8221; e che credono in valori come la &#8220;flessibilità&#8221;, la &#8220;condivisione&#8221;, la &#8220;motivazione&#8221;&#8230;. Io le sperimento ogni giorno sul posto di lavoro, e mi ci sono ritrovato in pieno.<br />
GRAZIE INFINITE A MICHELA MARZANO che apre lo sguardo su una realtà (quella dei lavoratori dipendenti) dove manca troppe volte la consapevolezza di sè. GRAZIE INFINITE perché più di una persona leggendo questo libro, anche con lo spirito libero da pregiudizi di natura politica, APRIRA&#8217; GLI OCCHI E CAPIRA&#8217; dove ci vogliono portare le nuove generazioni dei padroni. Con la complicità di coloro che li seguono, li circondano e li assecondano (i.e. la corte dei padroni).<br />
Personalmente, ritengo che nelle classi dirigenti c&#8217;è chi vorrebbe traghettarci verso una società &#8220;aziendocentrica&#8221; in cui lo Stato, sempre più leggero e liquido, si dovrebbe dissolvere pian piano. La trasformazione è questa: da liberi cittadini in libero Stato a sudditi dipendenti delle nuove &#8220;città-stato&#8221;, cioè le imprese di domani, a partire dalle grandi multinazionali fino alle PMI locali.<br />
Ad esempio, sul piano sociale, soltanto le aziende forniranno ai propri dipendenti i servizi che oggi vengono forniti dallo stato (MA RICORDIAMOCI CHE LO STATO SIAMO TUTTI NOI INSIEME!!!), alcuni dei quali oggi rientrano sotto l&#8217;etichetta &#8220;welfare&#8221;&#8230; il diritto all&#8217;istruzione (asili aziendali, scuole private), il diritto alle cure mediche, alla previdenza, agli studi superiori&#8230;<br />
(A proposito, non è notizia di pochi giorni fa che la sig.ra Marcegaglia ha chiesto di abolire o modificare il valore legale dei titoli di studio? E&#8217; vero o non è vero che si vogliono assoggettare alle imprese anche gli studi superiori/universitari? E con quali sofismi o false argomentazioni?)<br />
Si potrebbe continuare con esempi di diverso genere: vogliamo citare il diritto all&#8217;informazione? Quante aziende oggi (sono sempre più numerose) fanno ricorso a MEZZI PROPRI DI INFORMAZIONE? A partire dai giornalini aziendali, passando attraverso i portali aziendali, per arrivare anche alle web tv aziendali.<br />
Si tratta sicuramente di un modello totalizzante, che ha l&#8217;azienda al centro di tutto e al quale i lavoratori sono condotti ad aderire mediante tecniche di manipolazione.<br />
Purtroppo a livello sociale, con il dissolvimento dello stato, non ci saranno più uguali diritti per tutti. I lavoratori saranno più che mai DIPENDENTI, ridotti ancor più di oggi a restare sotto il ricatto dei padroni, pena la perdita di diritti che oggi diamo per acquisiti e fondamentali.<br />
Capisco che questo libro possa avere dato fastidio.<br />
Come può dare fastidio il libero pensiero in una società totalizzante.<br />
Grazie per l&#8217;ospitalità<br />
Andrea</p>
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