Tavola rotonda su pensiero complesso e leadership

tavola rotonda manifesto ibridiSi è svolta nella sede di Newton Management Innovation la seconda tavola rotonda organizzata dal Manifesto Ibridi.

Hanno partecipato con me Gianluca Bocchi, filosofo della scienza, docente universitario e uno dei protagonisti del pensiero complesso in Italia sin dalle origini; Luisa Damiano epistemologa ricercatrice esperta di autopoiesi, auto-organizzazione, intelligenza artificiale, Gianandrea Giacoma psicologo e consulente, da anni impegnato nell’integrare il pensiero complesso con la psicologia in ambito, design, change management e crescita personale.

L’argomento di questa seconda tavola rotonda è stato il pensiero complesso e la leadership.

Rimando al sito del Manifesto ibridi per approfondire i contenuti dell’incontro.

Di seguito uno stralcio della discussione.

Letture – La Via

la viaChi segue questo blog sa che Edgar Morin rappresenta per me una fonte di grande ispirazione. I suoi libri, a partire da Il Metodo 1 – La Natura della Natura, hanno in qualche misura determinato una svolta nel mio modo di vedere il mondo e hanno chiarito ciò che nella mia testa era sfocato e solo abbozzato.

Questo testo di Morin è molto diverso da quelli de Il Metodo. Esso rappresenta allo stesso tempo, una critica alla visione razionalista e deterministica del mondo e delle sue dinamiche sociali politiche ed economiche, e uno sprone a ripensarle sotto una luce diversa, una luce che contempli la consapevolezza della complessità. Già il sottotitolo della premessa iniziale del libro dice molto: “Sparsa colligo” (unire ciò che  disperso, separato). Questo è sempre stato il fulcro del pensiero di Morin sull’interpretazione delle problematiche del mondo, sullo sviluppo della conoscenza e sull’evoluzione della società:

“Il presente è percepibile solo in superficie. E’ lavorato in profondità da solchi sotterranei, da invisibile correnti sotto un terreno apparentemente fermo e solido. Inoltre la conoscenza è sconcertata, nello stesso tempo, dalla rapidità delle evoluzioni e dei cambiamenti contemporanei e dalla complessità propria della globalizzazione: innumerevoli inter-retro-azioni fra processi estremamente diversi (economici, sociali, demografici, politici, ideologici, religiosi, ecc.).

Infine (…) noi soffriamo senza averne coscienza di due tipi di carenze cognitive:

-          La cecità di un mondo di conoscenza che, compartimentando i saperi, disintegra i problemi fondamentali e globali, i quali necessitano di una conoscenza transdisciplinare;

-          L’occidentalo-centrismo che ci arroca sul trono della razionalità e ci dà l’illusione di possedere l’universale”.

Ne La Via Morin prova a riassumere la sua visione di sviluppo declinandolo su temi differenti: il pensiero politico, l’economia, la demografia, l’ecologia, la giustizia, la lotta alla povertà, l’educazione.

Chi ha letto già altri libri di Morin, non troverà in questo testo delle novità assolute. Il libro sembra una sorta di testamento per i posteri, un appello ai potenti della Terra per mettere al centro, non nuovi problemi, ma modi diversi di concepirli e di risolverli.

Sviluppare il pensiero critico: una questione di insegnamento

Richard Arum della New York University ha condotto uno studio su più di 2300 studenti di 24 diverse università. I risultati, pubblicati all’interno del suo libro Academically Adrift: Limited Learning on College Campuses, rivelano che il 45% degli studenti non progrediscono nello sviluppo del pensiero critico e nel ragionamento complesso nei primi due anni di college e ben il 36% non ottengono miglioramenti al termine dei 4 anni di studio.

E’ un problema di motivazione? Di stimoli? Può darsi.  Arum sottolinea infatti che gli studenti oggi passano sui libri mediamente 12/14 ore la settimana, circa la metà di qualche decennio fa.

Vorrei però sollevare una riflessione sui modelli di insegnamento. In che modo i docenti sviluppano il pensiero critico degli studenti? Come si apprende a scuola e nelle università? Il modello tradizionale di insegnamento prevede un docente che “sa” e tanti studenti che “non sanno” e quindi appaiono come vasi vuoti che devono essere riempiti con un travaso di conoscenza. L’immagine che ne deriva è quella di un apprendimento di tipo passivo. Qual è infatti lo sforzo di un vaso che si riempie di acqua? Cosa occorre fare mandare a buon fine l’operazione? L’unica cosa che conta è che il vaso non abbia crepe che facciano fuoriuscire il liquido. Per il resto l’obiettivo di riempire il contenitore viene raggiunto grazie all’azione di chi versa l’acqua.

Nello stesso modo, nelle scuole e anche nelle università, l’insegnante riversa la propria conoscenza sugli studenti e l’apprendimento viene considerato come una graduale rimozione dell’ignoranza. Se questo è ciò che accade a tutti i livelli dell’educazione scolastica, come sorprenderci se il pensiero critico degli studenti non si sviluppa?

Per cambiare le cose occorre rovesciare il tradizionale modello didattico: dalla trasmissione alla generazione del sapere. Il pensiero critico si sviluppa quando lo studente diventa un costruttore, non solo un fruitore passivo, di conoscenza. Quando non si limita ad accogliere il sapere, ma lo elabora e rielabora continuamente.

E’ la stessa differenza che passa tra la modalità di insegnamento del tipo: “devi fare A e B per ottenere C” (modello vaso da riempire) ad una modalità che sviluppi il ragionamento critico degli studenti: Perché C è una condizione appetibile? Quali sono le conseguenze di A e non-A? Sono sufficienti? Quali strade alternative possono esserci?

Il docente deve quindi abbandonare l’idea di chi sa e deve trasmetterlo a chi non e trasformarsi in un ricercatore di conoscenza che elabora il sapere insieme agli studenti e stimola socraticamente a riflettere e a pensare criticamente. Ne risulterebbe uno sviluppo delle capacità di pensiero degli studenti ma anche un forte arricchimento del ruolo e delle competenze del docente.

Letture – Il pensiero complesso

Il Pensiero complesso – Rosa Angela Fabio, Caterina Martinazzoli

Che senso ha indagare e affrontare il tema del pensiero complesso  (complesso da “cum-plexus”, ovvero intrecciato insieme) scomponendolo in cinque  capitoli autonomi che non dialogano tra loro? Basterebbe questa domanda a rendere evidente ciò che penso di questa pubblicazione. Mi spiace criticare così duramente gli autori, però, non penso che questo testo aggiunga nulla di nuovo alla conoscenza sul tema e, anzi, rischi di banalizzarlo e confondere chi si avvicina al pensiero complesso per la prima volta.

L’introduzione del libro è accattivante e fa ben sperare: “In un mondo che cambia, in un mondo che diventa sempre più complesso, costituito da elementi che interagiscono fra di loro e formano magmi organizzativi sempre diversi, in cui il rischio di entropia si presenta in tante forme, è utile imparare a pensare in modo complesso. In un mondo che cambia, in cui il caos dei sistemi è sempre in agguato, c’è inoltre il rischio di assumere posizioni intoccabili, di assumere giudizi e presupposti rigidi di interpretazione della realtà che sicuramente diminuiscono l’entropia ma conducono l’individuo all’intolleranza. Anche in questa seconda ottica è utile imparare a pensare in modo complesso.”

Purtroppo lo sviluppo del libro disattende questa suggestiva premessa. Fabio e Martinazzoli analizzano il pensiero complesso scomponendolo in cinque “forme”: il ragionamento, il pensiero creativo, il pensiero critico, il problem solving e il decision making. Dedicano ad ognuna di queste forme un capitolo in cui sintetizzano i principali approcci e contributi in materia. Si sprecano le citazioni e i rimandi ad altre opere: come ha detto Tizio, come ha scritto Caio, come ha ben sottolineato Sempronio… Se si dovesse giudicare questo libro sulla base dell’euristica il giudizio sarebbe ben diverso e molto più positivo. Gli autori prendono in considerazione le teorie di moltissimi studiosi che hanno scritto pagine importanti sulle diverse forme di pensiero prese in considerazione all’interno di questo volume. Citano Kahneman e Tversky, Metcalfe, Simon, Boden, Lonergan, DeBono, Sternberg, Gardner, Legrenzi, Gelb e moltissimi altri. Per ogni pensiero o affermazione sembra esserci un autore terzo, tanto che ci si chiede quale sia il pensiero e il contributo originale degli autori del libro al pensiero complesso. Si esce da questa lettura annebbiati dalle citazioni e i rimandi che rendono difficile seguire lo sviluppo delle argomentazioni degli autori e con una conoscenza del pensiero complesso, di cos’è, come si sviluppa e come si attua, non molto più ricca rispetto alla prima pagina.

Edgar Morin ha dedicato al pensiero complesso molte riflessioni e ha scritto diversi volumi (La Natura della Natura, la conoscenza della conoscenza, Le Idee – habitat, vita, organizzazione, usi e costumi, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, La testa ben fatta, Educare l’era planetaria, ecc.). Di Morin gli autori citano in bibliografia solo “Introduzione al pensiero complesso”. Forse, in un testo di taglio accademico come questo, così ricco di citazioni e rimandi, avrebbe dovuto esserci più spazio per le riflessioni di chi per primo ha spiegato al mondo cos’è e cosa non è il pensiero complesso.

Edgar Morin a Milano

edgar_morin_2L’11 novembre alle 19.00, presso il Teatro dal Verme, Edgar Morin sarà a Milano per parlare di complessità. L’evento si inserisce all’interno della rassegna “Meet the Media Guru“.

Per tutti gli appassionati di complessità si tratta di un appuntamento da non perdere. Io ho già confermato la mia presenza.

Per informazioni e iscrizioni andate sul sito Meet the Media Guru.

Dal “ma-anchismo” al pensiero complesso il passo può essere breve

VeltroniOra che Walter Veltroni non è più il capo dell’opposizione e che è praticamente scomparso dai media possiamo parlarne senza il rischio di essere interpretati come propugnatori di spot elettorali. Ai fini di questo post, non mi interessa il Veltroni politico ed ex capo dell’opposizione, né intendo dare giudizi sul suo operato (anche se ho un’opinione molto chiara), quello che mi interessa è riprendere il suo famoso approccio “ma anche”, altrimenti detto “ma-anchismo”. Non so se tutto sia partito da un suo “tic” dialettico inconsapevole”, dal tentativo di contenere all’interno del PD anime tra loro molto diverse senza suscitare eccessivi conflitti, o da una scelta ponderata e consapevole, sta di fatto che la campagna elettorale dello scorso anno è stata fortemente contrassegnata dalla tendenza del leader dell’opposizione di non escludere fatti e argomentazioni contrapposte, bensì di abbracciarli, di interconnetterli: da qui slogan come “immigrazione, ma anche rispetto delle regole”, “competizione, ma anche solidarietà”, “lotta all’evasione, ma anche semplificazione fiscale”, “imprese ma anche lavoratori”, ecc.

Per queste sue uscite è stato a lungo sbeffeggiato e oggetto di satira politica. Ripeto, non mi interessa entrare nel merito delle “ricette” politiche veltroniane. Quello che a cui tengo è sottolineare che il “ma-anchismo” può essere tutt’altro che un modo di parlare naif di un leader politico o una scappatoia per non scegliere. E’tipico della nostra cultura occidentale adottare un approccio decisionale o/o, mercato o solidarietà, bianco o nero, ecc. Tutto ciò che è sfumato è considerato debole, confuso, incoerente. Non in tutte le  culture si ha questa concezione, si pensi ad esempio alla cultura cinese, al taoismo in particolare.

Anche la cosiddetta “logica fuzzy” smentisce l’imperativo della scelta dicotomica e evidenzia l’importanza delle sfumature. L’approccio e/e (detto volgarmente ma-anchismo) è anche alla base del pensiero complesso che impone di abbandonare la disgiunzione e la separazione come basi decisionali, in favore della congiunzione, dell’integrazione. Il pensiero complesso impone una non-scelta tra aspetti apparentemente opposti perché riconosce che tali temi non sono affatto separati, bensì interconnessi e quindi, ai fini di una corretta decisione è più proficuo adottare un pensiero sfumato che congiunge gli opposti piuttosto che uno che li separa nettamente e li dicotomizza. Abbiamo avuto personaggi pubblici di altissimo livello che hanno dato prova di quali conseguenze negative si possono avere applicando il pensiero dicotomico. Penso in primis alla reazione che ha avuto George W. Bush dopo l’attacco dell11 settembre: “o con noi o conto di noi”. La sua idea della guerra preventiva del bene contro il male ha provocato conseguenze globali che stiamo ancora pagando in termini di pace, stabilità globale, odio, mancanza di dialogo e fiducia tra i popoli. Come scrive Edgar Morin, uno dei padri del pensiero complesso: “la semplicità ci ingiunge di scegliere uno dei due sistemi di riferimento: ordine/organizzazione o disordine. Ma la complessità non ci dimostra forse che, soprattutto, non bisogna scegliere? Un pensiero scorretto, un pensiero mutilato, può condurre a conseguenze disastrose.”

Il ma-anchismo tanto vituperato, può quindi essere una facile strada per non scegliere, ma può anche essere una nuova strada per affrontare problemi che in una società sempre più complessa sono diventati globali, interconnessi e transazionali. Il fatto che tra i soci fondatori del PD ci sia anche Mauro Ceruti (uno dei pionieri in Italia del pensiero complesso) mi induce a pensare ( o a sperare) che il ma–anchismo sia qualcosa di più di un semplice vezzo dialettico.