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The New Intelligent Enterprise: siamo proprio sicuri?

Sloan Management Review in questi giorni ha pubblicato una ricerca condotta dal MIT in collaborazione con l’IBM Institute for Business Value sull’utilizzo dei dati analitici in azienda. La survey, che prende il nome di ”The New Intelligent Enterprise” ha coinvolto oltre 4000 persone tra executives, manager e analisti operanti worldwide. I risultati della ricerca mi sembrano interessanti. Ne elenco alcuni:

-          Solo il 10% dei rispondenti dichiara di avere a disposizione tutte le informazioni che necessita per prendere correttamente le decisioni nell’ambito del proprio ruolo.

-          Alla domanda: “Cosa dovrebbero fare i leader per incrementare l’efficacia dell’uso dei dati analitici all’interno dell’organizzazione?”, la maggioranza relativa degli interpellati (38%) ha risposto “Prendere decisioni basate sui fatti” (fact-based decision making)

-          Alla domanda “Quali aspetti ostacolano l’utilizzo di dati analitici?”, la maggioranza relativa degli interpellati (30%) ha risposto “la mancanza di comprensione di come gli analytics possano migliorare il proprio business.

-          Infine, alla domanda “qual è il principale obiettivo di business della sua azienda nei prossimi 2 anni”, la maggioranza relativa degli interpellati (28%) ha risposto “far crescere i ricavi”. Seguono al 27% la riduzione dei costi e la crescita di efficienza, al 24% l’innovazione e la differenziazione competitiva, al 21% la crescita dei margini e poi, a seguire, la penetrazione di nuovi mercati, la fidelizzazione dei clienti, e altri aspetti di minore importanza.

Cosa pensare di questi dati? La prima considerazione che viene in mente è che questi risultati non mi sembrano particolarmente in linea con l’enfatico nome dato a questa survey: “The New Intelligent Enterprise”. Provo a spiegarmi. Questo è solo il secondo anno che viene realizzata questa indagine, per cui la mia è solo un’ipotesi, tuttavia sono convinto che se la prima domanda fosse stata fatta 25 anni fa, la percentuale di persone che avrebbe dichiarato di avere a disposizione tutte le informazioni necessarie per svolgere al meglio il proprio lavoro non sarebbe molto lontana dall’attuale 10%.

Possiamo dire che la capacità delle imprese di generare dati analitici sia la stessa oggi rispetto a 25 anni fa? Certamente no. Oggi, i sistemi ERP, i sistemi di business intelligence e l’utilizzo di internet e intranet consentono di avere a disposizione una quantità di informazioni neanche immaginabile sul finire degli anni ’80. Tuttavia i manager non sono soddisfatti dei dati che hanno a disposizione e ne vorrebbero di nuovi e di migliori. Questo genererà un ulteriore sforzo economico e informatico per generare nuove reportistiche sempre più sofisticate che fra un decennio o un ventennio, probabilmente non miglioreranno  la percentuale di manager soddisfatti delle informazioni in loro possesso. Alla base di questa situazione non vi è un problema di mancanza di dati analitici, ma il perdurare di una visione sbagliata del mondo.

Si pensa che l’accumulo di dati determini una migliore conoscenza della realtà. Si tende a pensare che la strada verso la conoscenza assoluta (la verità), sia un continuum che può essere percorso accrescendo la quantità e la qualità degli analytics. Il rischio, tuttavia, è che si continui a generare nuovi dati e informazioni, ma che la conoscenza assoluta non si avvicini di un millimetro, un po’ come avviene a chi cammina su un tapis roulant, corre, corre per restare fermo.

Questa visione del mondo trova una conferma anche dalle risposte alla seconda domanda posta dalla survey. La maggioranza dei rispondenti (38%) afferma che gli analytics dovrebbero essere utilizzati per prendere decisioni basati sui fatti. Cosa significa decisioni basati sui fatti? Quali aspetti possono essere considerati fatti nell’agire economico di un’impresa? I risultati delle ricerche di mercato sono fatti? I dati di bilancio sono fatti? I dati macroeconomici sono fatti? Chi lo pensa, a mio avviso, commette un grave errore. L’unico fatto degno di nota è la decisione manageriale che viene presa in seguito a questi fatti. Decisione che è inevitabilmente figlia di una specifica interpretazione di questi fatti e di un dato momento temporale. Soggettività interpretativa e temporalità sono due aspetti che rendono i fatti meno tali.  Tutta al riflessione epistemologica del Novecento (Duhem, Popper, Kuhn, ecc.) che ha demolito la sacralità dei “fatti” sembra purtroppo non trovare alcuno spazio nel percepito dei manager del 2011 (contra factum non valet argumentum…).

In questo quadro, non stupisce che la maggioranza degli interpellati dalla survey dichiari che il problema più grosso sia la mancanza di comprensione di come i dati analitici possano migliorare il business. Il problema è esattamente questo. Dopo una certa soglia (ampiamente superata da almeno 15 anni), un maggior numero e una maggiore qualità dei dati non possono determinare un impatto sul business in nessun modo.

Le decisioni manageriali migliorano non grazie alla quantità e alla qualità degli analytics, ma dalla capacità di porre in relazione questi dati, di leggerne i legami, di capire i fattori portanti delle situazioni da affrontare, di riconoscere le interconnessioni e quindi la complessità della realtà.

Da questa survey tutto ciò non emerge. Emerge, invece, una visione dell’impresa che sembra essere tornata indietro di alcuni decenni. Per la maggioranza dei rispondenti, la priorità di business numero 1 per i prossimi 2 anni è far crescere i ricavi. L’anno scorso al primo posto tra le priorità vi era l’innovazione e la differenziazione competitiva, oggi solo terza in classifica dopo la riduzione dei costi e l’efficienza. Ne esce un’immagine di impresa che, sempre più esposta alla complessità, si chiude in se stessa. Ciò che conta è far soldi e la cosa più facile che si può fare è ridurre i costi e fare efficienza, le altre cose, saranno anche importanti, ma lasciamole per gli anni buoni, oggi non c’è tempo per questo. La brutta notizia è che, continuando su questa strada, gli anni buoni per questo tipo di imprese (speriamo poche), potrebbero non venire mai più.

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