Convegno Confindustria Udine

151202_La nuova rivoluzione industriale_save the dateIl 2 dicembre modererò il Convegno “La nuova rivoluzione industriale alla portata delle PMI” organizzato da Confindustria Udine.   Al convegno interverranno Matteo Tonon, Presidente di Confindustria Udine, Alberto Baban, Presidente Piccola Industria, Carlo Bagnoli (Università Ca’ Foscari Venezia), Fabio Candussio (Università di Udine), Jury de Col (Delegato all’innovazione Confindustria Belluno), Alessandra Sangoi (Vice Presidente Confindustria Udine) e Roberto Siagri (CEO di Eurotech).

La partecipazione è gratuita previa iscrizione.

Come misurare la vitalità delle aziende

10_2015Sul numero di ottobre de L’Impresa, all’interno del “Dossier resilienza”, il mio articolo Come misurare la vitalità delle aziende”.

“Il tema della resilienza delle organizzazioni e dei sistemi economici è diventato centrale. Oggi il dibattito non verte più solo sulle modalità per migliorare le performance delle aziende e accrescere la ricchezza delle economie. La forte instabilità economica, finanziaria, politica e le continue discontinuità tecnologiche mettono sempre più a rischio le imprese che non hanno sviluppato una forte cultura della resilienza. Accade quindi frequentemente che aziende profittevoli, con fatturati in crescita, considerate sane e competitive, entrino improvvisamente in crisi e non sappiano rispondere all’evoluzione del contesto in cui operano.

Sviluppare la resilienza delle imprese comporta una riflessione a 360° del funzionamento delle stesse. Strategia, modalità organizzative, stile di management e politiche HR devono radicalmente essere ripensate con l’obiettivo, non solo di massimizzare una data performance o raggiungere un obiettivo, ma anche di sviluppare la capacità di resistere e adattarsi continuamente ai cambiamenti di scenario.

Accrescere la resilienza delle imprese è quindi un tema ampio e con molteplici punti di vista. Quello su cui vorrei soffermarmi in questo articolo riguarda, a mio parere, il punto centrale della trasformazione aziendale incentrata sulla resilienza. Un aspetto che, se non viene preso nella giusta considerazione, rischia di vanificare tutti gli sforzi mirati ad accrescere la capacità di evoluzione di un’azienda. Mi riferisco ad una riflessione sullo scopo e la natura delle imprese e ad un profondo ripensamento delle relative metriche di performance”.

L’articolo completo è disponibile qui.

Quando innovazione fa rima con persone

IFMAIl 28 ottobre parteciperò al Convegno di apertura del Facility Management Day che si terrà a Milano a Palazzo delle Stelline. L’argomento del Convegno di apertura è “Quando innovazione fa rima con persone – Bilanciare le differenze tra generazioni.

Il convegno sarà moderato da Simone Crolla, Managing Director di American Chamber of Commerce in Italy, e con me interverrà Maria Cristina Bombelli, Presidente di Wyse-Growth.

Di seguito la presentazione del Convegno:

Prendendo spunto da una recente ricerca condotta da IFMA Italia, il convegno analizzerà quella che rappresenta forse la maggiore sfida manageriale di questi anni: come far convivere in maniera armoniosa e produttiva le tre diverse generazioni presenti oggi in azienda. L’incontro analizzerà come l’organizzazione dovrà evolversi per includere e valorizzare al massimo gli appartenenti a ognuno di questi gruppi generazionali, riuscendo a fornire le giuste motivazioni a ciascuno di essi e ad esaltare le loro diverse qualità. Infine, verrà tratteggiato un quadro del prossimo futuro e del tipo di azienda che verrà immaginata e modellata da coloro che saranno i manager di domani

Apprendimento senza domande illegittime

apprendimentoTorno sui temi dell’educazione e dell’apprendimento – a me molto cari – riprendendo due punti di vista che reputo interessanti. Il primo è di Jean Jaques Rousseau che nel suo Emilio fa dire all’educatore: “vivere è il mestiere che voglio insegnargli” e prosegue: “La natura vuole che i fanciulli siano fanciulli prima di essere uomini. L’infanzia ha certi modi di vedere, di pensare, di sentire del tutto speciali; niente è più sciocco che voler sostituire ad essi i nostri”.

Il secondo punto di vista è di Heinz von Foerster, fisico e cibernetico, secondo il quale le domande delle quali si sa già la risposta sono domande illegittime. Legittime sono invece tutte quelle domande per le quali non si conosce risposta e dove la risposta è tutta da costruire e da inventare.

Come si pone il nostro modello educativo rispetto a questa visione? Ho l’impressione che gran parte dell’educazione dei giovani e della formazione degli adulti abbia messo in secondo piano queste visioni pedagogiche a favore di un processo misurabile e strutturato di puro trasferimento della conoscenza. Una buona scuola o un buon corso di formazione sono tali quando riescono a trasferire dal docente allo studente delle conoscenze pronte all’uso che esso può memorizzare e riprodurre infinitamente.

Molto meno spazio viene dato allo sviluppo della capacità di elaborare un pensiero e di contestualizzare e relativizzare le conoscenze. Nell’attuale modello, in sostanza, vi è vero apprendimento quando l’allievo conosce la risposta giusta alla domanda che gli si pone (si pensi ad esempio alla proliferazione dei test multiple choice ad ogni livello di istruzione scolastica, anche quelli universitari e post-universitari). E come i giovani sono misurati sul numero di risposte corrette ai test, così gli adulti misurano il docente sulla base delle risposte e dei tool operativi (la famosa “cassetta degli attrezzi”) che apprendono durante la lezione.

Non sto dicendo che ciò non sia corretto o importante. Solo che questa è una visione parziale  dell’apprendimento. E’ utile per conoscenze stabili, situazioni e contesti ripetibili e ripetuti e problemi circoscritti per i quali esiste una sola risposta giusta a priori. Ma non tutte le situazioni che giovani e adulti devono quotidianamente affrontare sono di questo tipo. Esistono molte problematiche, non solo inerenti le scienze sociali, per le quali aver appreso la risposta giusta fornisce solo false certezze in quanto non esiste un un’unica risposta universalmente corretta. Ogni risposta funziona in base alla profonda comprensione dello specifico contesto in cui si inserisce. In questo tipo di situazioni ciò che conta veramente non è possedere la risposta giusta, bensì sapere come pensare, come collegare conoscenze, come interpretare la realtà, come far emergere dalle nostre esperienze una soluzione che possa aiutarci concretamente a superare una data circostanza.

Giuseppe Tornatore in “Nuovo Cinema Paradiso” ci fa vedere una scena in cui una maestra di una scuola elementare di un piccolo paesino della Sicilia degli anni ‘40 chiede ad un suo alunno di risolvere un problema di aritmetica: quanto fa 5×5.  L’alunno, in chiara difficoltà, raccoglie al volo il suggerimento di un compagno che gli mostra un abete, e di getto risponde all’insegnante: “Natale!” .Questa risposta scatena l’ira della Maestra e conseguenti vergate sulle mani.

Oggi non siamo certamente nella situazione descritta da Tornatore ma, pensiamoci, quale sarebbe attualmente il comportamento tipico di un insegnante in questa situazione? Molto probabilmente giudicherebbe negativamente la risposta dello studente invitandolo vivamente a studiare di più.

Giusto. Ma manca qualcosa. Manca capire perché il ragazzo ha risposto in questo modo, indagare il suo processo cognitivo, far emergere le sue argomentazioni, i suoi pensieri, le sue deduzioni.

Cosa cambierebbe – in fondo la risposta è sbagliata – potrebbe pensare qualcuno. In realtà cambierebbe molto, perché questi pochi minuti completamente non valutativi dedicati a far emergere il processo mentale che porta a quella strana risposta dello studente, gli fornirebbero una chiave di interpretazione del modo in cui ha ragionato, delle assunzioni che ha fatto e lo aiuterebbero a creare nuove categorie cognitive. Una ricchezza, a mio avviso, molto più ampia rispetto al semplice invito ad andare a studiare la risposta giusta per poi ripeterla all’infinito. Basterebbe sospendere per un istante il giudizio e chiedere al bambino: “Mi fai capire perché hai risposto Natale?” Con il giusto tono, si aprirebbe uno spazio educativo altrimenti chiuso. Naturalmente l’esempio del quesito di matematica è estremo perché sappiamo tutti che in quel caso specifico ciò che conta è dare la risposta corretta. Ci sono certamente materie e argomenti che si prestano molto meglio a questo tipo di impostazione. Si pensi ad esempio ad una domanda di storia, di letteratura, di filosofia o di biologia.

La domanda della maestra di Tornatore per von Foerster sarebbe stata considerata illegittima perché si conosce già la risposta corretta. L’utilizzo di simili domande per il fisico austriaco “banalizza” il sapere e il comportamento del bambino. Lo standardizza, anestetizza la sua capacità e volontà di attivare un ragionamento, spegne la curiosità, lo rende una macchina. Le domande legittime, invece, sono tutte quelle per le quali non si conosce la risposta in quanto è tutta da costruire e da inventare. Queste educano a vivere, a pensare, a contestualizzare le conoscenze.

A tal proposito, mi sovviene la nota storiella del barometro in cui un professore chiede ad uno studente di mostrare in che modo è possibile determinare l’altezza di un grattacielo con l’aiuto di un barometro.” La prima risposta sorprende il docente: “Porto il barometro in cima all’edificio, lo lego ad una corda, lo calo fino alla strada, faccio un segno e poi lo tiro su e misuro la lunghezza della corda e quindi l’altezza del grattacielo.”

La risposta è corretta perché risolve il problema, ma non è quella che si attende il professore (usare il barometro per determinare la differenza di pressione atmosferica tra base e vertice dell’edificio).

Dopo un primo smarrimento pensando al voto che avrebbe dovuto dare allo studente, il professore decide di dare al ragazzo un’altra possibilità concedendogli 6 minuti per rispondere alla domanda in modo tale da dimostrargli le sue conoscenze di fisica.

Dopo cinque minuti di silenzio il professore chiede allo studente se vuole ritirarsi ma il ragazzo risponde che ha molte risposte a questo quesito e sta scegliendo quella migliore. Pochi istanti dopo, fornisce la sua risposta: porto il barometro in cima all’edificio e lo lascio cadere al suolo. Misuro il tempo di caduta con un cronometro. Quindi, usando la formula S = ½ at2 calcolo l’altezza dell’edificio.”

La risposta vale allo studente il massimo dei voti e un elogio del professore che a quel punto gli chiede quali fossero le altre risposte che conosceva. Al che lo studente elenca vari modi: misurare la lunghezza del barometro, la sua ombra e l’ombra del grattacielo in un giorno di sole e con una proporzione, calcolare l’altezza dell’edificio; legare il barometro ad un filo ed usarlo come pendolo per misurare il valore di g (gravità) al livello della strada e in cima all’edificio (conoscendo la differenza di gravità è possibile calcolare l’altezza dell’edificio). E infine, andare in cima all’edificio, legare il barometro ad una lunga corda, calarlo fino al livello della strada e farlo oscillare come un pendolo. Misurando il periodo, si può calcolare la lunghezza della corda, cioè l’altezza dell’edificio.

Dopo tutte queste ottime spiegazioni lo studente però chiude dicendo al professore che il metodo migliore in assoluto sarebbe stato quello di bussare alla porta del soprintendente del grattacielo dicendogli: “senta, questo è un bellissimo barometro. Se mi dice l’altezza dell’edificio glielo regalo.”

A questo punto il professore chiede allo studente se veramente non conosceva la risposta convenzionale a questa domanda (quella che lui si aspettava fin dall’inizio). E la risposta del ragazzo lo gela: “la conosco ma non ne posso più di una scuola e di professori che tentano di inculcarmi “la risposta giusta”.

Letture – Il pensiero sistemico: un approccio alla complessità

pensiero sistemicoVi segnalo la pubblicazione di Paola Pirri e Massimiliano Di Bacco “Il pensiero sistemico: un approccio alla complessità”. Si tratta di un testo molto agile ma al contempo chiaro e utile per chi volesse conoscere meglio i principi di base del pensiero sistemico.

A mio parere gli autori sono riusciti a concentrare in pochissime pagine tutto ciò che è necessario sapere per acquisire una certa familiarità con l’argomento e riconoscerne la portata applicativa.

Riporto le parole degli autori per presentare il significato del pensiero sistemico: “Pensare sistemicamente significa interessarsi al rapporto che c’è tra gli elementi, alla loro evoluzione, alle connessioni (probabili e o improbabili che possano essere); significa passare dalla categoria del colpevole/responsabile alla logica delle condizioni che hanno facilitato un accadimento.”

Il volume di Pirri e Di Bacco prosegue con l’approfondimento dei principali blocchi al pensiero sistemico, utili al lettore per capire il grado di attitudine e predisposizione personale alla visione sistemica, e si chiude con le tre abitudini che il pensatore sistemico mette in atto nella sua elaborazione della realtà e nel proprio agire quotidiano:

  1. La determinazione dei confini del sistema entro cui ci si muove;
  2. L’individuazione delle connessioni all’interno del sistema e del sistema di inter retroazioni che si viene a generare
  3. La scoperta dei punti leva sui quali agire per ottenere una trasformazione del contesto in cui si opera.

Il libro “Il pensiero sistemico: un approccio alla complessità” rappresenta una straordinaria opportunità per avvicinarsi al tema della complessità e conoscere i rudimenti del system thinking con uno sforzo di tempo e di costo (0,99 Euro) molto contenuto. Consigliatissimo.

Vacanze “skholastiche”

orizzonteLe recenti polemiche sulla riforma scolastica e l’avvicinarsi della pausa estiva mi fanno pensare a quanto sia cambiato il concetto di educazione rispetto all’antichità. Oggi la fine della scuola è associata al tempo libero, alla spensieratezza, allo svago, all’ozio. E’ però curioso notare che Il termine “scuola” derivi del greco SKHOLE che aveva appunto il significato di “tempo libero”. Tempo libero che per gli antichi equivaleva alla libertà di coltivare la conoscenza. In sostanza, un tempo si vedeva la scuola come tempo per sé, un’oasi in cui coltivare la mente e lo spirito con la conoscenza. Oggi si vede la scuola come un obbligo che richiede delle pause di rigenerazione.

Come è potuto accadere un simile rovesciamento del mondo?  Un tempo la conoscenza era ricerca, curiosità,  confronto, passione ed esplorazione. Oggi la conoscenza è associata a orari scolastici scanditi dalle campanelle di fine lezione, programmi predefiniti, compiti assegnati per casa, verifiche a risposte multiple, studio a memoria, lezioni frontali del docente e letture consigliate che spesso, per quieto vivere, diventano obbligatorie.

In questo contesto fuggire dalla SKHOLE è sopravvivenza, rigenerazione, ripartenza. Il mondo si è rovesciato. Certo, non dobbiamo dimenticare che oggi l’accesso alla conoscenza è per tutti e un tempo non era così. Ma è altrettanto interessante notare che oggi tendiamo a fuggire da ciò che gli antichi agognavano. Vista in questo modo, forse si riesce a spiegare un po’ meglio parte delle difficoltà che dobbiamo affrontare nei cosiddetti tempi moderni e, senza entrare nel merito della recente riforma scolastica, il bisogno di un generale ripensamento dell’attuale modello educativo.

Un augurio per questa estate è quindi quello di provare a far rivivere lo spirito antico. Che questo periodo estivo sia per tutti un periodo skholastico, nel senso originario del termine: un’estate ricca di curiosità, ricerca, pensieri, libertà e conoscenza di sé prima che del mondo.

Buone vacanze.

Conoscenza in Festa – Udine

conoscenza in festaSabato 4 luglio parteciperò a Udine alla manifestazione Conoscenza in Festa.

Insieme a Roberto Siagri, CEO di Eurotech e coautore del libro “Anticipare il futuro”, sono stato invitato a parlare di “Imprese e futuro: resilienza e foresight per affrontare la complessità”.

L’intervento si terrà presso Palazzo Torriani sede di Confindustria Udine sabato 4 luglio dalle 10.00 alle 11.00. La partecipazione è libera.