Alla ricerca di performance aziendali sostenibili

Il fallimento della Lehman Brothers, oltre che un segnale forte dell’attuale crisi dei sistemi finanziari mette in evidenza un altro grande tema che spesso è sottovalutato: la sostenibilità delle performance aziendali. In ambito manageriale c’è una grandissima attenzione allo sviluppo di prassi, metodi, e approcci tesi al miglioramento dei risultati (maggiori profitti, minori costi, aumento del valore delle azioni). Una scarsissima attenzione è invece data alla sostenibilità di tali performance. Fino ad oggi, se una qualunque azienda annuncia un risultato nel “quarter” superiore alle aspettative, questo fatto è considerato un segnale di salute aziendale e spesso si porta dietro due conseguenze: induce la stampa a scrivere un articolo elogiativo sul management e porta gli investitori ad acquistare le azioni dell’azienda.

Un aumento dei profitti realizzati nel trimestre rispetto a quelli attesi è sempre considerata “a priori” come una “buona” notizia. Buona per gli azionisti e per gli stakeholders dell’impresa. Di fatto, non è più corretto (se mai lo è stato) pensarla in questo modo. Dietro questo miglioramento dei risultati ci possono essere pratiche e politiche di gestione totalmente irresponsabili che invece di creare valore per gli azionisti lo estraggono, cioè monetizzano oggi asset importanti per il futuro dell’impresa.  Non è difficile per il management celare dietro la ricerca del profitto e dell’aumento di valore una gestione dell’azienda tesa a realizzare extraprofitti e ad aumentare fittiziamente i corsi azionari nel breve periodo a scapito della competitività futura. Una ricerca pubblicata da C. Zook, (“Unstoppable, Finding Hidden assets to renew the core and fuel profitable growth”, Harvard Business School Press, 2007)ci indica come la vita media delle imprese americane sia scesa dai 24 anni dei primi anni 90 agli attuali 12. La ricerca della massimizzazione del profitto e della cosiddetta creazione di valore, sommati ad un orientamento gestionale di brevissimo periodo sono le principali cause di questa situazione. Se vogliamo apprendere una lezione dai fatti che stanno accadendo in questi giorni, dobbiamo cominciare a guardare in maniera più critica alle performance aziendali, chiedendo il riscontro di indicatori non solo economico-finanziari. Indicatori che possano dare un’indicazione più complessa della situazione gestionale dell’impresa e, soprattutto, che siano maggiormente orientati al futuro, alla competitività prospettica e alla sostenibilità dei risultati, e non solo al mero risultato economico di breve, quarter dopo quarter.

Advertisements

4 thoughts on “Alla ricerca di performance aziendali sostenibili

  1. I bilanci ed il rating non sono indicativi su come, dove si collocherà una società, del suo valore e della capacità di autopoiesi negli anni a venire.
    Metaforicamente è un organismo estraneo che si colloca in un eco-sistema complesso; per un’ecologia sociale deve sapersi integrare svolgendo la stessa funzione degli organi umani.
    I confini non sono solo quelli societari, ma per estensione integra quelli di tutti gli stakeholders.
    Segnali indicatori del malessere in cui si rischia di precipitare bisogna cercarli ai confini del proprio universo ( per esempio all’interno delle famiglie dei propri dipendenti ).
    Siamo tutti acquisitori, amministratori, venditori della società per cui lavoriamo non esistono confini realmente ben distinti se non per organigramma; un dipendente che parla male della società in quel momento la “vende male” agli occhi di potenziali interessati.
    A quel punto gli indicatori economici perdono parte del loro significato.

  2. Sono totalmente d’accordo con quanto scrivi Alberto. Il punto però è che oggi le imprese non sono affatto considerate come sistemi autopoietici in cui occorrre accumulare risorse per garantirne l’evoluzione. La logica dominante il management tradizionale è ancora quella di considerare le imprese come macchine input-output in cui la semplice creazione di profitto – indipendentemente dal modo in cui utilizza e sfrutta i propri asset – è sinonimo di salute e vitalità aziendale.

  3. siamo tutti consapevoli che le public companies quotate in borsa sono le piu’ soggette a ‘stress da prestazione’ a breve. I CEO (attraverso l’aumento del valore delle azioni) devono massimizzare il valore dell’azienda per aumentare i dividenti ed evitare che le aziende stesse vengano scalate (in caso, oltre a rendere scontenti gli shareholders, perderebbero pure il posto, di solito profumatamente retribuito). Per valutare un eventuale aspetto negativo della borsa sulla vita delle aziende, Sarebbe interessante sapere se il dato relativo alla vita media delle aziende riportato sopra si riferisce solo alle aziende quotate o a tutte (ed in questo caso qual e’ la percentuale per le aziende quotate)

  4. Il testo di Zook non chiarisce esplicitamente se il dato della durata media delle imprese si riferisca solo alle public companies, tuttavia dalla sua trattazione sembra evidente che abbia come riferimento in primis le imprese quotate. Questo però non mi sembra l’aspetto più importante da sottolineare. La ricerca ossessiva di migliori performance (se non quarter dopo quarter , anno dopo anno) è una pratica che riguarda oggi tutte le tipologie di impresa, non solo quelle quotate e riflette anche l’impostazione economica generale dei Paesi (e quindi dei governi) che mirano ad una crescita costante e sostenuta del PIL come misura di ricchezza e benessere collettivo. La conseguenza di questo modo di procedere riguarda la sostenibilità dei risultati aziendali e macroeconomici. Nel tuo commento, Paolo, giustamente affermi che la pratica di massimizzare il valore delle azioni serve per non scontentare gli azionisti e per evitare che i manager perdano il loro posto ben retribuito. E’però proprio questo atteggiamento degli azionisti che mina il sistema economico. Ciò che talvolta passa sotto il nome di creazione di valore per gli azionisti, altro non è che “estrazione” di valore ovvero monetizzazione di asset legati alla competitività futura, a tutto danno della sopravvivenza delle imprese, dei ritorni economici di lungo periodo degli azionisti e della ricchezza prodotta a livello macroeconomico. Negli anni ’60 la durata media del tempo di detenzione delle azioni ordinarie era di 8 anni, negli anni ’80 di 3 anni e nel 2007 siamo arrivati ad una durata media inferiore all’anno. In sostanza, l’imperativo è “performa o i soldi scappano da un’altra parte”. A furia di “scappare” da un’azienda all’altra, il rischio è che alla fine “scappino” dalle mani di tutti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...