La leadership dell’invisibilità

buzz_aldrin_011 Recentemente ho ascoltato ottime recensioni del romanzo di Johan Harstad, “Che ne è stato di te Buzz Aldrin?”. Per chi non lo ricordasse Aldrin è stato il secondo uomo al mondo a mettere piede sulla Luna dopo Niels Armstrong. Parliamo quindi di un uomo che è arrivato ad un centimetro dall’essere ricordato dalla storia come “il primo nella storia dell’umanità” ma ha consentito (non si sa quanto volentieri) ad altri di prendersi questo onore. La conseguenza di questo suo gesto è che oggi tutti ricordano Armstrong e quasi nessuno più si ricorda di Aldrin. Nel libro di Harstad il protagonista è Mattias che vuole assomigliare a Buzz Aldrin e dice: “«Io non avevo nessun bisogno di farmi vedere, di sentirmi dire quanto ero bravo. Perché sapevo benissimo quando lo ero». Non ho ancora letto il libro ma lo farò sicuramente. Trovo che la storia di Aldrin sia un esempio eclatante del genere di leadership di cui avremmo più bisogno oggi. Tutti coloro che oggi aspirano ad essere leader ed essere riconosciuti come tali sono spinti dal desiderio di emergere, di essere più visibili, di contare e comandare, di essere ricordati e adulati. E’ un tipo di leadership che, in tempi complessi, mi sembra abbia più lati negativi che positivi. Non c’è dubbio che in alcune occasioni è importante trovare il capobranco che trascina gli altri con la forza della sua determinazione e della sua ambizione, tuttavia, non dimentichiamoci che questo tipo di situazione genera dipendenza e porta a comportamenti passivi da parte dei follower.

Nella realtà pare che Aldrin non abbia preso bene la notizia di non essere stato scelto come primo uomo a sbarcare sulla Luna, quindi forse prenderlo come esempio di gregario che sceglie l’invisibilità al posto della fama non è particolarmente corretto. Resta il fatto che chi talvolta si trova nella situazione di scegliere di stare dietro le quinte, favorendo in questo modo il raggiungimento di uno scopo superiore – a mio avviso – non è da considerarsi sempre solo come un follower, ma può assumere, paradossalmente il ruolo di leader. Tralasciando per un attimo il vero carattere di Aldrin (che pare avesse un ego almeno grande come quello di Armstrong), il suo comportamento ha permesso di portare a termine nel migliore dei modi il compito che era stato assegnato alla missione spaziale. Pensate a cosa sarebbe potuto accadere se ci fosse stata una disputa tra Armstrong e Aldrin su chi avrebbe dovuto per primo mettere piede sul suolo lunare. Se in quella stessa situazione sulla navetta spaziale ci fossero stati due astronauti senza smanie di protagonismo eroico non ci sarebbe stato nessun problema. Se, al contrario, sulla navetta spaziale ci fossero stati due astronauti che tenevano nella stessa misura e con la stessa determinazione ad essere ricordati come “il primo nella storia” a mettere piede sulla Luna, allora la missione avrebbe potuto avere qualche problema. Leadership, quindi, significa anche mettersi al servizio di altri pur di raggiungere uno scopo superiore. Se questo significa fare un passo indietro, perdere di visibilità, ciò non deve essere interpretato come un comportamento debole o da semplice comprimario, bensì come un modo alternativo di esercitare la propria leadership. Nel pensiero occidentale la leadership ha una connotazione “eroica”. Il leader è il grande condottiero che compie gesta epiche. In Oriente, nel pensiero cinese, non c’è nulla di tutto ciò. Il grande leader è spesso invisibile, è colui che ha saputo lavorare dietro le quinte, influenzando in maniera indiretta e creando le condizioni affinché le cose accadano nel modo più corretto ed efficace per raggiungere un determinato obiettivo.

Forza quindi ai tipi alla Mattias. Come scrive Harstad: «Serve una forza di volontà immensa, e fortuna, e abilità per arrivare primi. Ma serve un cuore gigantesco per essere il numero due.”

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8 thoughts on “La leadership dell’invisibilità

  1. Giuseppe, ognuno segue le sue inclinazioni, quindi va benissimo stare in prima linea e cercare di influenzare le cose direttamente. Il senso del mio post era solo quello di far notare che può essere un leader anche chi sa stare un passo indietro se questo può voler dire agevolare il raggiungimento di uno scopo collettvo superiore. Ciao
    Alessandro

  2. E’ molto difficile darti testimonianze di questo tipo di leadership proprio perchè è spesso invisibile. A differenza della classica visione della leadership dai connotati eroici, stiamo parlando di persone che hanno deciso di non essere visibili, di non rivendicare meriti in prima persona, di non mettersi in primo piano. Questo naturalmente non significa che tutti quelli che stanno dietro le quinte possano essere considerati dei leader. Dipende molto se questa è una scelta consapevole fatta in virtù di un obiettivo. Diventano leader invisibili coloro che grazie al loro comportamento favoriscono l’emergere di dinamiche collettive che portano più efficacemente al raggiungimento di uno scopo comune. Talvolta i loro meriti vegno evidenziati (sempre a posteriori e a volte dopo molto tempo), altre volte no e quindi il mondo non ha consapevolezza di questo tipo di leader.
    Se non lo hai letto, ti consiglio di leggere “Pensare l’efficacia in Cina e in Occidente di Julienne”. Ci sono molti spunti interessanti che fanno riflettere sul significato che noi diamo all’efficacia e alla leadership. Ciao
    Alessandro

  3. Ho letto quel libro che mette in luce le differenze tra due sistemi di cultura. Da una parte la leadership della volntà di un De Gaulle, dall’altra la leadership della necessità. Da una parte l’io, dall’altra il potenziale. Allora la leadership dell’invisibilità diventa quella di chi aspetta che tutta la situazione maturi e interviene un momento prima della rottura secondo te?

  4. Un leader invisibile per me è colui che sa creare le condizioni di contesto che favoriscono l’emergere di comportamenti auto-organizzativi finalizzati a raggiungere un obiettivo superiore. Non si tratta solo di aspettare l’evolversi della situazione e intervenire un minuto prima della rottura, bensì saper leggere complessivamente l’evoluzione del contesto in cui opera ed eliminare eventuali ostacoli al raggiungimento degli obiettivi. Un leader che favorisce l’auto-organizzazione delle persone è per definizione invisibile perchè spesso le persone pensano “lo abbiamo fatto da soli”. Questo è vero, lo hanno fatto da soli, ma spesso grazie a qualcuno che ha saputo innescare le giuste dinamiche. Chiaramente non sempre questo tipo di leadership è funzionale alla situazione. In gruppi demotivati o in situazioni di forte cambiamento è più utile una forma di leadership ben visibile, di stampo classico. Le principali caratteristiche di un leader invisibile dal mio punto di vista possono essere così riassunte:
    – grande comprensione dell’evoluzione della situazione (di mercato o interna al gruppo)
    – assenza di ego ipertrofico che porta a pensare a se stessi come fulcro e motore primo della situazione
    – lucidità nel comprendere le conseguenze delle azioni e decisioni che vengono prese all’interno del gruppo
    – riconscimento delle caratteristiche delle persone per sapere se e quando è oppoertuno fare un passo indietro
    – capacità di far emergere molteplici idee e soluzioni dal gruppo.
    Ripeto, non penso che la leadership debba per forza essere invisibile. Solo che troppo spesso alla leadership si associa una dimensione epica che nella complessità risulta a volte essere troppo semplicistica e unidirezionale portando talvolta a mortificare le capacità di adattamento e di auto-organizzazione del gruppo.

  5. Allora il leader dell’invisibile divante colui che sa affidarsi all’emergenza, intesa secondo le teoria del caos. Ciascun nodo di una rete, infatti, se ottiene un giusto numero di input (no troppo pochi, non troppi) tende all’auto-organizzazione. Un buon leader quindi è chi sa immettere il giusto numero di varibili in una situazione che innescano l’iniziativa di ciascun membro del gruppo. E’ ovvio che per riuscirci deve avere di fronte una massa critica, pena il seminare invano perché non c’è un gruppo davanti ma un piccolo insieme di individui.

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