Profiting from happiness

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Dopo il pensiero sconfortante di ieri, torniamo alle buone notizie. Vi segnalo un’interessante ricerca pubblicata ieri su Economist.com Secondo Alex Edmans, docente di finanza alla Wharton University, le aziende più attente al benessere e alla soddisfazione dei propri dipendenti (classifica Fortune’100 Best companies to work for”) remunerano gli azionisti meglio della media del mercato. Dal 1999 al 2008 le 100 aziende presenti nella classifica Fortune “Best companies to work for” hanno ottenuto ritorni per gli azionisti del 4,1% superiori alle aziende comprese nell’indice CRSP che comprende tutti i titoli quotati al Nasdaq, al NYSE e all’American Stock Exchange.

L’articolo dell’Economist mette giustamente in evidenza il fatto che occorre essere cauti nel validare l’equazione: dipendenti soddisfati = elevati ritorni economici per gli azionisti. Queste sono le espressioni usate dall’Economist: “advocates of corporate social responsibility should be cautious about inferring that employee satisfaction brings high returns. Other variables, such as good management, may be at work”.

Io sono totalmente d’accordo con questa affermazione. Aggiungerei anche che, forse, nel più ampio concetto del “buon management” (good management) rientra saper gestire bene e valorizzare le proprie persone.

3 thoughts on “Profiting from happiness

  1. Tanti anni fa, un fisico italiano riuscì a pubblicare su Nature uno studio che dimostrava come, dal 1500 al 1950, un certo tipo di tartaruga delle Galapagos migrasse da un lato all’altro dell’arcipelago esattamente nell’anno in cui moriva il Papa di Roma, e mai in altre occasioni. Le tabelle di dati erano così convincenti che l’autore riuscì a costruire una teoria in base alla quale quella tartaruga era in grado di prevedere la morte del papa. Scherzava, ma molta gente vi credette: sono le insidie delle correlazioni statistiche prive di una base scientifica, di una spiegazione.

    Sarei dunque più risoluto di te nel collocare la notizia entro la cornice che le spetta.

    Diciamo dunque chiaramente che il constatare che le 100 aziende coi dipendenti più soddisfatti remunerano gli azionisti più della media, NON implica che l’avere i dipendenti soddisfatti sia più conveniente per gli azionisti.

    Tanto per fare un esempio, potrebbe essere vero l’opposto: le aziende meglio quotate rendono più soddisfatti i dipendenti –magari attraverso le stock options. 🙂 Oppure potrebbero esserci tante altre ragioni. Oppure, ancora, potrebbe non esserci alcun legame logico tra la soddisfazione dei collaboratori e il valore in Borsa, nonostante la correlazione statistica.

    Per fare “scienza”, i ricercatori avrebbero dovuto (ma forse l’hanno fatto: non ho letto il paper; sto commentando solo te e l’Economist), partendo da quella constatazione empirica, formulare un’ipotesi di lavoro teorica. Dire: “predisponiamoci dunque a indagare l’eventualità che la soddisfazione dei collaboratori sia un generatore di valore per gli azionisti” e prospettare una metodologia.

    PS: Uno di questi giorni, tu e io dovremmo scrivere un paper (in inglese, che sembra subito più figo) che dimostri come le aziende che hanno headquarters situati a numeri civici pari remunerano gli azionisti più delle altre; oppure uno che illustri come le aziende con CEO di nome Fred rendano 10 volte di più… Qualcosa del genere. Che dici, lo facciamo?

  2. Su questo hai pienamente ragione, se si vuole, si può dimostrare sempre tutto e il contrario di tutto. Nel mio libro riporto questo esempio: “Le patatine fritte fanno male? Nel 2002 è stato pubblicato uno studio svedese che evidenziava il fatto che i cibi a base di amido come la patatine fritte contengono acrilamide, una sostanza che sembra indurre il cancro negli esperimenti di laboratorio. Nove mesi dopo questa prima pubblicazione è apparsa una seconda ricerca che ha evidenziato che i cibi che contengono acrilamide non causano il cancro. Il 17 giugno una nuova puntata della saga sulle patatine fritte: è stata resa pubblica dall’agenzia Reuters una ricerca in cui si afferma che i cibi che contengono acrilamide provocano mutazioni del DNA. Il 5 luglio, un paio di settimane più tardi, un altro titolo della Reuters puntualizzava: uno studio rileva che non c’è alcun collegamento tra le patatine e la mutazione del DNA.”
    Quindi?
    Quindi sarebbe divertente scrivere qualcosa al riguardo: propongo una correlazione tra le capacità di leadership dei top manager e il loro handicap a golf… sarebbe preso sul serio da qualcuno (sic!) e non avremmo problemi a pubblicarlo….

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