Contaminare per Innovare

The Big Idea (XXL)Tutte le aziende cercano specialisti. E’ un fenomeno molto evidente sia nelle ricerche di nuovo personale, sia nella fornitura di consulenza di direzione. Sfogliando le pagine (in questi mesi purtroppo piuttosto scarne) degli annunci di ricerca di personale si nota subito come il candidato ideale sia rappresentato da una persona che abbia maturato una significativa esperienza nel ruolo e nel settore specifico. Nello stesso modo, molte imprese quando entrano in contatto con nuove società di consulenza chiedono le referenze all’interno del proprio settore e quanti progetti analoghi hanno già sviluppato.

E indubbiamente comprensibile il desiderio di avere a che fare con persone che conoscono già bene il lavoro e il settore in cui opera l’impresa, tuttavia, questo valore aggiunto si esplica solo in termini di efficienza e produttività. Diventa, invece,  spesso nullo o, addirittura negativo, se ci si riferisce all’innovazione. E’ un falso mito pensare che l’innovazione arrivi dagli specialisti. Chi ha competenze fortemente radicate e verticali,  tende a sviluppare un’ortodossia di pensiero (“io so come si fa, io ho la soluzione”) che può ostacolare la capacità di vedere le situazioni da punti di vista alternativi – attività, questa, che è alla base dell’innovazione.

Una situazione analoga si ha nel mercato della consulenza di direzione.  Mi è capitato più volte di ricevere richieste di progetti ed approcci innovativi ad una certa problematica. Quando, però, tali approcci vengono presentati, non è raro che scatti l’affermazione/domanda: “Molto interessante, dove lo avete già fatto?”. E l’innovazione… sfuma.

Ci sono sicuramente problematiche che è opportuno che siano gestite da specialisti (siano essi individui o società di consulenza), ma ciò non si applica a tutto e tutti. Se penso alla mia società, Newton, i contributi più innovativi e importanti li abbiamo avuti da persone che avevano esperienze in campi molto lontani dalla consulenza e background accademici  tra i meno ortodossi.

In molti settori di business (soprattutto quelli connessi ai servizi, ma non solo) l’innovazione è sempre più frutto di contaminazione di discipline, esperienze e punti di vista diversi. E’ vedere qualcosa che gli esperti non vedono o non vedono più, è osare dove altri ritengono non ne valga la pena. In una parola: è mantenere lo sguardo ingenuo sul mondo. Caratteristica questa che, come ben sappiamo, si perde man mano che ognuno di noi matura esperienze,  diventa adulto e si afferma come “esperto.”

4 thoughts on “Contaminare per Innovare

  1. Il tema della transdisciplinarietà nella innovazione non è solo vecchio di almeno trent’anni se pensiamo agli USA ma oggi pù che mai e richiesto proprio dal tipo di sfide e problematiche che dobbiamo affrontare, quindi va oltre un discorso generico valido sempre. Io tratto questo tema da tempo ma in italia l’innovazione è sempre stata l’eccezione (spesso brillante) che non si riesce a trasformare in sistema. Il punto è chi ha i soldi da investire come si mette in grado di farlo al meglio, che strategie e persone utilizza, che filosofia di investimento? Sia per le aziende che per i venture capital. Finchè non si evolve su questo fronte noi possiamo anche essere circondati di talenti e potenziali team ibridi ma non si va molto lontano, si rimane nelle eccezioni di successo non generalizzabili.

  2. Gian,
    ad una delle sue ultime conferenze Peter Drucker iniziò il suo intervento dicendo: “Se le cose che sto per dirvi le avete già sentite non lamentatevi, cominciate a metterle in pratica.” Uno dei problemi del management (in generale, non solo connesso all’innovazione) è il fatto che negli ultimi anni è stato tempestato di mode, approcci e metodologie e questo ha creato una sorta di torre di babele manageriale in cui è difficile districarsi.
    In questo modo delle fesserie assurgono a panacee di tutti i mali dell’imprese e approcci validi e robusti passano quasi inosservati. In Italia il tema dell’innovazione, dal punto di vista manageriale, è attualmente un non-tema. Tutti parlano della necessità di “fare innovazione”. Lo fa Confindustria, lo fa il Governo, lo fanno i manager e i consulenti all’interno dei convegni, ma di fatto nel nostro Paese l’innovazione è ancora circoscritta alla genialità del singolo imprenditore.
    Prendiamo ad esempio il tema dell’innovazione collaborativa. L’Italia, che è ricca di distretti industriali e di piccole imprese, potrebbe essere un luogo ideale per sviluppare questo approccio, eppure non conosco casi di reale successo.
    All’interno delle imprese il tema dell’innovazione ha un altro problema. Fin quando si parla di destinare una parte del fatturato alla ricerca e sviluppo non ci sono grossi ostacoli, ormai tutti lo ritengono un fatto ineluttabile e giusto. Quando, però, si intende innescare un processo che estenda l’innovazione all’interno di tutta l’azienda le cose si complicano. Cominciano problemi “politici” del tipo:” chi è l’owner del progetto? Su quale budget lo spesiamo? Come individuiamo le persone da coinvolgere senza pestare troppo i piedi alle persone che contano e non dover essere obbligati a inserire i soliti raccomandati? Coma faccio a convincere i manager a concedere una parte del tempo delle loro migliori persone al progetto innovazione? E via di questo passo…
    Dal mio punto di vista i principali ostacoli all’innovazione sono proprio di origine culturale. Mi riferisco proprio alla cultura generale dell’innovazione. Se il tema della transdiciplinarietà è vecchio di 30 anni come giustamente dici tu, è perché forse non ha ancora raggiunto il grande pubblico, altrimenti non si spiegherebbe perché tutte le aziende sono alla ricerca di specialisti verticali e poi dichiarano di mirare all’innovazione. Per diffondere la cultura dell’innovazione bisogna prima abbattere due miti duri da morire: l’ossessione del risultato ogni quarter e il la ricerca della massima efficienza. Ad oggi aziende che puntano su approcci come Six Sigma o Lean Organization sono considerate (a torto) innovative. Sono queste le storture che dobbiamo superare se vogliamo approcciare al tema dell’innovazione in maniera sistematica e diffonderne la cultura (esplorazione, ridondanza, ibridazione, ecc.).

  3. Alessandro, forse non si capiva il tono del mio commento, ma non voleva essere polemico ma di solidarietà al tuo post. Quindi condivido quello che hai aggiunto anche nel tuo commento. Come dici anche tu ci sono fattori culturali (e aggiungo di sistema economico) che per anni hanno permesso di non fare i conti con l’innovazione se non nell’eccezione. La qualità è rimasta per troppo tempo legata ad una gestione famigliare. Forse abbiamo una visione delle aziende e del mercato troppo razionale, dove prodotti e servizzi migliori riescono ad imporsi, dove le organizzazioni riescono a gestire certe conflittuali dinamiche interne perché altrimenti il merato le punisce. In realtà spesso le aziende rimangono piramidali e la learning organization è ancora una novità perché sono fatte per funzionare “nonostante le persone che vi lavorano dentro” e la concorrenza non produce innovazione. E’ come se il lato positivo del capitalismo in italia non fosse mai attecchito completamente e il capitalismo necessita di una gestione dei monopoli e della concorrenza, la cultura di impresa non la possono fare i consulenti se non in rari casi. La globalizzazione e la crisi costringeranno a cambiare? Quando il tuo concorrente non è più l’azienda infondo alla valle ma una azienda cinese e il tuo unico plus è l’esperienza, la tradizione e il talento che fai? Lo diciamo da 15 anni ormai, dovresti unire le forze con il tuo vecchio concorrente. Quanti l’hanno fatto e lo faranno? Quanto la PMI saprà portare innovazione non solo nei prodotti? Speriamo che la crisi sia anche un volano e non solo un affossamento, nel mentre continueremo con il nostro valorizzare la transdisciplinarietà.

  4. Sono d’accordo con te. Oltre alle caratteristiche tipiche del nostro sistema capitalistico (famigliare), sicuramente non aiutano l’innovazione alcuni valori che sono espressione della nostra società. Ne cito solo alcuni:
    1) le informazioni sono una fonte di potere e quindi da noi il knowledge sharing si legge (quando si legge) solo nei libri;
    2) conta più l’orientamento al “capo” che al cliente con la conseguenze di generare modalità di lavoro e di allocazione di risorse ed energie totalmente privo di buon senso di giuste priorità
    3) Conformismo e moderatismo sono valori positivi a priori, a prescidenre quindi dal contesto
    4) La gestione del potere è affiliativa e la meritocrazia poco sentita.
    5) L’atteggiamento da yes man paga più delle critiche costruttive
    Mi fermo qui per non essere troppo negativo. Dalla nostra abbiamo anche alcuni punti di forza rispetto ad altri paesi. Ad esempio il capitalismo famigliare è meno ossessionato dal breveperiodismo rispetto alla cultura anglosassone, e questo può favorire l’innovazione. Le nostre stesse radici storiche sono state caratterizzate da una continua contaminazione di culture. Montaigne nei suoi Essais scriveva: “(…) sia i romani che gli ateniesi tenevano in gran conto questo esercizio nelle loro accademie. Oggi gli italiani ne serbano qualche traccia con loro grande vantaggio, come si può vedere dal confronto dei nostri ingegni con i loro” (III, 8).
    Caro Gian, come scrivi tu, ben vengano tutti i contributi che si propongono di coltivare (o ri-coltivare) una cultura dell’innovazione.

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