Letture – Vincere la sfida della complessità

vincere-la-sfida-complessitaAlberto Gandolfi è noto a chi si occupa di complessità per il suo bel libro del 1999 “Formicai, Imperi e Cervelli” (Bollati Boringheri) in cui presenta le diverse “facce” della scienza della complessità in maniera semplice ed interessante. Con il libro “Vincere la sfida della complessità”, uscito pochi mesi fa, Gandolfi restringe il campo di indagine ai temi organizzativi e di management e lo fa, secondo me, in maniera molto chiara e coinvolgente. La lettura è scorrevole e ricca di esempi e ha il merito di far appassionare anche chi si avvicinasse per la prima volta a questo affascinante tema. Il libro si divide in due grandi parti. Nella prima l’autore presenta le dinamiche che caratterizzano i sistemi complessi (feedback, non linearità, autorganizzazione, ecc.). Nella seconda parte presenta un modello “concreto” che può consentire a manager ed imprese di governare più efficacemente la complessità.

Delle due ho apprezzato di più la prima parte. Anche se i temi sono stranoti a chi ha già letto qualcosa sulla complessità, il modo in cui sono presentati è chiaro, concreto e godibile. La seconda parte, che dovrebbe essere – nelle intenzioni dell’autore – quella più concreta e propositiva, è invece , a mio giudizio, meno riuscita. Il suo modello concreto per governare la complessità è una rielaborazione dell’approccio sviluppato dal cibernetico Ross Ashby a metà del secolo scorso che può essere sintetizzato nell’affermazione: per governare un sistema complesso occorre avere una complessità (varietà di possibili comportamenti) simile o superiore a tale sistema.

Considero la “legge della varietà necessaria” di Ashby un punto fermo negli studi sul governo della complessità e, quindi non posso che approvare l’idea di Gandolfi di fare di questa legge il cardine del suo approccio. Quello che mi convince meno sono alcune indicazioni che affiancano la legge di Ashby. La più controversa, per me, è l’indicazione di ridurre la complessità ove possibile per meglio governarla. Questo consiglio trae le sue origini dalle argomentazioni sviluppate da De Bono sul pensiero laterale.  Seguono una serie di esempi di riduzione della complessità che, secondo me, sono fuorvianti: la Southwest Airlines che, acquistando un solo tipo di aeromobile, riduce la complessità nell’istruzione dei piloti e nella manutenzione; l’Ikea che standardizza le viti dei suoi mobili, e così via. Dal mio punto di vista questi non sono esempi calzanti di riduzione della complessità, bensì esempi di riduzione della complicazione, cosa assai diversa.

A parte questo particolare, considero “Vincere la sfida della complessità” un buon libro, assolutamente consigliabile a chi volesse avvicinarsi a questo tema con una particolare interesse alle ripercussioni della scienza della complessità sul management e sulle organizzazioni.

8 thoughts on “Letture – Vincere la sfida della complessità

  1. sono incappato per caso su questo commento di A.Cravera sul mio libro. Trovo le osservazioni di Cravera molto pertinenti. Apprezzo i suoi complimenti per la prima parte del libro e trovo molto valide le critiche sulla seconda parte: gli argomenti attorno alla legge di Ashby sono ancora grezzi e andranno rifiniti. Ci sto lavorando….

    Di rimando, ho letto il libro di Cravera “Competere nela complessità” e non posso che consigliarlo, perché affronta l’amplissimo tema della complessità da una prospettiva fresca e concreta.

  2. Salve,
    Sono un lettore interessato alla complessità e sto leggendo il libro del prof. Gandolfi: nel primo capitolo ho trovato una frase di E.Morin, circa la definizione della complessità che mi ha lasciato un po perplesso. Tempo fà mi era capitato di leggere alcune posizioni di Morin che a mio parere sanno di antiscienza, come nel libro “Il paradigma perduto” (definiva gli scienziati come funzionari e la scienza stessa fuori da ogni controlo). Potrei sapere cosa ne pensate in proposito ?
    Grazie
    cordiali saluti
    Marco Barra

  3. Sono andato a cercare la frase di Morin nel primo capitolo del libro Vincere la sfida della complessità ma non l’ho trovata. Probabilmente ti riferisci al primo capitolo dell’altro libro di Alberto Gandolfi, “Formicai, imperi e cervelli”. Nel primo capitolo di quel libro campeggia la frase di Morin: “Se si potesse definire la complessità in maniera chiara, ne deriverebbe evidentemente che il termine non sarebbe più complesso”.
    Leggendo Morin, in alcuni passaggi, si può avere l’impressione di essere di fronte ad una sorta di antiscienza. Personalmente non l’ho mai inteso in questo modo. Le sue posizioni sono fortemente critiche nei confronti della scienza quando si considera onnipotente e onnisciente. Morin non è contro la scienza, è contro lo scientismo, che è una degenerazione ideologica della scienza. nello stesso modo, non è contro la razionalità ma contro il razionalismo (che è una degenerazione dell’uso della ragione).
    Queste le sue parole: “Un razionalismo che ignora gli esseri, la soggettività, l’affettività, la vita, è irrazionale. La razionalità deve riconoscere l’importanza dell’affetto, dell’amore, del pentimento. La vera razionalità conosce i limiti della logica, del determinismo, del meccanicismo; sa che la mente umana non potrebbe essere onnisciente, che la realtà comporta mistero. Negozia con l’irrazionalizzato, con l’oscuro, con l’irrazionalizzabile. Non solo è critica, ma è autocritica. Si riconosce la vera razionalità dalla capacità di riconoscere le sue insufficienze.”
    Morin non è contro il riduzionismo scientifico che ha fatto fare alla scienza negli ultimi secoli passi da giganti. E’ contro l’assolutismo del riduzionismo come metodo di approccio ai problemi. Se il riduzionismo diventa l’unico metodo scientifico, dice Morin, la scienza si perde la comprensione del complesso.
    Questo, perlomeno, è il mio punto di vista. Se Alberto Gandolfi legge questo post lo invito ad esprimere la sua opinione in merito. Ogni altro commento è naturalmente gradito.

  4. Grazie per l’interessante commento, che mi consente d’inquadrare un po meglio certe affermazioni di Morin. Effettivamente sto leggendo “Formicai, imperi e cervelli” ed è davvero una lettura molto accattivante ed illuminante .

    Cordiali saluti
    Marco Barra

  5. Salve,
    ho terminato la lettura del libro di Gandolfi. Dopo i primi due capitoli ero piuttosto ottimista, salvo poi rimanere interdetto sul resto del libro (salverei il cap.9 sulla complessità quotidiana).
    Ho fatto fatica a distinguere tra il pensiero dell’autore e le innumerevoli citazioni di altri autori: la cultura di Gandolfi è davvero impressionante ma trovo difficile a reperirla nel mare di frammenti di testi tratti da altre opere. Infine mi ha colpito la difesa del principio di precauzione, che a mio avviso se applicato alla lettera sarebbe un impedimento al progresso scientifico.

    • caro marco, grazie dei commenti

      con molto ritardo rispondo alle tua riflessioni. Capisco il disorientamento per i numerosi rimandi ad altre opere, ma ho cercato nel libro di tenere separato le mie considerazioni da quelle di altri autori (indicandole come citazioni e indicando la fonte); in effetti, se scopro che qualcuno ha già formulato un pensiero, lo cito.

      Per il principio di precauzione: sono d’accorod con la risposta di Alessandro: pesno che alcuni rischi attuali sono semplicemente troppo alti da permetterci delle “scommesse sistemiche”. E se guardiamo alla velocità crescente del “progresso”, un suo leggero rallentamento sarebbe assolutamente trascurabile nell’ottica dell’innovazione.

  6. Lascio volentieri ad Alberto la possibilità di rispondere a Marco. Da parte mia, non penso che il principio di precauzione sia un impedimento al progresso scientifico, o meglio, potrebbe esserlo solo se applicato nei modi e nei tempi sbagliati (penso ad esempio ad approcci integralisti e ideologici). A mio avviso il principio di precauzione è molto valido in ambito sociale in cui le reazioni sistemiche possono portare a conseguenze imprevedibili e talvolta non positive. Se, ad esempio, si fosse adottato, il principio di precauzione, prima di iniziare la guerra in Iraq, non si avrebbero avuto le conseguenze che tutti conosciamo. Grazie del commento Marco.

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