Letture – Difendersi dalla complessità

difendersi-dalla-complessita1Paolo Magrassi, oltre ad essere un amico, è una delle persone più colte, intelligenti e “contaminate” che conosca. Lo conosco da sette anni e penso non sia mai successo di intavolare una discussione con lui su un argomento di cui non sia a conoscenza. Coglierlo impreparato su un tema è veramente difficile, la sua curiosità lo spinge ad approfondire i temi più disparati (dall’informatica al rock, dall’innovazione alla filosofia, dalla letteratura all’economia…). A differenza dei tanti millantatori che si affrettano a dire la loro su qualunque cosa per pavoneggiarsi, Paolo non ostenta nulla di tutto ciò, ma se gli chiedi un parere su un qualunque argomento è molto difficile non ottenere una risposta puntuale e mirata.

Forse qualcuno avrà letto i diversi “botta e risposta” tra me e lui che hanno contraddistinto alcuni dei precedenti post su questo blog. Proprio da uno dei suoi commenti sono venuto a sapere che avrebbe, a breve, pubblicato un libro “contro la complessità”. Ho avuto modo di leggere questo libro qualche giorno prima della sua uscita. Ero molto curioso perché il titolo “Difendersi dalla complessità – Un kit si sopravivenza per manager, studenti e perplessi” è abbastanza provocatorio, soprattutto per uno come me che considera la scienza della complessità come une delle frontiere del sapere più interessanti.

Il libro di Magrassi, in realtà, non è contro la complessità,  bensì si scaglia contro quella che definisce un “blob pseudoscientifico” ispirato alla complessità che affligge la letteratura manageriale di oggi. In pratica, la sua tesi è che chi oggi parla di complessità nel management, di fatto, molto spesso non conosce la materia, non ha una preparazione scientifica sufficiente e rischia di confondere le idee al management. Converrete che la critica sia feroce.

Cosa dire di questo libro? Riprendo alcune delle considerazioni che ho già fatto privatamente a Paolo. Inizio con alcuni aggettivi che, secondo me, ben si sposano al suo libro: colto, arguto, intelligente, ironico, tagliente, provocatorio, preciso. Difendersi dalla Complessità è un libro scritto molto bene, facile da leggere, leggero e profondo insieme che coinvolge ed istruisce nello stesso tempo.

Per argomentare contro la “complessità pop” che si utilizza all’interno dei libri di management, Magrassi dedica la prima parte del libro a spiegare molto bene cos’è e come nasce in ambito scientifico la complessità (e i diversi temi che generalmente si riconducono ad essa: caos, non linearità, auto-organizzazione, ecc.). Questa parte dovrebbe essere letta da tutti coloro che sono interessati all’argomento perché abbina spessore e profondità ad una facile comprensione,  La seconda parte è invece dedicata al mondo del management e alla traduzione di complessità che ne hanno fatto gli autori in questo ambito.

A mio avviso le due parti sono abbastanza sbilanciate. Mentre la prima è approfondita, dotta, ricca di esempi e riferimenti, la seconda, dedicata al management, lo è meno. Personalmente sono  abbastanza d’accordo con la  tesi generale di Magrassi  (talvolta si parla di complessità senza avere solide basi scientifiche, si fa dell’allarmismo inutile, si dice più cosa non fare rispetto a cosa i manager dovrebbero fare, si usano termini a sproposito, ecc.) e, avendo pubblicato un testo su complessità e management, rientro a pieno titolo tra i colpevoli presi di mira dall’autore.

Sono, invece meno d’accordo sull’atteggiamento eccessivamente critico che dimostra nei confronti delle discipline e della letteratura di management. Probabilmente è vero che, soprattutto negli ultimi 20 anni, sono stati pubblicati molti pessimi libri di management (ma non solo in questo campo), tuttavia, non si può cadere nelle generalizzazioni. In qualche misura Magrassi, nella seconda parte del libro, è incorso nello stesso errore che fanno i consulenti di management quando parlano di complessità: non conoscere in maniera approfondita termini e storia del management. A pag. 148, ad esempio, si scaglia contro quell’audace autrice che mette in correlazione (un po’ ardita) Baudelaire e il management/complessità. La sua critica, pur essendo comprensibile e giustificata perde un po’ di valore in quanto confonde il termine “scientific management”  (Taylor) con il concetto di scientificità del management. E’ inoltre criticabile la scelta di Magrassi di citare e prendere in considerazione solo i libri sulla complessità pubblicati nell’ultimo periodo, non citando a sufficienza il fatto che la riflessione manageriale su questi temi è datata e in gran parte seria (Ashby, Stafford Beer, Forrester per citare dei classici internazionali, Morgan, Stacey e Vicari solo per citarne alcuni di più recenti). So che Paolo conosce bene questi autori, quindi il fatto di non prenderli in considerazione è stata senza dubbio una scelta “editoriale”.  Scelta – questa – secondo me, discutibile perché rende la sua argomentazione meno forte di quello che avrebbe potuto essere.

In sintesi, consiglio vivamente di acquistare questo libro a tutti coloro che vogliono approfondire il tema complessità in genere. Lo consiglio anche a tutti coloro che sono più interessati al management e alle ripercussioni della complessità sulla gestione d’impresa. Il libro di Magrassi non aggiungerà nuove teorie ed approcci spendibili in azienda, ma certamente svilupperà gli “anticorpi” per evitare di essere travolti dalle parole dei consulenti che parlano (e talvolta blaterano) di complessità.

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3 thoughts on “Letture – Difendersi dalla complessità

  1. 11-8-09
    Non ho ancora letto il libro di Magrassi, ma già i commenti al suo diverso trattamento della complessità nelle scienze umili e nell’economia mi fa supporre che egli abbia ragione.
    Perché non si traduce in italiano la parola “management” e la si lascia sempre con quel tanto di indefinito e misterioso che solo gli esperti di “economia” sanno interpretare?
    Dal dizionario inglese-italiano della Oxford University edizione SEI Torino alla voce “management” corrispondono ben quattro traduzioni.
    Oltre a “l’azione del dirigere”, “l’insieme dei dirigenti”, e “manipolazione terapeutica” esiste la traduzione “maneggio, intrigo” che in italiano non ha nulla di positivo e non renderebbe presentabile un corso di laurea in “maneggioneria”.
    Che c’entra tutto questo con la complessità?
    Nel mondo di quelli che credono che l’economia sia una scienza e che lo stesso denaro misuri oltre al lavoro anche il gioco, soprattutto su quest’ultimo sperano di poter applicare i risultati di una teoria della complessità per uscire dal disastro in cui si è cacciata la “scienza economica”.
    E’ la speranza di riuscire a superare le leggi della “statistica fisica” applicabili a tutti gli insiemi e riuscire a prevedere e determinare dei risultati futuri come proprietà generali degli aggregati e poi in particolare di quelli definiti dagli economisti.
    Per ottenere qualche risultato è però necessario che questi insiemi esistano e non siano solo il risultato di una definizione largamente arbitraria ed arrogante, ma la speranza sta proprio nel voler ottenere ciò che la teoria nega, ovvero la possibilità da parte di un elemento di possedere un’informazione portata esclusivamente dall’insieme.
    Un’esempio calzante è quello di una cellula del nostro corpo che volesse sapere che cosa stiamo pensando senza accorgersi che il pensare non è della sua portata ed appartiene ad un altro livello della rappresentazione.
    E’ ben vero che si possono fare delle analogie, ma prima di tutto occorre l’umiltà di una scienza di non imporre condizioni ai risultati e soprattutto chiarirsi che pochi soldi misurano la capacità di sopravvivere e tanti soldi misurano la capacità di sottomettere gli altri.
    Senza definizioni chiare è impossibile fare domande alla matematica e pretendere che quella risponda con qualche teorema.
    giorgio viale

  2. Giorgio, in cosa dovrebbe aver ragione Magrassi? Dalle sue parole è palese una forte critica al management. Concordo con molte delle sue considerazioni, tuttavia, il libro di Magrassi non è “contro il management”, e non è neppure contro l’applicazione dei principi della complessità al management. La sua critica si rivolge alla superficialità con cui spesso persone con scarso background scientifico parlano di complessità e management, senza sapere di cosa stanno parlando. Il libro “Difendersi dalla complessità” (che le consiglio) critica la cultura pop del management che oggi si affida al tema della complessità per essere un po’ più cool e alla moda.
    Quando lei scrive: “che c’entra la teoria della complessità con il management?” mi sembra che consideri la complessità come l’ennesima scappatoia culturale per molti soloni dell’economia e del management che hanno clamorosamente fallito nelle previsioni e nella gestione di grandi aziende. In realtà le cose non stanno così. Far entrare i principi della complessità nel mondo aziendale significa cambiare le regole del gioco, evitare ad esempio di mirare a performance aziendali monodimensionali (basate solo sul profitto), evitare dispendiose pianificazioni che nella realtà vengono disattese, superare gli steccati delle discipline funzionali nella gestione d’impresa, riconsiderare il ruolo della leadership nel governo dell’azienda, e così via. Far entrare i principi della complessità all’interno delle imprese è tutt’altro che un escamotage per non cambiare nulla. Convengo con lei che il management non abbia certo dato una buona prova di sé negli ultimi anni. Non solo dal punto dell’integrità, ma anche sul piano delle performance aziendali. E’ importante rivedere alcuni capisaldi con cui vengono gestite le imprese e la complessità ci può fornire alcuni stimoli di riflessione importanti. Naturalmente, in ciò dobbiamo stare attenti, come scrive Magrassi, a non lasciarsi abbagliare da ciò che chiamiamo “teoria della complessità” senza sapere di cosa stiamo parlando.
    In sostanza, quindi, la invito a non considerare la complessità come l’ennesimo tentativo del management di giustificare azioni sconsiderate nascondendosi dietro astruse formule matematiche. Ci saranno anche persone che tenteranno di farlo, ma non è certo questo lo spirito con cui si dovrebbe far entrare i principi della complessità nel management.
    Chiudo con una sua frase che mi ha colpito e che sottoscrivo in pieno: “(…) prima di tutto occorre l’umiltà di una scienza di non imporre condizioni ai risultati e soprattutto chiarirsi che pochi soldi misurano la capacità di sopravvivere e tanti soldi misurano la capacità di sottomettere gli altri.” Se dovessi descrivere in poche righe quale contributo mi aspetto che la complessità porti al mondo del management, non troverei un modo migliore delle sue parole. Grazie

  3. Mi rendo conto che non ho mai detto la mia qui, dopo le parole troppo lusinghiere di Ale Cravera.

    Quanto alla critica di Cravera sulla seconda parte del libro, per farla breve mi limiterò a far presente che UNA delle pubblicazioni da me analizzate è stato, tra quelli che parlano di complessità, il paper più citato di sempre nella letteratura scientifica per il management.

    Non ne ripeterò qui gli estremi per non dare l’impressione che io abbia qualcosa di personale contro gli autori (che non conosco). Chi possiede il mio libro lo apra alle pagg. 95-99 e constati da sé quanti e quali scempiaggini si pubblichino, intorno alla complessità, sui journal di management. E, se quella è la base scientifica, figuratevi un po’ cosa può comparire in sede divulgativa… Il mio lavoro, nella seconda parte del libro, è stato facile come spintonare un ubriaco. 🙂

    Comunque, mentre scrivevo il libro come pamphlet polemico contro la versione “pop” della complessità, mi sono accorto che forse potevo anche dare qualche piccolo contributo originale. Per esempio

    1) mostrare come il fil rouge della complessità sia la non-linearità, cosa che non era mai stata fatta, che io sappia, nella letteratura divulgativa (neppure in quella in inglese, della quale quella italiana è spesso un ricircolo o un commentario);

    2) illustrare tutti gli aspetti salienti che fanno parlare di complessità, insinuando a) negli scientisti il dubbio che il discorso non possa essere ridotto solo a sistemi di equazioni e b) negli epistemologi quello che il dibattito abbia, in sede scientifica, radici più lontane, articolate e profonde di quanto essi mostrano di credere;

    3) chiarire in modo semplice e piano alcuni termini che, pur centrali nella complessità, sono fastidiosamente fraintesi e stravolti nella letteratura divulgativa e nei siti web che parlano di complessità. Per esempio: “lineare”, “riduzionismo”, “emergenza”, “meccanicismo”, “determinismo”.

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