Letture – Lo scimmione intelligente

scimmioneConsidero “Lo scimmione intelligente” un’occasione persa. Il testo contiene un dialogo tra Giulio Giorello, e Edoardo Boncinelli sul significato di libertà e libero arbitrio nell’uomo in relazione alle dinamiche evolutive. L’argomento, almeno per me, è accattivante, gli autori credibili e interessanti, la forma del dialogo anziché del saggio classico, semplice da seguire e da leggere, però il libro, nel suo complesso, è assai deludente.

Da un libro come Lo Scimmione intelligente” ci si aspetterebbe  dialoghi vivaci, acute intuizioni, esempi interessanti, battute illuminanti. Purtroppo non ho trovato nulla di tutto ciò. Boncinelli e Giorello scrivono spesso articoli godibili e interessanti sul Corriere della Sera e su altri magazine, mi aspettavo pertanto uno stile di scrittura brillante, anche in virtù del fatto che, di solito, i libri in forma di dialogo, consentono di evitare gli appesantimenti stilistici tipici dei testi accademici. In realtà, il dialogo tra Giorello e Boncinelli non è affatto godibile, anzi a tratto l’ho trovato irritante. Soprattutto Giorello, infarcisce ogni suo intervento con una citazione: come ha scritto X, e giù una frase di tre righe riportata a memoria; come ha detto Y e giù un’altra citazione di 4 righe riportata a memoria… Mi chiedo se questo è il modo in cui Giorello dialoga con le persone! E’ talmente evidente questa propensione alla citazione da parte di Giorello che, a pagina 180, porta Boncinelli ad esclamare: “Sei incredibile: leggi di tutto e ti ricordi tutto. La tua conoscenza e la tua capacità di citare spaziano da Paperino a papa Ratzinger!” Forse nelle parole di Boncinelli si può avvisare una sorta di ammirazione, ma in fondo penso che anche a lui questa continua ripresa di frasi, aneddoti e citazioni di altri abbia dato un po’ fastidio. Tra l’altro, come conseguenza naturale,anche il Boncinelli non può esimersi da fare le sue citazioni colte, per mettersi in pari con la cultura del suo interlocutore e dimostrare di essere all’altezza del dialogo. Risultato di tutto ciò: un dialogo non-dialogo, autoreferenziale, incomprensibile, che dimentica nel modo più assoluto che c’è un lettore che dovrebbe leggere le loro parole, capirle e appassionarsi. In alcune parti la conversazione tra Giorello e Boncinelli sembra fatta nel salotto di casa in totale assenza di pubblico. Potrebbe anche passare questo solipsismo dialogico (mi rendo conto che ho appena inventato un’espressione paradossale) se non fosse che il dialogo non è naturale o rilassante, come se si fosse davanti ad un caminetto con il fuoco acceso. Sembra che al posto del brandy, i due autori, tengano in mano una sorta di enciclopedia tascabile da cui vanno a pescare citazioni e pensieri dagli ambiti più disparati. Non mi viene in mente un’altra spiegazione: per quanto Boncinelli e Giorello siano due persone autorevoli ed intellettuali colti e preparati, non mi sembra plausibile che riescano a citare intere frasi di testi magari letti anni prima nei campi più disparati: dalla filosofia, alla fisica, dalla letteratura alla biologia, dalla religione ai fumetti, dalla matematica alla sociologia.

Ci sono pagine intere in cui la mia sensazione di lettore è stata: “ma di cosa stanno parlando? Qual è l’argomento che stanno affrontando? Il filo logico del ragionamento si perdeva nei meandri delle citazioni e delle diversioni che i due autori si alternavano a proporre. Può darsi che il problema sia stato soltanto mio, che non abbia la cultura sufficiente per poter comprendere i dialoghi di due menti così preparate. Può darsi. Ma se anche così fosse, mi sembra che il risultato non cambi: se ho acquistato il libro è perché l’argomento mi interessava e mi incuriosiva, quindi rientro nel target di pubblico a cui dovrebbe essere indirizzato questo libro (tra l’altro scritto in forma dialogica e non di saggio classico).

Nelle pagine conclusive del libro (a pagina 197) Edoardo Boncinelli scrive: “C’è un frammento di Nietzsche che pressappoco recita così: “il guaio dei filosofi è che si fanno trascinare dalle parole e cascano nella loro rete”. E prosegue dicendo: “troppo spesso io riscontro in alcuni miei colleghi questo lasciarsi intrappolare, perché loro finiscono per parlare solo… di parole. Spero che qui, almeno parzialmente, sia riuscito il nostro sforzo di trattare il meno possibile di parole e il più possibile di cose”. Giorello in risposta a questa affermazione scrive: “La filosofia dovrebbe essere emancipazione intellettuale. Talvolta lo è solo in quanto ci libera dalle gabbie costruite da qualche altro filosofo…”

Mi spiace, cari signori, ma, a parer mio, questo intento non è stato raggiunto.

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5 thoughts on “Letture – Lo scimmione intelligente

  1. Bella recensione. Eviterai a qualche fortunato di cascare nella trappola di questo libro…

    Purtroppo, la letteratura divulgativa in italiano è un disastro. Non riesce a comunicare in modo facile, leggero, accattivante.

    Gli autori italiani dimenticano, come tu hai subito percepito in questo caso, persino che esiste il concetto di lettore. Scrivono testi divulgativi esattamente come scrivono i loro paper scientifici, che per il 99% sono chiacchiere irrilevanti destinate a essere lette solo da 2-3 sventurati referees. (Il rimanente 1% è la scienza “vera”). Idem, dunque, sono i loro libri.

    E questo non avviene solo nella divulgazione scientifica hard. Per esempio Montanelli, nelle prefazioni ai vari volumi della sua Storia d’Italia, diceva sempre che il libro era dedicato a quei lettori che mai avrebbero potuto né voluto sciropparsi i testi degli accademici, fatti solo per se stessi.

    Gli accademici italiani si imparruccano, arzigogolano, amano il latinorum e le citazioni. Semplicemente, dovrebbero evitare di divulgare. Gli editori, poi, dovrebbero CAPIRLO una volta per tutte e non pubblicare testi divulgativi italiani a meno che non siano A) rare eccezioni (p. es. Odifreddi) oppure B) traduzioni di testi in inglese.

    Io leggo spagnolo, francese e inglese ma solo in questa lingua ho sempre trovato un’ottima e abbondante divulgazione scientifica, anche nelle materie più difficili. E non parlo solo dei libri giornalistici (in inglese c’è un’intera categoria di giornalisti con background scientifico, alla Piero Angela, che sono in grado di scrivere benone di scienza), ma proprio dei testi divulgativi scritti dagli scienziati.

    In Italia, non ci riusciamo.

  2. Sono d’accordo Paolo, però sarei meno categorico. Sto leggendo “Trappole mentali”, un libro di Matteo Motterlini (che è Ordinario di Logica e filosofia della scienza) che è assolutamente godibile e ben scritto. Per restare in ambito filosofico, mi piacciono molto anche i testi divulgativi di Dario Antiseri. Ci sono accademici che hanno avuto grande successo in ambito divulgativo (ad esempio Domenico de Masi), sono però tutti esempi di esperti di scienze “soft”. Concordo con te che è molto più difficile trovare buoni esempi di testi divulgativi sulle scienze più hard (fisica, biologia, matematica). Oddifreddi è sicuramente un buon esempio. Qualche tempo fa ho letto “Un’occhiata alle carte di Dio” di Carlo Ghirardi (ordinario di fisica teorica all’università di Trieste) e pur trattando di meccanica quantistica, riesce a farlo in maniera comprensibile e abbastanza coinvolgente.

  3. Le eccezioni non mancano certo. Ma sono minoranza ristretta rispetto alla loro percentuale nell’editoria anglosassone.

    Quanto a resto, è molto ma molto più facile divulgare la filosofia o le scienze umane (figuriamoci le cose di De Masi! Simpaticissimo e ammirevole, però impegnato su robetta facile) che non la matematica, la fisica o la genetica molecolare!

    Questo è tanto vero, che nelle interviste che Odifreddi fece a qualche decina di premi Nobel scientifici e che sono state pubblicate nel 2005, ricorre più volte l’affermazione, da parte di molti di quegli scienziati, di aver rifuggito la parte divulgativa perché troppo DIFFICILE.

  4. Penso che tu abbia toccato il punto. In Italia la parte divulgativa non è considerata la “più difficile”, bensì la “meno nobile” per cui è snobbata e declassata. Nel mondo anglosassone c’è invece maggiore consapevolezza circa l’importanza e la difficoltà della divulgazione.
    Si parlava prima di aforismi e di citazioni, me ne viene in mente uno di Churchill (perdonami…): “Mi scuso per la lunghezza di questa lettera. Non ho avuto abbastanza tempo per scriverne una più breve” (Winston Churchill)

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