Gerarchia o intelligenza collettiva

icon_20Carlo Formenti ha scritto un articolo sul Corriere della Sera di ieri intitolato: “Wikipedia, democrazia delle idee: eppure le elite contano ancora”. L’articolo inizia in questo modo: “Saggezza delle folle, intelligenza collettiva, produzione cooperativa fra pari: sono solo alcuni dei concetti/slogan nato da un mito condiviso dalla stragrande maggioranza degli adepti della cultura internettiana…” e finisce con questa affermazione: “in conclusione: il principio gerarchico non sta affatto sparendo, più semplicemente, stanno mutando i meccanismi per selezionare le élite.”

E’ facile immaginare cosa ci sia scritto in mezzo. Formenti non crede che l’intelligenza collettiva sia qualcosa di diverso da uno slogan usato dai maniaci di internet che si riempiono la bocca con i soliti esempi di collaborazione peer to peer quali Linux e il mondo open source. La sua idea è che questi non siano fenomeni di cooperazione tra pari, bensì celino un diverso tipo di elite. Non tutti i contributi, infatti – scrive Formenti – hanno lo stesso peso, essi riflettono delle precise gerarchie.

Non condivido questa tesi. Intelligenza collettiva non significa affatto egualitarismo, ovvero pari peso di tutti. Allo stesso tempo, intelligenza collettiva non significa gerarchia e decisioni top down prese dalle nuove elite. Intelligenza collettiva è un concetto diverso da gerarchia, da anarchia e da egualitarismo. Intelligenza collettiva significa eterarchia, ovvero dominio dell’altro, è controllo orizzontale e autocontrollo, è gerarchia emergente sulla base della competenza, al posto della gerarchia statica e formalizzata. Il fatto che non tutti i contributi ad un progetto open source abbiano lo stesso peso o che ci siano contributi su Wikipedia più “pesanti” di altri, non dipende dal fatto che esiste un’elite occulta che decide le regole a cui gli altri si adeguano, bensì che tali regole si formano autonomamente, emergono dal basso. La gerarchia, e quindi i pesi, dei contributi dipendono dall’autorevolezza e dalle competenze di chi li propone. A seconda dell’argomento/problema tecnico, queste gerarchie cambiano forma. Conta chi è considerato competente non chi ha i gradi. Da una visuale eterarchica, quindi, ogni persona va riconosciuta come dotata di potere nella sua specialità. Anni luce dal modo in cui sono organizzate le imprese oggi, con ruoli e gerarchie stabili e definite e controllo top-down.

Un’altra considerazione riguarda il legare l’intelligenza collettiva agli appassionati internettiani. Mi sembra un visione ristretta della problematica. Internet non è la causa della crescente importanza dell’intelligenza collettiva, bensì lo strumento che ha consentito la sua applicazione concreta. Le ragioni alla base del fatto che oggi siamo alla ricerca di nuove forme di governo dei problemi e di ricerca di soluzioni risiede nella complessità del mondo in cui viviamo. Intendiamoci, la nostra realtà è sempre stata complessa, tuttavia globalizzazione e accelerazione della comunicazione l’hanno resa molto più interdipendente e interconnessa, quindi più complessa. Di fronte a questo scenario, è sempre meno probabile che le soluzioni arrivino dai singoli, per quanto esperti siano. La complessità richiede di moltiplicare i punti di vista sui problemi da affrontare , contaminando esperienze e professionalità. In questo senso, i lavori di Surowiecki sulla saggezza della folla – discutibili in alcune sue tesi, ma assai interessanti, la ricerca di intelligenza collettiva e il mondo della collaborative innovation rappresentano, oggi, concrete modalità per affrontare la complessità.

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9 thoughts on “Gerarchia o intelligenza collettiva

  1. Ciao Ale,

    non ho letto Formenti e non mi interessa. Mi interessano i punti che sollevi tu, che come sai sono temi sui quali anch’io ragiono da tempo.

    Diversamente da quel che sembri ritenere, io penso che Open Source e Wikipedia siano effettivamente diretti da un’élite, «che decide le regole a cui gli altri si adeguano».

    Questa élite è “occulta” solo per coloro che non conoscono i processi produttivi di Open Source e di Wikipedia.

    Le regole di costruzione di OS e di Wikipedia non si formano autonomamente e dal basso.
    I singoli blocchi di software e i contenuti delle singole voci dell’enciclopedia, sì. Ma il prodotto open source nel suo complesso (Linux o OpenOffice o Apache, ecc) o l’intera enciclopedia, no.

    Questi hanno bisogno di un capitale organizzativo che, almeno nei due esempi di cui siamo a parlare, non si forma spontaneamente dal basso.

    Nel caso di open source, i progetti sono diretti da organizzazioni ordinarie e nel caso di Wikipedia, senza regole e i relativi vigilantes (persone e software) il risultato è un disastro.

    La competenza è condizione necessaria ma non sufficiente, perché riguarda inevitabilmente comparti limitati.

    Uno può essere molto competente sui contenuti ma non sul metodo, sul processo. Entrambi, invece, sono skill indispensabili.

    Io posso essere un formidabile programmatore di software, ma se tu non mi dici quali sono le priorità dello sviluppo, difficilmente arriveremo a capo di un prodotto finito al quale molti partecipano. Posso essere un grande esperto di uno specifico argomento meritevole di una voce enciclopedica, ma se non mi istruisci circa la metodologia di compilazione di un’enciclopedia, farò casino perché non sono in grado di assicurare i requisiti minimi di qualità (coordinamento tra le voci; no ricerca di prima mano; qualificazione delle fonti da citare; punto di vista neutrale; ecc ecc).

    I progetti men che banali richiedono metodo, processo, organizzazione: metacompetenze al di là di quelle che solitamente chiamiamo competenze –capitale organizzativo.

    Non sono a conoscenza di progetti del genere che si siano svolti senza coordinamento. Ne sono alla ricerca.

  2. Messa giù in questo modo non posso che concordare con te. Quando parlo di emergenza dal basso non mi riferisco ad una forma di spontaneità naturale autoesaustiva. Hai quandi perfattamente ragione quando parli del bisogno di metacompetenze per sviluppare prodotti open source.
    Se così non fosse, vorrebbe dire che, per applicare i principi della complessità di un’impresa (mi riferisco in particolare all’auto-organizzazione) basterebbe selezionare un po’ di persone con le giuste competenze, chiuderle in ufficio e, automaticamente, l’impresa avrebbe successo e si auto-organizzerebbe. Come sappiamo bene, non funziona in questo modo. Auto-organizzazione non significa assenza di coordinamento e di meta competenze.
    La mia idea, però è che questo coordinamento e le metacompetenze di cui ogni progetto ha bisogno, siano un ingrediente “somministrato” in maniera diversa rispetto al passato. Tradizionalmente nella logica organizzativa classica, questi ingredienti vengono inseriti in maniera gerarchica top down. Quello che conta non è tanto il significato che essi conferiscono al progetto, bensì esclusivamente l’ordine che esprimono in sè (in quanto espressione di una gerarchia).
    Nei progetti OS e, più in generale, in tutti i contesti in cui si vuole gestire un’organizzazione in maniera innovativa, l’ingrediente coordinamento (metacompetenza), pur presente, non trova vigore nella sua provenienza gerarchica, bensì nel significato che riesce a creare e a condividere con tutti coloro che intendono partecipare al progetto.
    So che sembra confusa questa spiegazione. Provo a spiegarmi meglio. A differenza di un progetto aziendale tradizionale, chi partecpa ad un progetto OS, non lo fa perchè qualcuno gli chiede di farlo e controlla la sua produttività, bensì perchè, nella maggior parte dei casi, ha piacere di farlo, sente un beneficio nel dare un contributo ad esso. Ciò avviene perchè condivide un significato, una cornice, una finalità. Ed è proprio la condivisione di questo signficato ciò che fa la differenza rispetto ai progetti tradizionali e ciò che, a mio avviso, fa emergere l’intelligenza collettiva e la mette a disposizione del progetto stesso. Non vi è una gerarachia formale in questa situazione. Se proprio vogliamo trovarci una logica gerarchica, la possiamo trovare in una gerarchia di simboli e di significati. Dietro di questi c’è qualcuno che li costruisce, li comunica e aspetta – come un pescatore che ha buttato l’amo nel lago . che qualcuno si riconosca e accetti di contribuire attivamente con la sua competenza e intelligenza al progetto. Anche questa, se vogliamo, è una forma di comando (anche se non userei questo termine), tuttavia, essa non predetermina nei dettagli l’output che si intende costruire. Dopo aver costruito una cornice, un frame alto, lascia sufficiente spazio alle emergenze dal basso che, di fatto sono quelle che concretizzano il progetto. Il controllo dei singoli pezzi a questo punto diventa prevalentemente un autocontrollo. saranno i diversi contributori al progetto che, condividendo un significato, segnaleranno i contributo incoerenti con esso e li espelleranno dal sistema. Quindi eterarchia non è assenza di coordinamento né assenza di controllo (altrimenti sarebbe anarchia o spontaneità naturale).
    Ciao Paolo

  3. I programmatori open source appartengono a due categorie: a) i dipendenti delle aziende produttrici di open source (come Sun, Red Hat, IBM, OpenBravo, Compiere, ecc ecc) e b) dipendenti di altre aziende che, fingendo di lavorare per chi li remunera, lavorano invece a progetti open source.

    I lavoratori di tipo (a) sono diretti nel modo classico. Quelli di tipo (b) ricevono le stesse direttive progettuali ma dal punto di vista gerarchico sono trattati in modo più “carino”, per il semplice fatto che non sono dipendenti e lavorano gratis (accontentandosi della gratifica consistente nel vedere a volte il proprio nome apparire nei “credits”).

    Se tu vai su openoffice.org o su sourceforge, troverai le regole comportamentali e collaborative per contribuire a progetti open source, e vedrai elencati i task che possono essere svolti da qualunque volontario.

    Chi ha promulgato quelle regole? Chi mantiene quella lista di task, preoccupandosi delle relative priorità e dei mutui collegamenti, senza i quali nessun software emergerebbe? Non un’Intelligenza Collettiva o un organismo auto-organizzato, ma delle persone concrete, con tanto di stipendio e company car.

    – – –
    Quanto alla gestione democratica e dal basso dell’impresa che tu propugni (e ammesso che essa sia possibile), sei sicuro che il modello open source le somigli?

    Non sarà, quel modo mellifluo e intelligente di gettare esche dall’alto per vedere chi è disposto a collaborare (gratis), solo una manifestazione più sofisticata e moderna del solito antico sfruttamento del lavoro? In capo a chi stanno i profitti? Al programmatore open source o all’azienda che usufruisce del suo operato?

    Ti cito Michela Marzano: «Le trasformazioni del management contemporaneo hanno soltanto modificato l’aspetto esteriore della gabbia d’acciaio [di cui parlava Max Weber, Nota di Magrassi], l’hanno riverniciata e riproposta come “gabbia dorata” [perché si lavora “autonomamente” a perseguire obiettivi in realtà fissati da altri, NdM]. Ma l’individuo contemporaneo continua a dibattersi nelle catene di una nuova soggezione che pervade ogni ambito della vita.»

  4. Tu conosci meglio di me il mondo open source e quindi probabilmente questo non è l’esempio migliore per rappresentare la mia tesi. Forse potrebbe esserlo il primo movimento open source, quello meno strutturato di adesso. Al di là dell’OS, nella wikinomics è comunque possibile trovare esempi più vicini all’emergenza dal basso e all’auto-organizzazione.
    Per quanto riguarda le imprese più tradizionali, come sai, la mia idea è che si sostituiscano i semafori (regole, procedure, controlli gerarchici esterni, ecc) con le rotonde (autocontrollo in assenza di dispositivi esterni) al fine di aumentare l’intelligenza complessiva delle imprese. Certamente c’è un tema di etica, di equità contributiva e di comportamento manageriale. Questo è uno dei gradi temi su bisognerebbe aprire una bella discussione. C’è indubbiamente una tendenza a strapagare i leader (i nuovi eroi) e a non riconoscere il contributo degli altri, fino all’attuale discussione sui bonus dei banchieri (dov’erano questi stessi best performers quando le banche colavano a picco e gli stati hanno dovuto salvarle?). La soluzione a questa situazione non è certo semplice. Non c’è però alcun dubbio che occorre ampliare il riconoscimento dei contributi. Non ha senso parlare di imprenditorialità diffusa in azienda se poi i benefici dell’imprenditorialità ricadono solo su pochi, mentre i rischi su tutti.
    Infine hai citato la Marzano. Su questo non aggiungo altro perchè, ho letto anch’io il suo libro (è curioso come spesso arriviamo alle stesse letture…) e a breve posterò ciò che ne penso.

  5. Secondo me il concetto di organizzazione dal basso va sviluppato meglio. Comprendo le tue intenzioni ma non mi convinci appieno.

    Per esempio, la rotonda non è un meccanismo di autocontrollo, bensì di controllo più flessibile del semaforo. Cioè: il semaforo resta ciecamente rosso anche se non c’è nessuno, mentre la rotonda consente di passare.

    Ma puoi passare solo dopo aver dato la precedenza a chi già impegna la rotonda (cosa che sfugge al 90% degli automobilisti italiani ^_^). Dunque, la prescrizione c’è, eccome: DARE LA PRECEDENZA.

    La rotonda può andare in tilt come il semaforo, sebbene sotto condizioni differenti da esso. Se da una delle 2 strade che si incrociano proviene un traffico incessante, allora gli automobilisti delle altre 2 strade non passano più, se non violando la norma, che corrisponde a passare col rosso.

    Infatti, il controllo ideale è costituito da un semaforo intelligente, che conti i veicoli provenienti dai 4 lati.

    E l’autocontrollo sarebbe una catastrofe…

  6. Il fatto che la rotonda consenta di passare, di per sè, la rende uno strumento di autocontrollo. Chi decide se passare o meno? L’individuo che condivide un principio di base (la precedenza a chi già impegna la rotonda) e decide come comportarsi. Non c’è nessuna telecamera che lo costringe ad un’ubbidienza. Il funzionamento è garantito dal “buon senso” degli automobilisti che mettono in secondo piano la massimizzazione della propria utilità personale (passare per primi) rispetto a quella del funzionamento di uno strumento che consente di massimizzare l’utilità collettiva (il flusso regolare e tranquillo del traffico).
    Quanto all’esempio che fai sulla strada più densa di traffico che impedirebbe di passare a chi proviene dalle altre vie che confluiscono nella rotonda, si tratta di un semplice problema di forma della rotonda. Non ha alcun senso creare delle rotonde di diametro ristretto (come talvolta si fa). Ogni rotonda che ha un diametro sufficientemente ampio consente un buon fluire del traffico anche nelle condizioni da te descritte.
    infine un commento sul semaforo intelligente. A mio parere non è la soluzione migliore perchè i semafori – anche quelli intelligenti -si guastano e hanno disfunzioni, mentre il principio che guida il comportamento degli automobilisti nelle rotonde è molto più solido e autosufficiente (e soprattutto non spegne il cervello di chi guida…)

  7. Non sono d’accordo. Non vedo una differenza tra la prescrizione “Férmati al rosso” e la prescrizione “Dài la precedenza a chi è nella rotonda”.

    (Purtroppo, gli automobilisti italiani, invece, vedono una differenza ^_^)

    Quanto alle rotonde ampie, prova quelle inglesi attorno a Heathrow, oppure il Rond-Point des Champs Elisées…

    Semafori e rotonde hanno vantaggi e svantaggi e nessuno dei due è ua soluzione superiore. Dipende dalla forma dell’incrocio, dall’ampiezza, dai flussi di traffico, dal budget (il semaforo richiede manutenzione, mentre le rotonde possono essere abbandonate alle erbacce…), eccetera.

    Il buon senso degli automobilisti è pari a zero, e la prova l’avresti se agli incroci non mettessimo né semafori né rotonde né altro.

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