Letture – Estensione del dominio della manipolazione

Estensione del dominio della manipolazione – Michela Marzano

4414_MichelaMarzano_1244064317Come ha potuto Mondadori pubblicare un libro così arrogante, apocalittico, saccente ma disinformato, e fazioso? L’autrice, Michela Marzano, filosofa e ricercatrice presso il CNRS di Parigi, con questo libro ha voluto scagliarsi (è questa la parola giusta) contro i “predicatori” del management, contro tutto ciò che propugnano le nuove dottrine sull’organizzazione aziendale (commitment dei collaboratori, empowerment, responsabilità diffusa, ecc) e contro il filone ispirato alla crescita e sviluppo personale, coaching, self leadership, intelligenza emotiva e così via. A suo parere, tutto questo bailamme di teorie inutili e prive di radici profonde non fa altro che manipolare le menti dei lavoratori, soggiogandoli alla volontà dei “padroni” che così potrebbero sfruttare meglio il loro lavoro e le loro caratteristiche. La Marzano scrive a tal proposito: “le trasformazioni del management contemporaneo hanno soltanto modificato l’aspetto esteriore della gabbia d’acciaio, l’hanno riverniciata e riproposta come “gabbia dorata”. Ma l’individuo contemporaneo continua a dibattersi nelle catene di una nuova soggezione che pervade ogni ambito della vita”. Millenarista e apocalittica.

Ho letto questo libro in meno di 2 giorni perché ero veramente curioso di sapere fin dove si sarebbe spinta l’autrice. Durante la lettura ho avuto più volte il desiderio di gettare via il libro e dedicarmi a un bel romanzo, tante erano le faziosità presenti in quelle pagine.

Non ho mai scritto un commento così duro ad un libro, ma questo se lo merita fino in fondo. Dal momento  che, per mestiere, mi occupo di management, qualcuno potrebbe pensare che le mie critiche siano una reazione emotiva ad un attacco, piuttosto che una difesa aprioristica del mio lavoro e del mio ruolo nelle aziende. Potrebbe essere.

Le critiche che seguiranno alle tesi del libro saranno accompagnate da alcune frasi del pensiero di Michela Marzano per rendere evidenti le tesi dell’autrice e metterle a confronto con le mie considerazioni. Ogni lettore arriverà a proprie conclusioni.

–          A proposito del coaching, l’autrice scrive: “da alcuni anni sono comparsi individui che offrono ricette per ottenere tutto ciò che si desidera ed essere se stessi; in breve, per avere successo nel lavoro e nella vita privata. Acclamati nelle aziende, vanno predicando nelle università, offrono consulenze e  promettono soluzioni ai singoli. I tuttologi (consulenti di management e/o di comunicazione, coach, terapeuti comportamentali, ecc.) sembrano avere una risposta per ogni cosa.” Su questo punto sarò molto breve: Dottoressa Marzano, legga qualche libro serio sul coaching e verifichi quale modello insegnano presso l’International Coach Federation e si renderà conto che il coach professionista non ha alcuna risposta. Il coaching si basa sull’uso della domanda e non promette miracoli, ma solo una crescita di consapevolezza del coachee su alcuni aspetti che possono migliorare il proprio benessere personale e professionale.

–          A pagine 35 Michela Marzano si scaglia contro il management partecipativo: “Il concetto di management partecipativo discende in linea diretta dal Giappone e dal toyotismo. L’idea di fondo, all’inizio era quella di incoraggiare i dipendenti a proporre suggerimenti per migliorare la produttività. Questo avrebbe in seguito consentito loro di fare carriera, diventando responsabili dei team secondo gli obiettivi di qualità fissati dal padronato (sic!), e di rompere la catena di solidarietà con gli altri lavoratori.” Mi chiedo se Michela Marzano si è accorta che i tempi del conflitto di classe sono (fortunatamente) finiti, o comunque confinati in contesti e realtà molto specifiche, e se ha mai visitato una fabbrica in cui vengono realmente applicati i principi di cui parla. Ho visto  fabbriche in cui le persone erano realmente coinvolte in ciò che stavano facendo, gli ambienti perfettamente puliti e tutto ciò non si faceva per fare carriera (quanti operai possono realmente fare la carriera di cui parla la Marzano?) ma semplicemente per rendere la propria azienda più forte, solida e competitiva sui mercati (minor rischio di perdere il lavoro) e, aggiungo, anche per essere più soddisfatti e orgogliosi del proprio lavoro e del proprio contributo. Non è necessario avere accesso diretto alle fabbriche per rendersi conto di questo. Basterebbe informarsi sui libri (così cari all’autrice): SEMCO, W.L. Gore, Whole Food, sono i casi più citati nella letteratura manageriale. La SEMCO, ad esempio, che è forse il caso più eclatante al mondo di adozione di un management partecipativo, lascia ai dipendenti la totale discrezionalità sugli orari di lavoro e sulle loro retribuzioni.

Le fonti della Marzano sono invece diverse. Più volte l’autrice, a sostegno delle sue tesi, cita film che riportano contesti aziendali (“Risorse Umane”, “Mi piace lavorare”, “La question humaine”, “Il grande capo”, ecc.). Eccezionali basi euristiche per le sue tesi…

–         Una delle tesi più forti del libro è che considerare il lavoro come una fonte di autorealizzazione personale porta ad un individualismo sfrenato.  Ma su quali basi fonda questa tesi? Come spiega la Dottoressa Marzano i fenomeni dell’open source e della wikinomics? Non si tratta forse di fenomeni che nascono dalla passione per il proprio lavoro e dalla voglia di trovare spazi di autorealizzazione personale attraverso ciò che si sa fare bene?

–         L’autrice si scaglia anche contro il consiglio di considerare le persone come soci dell’azienda e non come semplici dipendenti, di essere consapevoli che sono i collaboratori, non gli investimenti o le tecniche, la fonte primaria del successo dell’impresa. Questa la sua interpretazione di questo aspetto: “Proprio trattando gli impiegati come se fossero soci, i nuovi profeti del management li hanno resi le loro vittime. Nelle spire di un discorso che mira a valorizzare la libertà e la responsabilità individuali, i nuovi dirigenti riescono a incanalare, orientare e, a volte, anche sorvegliare la soggettività dei lavoratori. Riescono a fare in modo che il loro sfruttamento divenga consensuale”. E continua chiedendosi: “Il pervertimento del management non consiste allora nel produrre l’adesione volontaria dei lavoratori alla loro schiavitù?” Probabilmente neanche Karl Marx, se fosse vissuto ai nostri tempi, avrebbe usato espressioni simili  e sarebbe giunto a conclusioni di questo tipo.

–          A pag. 126 la Marzano se la prende con i consigli che danno i guru di management. Cita un passaggio di un articolo apparso sulla rivista Management: “Se vi dimostrerete docili e miti, non otterrete mai rispetto. I vostri colleghi, il vostro datore di lavoro ne approfitteranno sempre per affermare i loro punti di vista e i loro interessi sui vostri. Reagite, cominciate a farvi valere su questioni secondarie, minori, in seguito ci prenderete gusto.” La Marzano cita questo estratto per dimostrare quanto violento sia il messaggio che arriva dai profeti del management. Ora, la domanda è: chi è l’autore di questa stupidaggine? Nelle note l’autrice specifica che la frase è tratta dalla rivista Management, all’interno dell’articolo “L’Optimisme ça ce coltive” pubblicato nel settembre 2007, ma non ne cita l’autore. Sappiamo bene come la qualità di ciò che si legge, in tutti i campi del sapere, è molto eterogenea, accanto a studiosi seri che meritano di essere letti e studiati, ce ne sono altri che scrivono cose prive di senso. Prendere questo signor nessun del management francese (dal titolo dell’articolo sembrerebbe anche trattarsi, più che di un esperto di management, di uno psicologo) per mettere sotto accusa tutti gli studi di management sarebbe come citare la poesia scritta da mio figlio per la propria maestra all’asilo e arrivare ad affermare che la poesia è un’arte priva di valore che non merita più di essere coltivata, oppure citare le teorie di Kant sulla presenza di Marziani, Mercuricoli e Saturnicoli (Teoria dei Cieli, 1755) per denigrare il grande filosofo tedesco e definire la filosofia come un ammasso di stupidaggini prive di qualsiasi interesse.

–          Uno degli abbagli più grandi di cui cade vittima la Marzano riguarda la comunicazione. Queste le sue parole: “Quella che oggi definiamo comunicazione non ha più nulla a che spartire con quell’arte dello scambio. Al contrario, si contraddistingue per la volontà, da parte di ogni interlocutore, di far prevalere il suo punto di vista, senza preoccuparsi delle opinioni altrui, senza neppur prestare loro ascolto (…) Si “comunica a”. Si riduce cioè il processo comunicativo alla sua fase di diffusione.” Sfido a trovare un formatore o consulente di comunicazione serio che abbia mai detto cose di questo tipo nei suoi libri o nei suoi seminari. Nei corsi di comunicazione e di leadership che si tengono all’interno delle aziende (ha mai partecipato ad uno di questi ,Dottoressa Marzano?) l’ascolto è alla base del processo di comunicazione e uno dei modelli più utilizzati per spiegare l’efficacia del processo comunicativo è quello di Paul Watzlawick (Pragmatica della comunicazione umana). Ne ha mai sentito parlare?

Vogliamo salvare qualcosa di questo libro? Pur nascoste tra le pieghe di pagine e pagine di conclusioni faziose, si trovano riflessioni che sono del tutto condivisibili e di cui, più volte, anche all’interno di questo blog abbiamo parlato. Mi riferisco al pericoloso culto della leadership eroica, ai proclami sull’etica smentiti dai fatti, all’orientamento al profitto di breve termine che distrugge ricchezza sociale ed economica. Questo però non è certo sufficiente a salvare il libro dal naufragio.

Il metodo che  Michela Marzano sembra aver usato per le sue riflessioni è il seguente: si prendono in considerazione 4 o 5 autori di management del tutto sconosciuti (per lo più francesi), si estrapolano qua e là frasi ad effetto che evidenziano le storture del pensiero manageriale, si generalizzano queste conclusioni a tutta la letteratura manageriale internazionale; a questo si deve aggiungere un po’ di sana incomprensione da parte dell’autrice, un pizzico di malizia e malafede utile a rendere il libro più piccante e appetibile per gli editori, qualche aforisma ad effetto di grandi filosofi del passato, grosse manciate di arroganza del tipo “tu piccolo idiota non ti rendi conto di quanto sei manipolato dai guru di management, ma io che sono colta e preparata sì…”, ed ecco che il libro è pronto per andare in stampa.

Purtroppo non sono sicuro che Michela Marzano si renda conto fino in fondo di quanto indifendibili siano le sue tesi Pur crocifiggendolo, l’autrice dimostra di non conoscere la letteratura e gli studi di management, nella sua accezione più ampia (impresa e individuo). La bibliografia citata nel libro è scarsa, di parte, e soprattutto di lingua francese. Mancano del tutto le letture di grandi studiosi di management di oggi e di ieri. Ne cito solo alcuni che, se letti, avrebbero consentito alla Marzano di evitare tanti passi falsi: Argyris, Beer, Freeman, Lewin, Lawler, March, Mintzberg, Morgan, Schein, Senge, Watzlawick  e, tra gli italiani,  Gagliardi, Nardone, Onida, Quaglino, , Rullani, Vicari, solo per fare pochi nomi.

In copertina nel profilo dell’autrice si legge che Le Nouvel Observateur nel 2008 ha incluso Michela Marzano nella lista dei 50 pensatori oggi più influenti in Francia, indicandola come una degli otto trentenni che riflettono in modo nuovo sui problemi della società di oggi.

Se questo è il “modo nuovo” di riflettere sulla nostra realtà, preferivo quello vecchio, obsoleto, consunto, ritrito, ma almeno documentato.

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33 thoughts on “Letture – Estensione del dominio della manipolazione

  1. A me invece è parso che Marzano colga nel segno, almeno con riferimento al ruolo del lavoro, alla retorica aziendalista, al toyotismo e al continuo inseguimento di tecniche sempre più sottili di controllo -fino a farle apparire partecipative o bottom-up.

    Secondo me, tu sei stato fuorviato dal ruolo preponderante che Marzano ha assegnato, nel libro, al discorso sul coachig (she si sarebbe dovuto ridurre a 2-3 pagine), e ti sei sentito coinvolto. Marzano, con ogni evidenza, si scaglia contro il coaching per motivi personali (quantunque inconfessati), e ciò fa molto male all’economia del libro.

    Quanto alla bibliografia, sai come la penso: le bibliografie lunghe e messe lì per far vedere quanto si è letto (magari a sproposito rispetto al libro che corredano) sono un esercizio da dilettanti. Nel quale è caduta anche la professoressa Marzano, la quale evidentemente non si sente ancora sufficientemente appagata dal ruolo di maitresse-à-penser che i media le hanno assegnato. ^_^

  2. Denunciare la retorica aziendalista e la ricerca dell’ultima moda manageriale per celare il vuoto di idee o l’assenza di scrupoli del management è senz’altro un aspetto positivo ma, certo, non è una novità. Le migliori critiche su questi temi, secondo me, provengono proprio dagli operatori di settore (manager e studiosi di management). Anche su questo blog ne abbiamo parlato molto. Negli ultimi mesi su questo tema ho inserito le idee di Henry Mintzberg (A crisis of management not economics), di Gary Hamel (Management 2.0), di Shoshana Zuboff (Quando le cririche ai modelli di management arrivano da Harvard) e alcuni casi azindali.
    Il mondo delle imprese quindi non aveva bisogno del parere di Michela Marzano per rendersi conto dei problemi che si porta dietro. Tra l’altro la critica ai modelli di management è la parte del libro che mi è piaciuta di più e che condivido, come ho scritto nel commento. Quello che però non mi è piaciuto affatto è il tono dell’autrice che non ammette speranze: tutti coloro che parlano di riforma del management sono dei manipolatori che intendono sfruttare il lavoro dei più deboli e sprovveduti.
    E’ in questa visione che non mi riconosco affatto. Sarò forse un idealista ma io credo in quello che faccio e penso che, in piccolo, contribuisca a migliorare le organizzazioni in termini di sostenibilità dei risultati, di coinvolgimento delle persone e di etica. E sono moltisimi i manager e gli studiosi di management che provano a cambiare le cose realmente.
    Se qualcuno non la pensa così, è libero di scriverlo, però, a mio parere, prima deve documentarsi seriamente, visitare aziende, leggere casi aziendali e letteratura di management seria. Dopodiché è libero di non cambiare idea. Se invece, com fa la Marzano, l’obiettivo è crearsi il personaggio, andare controcorrente per far parlare di sè, e il metodo di indagine si basa sui film che parlano del mondo aziendale, allora non sono disposto ad accettare passivamente questi giudizi e queste sentenze.
    Con riguardo al coaching, io non sono un coach e quindi è forse l’area che mi tocca meno a livello personale. Non penso che la Marzano avrebbe potuto trattatare questo tema in 2 o 3 pagine, anzi, nel suo libro ho notato che la critica al ruolo del lavoro e agli “atteggiament vincenti” che consentono di avere successo nella vita professionale, sono strettamente legati al coaching e ai suoi insegnamenti (considerati in maniera fuorviante dall’autrice). Il fatto che l’individuo oggi sia schiavo dell’impresa, la Marzano lo riconduce in primis ai dettami del coaching e della self leadership.
    E’ li, mi è parso di capire, che la Marzano scova la vera manipolazione che i guru di management stanno esercitando sugli individui.

  3. Caro Alessandro,
    confesso di non aver letto il libro, ma solo alcune recensioni su di esso.
    Inoltre so che un abbastanza noto giornalista economico milanese – di quelli che amano attribuirsi una conoscenza ampia e profonda “su come stanno le cose” in materia economica sulla sola scorta di insight retroscenisti e pettegolezzi da aperitivo al Bar Commercio – ha definito questo libro “il più illuminante ed acuto letto negli ultimi tempi, nel quale la CSR viene demolita con osservazioni molto intelligenti e innovative”. Nutrendo profonda disistima per questo tanto arrogante quanto ambizioso signore (non è escluso che lo si possa vedere prima o poi sulla poltrona da direttore di qualche testata, viste le credenziali) mi ero costruito un pregiudizio molto negativo sul lavoro della Marzano e mi ripromettevo di leggerlo quanto prima. Manco a farlo apposta, dopo qualche giorno è arrivata questa tua analisi che – stando ai passi del libro che hai riportato – appare a mio modesto avviso ineccepibile. Non avendo letto il libro non aggiungerò altro, se non il fatto che il profilo intellettuale dell’autrice, da te tratteggiato così come esso emerge dal libro, assomiglia impressionantemente a quello del “mio” giornalista.
    E non credo sia un caso.

    P.S. Complimenti per il tuo libro. L’ho trovato molto interessante e pieno di suggestioni da approfondire. Ne riparleremo.

  4. Io, invece, trovo più interessante quelle critiche se a farle è un filosofo, anziché un economista aziendale, perché assai più ampio è il suo respiro culturale.

    Forse Marzano ha omesso di “documentarsi seriamente, visitare aziende, leggere casi aziendali e letteratura di management seria”. Ma che importa, se alla fine ha detto cose esatte?

    Sono tantissimi i casi in cui la letteratura, l’arte o la filosofia (in questo caso, parlerei piuttosto di sociologia) colgono tendenze, scoprono fatti, disvelano problemi in settori sociali nei quali gli specialisti sono in affanno. Questo, a me, è parso uno di quei casi.

    Per me non rileva affatto che Marzano sia un’antipatica (le ho scritto, non mi ha risposto) alla ricerca di press coverage, perché le analisi che ha esposto in questo libro mi interessano più del personaggio e perché anche una persona con un secondo fine può dire alcune cose giuste. O no?

    Infine: io ho apprezzato il libro di Marzano (tranne le lunghe, noiose, inutili parti sul coaching) e apprezzo anche il tuo lavoro. Dunque non percepisco tutte le contraddizioni che tu sembri avvertire.

  5. Sebastiano incorre in un errore logico, affidandosi alla transitività dei filtri personali per giudicare una produzione intellettuale che ignora (il libro della M).

    Siccome Cravera stronca il libro (e siccome uno stronzo che gli sta antipatico, invece, lo incensa), egli lo svaluta senza averlo neppure letto.

    Ebbene, io sono un estimatore di Cravera, eppure ho letto il libro di M e ne condivido le analisi essenziali, in [apparente] disaccordo con lui.

    Con le idee, le cose vanno così. Complicate. O, se volete, complesse.
    🙂

    PS: Quanto alla CSR, come Ale sa, io la penso proprio come Marzano (anzi, come Fantozzi della Potemkin). Eppure, credetemi, non sono solo uno stronzo ^_^
    Considerate, infatti, che anche gli orologi rotti due volte al giorno dicono la verità!!

  6. Chiaramente non pretendo di avere la verità, ho solo espresso un mio giudizio sul libro. A quanto leggo, Paolo ritiene che le tesi di Michela Marzano siano corrette e qui mi fermo.
    Ringrazio Sebastiano per i suoi commenti al mio libro e per la fiducia che mi accorda. Lo invito, se ne ha voglia, a leggere lo stesso il libro della Marzano e ad esprimere un suo parere in merito. Penso sia giusto che manager e studiosi di management facciano sentire le loro opinioni sulle tesi di questa autrice che non ha usato parole gentili nei confronti di chi lavora nelle e per le organizzazioni.

  7. Devo una replica a Magrassi, il quale credo sia rimasto vittima delle incoerenze che attribuisce a me.
    Nel mio intervento non ho espresso alcun giudizio nei riguardi del libro della Marzano.
    Mi sono solo limitato a condividere con voi un gustoso aneddoto (quello relativo al giornalista) e ad esprimere un commento riferito esclusivamente al contenuto del post di Alessandro, che confermo di trovare molto convincente. Punto.
    Basta rileggere il mio intervento per accertarsene.
    Anzi, ho precisato che al momento sono detentore unicamente di un pregiudizio verso il libro. Se poi Magrassi vuole trarre delle conclusioni che io non ho tratto non apparirà di certo come uno stronzo (come dice lui) ai miei occhi, ma un tantino frettoloso nel marcare giudizi sì.
    Quanto alla CSR, io sono uno che se ne occupa da 15 anni e sono il primo a trafiggerne le contraddizioni con analisi e prese di posizione (ho scritto di recente un libro e curo un blog).
    Ma il gioco del tiro al bersaglio contro le incoerenze delle aziende che si dichiarano CSR committed e poi ne combinano di tutti i colori oltre a essere trito e semplicistico è anche piuttosto inutile. Svia il ragionamento rispetto all’essenza della questione, che è in sintesi: un’organizzazione migliora o peggiora le proprie capacità competitive di medio-lungo periodo adottando una strategia di stakeholder management? Conosco anch’io le posizioni di Magrassi in merito (ho letto quasi tutti i post di questo blog e i relativi commenti precedenti) e credo che facciano torto alla sua intelligenza e capacità di avere uno sguardo profondo sulle cose. Disponibile ad approfondire il dibattito.

  8. Perbacco Renna, come se l’è presa! E io che credevo di essere stato ironico… Mi dispiace. Certamente è stata colpa mia.

    Lei aveva scritto di ritenere “ineccepibile” l’analisi di Ale sul libro della Marzano. Siccome lo ha sostenuto senza avere letto il libro, ecco il movente del mio rimbotto. (Ritenere inceccepibile l’esegesi di un testo che non si è letto è un esercizio ben curioso. Anche se, mi affretto subito a dirlo, cadiamo tutti spesso in questo errore). Forse ho frainteso?
    E, in ogni caso, volevo essere leggero e non barbogio.

    Anche quando dico che la CSR non mi trova d’accordo (ed è curioso che lei affermi di conoscere le mie “posizioni in merito”, visto che non le ho mai pubblicamente espresse, tantomeno qui), ciò non deve in alcun modo suonare a detrimento della laboriosità e della dedizione di chi la coltiva.

    Non mi piacciono neppure la musica atonale, quasi tutto il be-bop, la teoria della misura di Lebesgue, il ballo latino-americano: ma non mi sogno di considerare cretini coloro che se ne occupano! Eppoi, che diamine, non sopravvaluti la mia autorevolezza…

    PS: Forse aleggiano qui anche dei qui pro quo gergali. Per me, Corporate Social Responsibility è un ristretto sottoinsieme di stakeholder management (il quale non mi pare né un vano trastullo né un astuto espediente).

  9. Ale,

    come ebbi già a ricordare altrove, “la verità è un argomento da ubriachi”.

    Per questo tu e io possiamo discutere -ed eventualmente discordare- su qualunque cosa senza che ciò intacchi la nostra reciproca stima.

  10. Faccio ammenda se dal mio precedente intervento si percepisce animosità nei riguardi di Magrassi.
    Non era assolutamente mia intenzione.
    Quanto all’oggetto del contendere, puà darsi che leggendo il saggio della Marzano l’analisi di Alessandro possa rivelarsi non così “ineccepibile”, ma ribadisco che il mio giudizio era circoscritto a quanto era possibile desumere dagli stralci del libro riportati nel post e dalle relative controdeduzioni di Alessandro, mentre ho lasciato assolutamente sospeso il giudizio complessivo sull’opera.
    In merito alle “posizioni” assunte da Magrassi sul tema CSR mi era sembrato che egli avesse espresso molto chiaramente il suo pensiero in un commento al post del 23 febbraio scorso, affermando: “Quanto alla responsabilità sociale, eccetera, io a questo proposito ho una posizione radicalmente pessimistica, e credo che etica e impresa siano antinomie (almeno nel modello capitalistico)”.
    Di fronte a questo assunto così netto e, se mi è consentito, riduzionistico mi sono permesso di affermare di conoscere il pensiero di Magrassi sul tema. Ovviamente le sue idee sono molto più complesse di così, ma mi era sembrato comunque un assunto base che non ammette fraintendimenti.
    Ma evidentemente devo essermi sbagliato. Se così fosse me ne dispiace.

  11. No, no, non si sbaglia affatto: la penso proprio così riguardo a etica e impresa e non ricordavo di averlo detto qui. Grazie della citazione. Non è un pensiero molto originale, lo ammetto: infatti siamo in tanti (e moltissimi di levatura ben superiore alla mia) a pensarla così. Ma tant’è.

    Resta il fatto che stakeholder management è, per me, contesto ben più vasto di CSR.

    Così come è acclarato e lapalissiano che il mio scetticismo intorno alla CSR non può impedire a chicchessia di lavorarci sopra. (E magari, un giorno, di farmi ricredere).

  12. Certo! Tutte le idee sono ben accette. Questo è uno spazio di confronto che allieta le mie giornate e mi stimola intellettualmente. Quindi ben vengano tutte le considerazioni e le idee. Come diceva Von Foerster, “la verità è l’invenzione di un bugiardo”…
    Ora che Sebastiano ha riportato le parole di Paolo le ricordo anch’io. Su questo punto, come è noto, la penso come Sebastiano. L’etica, e in particolare lo stakeholder management, per me, può essere una fonte di competitività per le imprese, soprattutto, quelle che non si fermano a vedere solo i numeri del trimestre successivo.

  13. Sono anch’io dell’avviso che – prima di avventurarsi in confronti di idee sul valore (vero o presunto) per le teorie manageriali di quell’ampio e variegato corpus dottrinale che va sotto il nome “responsabilità sociale d’impresa” – un fattore igienico non da poco sarebbe quello di dare una bella riordinata tassonomica.
    Molte contrapposizioni, così come molte sovrapposizioni, di pensiero spesso galleggiano su equivoci di questo tipo.
    Chissà, magari lavorando ad una seria classificazione definitoria dei concetti che così frequentemente vengono spesi a proposito di CSR (a partire proprio da quest’ultimo) si potrebbe anche scoprire che esistono più punti di contatto tra chi ritiene di trovarsi su sponde opposte che tra coloro che pensano di condividere il medesimo sentiero.

  14. Mi sembrate tutti dei gran filosofi bravi ma io che ho vissuto 15 anni come dipendente esterna di una multinazionale farmaceutica e me ne sono andata via per scelta ( non rimpianta ma ogni giorno acclamata) ho trovato il libro di Michela Marzano come il rilevatore dei danni collaterali che mio malgrado ho subito. Il disagio e il senso di colpa non riconducibile a niente di eclatante alla fine di ogni estenuante riunione, il senso di vuoto che sentivo riempire la voce dei miei capi e colleghi, capaci solo di parlare per massimi sistemi ma conpletamente fuori dalla vera realtà della vita, e quindi della società in cui svolgevamo il nostro lavoro. Il senso di invasione di ogni cosa della mia vita venduta solo come autonomia, professionalità e competenza….e poi il coaching…..una gran bella presa di giro a persone che come me il coaching l’hanno fatto nella vita vera e sentono che l’insegnamento viene dal vivere insieme agli altri con fiducia e amore, con lavoro, sudore e fatica.
    Ringrazio la Marzano perchè è illuminata e illuminante

  15. Mirna,
    io non ho 26 anni di multinazionale alle spalle, ma credo di conoscere bene la realtà delle imprese perchè faccio il consulente di direzione da 15 anni e in media entro in contatto con 10/15 aziende ogni anno. Sono consapevole di quanto talvolta l’ambente di lavoro sia un teatro fuori dalla realtà di tutti i giorni. Un palcoscenico in cui persone che, a volte, valgono pochissimo, hanno un enorme potere, in cui i valori che si dichiarano sono lontanissimi da quelli si praticano, in cui ciò che è di buon senso e giusto fuori dall’azienda diventa una cosa da evitare sul lavoro e viceversa.
    Sicuramente gran parte degli ambienti di lavoro sono luoghi in cui la manipolazione (per usare un termine caro alla Marzano) la fa da padrona. Questo però, contrariamente a quanto ritiene il mio amico Paolo, non mi porta a dire che abbia ragione la Marzano. Molte delle cose che la filosofa francese attacca nel suo libro rappresentano, secondo me, la cura alle distorsioni e alle brutture degli ambienti di lavoro.
    Ho seguito diversi progetti aziendali che avevano lo scopo di migliorare l’ambiente di lavoro e accrescere il benessere dei dipendenti. Alcune volte, mi sono accorto, nel corso del progetto, che non c’era una vera volontà di andare avanti da parte del management e che, quindi, il progetto, era solo una facciata con cui vendere un’immagine diversa dell’azienda, senza cambiare realmente le cose. In altri casi però, le cose sono andate avanti e si sono conseguiti risultati importanti. Questo è stato possibile grazie al fatto che al vertice dell’azienda c’erano persone con valori sani e lungimiranti e perchè sono stati adottati modelli e teorie di management nuovi. Proprio quei modelli e quelle teorie che la Marzano, a mio gudizio, attacca senza conoscere, ma solo per sentito dire o per qualche lettura superficiale.
    La mia critica alla Marzano non è rivolta alla sua lettura del mondo aziendale. Pu esagerando e generalizzando, molte delle cose che dice a proposito degli ambienti di lavoro le condivido e le ho toccati con mano. La mia critica alla Marzano risiende nel fatto che, attraverso la sua critica radicale al management, butta via tutto quello che ha a che fare con questo tema, anche ciò che, secondo me, rappresenta una possibile cura al problema. La SEMCO, di Ricardo Semler di cui abbiamo parlato in un post precedente ben rappresenta un esempio di azienda gestita secondo approcci molto differenti da quelli descritti dalla Marzano, dimostrando che è possibile gestire con successo le imprese anche in assenza di manipolazione, gerarchia, individualismo, competizione insana e scarsa trasparenza.
    Mi piace pensare (perchè lo credo intimamemente) che il lavoro che faccio dentro le organizzazioni, come consulente sia proprio quello di accrescere la competitività delle imprese attraverso metodi e approcci nuovi che, lungi dal manipolare le persone e mortificarne l’anima, le valorizzino.
    Grazie del commento Mirna.

  16. Ahi ahi ahi !!!
    Ma che dolore !!!
    Quanto fa male la verità !!!
    Si tratta a mio avviso di un libro che ci porta a considerazioni principalmente di natura politica e sociale da un lato, e di natura psicologica e individuale dall’altro. Gli aspetti di natura “tecnica”, di cui si parla anche nel libro (ad es. mi riferisco a come agisce il management e con quali mezzi o criteri), sono la realtà delle cose in molte aziende che vogliono qualificarsi come “moderne” e che credono in valori come la “flessibilità”, la “condivisione”, la “motivazione”…. Io le sperimento ogni giorno sul posto di lavoro, e mi ci sono ritrovato in pieno.
    GRAZIE INFINITE A MICHELA MARZANO che apre lo sguardo su una realtà (quella dei lavoratori dipendenti) dove manca troppe volte la consapevolezza di sè. GRAZIE INFINITE perché più di una persona leggendo questo libro, anche con lo spirito libero da pregiudizi di natura politica, APRIRA’ GLI OCCHI E CAPIRA’ dove ci vogliono portare le nuove generazioni dei padroni. Con la complicità di coloro che li seguono, li circondano e li assecondano (i.e. la corte dei padroni).
    Personalmente, ritengo che nelle classi dirigenti c’è chi vorrebbe traghettarci verso una società “aziendocentrica” in cui lo Stato, sempre più leggero e liquido, si dovrebbe dissolvere pian piano. La trasformazione è questa: da liberi cittadini in libero Stato a sudditi dipendenti delle nuove “città-stato”, cioè le imprese di domani, a partire dalle grandi multinazionali fino alle PMI locali.
    Ad esempio, sul piano sociale, soltanto le aziende forniranno ai propri dipendenti i servizi che oggi vengono forniti dallo stato (MA RICORDIAMOCI CHE LO STATO SIAMO TUTTI NOI INSIEME!!!), alcuni dei quali oggi rientrano sotto l’etichetta “welfare”… il diritto all’istruzione (asili aziendali, scuole private), il diritto alle cure mediche, alla previdenza, agli studi superiori…
    (A proposito, non è notizia di pochi giorni fa che la sig.ra Marcegaglia ha chiesto di abolire o modificare il valore legale dei titoli di studio? E’ vero o non è vero che si vogliono assoggettare alle imprese anche gli studi superiori/universitari? E con quali sofismi o false argomentazioni?)
    Si potrebbe continuare con esempi di diverso genere: vogliamo citare il diritto all’informazione? Quante aziende oggi (sono sempre più numerose) fanno ricorso a MEZZI PROPRI DI INFORMAZIONE? A partire dai giornalini aziendali, passando attraverso i portali aziendali, per arrivare anche alle web tv aziendali.
    Si tratta sicuramente di un modello totalizzante, che ha l’azienda al centro di tutto e al quale i lavoratori sono condotti ad aderire mediante tecniche di manipolazione.
    Purtroppo a livello sociale, con il dissolvimento dello stato, non ci saranno più uguali diritti per tutti. I lavoratori saranno più che mai DIPENDENTI, ridotti ancor più di oggi a restare sotto il ricatto dei padroni, pena la perdita di diritti che oggi diamo per acquisiti e fondamentali.
    Capisco che questo libro possa avere dato fastidio.
    Come può dare fastidio il libero pensiero in una società totalizzante.
    Grazie per l’ospitalità
    Andrea

  17. Torno a chiosare sull’argomento dopo aver diligentemente portato a termine il compito di qualunque pensatore “intellettualmente onesto”, ovvero documentarsi direttamente alla fonte del proprio oggetto di critica.
    Ho letto il libro della Marzano e la mia conclusione è che adesso io ho almeno un vantaggio su di lei.
    Mentre la Marzano ha scritto un libro sul management avendone un’idea piuttosto vaga e intrisa di banalità, poggiata su fonti raccogliticcie e luoghi comuni derivati da superficiali letture, io invece adesso posso scrivere con piena cognizione di causa che il suo libro è scarsamente innovativo nella parte di analisi critica del “sistema” (fior di sociologi, politologi ed economisti portano avanti queste tesi da decenni, in virtù anche di una maggiore esperienza “sul campo”), ma allo stesso tempo è privo di qualunque contributo, indicazione, chiave di lettura che possano costituire la base per una visione alternativa alle storture denunciate.
    Ho provato anch’io il medesimo fastidio citato da Alessandro nell’accostarmi allo stile espositivo della Marzano e concordo con lui anche sull’origine: la smisurata spocchia che alberga in lei e che la accomuna a quegli esponenti dell’intellighenzia radical-chic, sedicente illuminata, che risolve la propria produzione culturale in un mero esercizio di contestazione e critica totalizzante che, nelle loro intenzioni, dovrebbe farli apparire come unici detentori di quelle chiavi di lettura capaci di smascherare i “trucchi del sistema” che invece obnubilano le menti del popolo bue.
    Le tesi della Marzano sono tanto più irritanti quanto più si scoprono (e ribadisco l’ineccepibilità dell’analisi svolta da Alessandro) poggiate su riflessioni, letture e studi superficiali, appena accennati, frettolosamente elevati a espressioni compiute e pienamente rappresentative dell’intero pensiero manageriale.
    La Marzano punta il dito dalla sua confortevole cuccia calda di “cervello da esportazione”, di “maitresse à penser”.
    Lo fa in maniera grossolana, un tanto al chilo, senza sfumature e così rende inevitabile il matrimonio tra la sua arroganza e la sua ignoranza, mostrando di non avere la minima cognizione del fatto che esistono studiosi di economia e management che hanno ben presente da tempo i limiti che lei denuncia e che sono addirittura impegnati a formulare correttivi, visioni alternative, metodologie innovative.
    Così come dimostra di non avere minimamente idea del fatto che esistono anche manager, uomini d’impresa che si sforzano, andando contro culture e mentalità sedimentate, di lavorare dall’interno per il cambiamento delle pratiche aziendali.
    Io sono uno di questi. Anzi, lo ero. Perchè a causa di questo impegno sono entrato in rotta di collisione con il gruppo dirigente della mia azienda, al punto di decidere di dividere le nostre strade.
    Quello che mi è accaduto però non mi colloca dalla parte della Marzano, anzi.
    Nel suo modo di portare avanti le proprie tesi critiche ritrovo la medesima cifra stilistica di coloro che hanno determinato il mio allontanamento: la stessa approssimazione di pensiero, la stessa irresistibile voglia di percorrere scorciatoie mentali per confortare visioni pregiudiziali, lo stesso profondo disinteresse per l’esistenza di una realtà ben più articolata e complessa di quanto – per desiderio di autoassoluzione della propria pigrizia mentale – essi riescano a concepire e ad ammettere.

    • OPS….Il dolore si acuisce e la belva ferita s’incattivisce?
      Il sig. Renna, che si definisce manager e uomo d’impresa, che si permette di usare nei confronti di UN LIBRO e soprattutto DEL SUO AUTORE, espressioni come:
      – “la smisurata spocchia che alberga in lei e che la accomuna a quegli esponenti dell’intellighenzia radical-chic, sedicente illuminata, che risolve la propria produzione culturale in un mero esercizio di contestazione e critica totalizzante”
      – “La Marzano punta il dito dalla sua confortevole cuccia calda di “cervello da esportazione”, di “maitresse à penser”. Lo fa in maniera grossolana, un tanto al chilo, senza sfumature e così rende inevitabile il matrimonio tra la sua arroganza e la sua ignoranza”
      Quest’ultima affermazione, è assolutamente gratuita, potrei ipotizzare addirittura offensiva e, permettetemi, intrisa di arroganza.
      Ma per l’appunto, da che parte sta l’arroganza?
      Leggendo il libro della Marzano non c’è traccia di arroganza, ma semplicemente si ritrova una presa di posizione, netta e decisa (con la quale peraltro mi ritrovo perfettamente in linea). Questa Signori non è arroganza, ma semplicemente l’espressione di un libero pernsiero!
      E invece, non è arroganza la sua, sig. Renna, che da quello che scrive pare non accettare idee diverse, o un modo di pensare diverso, e addirittura si spinge nella critica fino al limite dell’insulto?
      (Arroganza: “opinione esagerata dei propri meriti, presunzione; asprezza di modi”)
      Lei parla da studioso di economia e di management, evidentemente è questo il suo ambiente e capisco che facendone parte lo voglia difendere, ma c’è modo e modo!
      Personalmente sono molto critico proprio verso il vostro mondo, le vostre idee, il sistema capitalista di cui fate parte, a cui aderite e che rappresentate.
      Non mi nascondo dietro un dito e lo dico apertamente, ma non vedo un motivo per essere aggressivo e magari anche offensivo….Tra persone intelligenti bisognerebbe confrontarsi (cioà ascoltare e accettare anche il punto di vista altrui, cercando di fare valere al contempo le proprie argomentazioni), civilmente (CIOE’ RISPETTANDO DELLE REGOLE) e apertamente (CIOE’ SENZA FALSITA’).
      Ma di fronte a casi come questo viene da dire “peccato”, che voi facciate parte del mondo dei padroni, in cui chi non è lui stesso un padrone, allora scimmiotta il padrone stesso. E viene da dire che in quel mondo non c’è spazio per il CONFRONTO, non c’è spazio per gli INTERESSI degli ALTRI, non c’è spazio per l’onestà intellettuale, per la libera critica, per i sani princìpi etici: tutto ruota attorno agli INTERESSI e ai GUADAGNI del padrone (o della scimmietta, permettetemi questo gioco), a qualunque costo.
      E intorno a noi c’è una realtà, un mondo, che tutti i giorni ci dice e ci ricorda questa cosa.

      Ringrazio per l’ospitalità.
      Andrea

  18. Mi auguro che il sig. Andrea conceda anche a me il beneficio di poter esprimere liberamente il mio pensiero, senza per questo evocare toni da contrapposizione di classe in stile anni ’70.
    Nel caso in cui non mi fossi espresso chiaramente, ribadisco che qui non sono in discussione i mali del capitalismo e la visione miope e predatoria che caratterizza troppo spesso le politiche manageriali.
    Di questa visione (lo ripeto a beneficio di chi non l’avesse colto nel mio post precedente) sono stato io stesso una vittima. Qui stiamo parlando invece di un filo rosso che collega sia il capitalismo nelle sue forme deteriori che accademici un pò snob come la Marzano, il cui pensiero è così prossimo all’iperuranio da non aver avuto modo di conoscere, se non per sentito dire, l’oggetto sul quale disquisisce così brillantemente, ovvero le aziende. Se per trovare un antidoto culturale alle degenerazioni del capitalismo potessimo contare unicamente sul pensiero della Marzano, allora ci sarebbe poco da stare allegri perchè l’antidoto ha la stessa matrice genetica del male, ovvero l’approssimazione, l’incapacità di cogliere le sfumature, la volontà di gettare tutto nel medesimo calderone per puro amore della critica. E’ la capacità di discernimento uno degli indicatori della raggiunta padronanza e conoscenza di un tema. A sparare bordate a vanvera non ci vuole molto, si può fare anche senza insegnare Filosofia a Parigi.

  19. Ringrazio Andrea e Sebastiano per i loro contributi.
    Ormai è chiaro che il commento a questo libro della Marzano ha creato due reazioni contrapposte tra chi dà alla filosofa ragione e chi ne contesta il pensiero. Leggendo i vari commenti mi sono fatto l’idea che le due posizioni (di chi è a favore e di chi è contro) non sono così distanti come potrebbero sembrare. Chi dà ragione alla Marzano lo fa perchè ritiene abbia fatto luce sulla realtà delle aziende, sul modo in cui talvolta le persone sono costrette a vivere il lavoro, sulla latente manipolazione a cui sono sottoposti dentro le imprese. Chi contesta la Marzano non lo fa su questo punto (che è in buona parte condiviso) ma sul giudizio che la Marzano dà sulle teorie e gli approcci di management propugnati da guru e studiosi. L’errore della Marzano è di identificare nelle teorie di management il male che ha determinato la manipolazione delle persone dentro le imprese. E’ un errore perchè accusa qualcosa senza conoscerlo generalizzando letture supericiali sull’argomento.
    Le posizioni a favore e contro la Marzano sono più vicine di quelle che si potrebbe pensare perchè sono convinto che Sebastiano (lo ha anche scritto nel suo commento) riconosca le storture e l’ipocrisia con cui si deve fare quotidianamente i conti quando si lavora in un’organizzazione (non in tutte). Così come anch’io sono d’accordo su questo punto, anche se non uso un linguaggio così forte come quello di Andrea.
    Ci divide la valutazione sulle teorie di management. Io e Sebastiano pensiamo che ci siano buone teorie e pessime teorie. Chi dà ragione alla Marzano butta via tutto senza distinzione.
    Vorrei precisare che il mio commento al suo libro non voleva in nessun modo dire che il mondo delle imprese è diverso da quello descritto dalla Marzano. La mia critica è al suo ragionamento che, pur non avendo fatto letture serie di management, si permette di criticare tutto quanto proviene da questo mondo.
    Tutti condividiamo il fatto che il modo di gestire le imprese oggi sia obsoleto, incoerente, non sostenibile e, in ultima battuta dannoso per le persone che ci lavorano e per le imprese stesse. Qualcuno, davanti a questa comune critica può avere la tentazione di rispondere ideologicamente (abbattiamo i “padroni”), altri cercano di cambiare le cose proponendo un modo diverso di gestire le imprese, quindi un modo diverso di fare managemement.
    Personalmente non mi sento un “padrone” nè difendo i padroni e sono convinto che questa contrapposizione che fa anche la Marzano nel suo libro sia estremamente negativa per tutti. Significa fare un passo indietro di cento anni. Meglio, secondo me, fare un passo avanti di dieci e cercare di trovare un modo di gestire le imprese e le persone, nuovo, sostenibile, trasparente e con vantaggi reciproci. Mi piacerebbe che anche la Marzano, magari in un suo prossimo libro, parlasse di questo, così come stanno cercando di fare molte altre persone.
    Grazie ancora per gli interessanti commenti

  20. Tutti qui hanno la loro buona parte di ragione.

    Ma io continuo a trovare inutile l’invettiva contro la scarsa documentazione del libro di Marzano.

    Intanto, anch’io sono mal documentato (in termini di letture di management) come lei, eppure non mi sento per ciò diminuito. Perché?

    Perché il 90 percento della letteratura manageriale che ho letto nel corso della mia vita (e che immagino sia un campione rappresentativo del resto) è parsa a me ben poca cosa, e ci sono decine di settori (anche lasciando fuori la narrativa) e discipline che ritengo meritino la mia prioritaria attenzione.

    Infatti, chiunque può scrivere (e scrive) libri o “papers” di management, e nella stragrande parte dei casi si tratta di mero abuso delle risorse arboree del pianeta.

    Il management è un contesto che non ha alcunché di scientifico (“non falisficabile”, alla Popper), nel quale tutte le vacche sono grigie e dove si può dire quel che ci pare senza tema di poter essere smentiti. Non esistono metodi universalmente accettati per stabilire banalmente se l’azienda “A” sia meglio dell’azienda “B” o se il manager “X” sia meglio del manager “Y”!

    Ciò, sia chiaro, non impedisce che si possa scrivere un libro “di management” degno di essere letto. Del resto, per me conta meno COSA si dice e assai di più COME lo si dice. Per esempio, considero Cravera un ottimo autore; anzi, un fenomeno.

    Però, insomma, mettersi qui a parlare del “corpo teoretico” che difetterebbe a Marzano, a me fa un po’ ridere. (Neppure Villaggio l’aveva, eppure Fantozzi ha insegnato di più di montagne di saggistica socioeconomica…).

    Esiste (come sostiene Cravera) una letteratura manageriale che concorda con Marzano e anzi si sforza di andare oltre la critica sterile e migliorare l’etica dell’impresa?
    Bene! Gli credo sulla parola perché di lui mi fido. Ma non capisco in che modo ciò diminuirebbe le tesi della Marzano.

    Se tutto quel che avete da dire, Cravera/Renna, è che Marzano non ha letto i libri che avete letto voi, anche se alla fine giunge alle medesime conclusioni vostre, allora qui in questo blog avete scritto un 75 percento di parole inutili e non ci avete aiutato a capire la vostra posizione. Bastava dire: «Marzano ha ragione, ma è stato tutto già detto e ce ne stiamo occupando».

    Cravera ci è andato vicino a dirlo: peccato, però, che abbia premesso 999 parole di denigrazione di Marzano, dimenticando che A) per diventare Associata alla Paris Descartes qualcosina di sapore sociologico e magari anche economico ha probabilmente letto e che B) il 90 PERCENTO ALMENO DI QUEL SI DICE E SI FA NEL MONDO DELL’IMPRESA CORRISPONDE ESATTAMENTE ALLE STORTURE CHE ELLA ENUMERA.

    Sarei stupito che persone intelligenti (con o senza approfondite letture di management) come quelle intervenute qui non provassero fastidio dinanzi alla trita retorica aziendalista, alla burletta del management by objectives quando gli objectives sono solo imposti, alle oscene e fantozziane finzioni dei meeting off-site e dei corsi motivazionali, allo spaccio del “green” o della “responsabilità sociale” come iniziative etiche, quando in troppi casi sono solo operazioni di PR (a poco serve, Renna, invocare l’eccezionalità di tali comportamenti, quando le “eccezioni” sono i nomi delle più grandi corporation del mondo), alla “gabbia dorata” del toyotismo; alla presa in carico, da parte di organizzazioni imprenditoriali anche supranazionali, di temi sociali che dovrebbero restare appannaggio degli Stati.

    Abbiamo tutti, durante il nostro lavoro di consulenti, sporadicamente partecipato a questo teatrino? Ma certo! Dobbiamo pur campare, e poi siamo tutti (Marzano inclusa) zeppi di contraddizioni e del resto non si è certo trattato di attività riprovevoli, illecite o disdicevoli.

    Ma qui stiamo dibattendo temi di sapore e valore intellettuale e se siamo “bravi filosofi”, come ha scritto Mirna, dovremmo lasciar da parte i fatti personali e riconoscere le cose come stanno.

    So benissimo che buona parte di coloro che si occupano di responsabilità sociale di impresa non sono degli astuti manipolatori al soldo della propaganda delle multinazionali. Conosco personalmente dei management coach e dei consulenti che non sono né disonesti né cretini.

    So anche che è difficile per ognuno di noi guardare dall’esterno il proprio ruolo sociale, il proprio lavoro. Lo facciamo con dedizione, intelligenza e onestà, e solo se ci mettiamo a riflettere dopo una lunga malattia o durante un viaggio in India ci scopriamo a volte a pensare che il nostro transito terrestre potrebbe essere speso in modo più edificante. Sono certo che a tutti voi capitino questi pensieri.

    Riconosco che Marzano sia un po’ “vetero”, e che qua e la’ rischi di scivolare nelle caricature tipo “Stato Imperialista delle Multinazionali”, come nei volantini delle BR nel 1975.

    Ma quasi tutte le cose che ha scritto (tranne le lunghe e noiose pagine sul coaching, che io ho saltato) avrei potuto scriverle io a 30 anni. E le sottoscrivo ora, a 50 (OK, 53…).

  21. Paolo,
    non riusciamo ad uscire da un’incomprensione di base. La Marzano non ha scritto un libro contro il modo in cui si gestiscono le imprese. Se avesse fatto questo, come scrivi tu, sarebbe arrivata tardi di 30 anni, ma avrebbe scritto cose in buona parte condivisibili. La Marzano (forse saltando le pagine su quello che definisci coaching non lo hai avvertito) ha scritto un libro contro le “dottrine” di management, contro gli approcci e le teorie di gestione d’impresa e di self development. Sono loro, per la Marzano, le cause di tutti i mali delle imprese. E’ questo – solo questo – che io contesto. Certamente ha ragione a criticare testi di “sviluppo personale” di qualche sedicente guru che non ha basi euristiche forti e incita ad un mero “think positive”. Quella certamente non è la parte più nobile degli studi manageriali. Però, sbaglia (inconsapevole di sbagliare) quando attacca le teorie di gestione d’impresa imputando loro tutti i mali delle aziende. Gran parte delle più serie teorie e studi di management negli ultimi anni stanno faticosamente cercando di rendere consapevoli i gestori d’impresa che esistono modi diversi di raggiungere risultati e di gestire le aziende. Chi attacca tutto il management con la ferocia della Marzano deve conoscere questo aspetto e fare le giuste distinzioni. Scrivi che anche tu non sei documentato sull letture di management però, pur essendo molto più documentato della Marzano non ti sei lanciato in una critica totalizzante delle stesse. Lei, al contrario, ha mistificato la realtà e ha confuso il male con la cura e viceversa. E’ proprio questo che contesto.
    Scrivi ancora: “Esiste una letteratura manageriale che concorda con Marzano e anzi si sforza di andare oltre la critica sterile e migliorare l’etica dell’impresa? La risposta è si e no. Si, esiste una letteratura manageriale che cerca di andare oltre la critica sterile all’impresa e no, non esiste una letteratura manageriale che concorda con la Marzano, perchè la Marzano, lo ripeto, non attacca la gestione d’impresa, ma gli studiosi di management che sono, a parer suo, la causa di questa cattiva gestione.
    Infine, devo darti ragione su un punto. Se la Marzano ha fatto una così bella carriera sicuramente non è un’incompetente in campo filosofico e sociologico. Il dubbio che ho, però, è che abbia capito che per uscire dall’austero campo accademico e arrivare al grande pubblico in Italia, occorre alzare, e di molto, il tiro. Nel nostro Paase siamo ben abituati a dar credito a chi le spara grosse, anzi si fa a gara e, spesso, chi le spara più grosse, vince. Questo, secondo me la Marzano l’ha capito molto bene.

  22. OK Ale, e comunque noi possiamo permetterci anche dei disaccordi! 🙂

    Tra l’altro la mia lettura condensata (io non sono stato così eroico da leggermi tutta la pippa contro il coaching) può avere, come tu dici, un ruolo nella nostra divergenza.

    Di sicuro, tutto quel che ho fatto in tempo a leggere del libro era da parte mia sottoscrivibile, come ho illustrato sopra. In alcuni tratti persino illuminante, come per esempio la storia della nascita della centralità del lavoro nella cultura occidentale: una trattazione forse un po’ affrettata (il libro è decisamente squilibrato: forse il risultato di un copy&paste di saggi diversi), ma che certo non ho mai trovato in un testo di economia aziendale. Anche la critica della responsabilità sociale dell’impresa, che la si condivida o no, ha un respiro più ampio di quello cui siamo abituati quando si parla di management.

    Quanto all’ansia di protagonismo di Marzano (che comunque ha scritto il libro in francese e non direttamente per il mercato italiano), siamo d’accordo. Neppure il suo libro precedente, infatti, trattava di “filosofia”: verteva sul ruolo subalterno della donna e fece notizia grazie all’analisi del ruolo della pornografia per lo sviluppo sociale delle ragazzine. Anche in quel caso, però, protagonismo o no, e a dispetto del tema sexy e dunque di facile presa mediatica, gli argomenti erano profondi stimolanti.

  23. Pingback: Meno stress più risultati « Competere nella complessità

  24. interessante mi ha fatto venire voglia di comprare e leggere questo libro.
    Michela Narzano, filosofa e laureata alla Normale di Pisa, è considerata in Francia fra i 50 intellettuali che stanno finalmente pensando in modo originale e nuovo.
    Questa appassionata stroncatura, conoscendo poi un po’ il lavoro di quesat filosofa, mi fa davvero incuriosire!

  25. Non posso consigliarle il libro, perché, come avrà letto, non ne condivido la tesi centrale (anche se penso abbia colto nel segno nella descrizione del mondo del lavoro). Tuttavia sono contento che, incuriosita dal mio commento e dalla discussione che ne è scaturita, abbia deciso di leggerlo. Mi farebbe piacere conoscere la sua opinione in merito quando avrà finito la lettura.
    Grazie per il commento.

  26. Raffaella, la classifica in cui lei ha visto entrare Marzano è stata compilata da un settimanale e non dal mondo accademico. (E’ stata poi ripresa, con grande fanfara, dai media italiani.)
    Ciò precisato, io personalmente considero entrambi i suoi ultimi due libri meritevoli di una scorsa e diretti al cuore di istanze che sono sul tappeto nelle società occidentali.
    Paolo

  27. Buongiorno,
    tutti i commenti mi sono sembrati davvero gustosi e forniti da persone con cultura e competenza professionale.
    Anche io ho letto il libro della Marzano, in circa 40 minuti, gratuitamente, all’interno di una libreria di Roma. Almeno non ho sprecato i miei soldi.
    Anche io concordo con Cravera e altri sul fatto che il libro esprima una posizione massimalista e superficiale. Certo i mali che lei denuncia esistono, così come esistono la guerra e le malattie.
    Il mio contributo è questo: se tutto scorre come pensa la dr.ssa Marzano, come si spiegano i suicidi o, meno drammaticamente, gli scioperi della fame messi in atto dai proprietari di molte PMI in crisi con la solidarietà dei collaboratori?
    Il rischio, la tendenza al “totalitarismo aziendale” esiste ed accompagna lo stato leggero e la società liquida. Allo stesso tempo, però, si sta affermando anche un modello imprenditoriale in cui ci sono persone che insieme raggiungono obiettivi e che – con un po’ di ironia – sanno che dentro la “schiavitù del lavoro” si possono edificare ampi spazi di senso, di solidarietà, di amicizia, di realizzazione personale.
    Grazie per l’ospitalità.

    BIO
    Dario Galvagno è considerato tra i 10 filosofi del design più influenti a livello inter-condominiale.

  28. Dario,

    nessuno nega che intorno al lavoro si possano «edificare ampi spazi di senso, di solidarietà, di amicizia, di realizzazione personale». E i malesseri, spinti sino al suicidio, dei piccoli imprenditori sotto la morsa della crisi sono proprio una manifestazione di quei sentimenti e di quei valori.

    Però il libro di Marzano riguarda le grandi imprese multinazionali e globali, che sono organismi molto più complessi delle PMI, e nei quali sono al lavoro dinamiche completamente diverse: vi “emergono” comportamenti e valori che non appartengono a nessuno dei membri individuali del collettivo.

    Le grandi aziende A) hanno un capitale organizzativo che trascende quello umano; B) coltivano a volte un proprio sistema di valori, spesso esplicitato nella documentazione aziendale e nei “bilanci sociali”; C) diffondono questi valori attraverso messaggi sociali come la pubblicità, i convegni, le publicazioni; D) li trasmettono sistematicamente e in modo organizzato ai propri collaboratori, alcuni dei quali, perché investiti del ruolo di “leader”, li fanno propri al punto da imbeverne la propria sfera personale; E) fanno azioni di lobbying presso la politica per promuovere i propri interessi; F) possono giungere a confrontarsi con i Governi degli Stati per tutelare uno di quei valori contro, se necessario, le leggi vigenti.

    È questo ciò a cui si riferisce Marzano parlando di «estensione del dominio della manipolazione». Si tratta di un processo che, portato al limite, potrebbe condurre a un confronto sociale e giurisdizionale tra l’organizzazione democratica dei cittadini (lo Stato) da un lato e, dall’altro, le organizzazioni produttive, fondate sul capitale diffuso. L’avere migliaia di investitori e milioni di clienti sono fattori che possono indurre un’azienda a un certa megalomania da iperventilazione.

    Non mi sembra un fenomeno banale da valutare, analizzare. (Purché, beninteso, analisi e valutazioni si svolgano senza la lente deformante dell’ideologia: cfr. http://comuneblog.wordpress.com/2010/03/08/ogm-e-di-destra/ )

  29. Questo della Marzano più che un libro lo considero un manuale di vita!!!!
    L’autore del blog parla di faziosità, ma se un manager giudica negativamente quello che cerca di spiegare “socialmente e filosoficamente” la Marzano chi è il fazioso?

    Chi scrive è da 17 anni dipendente di una multinazionale del farmaco (e sono sociologo), tutto quanto letto rispecchia tutto quello che vedo intorno a me e tutto ciò che “tenta”, in molti casi riuscendoci, di influenzare la vita dei dipendenti, fino a toccare anche la loro vita privata.

    Un libro consigliatissimo e illuminante che vuol far svegliare i lavoratori evidenziando cosa è davvero importante nella nostra vita.

    un passaggio su tutti: …” ieri si lavorava per vivere, oggi si vive per lavorare”.

    Un grandissimo libro.

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