Indicatori di performance multidimensionali

joseph-stiglitzE’ di questi giorni la ripresa del dibattito circa la limitatezza del Prodotto Interno Lordo (PIL) come misuratore della ricchezza prodotti dagli Stati. L’innesco per questo ennesimo dibattito sui limiti del PIL arriva dal richiamo del presidente francese Sarkozy ad andare oltre “la religione delle cifre” – cioè oltre il PIL inteso come strumento per misurare la crescita economica. Su questo filone si inserisce il lavoro compiuto in Europa dalla Commissione presieduta dal premio Nobel Joseph Stigliz per giungere ad un indicatore che misuri il progresso sociale e il benessere di un Paese.

A testimonianza di quanto questo tema sia sentito, è poi la pubblicazione sul Il Sole 24 Ore di ieri di una nuova classifica delle principali città italiane sulla base di un indicatore di ricchezza e benessere che tenga in considerazione alcuni degli indicatori proposti dalla Commissione Stiglitz. Misurando il BIL (Benessere interno Lordo) anziché il PIL, la classifica delle città italiane cambia radicalmente. Milano, prima per PIL, scende al 37° posto se si prende in considerazione il nuovo indicatore. Al primo posto della classifica del BIL ci sono invece tutte città del Centro Italia, Forlì, Cesena, Ravenna e Firenze.

Accolgo molto favorevolmente questo rinnovato interesse per misuratori multidimensionali della ricchezza e trovo che la discussione su questo tema di natura macroeconomica possa avere una ripercussione anche sulle prassi aziendali. Adottare il PIL come misuratore di ricchezza obbliga infatti i Paesi e i governi a puntare ad una crescita costante del PIL esattamente come è “condannato” un amministratore delegato a far crescere gli utili trimestre dopo trimestre, spesso anche a scapito della competitività futura della sua azienda. Le conseguenze possono essere negative sia a livello macroeconomico sia a livello microeconomico.

Così come una guerra, un incremento degli incidenti stradali, un boom della criminalità hanno effetti positivi sulla crescita del PIL, allo stesso modo, le campagne di mera riduzione dei costi e le politiche volte al solo ritorno economico immediato, determinano un’impennata dei profitti a breve e del corsi azionari.

Il mondo microeconomico e macroeconomico vanno quindi in parallelo. Le logiche sono esattamente le stesse e sono tra loro fortemente intrecciate. Abbracciare la complessità nel mondo macroeconomico e nel mondo aziendale significa provare a rompere questo circolo vizioso adottando indicatori di performance multidimensionali che non si limitino a misurare i risultati economici, ma prendano in considerazione anche aspetti legati alla sostenibilità futura degli stessi e le conseguenze sociali di tali risultati economici. A livello macroeconomico, significa, quindi, misurare aspetti come la criminalità, la distribuzione della ricchezza, il livello di educazione, l’ambiente e i rapporti sociali. A livello aziendale, significa misurare una serie di asset che servono alla sostenibilità dei risultati economici futuri: il brand, la soddisfazione dei clienti, le competenze delle persone, l’attenzione agli stakeholders e così via.

Il tema della sostenibilità economica ed ambientale non è certo nuova. Da decenni si dibatte su come cambiare questo stato di cose e puntare ad uno sviluppo sostenibile. Non si può inoltre dire che manchino strumenti e indicatori consolidati che possano sostituire il PIL come misuratori di ricchezza. Il Genuine Progress Indicator, l’ Index of Sustainable Economic Welfare, lIndex of Economic Well-Being o lo Human Development Index, sono solo alcuni degli indicatori sviluppati negli ultimi da autorevoli studiosi ed organismi internazionali per dare una misura più veritiera dello sviluppo economico e sociale di un paese.

Il rapporto Stiglitz è solo l’ultimo in ordine di tempo. Forse non era necessario sviluppare l’ennesimo indicatore alternativo al PIL, ben venga, tuttavia, se la discussione che ha innescato porterà ad un vero cambiamento nelle politiche macroeconomiche e nella gestione d’impresa.

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13 thoughts on “Indicatori di performance multidimensionali

  1. ciao Alessandro! bel post davvero!
    lo sapevi che il re del Bhutan Jigme Singye Wangchuck già negli anni ’80 si impegnò per la definizione di parametri standard della qualità della vita nel suo paese sulla base del GNH factor – gross national happiness, FIL o felicità interna lorda in italiano.
    Al Re del Bhutan è stato riconosciuto il merito di offrire una visione unificatrice per il processo di pianificazione quinquennale e di tutti i relativi documenti di programmazione che guidano i piani economici e di sviluppo di quel paese.
    Eric Ezechieli, all’università di Stanford, California, ha svolto nel 2002-2003 una ricerca per verificare la coerenza tra il sistema educativo Bhutanese e gli obiettivi di FIL. Ne risulta che un sistema educativo di origine occidentale diffonde valori, modelli ed obiettivi di sviluppo spesso opposti a quelli della FIL. 😉

  2. Grazie Patrizia,
    non lo sapevo ed è interessante notare come innovazioni di questa portata possano più facilmente essere adottate in Paesi come il Bhutan piuttosto che in Paesi appartenenti al GB o al G20 che promuovono al loro interno studi avanzati su questi temi coinvolgendo Premi Nobel, ma manifestano una maggiore ritrosia alla sperimentazione. L’ortodossia in questi paesi ha un peso sicuramente maggiore rispetto al Bhutan. Naturalmente si devono considerare anche le ridotte dimensioni del Bhutan e la sua forma di governo monarchica.

    • Bisogna considerare anche l’abisso culturale che c’è tra i valori spirituali del Buddhismo (che hanno ispirato questo tipo di approccio “economico” in bhutan) e quelli tradizionali della cultura Cristiana più diffusi in occidente.
      Per il Buddhismo la felicità duratura (non parlo di quella effimera legata ad eventi esterni ma quella profonda interiore) è un valore primario da perseguire a livello individuale e sociale.

  3. La faccenda del buddismo è suggestiva, ma resta un volo pindarico. La rozzezza del PIL è nota da sempre agli economisti, di qualunque fede religiosa. Sono i profani (politici in testa) che vi si intestardiscono, perché le persone (buddisti compresi) preferiranno sempre una metrica semplice a una complessa e articolata. Succede in tutti i settori della vita umana.

    E’ questa la ragione per cui le infinite alternative proposte al PIL, che sono tutte convolute metriche multidimensionali, non hanno mai funzionato e, temo, non funzioneranno mai, nonostante la seria proposta francese -di ben altro impatto di quella del Bhutan.

    Infine, se date un’occhiata alla vastità, all’articolazione, e alla difficoltà del calcolo del “semplice” PIL, vi fate un’idea più chiara delle sfide -anche puramente tecniche- insite nell’adozione di metriche multidimensionali!

  4. Che pessimismo, Paolo. Io accolgo molto favorevolmente questo rinnovato interesse per metriche multidimensionali e non dispero di un loro utilizzo reale in futuro. Tra l’altro Sarkozy non è il re del Bhutan e rappresenta un caso ben più importante.
    Di certo quello che frena l’adozione di queste metriche non è la loro difficoltà di calcolo, bensì la difficoltà che implicherebbe un governo sostanziale degli aspetti che vengono presi in considerazione da queste. Ad oggi i governi, adottando il PIL, posono farsi belli in modi molti più semplici rispetto a quanto potrebbero fare con misure più complessse (l’economia dà segni di rallentamento? Invadiamo l’Iraq…). Adottare metriche multidimensionali condannerebbe i governi a dare conto dell’impatto della propria politica sull’educazione, sulla sanità, sulla criminalità, e sulla ridistribuzione del reddito. Tutte cose che oggi vengono affrontate solo in campagna elettorale con promesse dimenticate una volta eletti.
    Infine, una critica agli economisti. Tu dici che la rozzezza del PIL è nota agli economisti da sempre e che la colpa è solo di chi governa. Concordo solo in parte. Se è così nota la rozzezza del PIL perchè se prendi i primi 5 manuali di macroeconomia più diffusi al mondo non ci sono cenni a metriche alternative e ci si concentra solo sul calcolo del PIL? Forse nelle edizioni più moderne ci può essere qualche accenno nuovo a questi indicatori alternativi, ma l’esame di economia lo supera chi sa calcolare il PIL. Il mondo cambia se anche chi forma la classe dirigente di domani getta i semi del cambiamento.

  5. Ale, anch’io “accolgo molto favorevolmente”, né dispero (mi limito a temere): l’ho sempre detto, e nel 2008 ho scritto su Il Dirigente che l’iniziativa francese, irrisa da inglesi e americani, doveva invece essere accolta come benefica.

    Ti invito solo solo a misurare auspici e speranze con la realtà dei fatti.

    Immagino che nei manuali scolastici si parli di PIL perché gli studenti di economia debbono imparare innanzitutto quello, che è già una faccenda assai complicata. Per fare solo un esempio: nessuno è soddisfatto delle attuali metriche di PIL PPP, che consentirebbero di confrontare fra loro i paesi.
    Il PIL, poi, in tutti gli indici multidimensionali seri, è UNA delle misure da prendere, non un’alternativa ortogonale. Dunque, quello lo devi sapere per forza.
    Sono incline a ritenere che nei manuali di esami complementari per i corsi di economia politica ci siano gli indici multifaceted.

    Quanto agli economisti (e lasciando gli studenti a farsi le ossa), molte volte ho letto e sentito dire da esponenti autorevoli della categoria che il PIL non è che una misura rozza, amata dai politici perché semplice da comunicare (ma NON semplice da calcolare!). Non so citare le fonti, ma conservo netta questa nozione.

  6. Avevo letto il tuo articolo sul Dirigente… non ci resta che sperare in bene. Se gli economisti sono d’accordo e i politici (alcuni) cominciano a crederci, non potranno mica scoraggiarsi solo per la difficoltà di calcolo di questi nuovi indicatori, no? Ciao Paolo

  7. Il dibattito è interessante ma credo debba maturare ancora parecchio.

    I seguaci degli indicatori multidimensionali devono diventare più concreti e non meramente sognatori. Esempio: Ammesso che ci si accordasse su un insieme di indicatori abbastanza ricco, subito dopo occorrerebbe assegnare dei PESI ai vari performance indicator. Ti immagini le discussioni per fissarli? Hai mai partecipato a una riunione di condominio? Conta di più lìimpatto ambientale o l’indice di criminalità? il PIL o la scolarità? L’impiego/disoccupazione o il reddito? Perché, se li metti tutti piatti, allora non hai più un indice sintetico bensì una descrizione troppo articolata e complicata, che nessuno consulterebbe. (E poi, in questa forma sparpagliata e senza pesatura, i dati ci sono GIA’).

    Voglio dire questo: PIL sarà anche una metricuccia banale, ma ha l’enorme pregio di mettere d’accordo tutti. Tutti concordano che per misurare la crescita esso è una buona approssimazione. Ma, se diventi più articolato e complesso, allora i dati vanno pesati. E lì il gioco di fa duro.

    L’altro punto che mi sta a cuore sono i politici. Ti dici che si sottraggono alle metriche complesse perché senno’ dovrebbero render conto di troppe cose. Io dico che non sanno proprio un fico secco di metriche complesse. Dico, per esempio, che nessun leader di partito politico italiano attuale sarebbe in grado di capire un indice multidimensionale. Dico, anche, che non li conoscono affatto.

  8. Il tema dei pesi, mi sembra un argomento molto interessante. Vedrei bene il coinvolgimento del G20 su questo. Ti immagini se si riuscisse a costruire un indice pesato uguale per tutti i paesi? Questo sì che sarebbe un passo avanti, non i soliti punti su cui in occasioni come il G8 o il G20 si trovano facili accordi (vedi le regole per la nuova economia etica…). Permetterebbe inoltre di ridefinire i criteri per misurare crescita, sviluppo, ricchezza e riorientare le politiche economiche e sociali dei Paesi.
    Quanto ai politici, la loro ignoranza potrebbe paradossalmente essere un bene. E’ più facile vendere un’idea nuova ad uno che non si rende conto di cosa implichi, piuttosto che ad uno sgamato ed esperto.
    Si, lo so, anche questa visione è ingenua e utopistica….che ci posso fare? Ciao Paolo

  9. Senza i pesi, nessun indicatore del genere serve ad alcunché. E poiché sui pesi è difficilissimo concordare, ecco che è quasi impossibile adottare indici articolati.
    Quanto ai politici: concordo che sia più facile vendere un’idea innovativa a un gonzo.

    PS: “utopistico” e “ingenuo” non sono sinonimi e non credo che l’uno implichi l’altro… 🙂

    Ciao Ale

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