La promessa non mantenuta dei manager AIG

Ricorderete che a inizio anno AIG, nonostante avesse ricevuto 180 miliardi di dollari di aiuti dal governo, aveva versato ai propri manager oltre 165 milioni di dollari in bonus. Sulla scia dell’indignazione pubblica per questa decisione, i manager avevano promesso di restituire i bonus che avevano percepito. Ebbene, è di oggi la notizia che i manager AIG non hanno mantenuto la promessa: dei 165 milioni di dollari presi a inizio anno solo 19 milioni sono stati restituiti all’azienda. Non so se questa cifra sia una percentuale  del bonus restituita proporzionalmente da tutti i manager o se dipenda dal comportamento virtuoso di pochi che hanno restituito l’intera somma (in tal caso complimenti a queste persone). La cosa più interessante in tutta questa vicenda resta sempre la spiegazione dei vertici dell’azienda (e di molte altre che hanno preso ingenti aiuti e continuano ad elargire bonus milionari): “paghiamo questi bonus per evitare che i dipendenti lascino il gruppo”. Ora, è vero che il capitale umano è una delle risorse più importanti di un’azienda, ma è altrettanto vero che, in casi come questo, si scivoli nel ridicolo. Dov’erano questi super manager quando AIG viaggiava spedita verso il sicuro fallimento? E, soprattutto, in un periodo storico in cui molte imprese hanno chiuso (a causa del comportamento dissennato di alcune istituzioni finanziarie), e la disoccupazione è la più alta degli ultimi trent’anni, non si può certo dire che manchino competenze sul mercato. Ci sono fior di professionisti che farebbero un ottimo lavoro pur senza pretendere bonus milionari, basterebbe la garanzia di avere un lavoro e di poter così salvaguardare la propria professionalità e dignità. Due ottimi motivi per ritenere che la qualità del loro lavoro possa essere addirittura superiore a quella di alcuni manager dall’atteggiamento mercenario.  Lascerebbero l’azienda in assenza di bonus? Bene, lasciamoli andare a cercare fortuna (o a fare danni?) da un’altra parte.

Un caro augurio di buon Natale a tutti i lettori di Competere nella complessità.

13 thoughts on “La promessa non mantenuta dei manager AIG

  1. Ciao Ale.

    Partecipo all’indignazione circa i superbonus. Preciso inoltre (per non essere frainteso circa quello che dirò fra un istante) di ritenere, come del resto abbiamo già detto anche qui, che il focus sul breve termine e i superbonus sono stati proprio una delle ragioni di base del crack del 2008.

    Non mi sento, invece, di sottoscrivere la tua domanda «Dov’erano questi super manager quando AIG viaggiava spedita verso il sicuro fallimento?».

    Tu credi dunque che se ci fossero state altre PERSONE al posto di quelle che c’erano nell’estate 2008 (in Lehman, in Aig, in Ubs, eccetera eccetera eccetera), le cose sarebbero andate diversamente?

    Questa convinzione (ma forse ti ho capito male) è palesemente assurda: il crack ha coinvolto CENTINAIA di directors, executives, vice presidents, analisti, economisti. Sarebbe ben curioso che, per accidente, nelle posizioni-chiave della finanza mondiale si trovassero, nel 2008, solo incompetenti e/o ladri! E che tutti gli altri, quelli esclusi da quel novero, siano invece saggi e onesti!

    Il crack è avvenuto e basta, senza che si riuscisse a prevederlo in modo operativamente utile, proprio a causa di quella COMPLESSITA’ sulla quale tu qui ci rendi edotto e che, come sai, è proprio una situazione che può condurre a catastrofi improvvise anche in assenza di sintomi.

    Ex-post, naturalmente, sono spuntati come funghi coloro che l’avevano previsto, che avevano riconosciuto i segni premonitori, che l’avevano detto, che leggono a posteriori ogni sintomo come se fosse chiarissimo anche ex-ante. Eccetera eccetera.

    Ma anche questa è una favoletta: possibile che solo costoro avessero “previsto”, mentre centinaia, forse migliaia di persone competenti, destinate a essere coinvolte personalmente, non avevano idea del meltdown imminente o almeno della sua portata?

    Un ESEMPIO: Quando il Governo e la FED decisero di non salvare Lehman, fecero la considerazione che il “ripple effect” causato dal suo crack non sarebbe stato grave come lo sarebbe stato quello di Bearn Stearns, che invece avevano salvato in marzo.

    Tutti scemi? Tutti interessati e desiderosi che i mercati crollassero e si volatilizzassero trilioni di dollari?

    Dobbiamo stare qui a raccontarci che non è possibile prevedere dove va la Borsa, e men che meno i titoli derivati sulla derivata della derivata di quelli in Borsa? Perché i soloni che “l’avevano previsto” non ci dicono adesso che titoli comprare, o chi vincerà il Campionato, eccetera? 

  2. Ciao Paolo,
    io non penso che si possa generalizzare dicendo che chiunque ci fosse stato al comando delle grandi istituzioni finanziarie avrebbe agito nello stesso modo. E’ stato Durkheim a sostenere che gli individui esistono solo nei modi in cui la società vuole e consente che esistano e, quindi, qualsiasi comportamento individuale è interamente dovuto alla società… E la tua tesi mi sembra molto vicina al suo pensiero. Personalmente riconosco la forte influenza (talvolta irresistibile) che il contesto esterno (cultura, prassi consolidate, valori condivisi, ecc.) esercita sul comportamento individuale, ma questa influenza non è mai totalizzante e non arriva ad annientare le differenze individuali e il libero arbitrio. Se così fosse, il mondo sarebbe molto meno complesso di quello che in realtà è.
    Sono quindi convinto che è vero che chi era al vertice delle banche pre-crisi, era fortemente portato ad operare in un certo modo e a interpretare la situazione (e il rischio) da un punto di vista più o meno simile, ma è altrettanto vero che non tutte le banche si sono esposte come Lehman, Citygroup e compagnia cantante. Pensa alle banche italiane, ad esempio. Con la fusione tra Intesa e San Paolo e tra Unicredi e Capitalia, la loro dimensione negli ultimi anni è cresciuta considerevolmente (soprattutto in relazione al mercato domestico), però in Italia nessuna banca ha rischiato il default. Questo significa che il comportamento di chi era al vertice è risultato diverso da qello dei CEO di molte banche americane che hanno generato la crisi.E gli esempi non riguardano solo le banche italiane…
    Fortunatamente nel mercato ci sono sempre operatori che non seguono il gregge (alcuni consapevolmente, altri in maniera del tutto fortuita o per incapacità…). Mi viene in mente il comporatemento di Ryan Air subito dopo l’11 settembre. Tutte le principali compagnie, spaventate dall’attaco alle Torri avevano cancellato gli ordini di nuovi aeromobili, consentendo alla compagnia irlandese di esercitare un enorme potere negoziale nei confronti dei costruttori. In questo modo Ryan Air si è assicurata aeromobili a condizioni che non avrebbe mai spuntato senza il suo comportamento coraggioso e contro corrente.
    Tornando alla crisi finanziaria, concordo che le previsioni sono molto difficili e nessuno ha la palla di cristallo. Quello che però vorrei sottolineare è, a proposito di complessità, che spesso chi opera in contesti complessi si muove in assenza di consapevolezza di questo fatto. Mi riferisco sia agli operatori finanziari, sia ai controllori. La crisi ha dimostrato una grande ignoranza o sottovalutazione degli effetti sistemici: si è scelto ad esempio di monitorare ogni istituzione finanziaria su una base esclusivamente individuale, senza tener conto delle relazioni tra operatori. La regolamentazione delle banche ha così amplificato l’effetto shock sui mercati finanziari. I vincoli di Basilea hanno imposto alle banche di ridurre il debito a fronte di una perdita sugli investimenti. Questo vincolo ha costretto le banche a vendere i titoli in attivo per fare cassa, determinando, in questo modo, un effetto sistemico: le vendite hanno ridotto il prezzo di mercato dei titoli, peggiorando il bilancio di altri operatori e stimolando ulteriori vendite forzate sul mercato… e gli effetti sono cresciuti in misura esponenziale.
    Insomma, non si chiede agli economisti di prevedere il futuro (anche se alcuni meglio di altri, ci avevano avvertito), ma soltanto di essere maggiormente consapevoli della complessità e di utilizzare strumenti, regole e modelli adatti a tenerla nella giusta considerazione. Altrimenti, il rischio è quello di sentirsi sicuri di governare il rischio, ed esserne improvvisamente travolti.
    Ciao Paolo

  3. Io ho fatto una considerazione più banale di quella che mi attribuisci: centinaia di banchieri e loro collaboratori, anzi, proprio quelli più sofisticati (lascia perdere le banche italiane, che sono fuori dai circuiti internazionali più avanzati e solo per questo non ci sono cascate), si sono visti crollare il giocattolo all’improvviso. Dunque, come puoi pensare che se al loro posto ci fossero stati altri, le cose sarebbero andate diversamente? Enorme, diffuso e variegato era il campione degli addetti ai lavori colti di sorpresa: se ci fosse stato, al loro posto, un “campione” diverso, è irrazionale il pensare che le cose sarebbero andate diversamente.

    È stato il SISTEMA a essere colto in fallo, non i VP di AIG o di Lehman o di UBS.

    Perciò, il bonus non va negato specificamente a quelli di AIG o a quelli delle altre aziende fallite: va negato/limato a TUTTI. (E credo che su questo concordiamo).

    Questo intendevo dire (avverso alla tesi del tuo post, che diceva: “proprio questi allocchi di AIG vogliono il bonus, loro che hanno fatto fallire l’azienda?!”).

  4. Ho letto il tuo post e lo condivido. Ci sono però due punti sui quali la nostra visione resta differente. In primo luogo non puoi liquidare il discorso delle banche italiane così velocemente. Unicredit è oggi la dodicesima banca al mondo (più grande di Goldman Sachs, Morgan Stanley, UBS e Deutsche Bank). Intesa San Paolo è al 24-esimo posto. Inoltre ci sono molte banche che non hanno mai rischiato di fallire e la maggior parte di queste sono europeee. Mi riferisco, ad esempio, a BNP Paribas, Dexia, ING e altre. Quindi ci sono stati grandi player internazionali che non hanno seguito a testa bassa la logioca del profitto a breve a tutti i costi senza considerare l’altra faccia della medaglia (il rischio).
    In secondo luogo, anche se è difficile prevedere il futuro in economia per le ragioni che hai ben spiegato nel tuo post, mi sembra che non ci sia ancora una forte consapevolezza delle interconnessioni e dei rischi sistemici. I “maverick” come li descrivi tu, sono economisti di due tipi: quelli che l’hanno sparata grossa e questa volta l’hanno azzeccata e queli che cercano di leggere i numeri e le situazioni in maniera più attenta alle dinamiche sistemiche. Come spieghi ad esempio che fino al 2008 nessuno si sia accorto che la vigente regolamentazione bancaria avrebbe accentuato il rischio sistemico? Non stiamo parlando di sprovveduti o incompetenti (tecnicamente). Il problema, secondo me, è nel modo di pensare e vedere il mondo. Limitarsi a calcolare il value at risk su base individuale nei confronti delle singole istituzioni finanziarie ti fa capire quanta strada occorra ancora fare nella comprensione e nel governo della complessità.

  5. Se ti fermi alla mera dimensione quantitativa per valutare le banche, non vedi la realtà. Certo che Morgan Stanley o Goldman Sachs sono “più piccole” di Intesa o Unicredit: ma in termini di complessità dei prodotti e di interconnessione mondiale, non il minimo paragone!

    La vis polemica ti sta facendo dimenticare che la finanza moderna si svolge tra New York e Londra (con qualche ramificazione a Singapore e Hong Kong)… Le nostre banche nazionali sono tutto retail e poco investment/merchant banking, con ramificazioni in geografie lontanissime dal cuore del sistema: ecco perché sono state meno esposte di Ubs o Ing.
    (A proposito di questa ultima, che tu reputi tranquilla, bada che il gruppo si trova ancora con impegni 5-6 volte superiori al PIL dell’Olanda, un po’ come Ubs in rapporto alla Svizzera…)

    Sul rischio “individuale” vs. rischio globale dovuto all’interconnessione, siamo d’accordo. Ma nessuno sa misurare questo, ancora.

  6. Certo è verissimo che la finanza si svolge tra New York e Londra, però deve far pensare il fatto che delle banche “provinciali” e tutte retail siano oggi ai vertici delle classifiche mondiali. Che ci sia anche un altro modo di intedere la finanza? Il gruppo BNP Paribas è stabilmente nei primi posti da molti anni e ha approfittato di questa crisi per fare shopping (quando altri vendevano asset). Non è che forse è la finanza intesa alla Gordon Gekko a mostrare i sui limiti? Tanti profitti (fatti sulla carta, o meglio sulle schermate dei pc, e slegati dall’economia vera) fin quando le cose vanno bene e poi qualcuno pagherà il conto…
    Sul rischio globale dovuto alle interconnessioni, è vero, nessuno sa ancora come misurarlo. Questo però non deve provocare una paralisi del pensiero. Ai regolatori e ai manager non chiedo di saper prevedere e misurare nei dettagli il rischio sistemico, solo di tenerlo in considerazione. A me sembra che gli operatori economici – a tutti i livelli – siano completamente concentrati sulle azioni e non sulle retroazioni. C’è un problema da affrontare? Ecco la soluzione. pazienza se questa soluzione innesca una serie di problemi sistemici… E’ questo modo di agire e di pensare che dobbiamo abbandonare, altrimenti la crisi non ci avrà insegnato nulla.

  7. Mi riferisco alla produzione di beni e servizi e alle relative transazioni commerciali. Una buona finanza, a parer mio, dovrebbe essere strettamente connessa all’economia reale e seguirne gli andamenti. Non sempre questo accade, anzi, talvolta i prezzi delle risorse sono totalmente distonici rispetto all’andamento dell’economia. Mi riferisco, ad esempio, al petrolio che a luglio 2008, in piena crisi mondiale, quotava 145 dollari a causa delle speculazioni. Ma questo riguarda anche le aziende: pensa alla bolla della new economy in cui bastava il suffisso .com per far decollare in borsa il titolo senza nesun riguardo alle sue performance reali.

  8. La finanza è parte integrale dell’economia, non una parte avulsa.
    Senza la finanza, non si produrrebbero né beni né servizi “reali”. I soldi, gli assegni, le azioni, le obbligazioni, i credit default swaps, i futures sono “reali” esattamente come le automobili, gli spaghetti, Hollywood.

    Non è solo la finanza a “impazzire” a volte, ma anche altri comparti economici. Per esempio, proprio la bolla della new economy è stato un fenomeno di creduloneria in modelli di business farlocchi. Dunque, più un fallimento di quella che tu chiami “economia reale” che non della pura e semplice finanza.

  9. Su questo non sono per nulla d’accordo. Penso sia molto importante distinguere tra economia e finanza. Certamente la finanza è un aspetto fondamentale dell’agire economico, tuttavia, secondo me, non è corretto metterli sullo stesso piano. Storicamente la finanza è nata per supportare e favorire lo sviluppo economico. Negli ultimi anni, però, si è assistito ad un rovesciamento dei ruoli: la finanza da “ancilla” è diventata domina (Ciampi)sganciandosi progressivamente dalla realtà economica entro la quale dovrebbe operare.
    Quando parlo di economia reale mi riferisco al mondo della produzione in cui la vendita di un bene o un servizio produce un reddito. La finanza è molto diversa, fa soldi attraverso i soldi senza produrre alcunchè. La differenza più grande è che l’economia, intesa come scambio di beni e servizi potrebbe vivere (male e ai minimi termini) senza la finanza, mentre la finanza senza un mercato cesserebbe di esistere.
    Sulla bolla della new economy, poi, chi sono stati creduoloni dei modelli di business farlocchi? Non certo chi ha creato quelle aziende, ma gli investitori e gli speculatori che pensavano di arricchirsi in breve tempo soltanto mettendo un po’ di soldi in una start-up di cui non sapevano nulla. Gli imprenditori che hanno creato modelli di business farlocchi ne sono usciti (talvolta, non sempre) arricchiti. Chi ci ha speculato è uscito con le ossa rotte.

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