Rating e paradossi in Borsa

In questi giorni i mercati finanziari sono sotto pressione a causa della crisi della Grecia e del rischio contagio. Ogni modifica reale e/o supposta del rating Paese da parte delle Agenzie incide significativamente sugli andamenti delle Borse internazionali.

E’ di qualche giorno fa, un’indagine che però fa pensare. Un recente studio, condotto dagli analisti americani su oltre 2 mila azioni, in prevalenza americane, ha messo in luce che nell’ultimo anno il rendimento delle società con una stella Morningstar è stato del 224,7%, contro il 109,5% delle cinque stelle. I  titoli che hanno guadagnato di più sono stati quelli di minor qualità (cosiddetti titoli spazzatura).

Dal momento che i rating sono storicamente serviti poco a  prevedere crisi e andamenti economici, forse sarebbe il caso di dare meno importanza ai soloni della previsione.

5 thoughts on “Rating e paradossi in Borsa

  1. Sul comportamento delle agenzie di rating non saremo mai abbastanza duri (http://alturl.com/mskw ).
    Tuttavia, il merito di credito deve pur essere valutato (e si tratta di un lavoro eminentemente di due diligence, meno aleatorio di quello delle previsioni sugli andamenti azionari). Quando, solo 100-150 anni fa, tutti coloro che erano in affari si conoscevano personalmente, tale servizio non era indispensabile. Ma adesso lo è. Io credo che le agenzie dovrebbero essere nazionalizzate o almeno collocate a livello supranazionale (EU, IMF, OCSE, ecc).

  2. A voler pensar “bene” (ipotesi A del commento di Paolo nel suo post) ritengo che gli strumenti utilizzati da queste agenzie di rating siano molto “vecchi” e troppo deterministici nella complessità del sistema economico attuale. Non prendono in considerazione sicuramente il “Cigno Nero” ma neppure spesso quello “grigio”. Forse questi rating andrebbero ripensati dal punto di vista soprattutto metodologico ma è un discorso difficile e forse prematuro. Più facile spostare il discorso su un concetto di solvibilità nel breve periodo che si basa su dati prevalentemente del passato prossimo delle aziende ma ha un impatto diverso (tipologia di azienda/organizzazione) rispetto al classico rating Moody’s …

  3. Il peso del rating in tutti i campi è sicuramente eccessivo rispetto alla qualità dello stesso (come dimostra il recente passato). Penso che le cause siano le tre che Paolo ha ben evidenziato (non ne scarto nessuna). Mi piace l’idea di collocare le agenzie a livello sovranazionale.

  4. Ciao Paolo e Alessandro credo che sappiate, molto meglio di me, che il sistema di valutazione e di rating poggia su basi teoriche che sono concettualmente le stesse della valutazione dei titoli di borsa oltre che dell”economia classica. Inoltre il livello di trasparenza è sempre limitato per cui il modello di valutazione come ad es. il “Credit risk tracker” di S&P alla fine estrapola dei giudizi su quanto le aziende lasciano trasparire all’esterno. Un supporto informativo migliore semmai potrebbe venire dalle società di revisione che se adottassero strumenti di analisi più sofisticati invece che i soliti indicatori su fogli excel, e controlli su base mensile sarebbero in grado di allertare per tempo su eventuali rischi. Ma credo che la strada per far accettare questi livelli di trasparenza sia ancora lunga.

  5. Alessandro C, se vuoi snobbare l’«economia classica», inviti a nozze Cravera. Io, per me, vado un po’ più cauto, perché ancora non ne vedo una nuova. Cfr http://alturl.com/44ym

    Per il problema di cui siamo a parlare, credo meno nella modellistica matematica e di più in semplici rimedi terra terra. Gli analisti finanziari dovrebbero muovere le chiappe, anziché intrattenere fuggevoli interazioni email e telefoniche con le aziende e poi sparare cavolate. «The best strategy is lunch» mi diceva un vecchio analista di Moody’s (che era nostra sister company ai primi tempi di GartnerGroup). Cioè: vai a pranzo con gli executives e guardali in faccia, prima di emettere il rating…

    Il tutto, beninteso, con agenzie [super]governative.

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