Letture – Il Tao e Aristotele

Il Tao e Aristotele – Perché asiatici e occidentali pensano in modo diverso – Richard E. Nisbett

Il Tao e Aristotele, “The Geography of thought”, nell’edizione originale, è uno dei libri più interessanti che ho letto negli ultimi mesi. Richard Nisbett indaga le profonde differenze di pensiero tra occidentali e orientali mettendo in evidenza le forti interconnessioni tra processi mentali e pratiche sociali. La sua tesi è che queste ultime promuovano determinate visioni del mondo e che, a loro volta, tali visioni dettino in maniera circolare i processi di pensiero che giustificano le visioni del mondo e supportano le pratiche sociali.

Come approfondisce molto bene Nisbett, la cultura tradizionale orientale è il risultato di tre differenti dottrine filosofiche: il taosimo, il confucianesimo e, più tardi, il buddismo. L’elemento comune ai tre orientamenti (pur in misura e forma differente) è l’olismo, in base al quale ogni evento è collegato a un altro. Il mondo, nella visione orientale è quindi in continuo cambiamento e pieno di contraddizioni e paradossi. Non c’è pertanto certezza dell’esito di ogni azione e situazione, in quanto questa può volgere positivamente in un istante e, un momento dopo, determinare conseguenze negative.

A tal proposito, Nisbett cita un antica storia cinese su un vecchio contadino che aveva un solo cavallo. Un giorno il cavallo fuggì e i vicini, sapendo che il cavallo era la sua unica fonte di sostentamento, cercarono di portargli conforto. “Chi può sapere se è una cosa buona o cattiva?” disse il vecchio respingendo i loro tentativi di rincuorarlo. E, infatti, alcuni giorni dopo l’animale tornò seguito da un cavallo selvaggio. Gli amici allora si recarono dal vecchio per rallegrarsi e lui, rispondendo alle loro congratulazioni disse: “Chi può sapere se è una cosa buona o cattiva?”. E accadde che alcuni giorni dopo, il figlio del vecchio cadde e si ruppe una gamba mentre cercava di montare il cavallo selvaggio. Gli amici si recarono nuovamente da lui per esprimergli la loro partecipazione per la sorte sfortunata del figlio: “Chi può sapere se è una cosa buona o cattiva?” disse ancora il vecchio. Passarono alcune settimane e l’esercito giunse nel villaggio per arruolare tutti gli uomini di sana costituzione a causa di una guerra contro la provincia vicina ma il figlio del vecchio non era nelle condizioni di combattere e non fu arruolato.

La storia naturalmente può continuare all’infinito ed esprime l’atteggiamento fondamentale dei popoli orientali nei confronti della vita.

Molto diversa è l’origine del pensiero occidentale. Gli antichi Greci consideravano il mondo conoscibile e la verità come un concetto assoluto. Dal loro punto di vista tutto ciò che occorreva fare per svelare la verità sul mondo era comprendere quali fossero le proprietà caratteristiche di un oggetto in modo da identificare le sue categorie rilevanti e applicare le regole pertinenti. Dove gli Orientali vedevano relazioni e nessi, gli antichi Greci vedevano oggetti e proprietà di tali oggetti. Mentre i primi sviluppavano una sorta di dialetticismo che usa la contraddizione per comprendere la relazione tra gli oggetti e gli eventi, i secondi diventarono i paladini della logica e della non contraddizione (se A è vera, non-A non è vera).

Nisbett riporta molti studi e ricerche di natura sociale e psicologica per delineare i diversi percorsi mentali tra orientali e occidentali mettendoli costantemente in relazione con la natura collettiva e interdipendente della società asiatica e la natura individualistica e indipendente della società occidentale.

Le conclusioni a cui giunge l’autore sono estremamente interessanti sul versante del governo della complessità. Dalle ricerche in campo cognitivo e sociale emergono sostanziali differenze tra gli occidentali e gli orientali contemporanei:

  • Gli orientali prestano più attenzione all’ambiente e gli occidentali all’azione, di conseguenza, i primi sono meglio predisposti degli altri a individuare le relazioni tra gli eventi.
  • Nei pensieri sulla controllabilità dell’ambiente, gli occidentali credono che sia possibile farlo molto più degli orientali.
  • Nelle assunzioni implicite su stabilità e cambiamento gli occidentali vedono la stabilità dove gli orientali colgono il cambiamento.
  • Nei modelli preferiti per la spiegazioni degli eventi, gli occidentali rivolgono l’attenzione prevalentemente sugli oggetti e gli orientali realizzano un’ampia rete che include l’ambiente.
  • Nelle abitudini di organizzare il mondo, gli occidentali preferiscono le categorie e gli orientali sono più portati ad accentuare le relazioni
  • Nell’applicazione degli approcci dialettici, gli orientali sono più inclini a cercare la Via mediana quando si confrontano con le contraddizioni apparenti, mentre gli occidentali tendono a insistere sulla correttezza di un pensiero oppure di un altro.

I processi mentali degli orientali sembrano quindi essere più coerenti e adatti ad un mondo sempre più complesso e interconnesso dove, accanto alle “azioni” assumono sempre maggiore rilevanza  le “retroazioni” sistemiche. Dal libro emerge quindi una chiave di lettura nuova dei fenomeni economico-sociali che stanno emergendo nei rapporti tra Occidente e Oriente. Dieci anni fa la testa della graduatoria delle aziende a maggiore capitalizzazione era dominata dalle società americane. Oggi nelle classifica delle top 10, tre società sono cinesi. Dieci anni fa le aziende occidentali vedevano la Cina come un’opportunità per delocalizzare la produzione e aumentare la propria competitività. Oggi le imprese cinesi comprano quelle occidentali (l’ultimo caso è l’acquisto di Volvo da parte di Geely).  Dieci anni fa la Cina non rientrava tra i paesi a maggiore industrializzazione, oggi l’economia cinese è dietro solo all’economia americana.

Tante ragioni in più per leggere con attenzione il libro di Nisbett.

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