Sbagliare è umano, perseverare…

Tratto dall’articolo  “Mortgages and Monetary Policy” di Robert E. Lucas, pubblicato dal Wall Street Journal il 19 settembre 2007:

“I am skeptical about the argument that the subprime mortgage problem will contaminate the whole mortgage market, that housing construction will come to a halt, and that the economy will slip into a recession. Every step in this chain is questionable and none has been quantified. If we have learned anything from the past 20 years it is that there is a lot of stability built into the real economy”.

Considerati i fatti, la stabilità della reputazione di Lucas è stata maggiore di quella dell’economia reale.

8 thoughts on “Sbagliare è umano, perseverare…

  1. Ale, questo tuo post a ma non sembra un esercizio di logica sostenibile.

    Se io dico: «Se lanciate quel dado 6 volte, scommetto che il numero 3 uscirà almeno una volta» e poi il 3 invece non esce, ciò NON significa che io avessi torto. E se un tizio dicesse: «Se lanciate quel dado 6 volte, il numero 3 uscirà 4 volte» e la cosa effettivamente accade, ebbene quel tizio aveva COMUNQUE torto.

    Se il terremoto dell’Acquila si fosse veramente verificato non già all’Aquila il 6 aprile ma a Sulmona il 31marzo, come quel tizio aveva “previsto” pur non avendone i mezzi (perché nessuno li ha), allora tu avresti scritto qui che lui LO AVEVA PREVISTO. Ma non è vero: non poteva prevedere. Ci avrebbe solo imbroccato, come adesso io posso dire che Lino Banfi vincerà il prossimo Nobel per la Letteratura.

    A POSTERIORI si leggono i fatti assecondando le proprie opinioni, in modo del tutto a-scientifico.

    Il fatto che A POSTERIORI si sia visto che, contrariamente a quel che disse Lucas nel 2007, i subprime hanno veramente contaminato tutto e che c’è stata davvero una recessione, NON significa che egli avesse torto nel 2007.

    Nel 2007, praticamente nessuno diceva una cosa diversa dalla sua. Il CONSENSO era per l’appunto quello sintetizzato dalla sua frase che tu hai riportato.

    A POSTERIORI sono nati come funghi coloro che “avevano previsto” ma, come abbiamo discusso sino alla noia qui, al punto da rendere del tutto pleonastico il ripeterci adesso, nessuno aveva PREVISTO un accidente. Esprimere generici vaticinii è un esercizio al quale una certa percentuale di persone, in ogni campo, si dedicano sempre. Una volta su 100, a posteriori, sembra che avessero “ragione”: ma è una conclusione che lascerei ai rotocaclchi.

    Se qualcuno avesse “previsto” (formulando teorie economiche condivisibili e “falsificabili”), la sua opinione si sarebbe fatta strada nel mainstream, sino a influenzare il consenso. Invece, le opinioni contrarian non si stanno facendo strada neppure ADESSO, a cose fatte (http://alturl.com/369d ).

    La comunità scientifica ancora adesso NON CONCORDA su ciò che è successo. Anche le cassandre che i giornali amano andare a scovare e intervistare NON offrono spiegazioni convincenti a posteriori: figuriamoci come erano convincenti prima!

    Per fare solo un esempio: la scuola di Chicago crede che la crisi finanziaria è stata non la causa bensì il preammonimento che i mercati “efficienti” hanno dato dell’incipiente recessione. Anche a me, come a te, sembra una cazzata: ma non avendo ancora vinto un Nobel per l’economia, non mi sentirei di gridarlo ad alta voce… Chi lo grida ad alta voce cerca spazio sui media perché ADESSO va di gran moda essere contrarian in economia: ma si sparano cazzate di segno uguale e contrario a quelle dell’establishment.

    In economia, come tu ben sai, non si sbaglia perché si è scemi, ma si sbaglia perché la materia è difficile e complessa e in parte a-scientifica. Dire sui giornali e in TV che si è capito tutto è da ciarlatani.

  2. Paolo, qui l’analogia con il calcolo probabilistico non c’entra. Quello che ho voluto sottolineare è una certa visione del mondo e dell’economia. Non vi è traccia di dubbio nelle parole di Lucas. Secondo Lucas, il problema della stabilità finanziaria e della prevenzione delle fasi depressive è un problema superato nel senso che, secondo lui, la macroeconomia ha concepito tutte le “armi” giuste per debellare definitivamente queste problematiche. Le espressioni di Lucas sono simili a quelli di Lord Kelvin secondo cui non vi era più nulla da scoprire in fisica. E’ l’atteggiamento che critico. Come scrivi tu, l’economia è a-scientifica, tuttavia, negli ultimi 30 anni abbiamo dato premi nobel a persone che consideravano i loro approcci e modelli “scientifici” e quindi infallibili nello spiegare la realtà.
    Sul versante aziendale è avvenuta la stessa cosa con il tema della massimizzazione del valore per gli azionisti. Per 25 anni i guru hanno predicato questa visione manageriale e solo ultimamente ci si sta rendendo conto che questa filosofia di gestione uccide l’impresa (http://trustedadvisor.com/trustmatters/528/Jack-Welch-Renounces-Increasing-Shareholder-Value-Pigs-Fly). Possiamo dire che nessuno lo aveva previsto? Assolutamente no! Moltissime erano gli studiosi e le persone che da 15 anni si battono per dare visibilità a queste criticità. Il fatto che il mainstream economico avesse escluso queste voci non implica che queste non ci fossero. idem per la scuola di Chicago, le aspettative razionali, i mercati in equilibrio e simili.

  3. Capisco. Siamo d’accordo sulla trombonaggine di Lucas e d’accordo sullo stigmatizzare, se del caso, l’assolutismo ideologico d’ogni segno. Ma

    1) Scientifico NON significa infallibile. Significa “dimostrato rigorosamente secondo un metodo condiviso, e sino a prova contraria”. Finché non accetti questo dato, il nostro dialogo resta inquinato da una incompensione di fondo

    2) Io ho detto IN PARTE a-scientifica, riferendomi (come mi hai sentito fare più volte, se ricordi) all’impossibilità sperimentale della macroeconomia.
    Avremo sempre e comunque bisogno di modelli matematici per valutare le situazioni; e questi debbono trovare riscontri nella realtà e l’approvazione della comunità scientifica [economica]. Non è sui blog o sulle pagine dei giornali (i luoghi dove si esprimono i “contrarian”) che si fonderà il nuovo paradigma macroeconomico…

    3) anche l’assolutismo ideologico di chi s’intende poco di economia e critica il “paradigma dominante” (per esempio, alcuni fisici) va stigmatizzato

  4. Le critiche al paradigma dominante non sono affatto confinate sui blog o sulle pagine dei giornali (i lavori di Kahnemann ne sono un esempio). Tieni conto che le critiche alla scuola di Chicago arrivano anche dal suo interno. Richard Posner e Gary Becker sostengono, ad esempio che il termine Scuola di Chicago dovrebbe essere abolito perchè la scuola ha fallito su due temi centrali: la teoria dell’assoluta razionalità dei mercati e quella dell’assoluta misurabilità del rischio (http://www.newyorker.com/reporting/2010/01/11/100111fa_fact_cassidy).
    Quanto alle critiche al paradigma dominante, queste non sono nè dell’ultima ora, ne sono frutto di parvenue dell’economia. Ti cito, solo a titolo di esempio, l’iniziativa lanciata nel 1988 (!) in Italia da alcuni economisti di chiara fama (Siro Lombardini, Sylos Labini, Sergio Ricossa, Giorgio Fuà, Beccatini e altri (http://www.syloslabini.info/online/?page_id=864).
    Riprendo solo un breve stralcio del manifesto:

    “(…) oggi una frazione crescente di coloro che si presentano come economisti tende a trascurare l’oggetto sociale della disciplina per concentrare tutto il proprio interesse nello studio di strumenti analitici sempre più raffinati.”

    IL manifesto è promosso da economisti di diverse scuole e idee (Sylos Labini e Ricossa non si sono certamente formati nella stessa scuola).

    E’ vero che l’economia ha bisogno di modelli. Ma ha bisogno di modelli realistici, altrimenti il rischio è che le teorie economiche risultino scientifiche (nel senso che dici tu), ma del tutto inutili in quanto basate su assunti della realtà fantasiosi. Condivido anch’io la tua perplessità sul fatto che sia possibile giungere a questo tipo di modelli (visto la complessità della materia). Se così non fosse in ogni caso, mi accontenterei di una maggiore cautela nelle considerazioni, nei giudizi, nei suggerimenti e nelle analisi degli studiosi.

  5. Ale, tu sai benissimo che io conosco (benché approssimativamente) questi sommovimenti. Non facciamo ogni volta la stessa discussione, senno’ sembriamo due vecchi rincoglioniti (per l’esattezza, tu saresti rincoglionito da giovane, che è anche peggio ^_^)!

    Kahneman e Stiglitz hanno vinto il Nobel per le loro “critiche al paradigma dominante”: dunque ci sono dentro in pieno. L’economia contiene tutti i prodromi per progredire a modelli sempre più realistici.

    L’intervista di Cassidy sul New Yorker l’ho messa in luce io mesi fa, proprio per mostrare come lì si spieghi bene, come la tua stessa citazione dimostra, che la “scuola di Chicago” contiene i necessari anticorpi. Non si tratta, come emergerebbe dal tuo tratteggio in questo post (che tuttavia so non corrispondere esattamente al tuo pensiero) di gente che non ha capito un mazza perché “non sa” che il mondo è più complesso eccetera eccetera.

    Il problema è che una proposta alternativa alla Efficient Markets Hypothesis (che pure a molti di noi appare una fanfaluca, e che mi risulta sia stata demolita da Stiglitz) non esiste.

    Non c’è il vecchio rincitrullito Lucas da una parte e un Mondo Nuovo di economisti illuminati che hanno capito tutto, dall’altra. Dall’altra parte ci sono solo “i blog” come dicevo in modo un po’ iperbolico. Per esempio, i paper scientifici di quello del Cigno Nero (ora mi sfugge il nome) sono quasi irrilevanti (e anche pochini, per la verità).

    Sulla scarsa socialità (peraltro leggendaria) degli ex Chicago boys sono perfettamente d’accordo. Ma ho qualche dubbio che c’entri con la EMH, i modelli, le facoltà previsionali, eccetera

  6. Spiego un po’ il retroterra della mia posizione: per fare l’articolo sull’econofisica (http://alturl.com/369d ) ho fatto delle ricerche. Ho scoperto che a) gli econofisici non hanno molto in mano e b) conoscono poco l’economia; e che c) le limitazioni del paradigma attuale sono ben note agli economisti.

  7. Hai ragione Paolo abbiamo più volte avuto discussioni simili e quindi è inutile ripeterci. L’aspetto che più ci allontana penso sia il fatto che tu ritieni che al paradigma dominante (scuola di Chiacago) non ci sia (ancora) una valida alternativa. Io penso che in realtà queste alternative ci siano già ora, siano vive e si stiano lentamente affermando. Certamente queste alternative avranno forme molto diverse da quelle a cui siamo abituati con la scuola di Chicago. Dal momento che gli approcci di Lucas e altri partono da un modello di realtà (equilibrio, aspettative razionali) che non è la realtà vera, riescono a creare approcci teorici matematicamente brillanti e corretti. Il loro paradosso è che ciò che è vero e dimostrato scientificamente all’interno del loro modello, non corrisponde ai fatti reali, quindi non spiega il mondo così com’è. Il nuovo paradigma dominante non potrà avere lo stesso vantaggio. Dal momento che chi critica la scuola di Chicago (da punti di vista molto diversi) è accomunato dal fatto che ritiene sbagliato partire da un modello irrealistico di realtà, avrà sempre delle difficoltà ad arrivare a conclusioni perfette dal punto di vista formale e matematico.
    Questo però non deve farci concludere che non esistono nuove valide idee che superano gli approcci di Chicago. Tutti i nuovi studi si basano su approcci sperimentali e quindi giungeranno, per loro stessa natura, a conclusioni più vicine a spiegare cosa accade nella realtà, ma con un livello di “robustezza” e scientificità inferiori agli approcci classici. Un paio di anni fa ho letto un bel libro curato da Stefano Zamagni e Pier Luigi Sacco “Complessità relazionale e comportamento economico”, che contiene una serie di saggi molto interessanti sulle nuove frontiere degli studi economici. Anche il testo Economics 2.0 di Haring e Storbeck fa una bella e interessante panoramica dei nuovi studi economici (comprese l’econofisica e la neuroeconomia). Quindi se ci aspettiamo modelli economici alternativi a quelli di Chicago nelle loro stesse forme (assolutamente perfette sulla carta e quindi in grado di generare certezze assolute: vedi i comportamenti di Lucas e Merton & Scholes), concordo con te, probabilmente siamo molto lontani e forse non ci arriveremo mai. Se però ci accontentiamo di approcci che forniscano meno certezze (d’altra parte nella complessità ci sono fenomeni non lineari, imprevedibili, emergenti e caotici)ma siano più vicini alla realtà, la sappiano spiegare e rappresentare meglio, la strada intrapresa è già ad uno stadio piuttosto avanzato.

  8. * I modelli lineari potrebbero essere comunque una buona approssimazione della realtà, come accade in moltissimi altri contesti tecnologici. Per esempio, della Relatività di Einstein ci si infischia nella stragrande parte delle applicazioni umane, e ciò non comporta alcuna distorsione apprezzabile della realtà percepita. Occorre dimostrare scientificamente, e non con esercizi di retorica o di cattura dell’audience come fanno il 99,9% dei saggi che vengono pubblicati al proposito, che i modelli lineari non sono più sufficienti in economia.

    * Per esempio: “Imprevedibile in linea di principio” non implica “imprevedibile a livello applicativo”. Questo è uno dei fraintendimenti che classicamente si riscontrano nella letteratura naïve sulla complessità

    * L’approccio sperimentale non è possibile in macroeconomia. Quindi non esistono “nuovi studi”. Gli esperimenti di economia comportamentale riguardano le persone e non le banche, gli Stati, le banche centrali, le aziende… Non esiste, né esisterà mai, un CERN degli studi economici che fa fallire la Grecia per vedere cosa succede alla Spagna e agli altri…

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