Teoria della complessità? No grazie

Penso stia emergendo un equivoco. Sono in notevole aumento le pubblicazioni (articoli, presentazioni e libri) che propongono di applicare la teoria della complessità al management. Io non condivido questa impostazione per due ragioni. La prima è che ad oggi non esiste nessuna teoria della complessità, la seconda è che, seguendo questa via, la complessità assurge a nuova moda manageriale, sullo stesso piano delle molte altre che negli ultimi 25 anni sono apparse nel mondo del business.

Il concetto di complessità nasce in ambito scientifico e assume presto un carattere multidisciplinare. Al cuore del concetto di complessità vi è il superamento di una visione deterministica della realtà. Il Novecento, attraverso i lavori di Born e Heisenberg sulla fisica delle particelle, ha visto l’affermarsi dell’indeterminazione, del caos e del disordine come elementi costituenti della realtà.  In psicologia si è abbandonato l’approccio stimolo-risposta in favore di teorie via via meno meccanicistiche. La biologia è stata caratterizzata dagli studi di Maturana e Varela sui sistemi autopoietici che affermano una visione degli organismi viventi come sistemi  termodinamicamente aperti ma cognitivamente chiusi e quindi non soggetti a stimoli esterni di tipo meccanico. Il Novecento ha visto anche nascere nuove teorie accumunate da una visione non lineare del mondo: la cibernetica,  la teoria generale dei sistemi,  la teoria degli equilibri punteggiati,  lo studio dei sistemi complessi adattivi, la teoria delle catastrofi, i sistemi caotici ed altre. Anche nelle arti si è sviluppato un progressivo allontanamento dal positivismo, con il rigetto del realismo nell’arte figurativa e con l’emergere del futurismo e del cubismo, del surrealismo e della pittura metafisica di De Chirico e Magritte.

Nessuna di queste scoperte, movimenti scientifici o artistici può essere considerata come la “teoria della complessità”. Al più si può fare riferimento ad un’epistemologia della complessità, ovvero a quell’insieme di studi interdisciplinari che si rifanno alle nuove scoperte scientifiche di cui ho accennato.

Cosa significa quindi parlare di complessità e management? Non si tratta di adottare una sedicente teoria della complessità che non esiste e non ha principi propri. L’accostamento tra complessità e management nasce dalle trasformazioni che il mondo del business ha subito negli ultimi 15 anni, vedendo accrescere esponenzialmente il livello di interconnessioni tra agenti e sistemi sociali ed economici. Per molti anni il mondo aziendale ha parlato di change management. La turbolenza aziendale doveva venire affrontata con un continuo cambiamento da parte delle aziende. Questa fase puramente reattiva oggi è superata. Si parla di complessità perché si ha ora consapevolezza del fatto che vi sono enormi analogie tra il mondo del business e la complessità del mondo naturale. Da qui l’esigenza del management di aprirsi alla multidisciplinarietà e di accrescere la consapevolezza dei fenomeni collegati alla complessità (non linearità, emergenza, ecc.). La sfida è ripensare il management mettendolo in condizione di saper governare un mondo diverso da quello che è abituato a gestire.

6 thoughts on “Teoria della complessità? No grazie

  1. Ciao Ale!

    Come sai, secondo me la cultura manageriale dovrebbe stare alla larga dalla nozione di complessità, che non le appartiene e non capisce se non nelle sue manifestazioni più evidenti.

    Quasi tutti possono comprendere, se opportunamente resi edotti, che il Cubo di Rubik è complesso (perché ogni parte influisce sull’altra), mentre un puzzle da 10mila pezzi è solo complicato e può sempre essere risolto se il tempo non è una risorsa scarsa. Così come chiunque sa che esistono cose come il feedback, le catastrofi improvvise e la crescente interdipendenza.

    Ma l’economia aziendale non è ancora pronta (ammesso che lo sia mai) per importare nella pratica manageriale il discorso generale sulla complessità.

    Per esempio, non ricordo di avere incontrato un CEO o un CFO, in Italia o fuori, che padroneggiasse il concetto di non-linearità, che pure è un po’ il cardine di tutto quanto. Gli stessi autori / insegnanti di “complessità per management” confondono «lineare» con «rettilineo», «ricorsivo» con «circolare», «analitico» con «riduzionistico»: ti lascio immaginare cosa possano comprendere i loro lettori / allievi.

    La cultura manageriale dovrebbe per l’appunto dedicarsi, come tu dici, a «ripensare il management mettendolo in condizione di saper governare un mondo diverso da quello che è abituato a gestire», ma facendolo senza tirare in ballo tutto l’armamentario sistemistico che meno di 1 executive du 1000 è in grado di capire anche remotamente.

    Occorrerebbe, poi, anche una riforma lessicale, per trovare un termine nuovo da usare per riferirsi al coacervo che tu stesso, oggi come oggi, sei costretto a chiamare complessità ma che è in gran parte diverso da quel che per complessità si intende in sede scientifica.

    Per il tuo prossimo libro, dovresti inventare, dedicandolo a tutti noi, un termine utile per riferirsi sinteticamente a una nuova cultura amangeriale fatta di obliquità, incertezza, cauta assertività, mediazione, avversione al tertium-non-datur, sottigliezza, apertura, consapevolezza sociale, eterarchia vs. leadership, ecc –insomma tu mi capisci sicuramente.

  2. Perchè tener fuori il management dalla nozione di complessità, Paolo? Il ripensamento delle prassi di gestione delle imprese, secondo me, passa dalla comprensione del significato e delle ripercussioni della complessità. Trovo tra l’altro che l’esempio del cubo di Rubik non sia calzante e non aiuti i manager a comprendere il concetto di complessità. E’ vero che ogni parte del cubo influisce sull’altra tuttavia in quell’esempio non c’è emergenza, il sistema è chiuso e ha combinazioni finite.
    Sono convinto che l’economia aziendale sia pronta ad accogliere la complessità. Deve esserlo per forza (oggi più che mai) pena il continuare ad insegnare prassi ed approcci controproducenti per la sopravvivenza delle imprese.
    Questo, naturalmente, non significa che i manager debbano trasformarsi in scienziati della complessità (e meno che mai della teoria della complessità). Ciò che oggi occorre è fare loro comprendere i limiti degli attuali approcci gestionali e formali alla comprensione di come cambiano l’organizzazione, la strategia e l’ambiente competitivo alla luce delle crescenti interconnessioni e interdipendenze.
    Se poi sarà utile cambiare il termine complessità per facilitare il cambiamento degli approcci di management, non penso sia un problema (basta non ricadere nell’ennessima moda dall’etichetta roboante).
    Ciao Paolo

  3. Salve Paolo e Alessandro è sempre un piacere leggere i vostri scambi di opinioni. Mi trovo a fare il consulente aziendale da qualche decina di anni e sinceramente non mi pongo il problema dei termini con cui si definisce quello che faccio. Applico da più di 30 anni i paradigmi della System Dynamics e il più delle volte sono costretto a non poter spiegare più di tanto perché i miei interlocutori o non capiscono o si spaventano. Ho elaborato dei concetti miei come le “euristiche di controllo o le euristiche di indirizzo” ho sviluppato quello che ho definito “sistema gattopardo” per seguire l’evoluzione delle imprese in un ambiente mutevole e affetto da reazioni abnormi al variare di elementi minimali (non è più semplice dire complesso?). Mi sono ritrovato mio malgrado a tradurre molti dei paradigmi che sono nel corredo di quella che molti oggi definiscono teoria della Complessità, così come delle teorie del Chaos per necessità. Mi sono avvicinato infatti a suo tempo a questi paradigmi perché non mi hanno mai soddisfatto quelli dell’economia classica, perché non mi ha mai convinto la presunta linearità di gran parte dei fenomeni aziendali, perché molti dei paradigmi che mi trovavo ad elaborare ed applicare li ho via via ritrovati all’interno di questa “Teoria della Complessità” (ma anche molti degli studi sulle neuroscienze). Oggi mi trovo circondato da personaggi che si sono impadroniti del nuovo vocabolo ad effetto. Sembra che aiuti a vendere, per cui oggi tutti sono esperti di complessità, specie quelli che sono convinti di ridurla e semplificarla, o meglio sezionarla esaminarla e affettarla per misurarla come se con un semplice algoritmo potesse operare il miracolo, l’importante è esorcizzarla. E lo fanno convinti, senza minimamente sentirsi in lieve contraddizione. Che dire? Bravi! Visto che riescono a mantenersi a galla fanno bene. Anche questo è un fenomeno interessante: una parola crea un movimento di interessi che genera un flusso economico significativo. La cosa in fondo è positiva, non devo scervellarmi ad usare termini strani per non spiegare quello che faccio. Ora il temine è sdoganato per cui posso usarlo senza essere frainteso (o almeno sembra che capiscano quello che faccio e dico). Per cui son convinto che se anche il management non è pronto a recepire almeno alcuni concetti base, o peggio li recepisce in maniera confusa come dice Paolo, va comunque bene perché il cammino per scrollarsi di dosso anche nella vita aziendale gli effetti dell’onnipresente pensiero deterministico e collocarlo nella giusta dimensione e utilità è ancora molto lungo.

  4. Io rimango dell’opinione che la cultura manageriale A) non necessiti di importare i concetti della complessità e B) non sia comunque pronta a farlo.

    La seconda di queste convinzioni la traggo semplicemente dalla disamina della letteratura di management (anche quella scientifica): essa è largamente arretrata al riguardo e le occorrerebbero decenni per aggiornarsi e per generare, conseguentemente, delle prassi consulenziali/gestionali sensate.

    Quanto alla prima convinzione: per affascinanti che siano sul piano scientifico e culturale, i concetti complessi non trovano applicazioni nella prassi manageriale.

    EMERGENZA: È un concetto poco utile. Chiunque lo capisce e ne è consapevole, ma non sa cosa farci. L’Inter, il Barcellona o la mia azienda non si comportano come fossero le rispettive somme delle proprie parti: embe’? So what?

    CAOS: Nel mondo gestionale, anche questo è un concetto banale e scarno di conseguenze fruttifere. Una crisi può manifestarsi improvvisamente, come quando balla il Millenium Bridge (http://alturl.com/iitc3 ) o crolla Wall Street. Ma la matematica di cui disponiamo o, peggio, la scienza economica, non ci soccorrono ancora. Per esempio, non esiste una teoria economica più buona di quelle vigenti per spiegare le crisi (http://alturl.com/dumnb ): allora, cosa raccontate ai clienti? Cosa esattamente dovrebbero fare?

    DETERMINISMO: Il non-determinismo è un concetto interessante sul piano epistemologico, ma non serve a nulla sul piano applicativo. So che una farfalla in Amazzonia può provocare un tornado in Oklahoma, ma ne ne frego e continuo a fare previsioni meteorologiche, perché sono queste che mi servono: funzionano benone e, come possiamo tutti constatare, sempre meglio. L’ecosistema nel quale si trova immersa la mia azienda è sempre più fragile e interconnesso, ma io devo continuare a formulare previsioni.

    Certo, occorre essere consapevoli delle intrinseche approssimazioni: della distanza che passa tra le teoria e le applicazioni.

    Ed è proprio su questo punto che i proponenti (anche quelli seri, come voi due) della complessità per il management commettono il loro errore fatale. Non esistono le “scienze esatte”!

    Per esempio: c’è la Relatività. Ma nel 99% dei casi della vita (e delle tecnologie) ce ne infischiamo, e non mi risulta che pullulino i consulenti di General Relativity Management.

    Oppure: I cerchi, i triangoli e i quadrati NON esistono nella realtà (se ne rinvengono solo delle imperfette approssimazioni): eppure continuiamo a utilizzare la geometria, e ancora attendo una Fake Geometry Management Theory e il Management Non Euclideo (http://alturl.com/umyns ).

    Continuo a esortare Ale Cravera a inventare quel nuovo termine e a farne la bandiera del suo prossimo libro.

    ACerb., invece, si consideri fortunato: siccome non conosco il suo lavoro, mi asterrò dal dispensargli consigli🙂

  5. Sono d’accordo con Alessandro che la complessità sta diventando un cappello (un po’ di moda) all’interno del quale inserire di tutto. Essendo multidisplinare, per definizione, è un cappello capiente e quindi va bene. Ciò che va meno meno è che si promuovano approcci tesi alla riduzione e semplificazione della compplessità, perchè se no torniamo immediatamente agli ultimi cento anni di storia manageriale.
    A paolo dico invece che a) non è vero che chiunque capisce l’emergenza; b) il governo consapevole dell’emergenza è la chiave per ripensare il management.
    Il tema dell’emergenza, a mio parere, è quello fondamentale. Se tutti fossero consapevoli dell’emergenza non si capisce perchè nelle aziende ci siano sforzi immensi in termini di tempi e costi nella pianificazione (non sto parlando di previsione, ma proprio di pianificazione). Lo diceva già Mintzberg anni fa: se si prendono i piani strategici delle aziende del triennio precedente e si verifica a posteriori cosa è stato fatto negli anni successivi ci si accorge che le imprese hanno fatto tutt’altro rispetto a quello che avevano pianificato… però si continua a pensare al manager come ad un pianificatore. Mintzberg parlava di strategia emergente per descrivere il fenomeno. Le prassi manageriali oggi puntano ancora a costruire soluzioni “disegnate” sulla carta che, alla prova dei fatti, si rivelano inapplicabili e lontane dalla realtà. Questo avviene perchè non c’è consapevolezza del fenomento dell’emergenza. Un filone fondamentale del ripensamento del management riguarda proprio queso aspetto e ha ripercussioni sulla strategia, sull’organizzazione, sulla leadership e sulla cultura aziendale.
    Infine sul nome. Accetto il consiglio di Paolo e lo metto nel cassetto per il futuro. Se però il termine complessità può essere un ostacolo, almeno si parli di sistemica. La cultura della sistemica nel management (ma non solo) è ancora molto indietro. Se si aumenta la consapevolezza del management (ma anche dei politici, degli educatori, degli informatici, ecc.) sui principi della sistemica si creano le basi per un ripensamento di prassi obsolete e controproducenti.

  6. Sinceramente mi piacerebbe ascoltarvi attorno ad un tavolino sorseggiando una bibita fresca. Comunque anche il temine Sistemica o sistemico, è difficile da proporre; è già proposto da più di quarant’anni con pessimi risultati: es. applicare la System Dynamics vuol dire entrare in pieno nella logica sitemica, o in quelo che viene definito “System Thinking”, ma già questa frazione della conoscenza è per mia esperienza rifiutata e non compresa. Ho conosciuto altre persone che già da anni sviluppano e ne applicano i suoi paridigmi, ma il comune denominatore è sempre: “portiamo i risultati e parliamo di altro, lasciamo che pensino quello che vogliono!”. E questo è emerso anche a recenti incontri della System Dynamic Society. Già la non linearità e il feedback sconvolgono la gran parte dei manager, alcuni si dimostrano interessati ma poi cedono per opportunismo alle sirene delle best practice. C’è da capirli, in fondo vale sempre la battuta che nessuno è stato licenziato per aver scelto la soluzione di grido del momento.
    Entrare quindi negli aspetti che Paolo ha sintetizzato è ancora più rischioso, per cui credo che per molto tempo rimarremo delle mosche bianche, questo non mi preoccupa dato che da anni vado avanti per la mia strada, per cui continuo e cerco di imparate e capire ogni giorno. Cerco di scambiare idee, studi, esperienze con quanti sono interessati all’argomento, ma sono ancora pochi. Non cerco scienze esatte, non ci credo e non le accetto per indole, tendo a mettere sempre tutto in discussione, anche l’ovvio e l’evidente. Quando ho letto il libro di Alessandro sono rimasto piacevolmente colpito dal desiderio di parlare di Complessità in temini pratici, nel cercare di portarla nel quotidiano con un linguaggio semplice. Ho letto vari testi, compresi quelli dei “numi tutelari” della materia, alcuni li ho anche incotrati, ma concordo con Paolo che ancora c’è poco, e quel poco è confuso bene. Personalmete non cerco una scienza esatta, ma seguo un approccio empirico entro cui portare idee e soluzioni utili rispetto a quelle che spesso si aspettano che applichi, e che so essere stremamente fallaci o comunque di efficacia molto limitata.
    Ho alcune collaborazioni a livello accademico ma sono ancora pochi gli studi e i ricercatori, specie in materie economiche ed in Italia, disposti ad andare contro il moloch della cultura prevalente. Prevale la cultura delle referenze, ormai non si scrive più nulla di cui non si possa citare la fonte, ogni idea propria (giusta o sbagliata che sia) è esclusa. Testi divulgativi come ad es. “Prede o Ragni” sono praticamente illegibili per le continue interruzioni su fonti e citazioni. Dopo un pò non si capisce cosa pensano gli autori o se è solo un collage di citazioni che può dire tutto e il suo contrario. Con cosa diffondere anche solo i concetti base? Certo dire che personaggi come W.Brian Arthur,mi trovano pienamente concorde è scontato, ma personalmente ho trovato molte più idee applicabili nel mio lavoro in Margaret Mitchel, Stuart Kauffman, e altri di discipline esterne all’economia. Vorrei che si parlasse di più di questi temi, anche a sproposito, ben vengano i festival, almeno alla fine potrebbero emergere della linee serie di ricerca e studi, credo che solo il confronto di idee, anche aspro, possa essere di stimolo per arrivare a quello che dice Paolo, ma credo che occorra accettare di passare attraverso il bailame.

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