Letture – Gli alberi non crescono fino in cielo

Stephen J. Gould è stato un grande divulgatore. Biologo, geologo e zoologo di fama mondiale è conosciuto soprattutto per lo sviluppo, insieme a Niles Eldredge, della teoria degli equilibri punteggiati, in cui si sostiene che i cambiamenti evolutivi avvengono – a causa di stress ambientali – in periodi di tempo relativamente brevi, separati da lunghi periodi di stabilità evolutiva delle forme di vita.

In questo libro Gould usa, tra le altre cose – l’esempio del baseball per spiegarci che considerare il progresso come una spinta inevitabile non corrisponde alla realtà. Non vi è alcuna tendenza al progresso e gli esseri umani non possono essere considerati come il culmine dell’evoluzione e la prova che il tempo porti ad una maggiore complessità degli organismi. Il termine “evoluzione” ad esempio, è stato introdotto a forza in biologia da Herbert Spencer. Darwin inizialmente oppose resistenza all’uso di quel termine perché la sua teoria non comprendeva nessuna nozione di avanzamento generale come conseguenza prevedibile delle dinamiche di cambiamento. La stessa parola “evoluzione” non compare mai nella prima edizione dell’Origine della specie e viene usata da  Darwin per la prima volta nell’Origine del’uomo solo perché il termine usato da Spencer era entrato in uso comune.

La selezione naturale crea solo adattamenti locali e non dà luogo a un gradino di una scala del progresso generale o della complessità crescente. Gould fa l’esempio della Siberia primitiva  che un tempo aveva un clima temperato ed era abitata da una popolazione di elefanti quasi senza pelo perfettamente adattata. Quando la Terra entrò in un’era glaciale e il clima divenne più freddo, l’avere più pelo del normale divenne un vantaggio decisivo. In media gli elefanti più pelosi avevano un maggior successo (inteso come probabilità di sopravvivenza) e, di conseguenza, in media, i loro discendenti sono sopravvissuti in maggior numero. Ciò non comporta nessun tipo di “progresso”. Il  mammuth peloso non è né migliore né superiore all’elefante senza pelo. Il suo miglioramento è solo “locale”: il mammuth è migliore nei climi freddi mentre l’antenato quasi senza pelo resta superiore nei climi più caldi (un’argomentazione, questa, che dovrebbe essere attentamente presa in considerazione dal management, spesso troppo preso dal furore di migliorare costantemente efficienza, produttività e profitti per occuparsi di coltivare la capacità di adattamento della propria organizzazione al mutare degli scenari economici).

Il cuore della sua argomentazione contraria ad una legge del progresso universale la si trova circa a metà libro quando usa l’esempio della “passeggiata dell’ubriaco” per spiegare la crescente complessità degli organismi. L’esempio è questo: un uomo ubriaco esce barcollando dal bar. Sta sul marciapiede davanti al bar con il muro del bar da un lato e dall’altro la strada. L’ubriaco oscilla a caso percorrendo un metro a ogni oscillazione in ciascuna direzione. Se lo lasciamo vacillare abbastanza a lungo l’ubriaco finirà in strada tutte le volte, il muro del bar infatti è un muro riflettente e quindi è possibile muoversi in avanti solo in una direzione: verso la strada.

Questo esempio illustra un punto importante: in un sistema in cui il movimento lineare è strutturalmente vincolato a un’estremità del muro, il movimento casuale, privo di direzionalità, inevitabilmente, spingerà la posizione media lontano dal punto iniziale vicino al muro. L’ubriaco cadrà quindi sempre in strada anche se il suo movimento non ha in sé nessuna tendenza verso questo risultato.

Dal momento che i batteri rappresentano il muro sinistro della complessità minima, l’esempio della passeggiata dell’ubriaco ben si adatta a illustrare ciò che è avvenuto nella storia della vita: nessun ineluttabile progresso verso la complessità, solo variazioni causali e prive di una direzione univoca.

Gli “Alberi non crescono fino in cielo” è un libro accattivante che si divora. E’ ricco di esempi ed è scritto in maniera semplice e chiara. Paradossalmente, non essendo americano, il capitolo che Gould dedica al baseball per spiegare la sua tesi d fondo è quello che mi è piaciuto di meno, ma questo dipende banalmente dal fatto che non conosco bene il gioco del baseball e quindi per me l’uso di questa  metafora ha reso meno chiare anziché più chiare le argomentazioni del biologo americano.

Questa frase di Gould riassume, secondo me, molto bene il cuore de suo bel libro: “Non voglio confutare l’asserzione per cui le creature più complesse tendono ad aumentare la loro complessità nel tempo, ma nego decisamente che tale fatto limitato possa fornire argomenti per definire il progresso generale come spinta intrinseca della storia della vita. Questa affermazione rappresenta un caso grottesco di coda che dimena il cane, cioè dell’erronea promozione di una piccola conseguenza secondaria a causa fondamentale e determinante.”

3 thoughts on “Letture – Gli alberi non crescono fino in cielo

  1. Grazie Ale di questa ottima recensione.

    La visione di Gould è suggestiva e plausibile e, per ragioni di puro “bias” filosofìco e certo non scientifiche (infatti non capisco nulla di biologia), io l’ho sempre sposata. Tuttavia dobbiamo anche precisare, per completezza, che essa non è la sola e non so neppure se sia prevalente. Ad esempio mi risulta che il “Gould inglese”, Richard Dawkins, la pensi in modo quasi diametralmente opposto circa la “necessità del progresso”.

    Queste discussioni ci interrogano sull’idea fondamentale di “progresso”, che secondo me non è scientifica ma, stringi stringi, politica.

    Infatti, quasi duecento anni dopo Darwin ancora non abbiamo una definizione scientifica di progresso: non abbiamo una legge naturale, una formula, una costante fisica (biologica) naturale…

  2. Sono d’accordo, l’idea di progresso è politica e quindi contestuale. Anche il dizionario italiano usa crescita, sviluppo e progresso in maniera intrecciata, spiegando, quasi fossero sinonimi, il termine ricercato attraverso uno degli altri due (es: progresso = processo di sviluppo; sviluppo = crescita progressiva; crescita = azione dello svilupparsi).
    Si vengono quindi a creare paradossi e domande aperte. L’uso del cellulare è un sintomo di progresso? A seconda dell’interpretazione del termine progresso la risposta può essere molto diversa. Dal punto di vista della fruibilità del servizio, certamente sì, dal punto di vista del miglioramento delle prestazioni professionali probabilmente si. Dal punto di vista della qualità di vita personale, probabilmente no o, comunque, non allo stesso livello dei precedenti.

  3. Ecco, appunto. E io credo sia “politica” anche la definizione di progresso evolutivo.
    Si potrebbe anche dire “filosofica”, ma il termine è più debole dell’altro perché non implica una visione del mondo precostituita, bensì soltanto una in fieri.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...