L’impresa postindustriale secondo Michel Crozier

Sul nuovo numero de L’Impresa, all’interno della rubrica Back to Basics, commento un brano estratto da “L’Impresa in Ascolto di Michel Crozier, uno dei fondatori della sociologia dell’organizzazione europea.  Questo libro può essere considerato un classico degli studi di management per due ragioni: l’autorevolezza dell’autore e la proposta di un radicale rinnovamento degli approcci organizzativi.

Sono due gli aspetti che è interessante notare. Il primo è che  la ricetta che propone Crozier, riletta a più di vent’anni dalla sua stesura originaria, perde la sua portata rivoluzionaria. La seconda, a mio parere più interessante della prima, è che Crozier cita gli studi del cibernetico Ross Ashby, senza averli ben compresi o conosciuti, stravolgendo quindi il significato della legge della varietà necessaria sviluppata da quest’ultimo.

Chi è interessato può scaricare il mio articolo qui.

4 thoughts on “L’impresa postindustriale secondo Michel Crozier

  1. ciao Alessandro, credo che seguirò più attentamente il tuo blog in futuro; avendo studiato Crozier ai tempi dell’università… e quindi ormai qualche annetto fa… è veramente una bella idea quella della rilettura dei concetti considerando i cambiamenti e la complessità attuale.
    Se posso, su Crozier, volevo chiederti anche un commento sul potere come controllo delle aree di incertezza, nella complessità di oggi naturalmente.
    ciao

  2. Ciao Davide,
    grazie del commento. La questione che sollevi non è da poco. Per Crozier il potere rappresenta la capacità di controllare i margini di incertezza presenti nelle relazioni con gli altri individui. Per questa ragione ritiene che la burocrazia perfetta teorizzata da Taylor non possa esistere in quanto non si possono controllare totalmente i soggetti all’interno delle organizzazioni. In sostanza, chi detiene un margine di incertezza vuole mantenerlo, mentre chi lo subisce tenta di eliminarlo e questo processo genera inevitabilmente conflitti, lotte di potere e disfunzioni.
    Intesa come critica alla burocrazia, la posizione di Taylor è assolutamente condivisibile e attuale. Tuttavia oggi nessuno pensa ancora che la burocrazia possa essere un modello organizzativo di riferimento. L’elemento datato è rappresentato dall’equilibrio. Tradizionalmente gli studi organizzativi si sono concentrati sulla creazione di modelli che portassero ordine, stabilità ed equilibrio all’interno dell’impresa. In questo contesto, i conflitti e le guerre che descrive Crozier sono inevitabili. Il passo avanti che occorre fare è quello di considerare le organizzazioni come sistemi complessi adattivi, formati, quindi, dall’interazioni di molteplici agenti indipendenti. E’ proprio dalle interazioni locali degli agenti che emergono strategie, innovazioni, che possono far evolvere l’azienda. Lungi dal ricercare il controllo e l’ordine, la complessità ci suggerisce di alimentare il disordine anche all’interno dell’organizzazione. la legge di Ashby dice proprio questo. Se un’azienda vuole gestire (o affrontare) un ambiente competitivo complesso (quindi interconnesso, instabile e imprevedibile), deve riprodurre al suo interno lo stesso grado di complessità e questo si ha alimentando le interazioni tra gli agenti in molte direzioni. Esattamente il contrario della burocrazia che scelorizza il comportamento organizzativo.
    Le posizioni di Crozier, quindi, sono valide ma insufficienti per descrivere un modo diverso concepire l’organizzazione e di valorizzare le diversità degli uomini, le loro interazioni, relazioni e conflitti.
    Se ieri l’organizzazione era sinonimo di ordine, e quindi i conflitti interni erano visti come ostacolo all’ordine e alla sabilità, oggi si è consapevoli che l’ordine può essere una malattia dell’organizzazione. Il disordine (quello che i teorici della complessità definiscono “margine del caos”) non è un elemento disgregante (entro certi limiti), bensì la condizione necessaria per determinare l’evoluzione dell’impresa.

  3. Pur essendo un fan di Crozier, sebbene non abbia una preparazione specifica nel settore, ritengo che l’analisi della burocrazia e soprattutto della gestione strategica dell’incertezza (Attore sociale e sistema) all’interno delle organizzazioni da parte di attori sociali singoli o in associazione, non abbia una valenza “normativa” ma semplicemente “descrittiva”.

    Non mi pare che Crozier ponga la burocrazia come idealtipo normativo di riferimento per la gestione delle organizzazioni complesse: si limita ad analizzare le relazioni di potere/scambio/negoziazione centrate sulla gestione dell’incertezza (incremento dei propri margini ed erosione di quelli altrui) come elemento cardine delle dinamiche di potere all’interno di OGNI organizzazione, e non solo di quelle burocratiche, senza giudizi di valore sulle conseguenze della lotta per il potere/controllo.

    Con la sua opera il grande sociologo francese ha contribuito ad arricchire le metafore dell’organizzazione e a svelare la loro complessa sfaccettatura, siano esse burocratiche o di qualsiasi altra natura. In questo senso l’analisi del potere/controllo fondato sull’incertezza, quando questa dimensione prende il sopravvento sulle altre, depotenzia la legge della varieta’ necessaria e quindi la capacita’ dell’organizzazione di far fronte alla complessita’ ambientale; poiche’ l’ “abuso” di potere (nel senso del monopolio dell’incertezza da parte di un attore sociale) e’ in controtendenza e blocca il dispiegamento della potenziale varieta’ presente in ogni organizzazione complessa.

    Credo che esistano vari esempi di lotte intestine per il potere, in organizzazioni nevrotiche o paranoiche, che portano alla rovina delle stesse per incapacita’ a fronteggiare la complessita’ ambientale.

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