Il (presunto) valore dei talenti

Come l’anno scorso in questo periodo, si ricomincia a parlare dei bonus ai banchieri. Il Corriere della sera, partendo dalla notizia che Cameron non limiterà i bonus delle banche,  ieri ha pubblicato 3 pezzi sull’argomento. Uno di questi è un’intervista al Vice CEO di Royal Bank of Scotland (nazionalizzata 2 anni fa per salvarla dal fallimento…) dal titolo significativo: “E’ giusto premiare i talenti migliori”. Nell’articolo principale invece, si riportano le considerazioni di Bob Diamond, Amministratore Delegato di Barclays, soprannominato “Mister cento milioni” per l’entità dei bonus che si è guadagnato. Con modalità diverse, entrambi rivendicano con orgoglio le gratifiche milionarie che le banche danno ai loro talenti, spiegando (Bob Diamond) che è l’unico modo per trattenere i migliori che, altrimenti, “si sposterebbero su altre piazze determinando un esodo pericoloso per la tenuta del sistema finanziario britannico”. Dal momento che non è la prima volta che sento questa giustificazione, mi chiedo se chi continua a tirar fuori questa argomentazione ci crede realmente o ritiene che i suoi interlocutori, quindi i destinatari del suo messaggio (tutti noi), siano dei perfetti idioti. Se siamo nel primo, mi preoccupo per la qualità dei “talenti” bancari, se siamo nel secondo caso mi permetto di non accettare acriticamente questa stupidaggine.

Mr Diamond nel 2007, ha guadagnato un bonus di circa 18 milioni di euro tra contanti e azioni. Una cifra ragguardevole che dovrebbe testimoniare un’eccezionale contributo aziendale in termini di creazione di valore e di competitività. Peccato che l’anno successivo Barclays abbia dovuto chiedere 1,6 miliardi di dollari alla Banca d’Inghilterra per salvarsi dalla crisi finanziaria. E questo è il talento di cui si parla? Siamo sicuri che il loro esodo sarebbe pericoloso per la tenuta del sistema finanziario?

Sempre a giustificazione delle alte gratifiche del top management bancario, si dice che gran parte del bonus viene corrisposto in azioni vendibili dopo anni. Questo dovrebbe garantire la serietà delle decisioni manageriali che, per definizione, dovrebbero andare nella direzione di una visione competitiva di lungo periodo. In realtà, anche questa affermazione è priva di fondamento. In gran parte il mercato finanziario è influenzato dal comportamento delle banche. Sono loro, con le loro decisioni sul credito, con le loro valutazioni finanziarie, e con i loro ingenti investimenti  che influenzano –  e talvolta fanno – il mercato.  Pagare i manager in azioni non fa quindi altro che incentivare una serie di pratiche che possono “drogare il mercato”, creando bolle finanziarie come quelle che si sono verificate negli ultimi 10 anni.

Infine c’è un tema, o meglio una domanda, che nella discussione sui bonus è totalmente assente. Ma i talenti sono solo quelli bancari? Nel 2007 l’ammontare complessivo dei bonus elargiti ai talenti bancari ha raggiunto la cifra di 164 miliardi di dollari. I 3 CEO di Citigroup, Bear Stearns e Goldman Sachs da soli hanno guadagnato nello stesso anno quasi 350 milioni di dollari. Perché non si parla mai dei talenti dell’industria, del commercio, del turismo e di tutti gli altri settori? Perché questi bonus milionari riguardano solo le banche? Seguendo il ragionamento di Diamond, se non li paghiamo in questo modo, scapperebbero dalle banche inglesi e andrebbero a lavorare in altri paesi che consentono loro di guadagnare di più. Non è questo un rischio che corrono tutte le imprese? Un’altra possibile risposta che i banchieri potrebbero dare è che nel settore bancario, il capitale umano è fondamentale. Ne siamo sicuri? Sicuramente le persone fanno la differenza nella competitività delle imprese, però chiediamoci, è più difficile portare al profitto una banca o un’azienda automobilistica? Quale è più complessa e soggetta a concorrenza? Quale delle due è più a rischio di salto tecnologico? E ancora, perché i bonus dei banchieri sono molto superiori alle retribuzioni di molti imprenditori che creano dal nulla nuove imprese, prodotti che prima non esistevano, nuovi mercati, creano occupazione e promuovono cultura? E’ più difficile fare il banchiere o creare un’impresa di 500 persone che produce un nuovo prodotto e crea un nuovo mercato?

Siamo di fronte ad una situazione in cui se le banche fanno ottimi risultati, ritengono giusto compensare con ingenti bonus i propri talenti. Se non fanno grossi risultati o se, addirittura, creano una crisi finanziaria di proporzioni colossali e sono salvate dall’intervento statale, si limitano ad azzerare i bonus. In sostanza il paracadute è assicurato. Male che vada perdono la parte di retribuzione variabile. E chi paga per i buchi provocati dai “talenti”?

Gli imprenditori (quelli che “sono imprenditori” e non quelli che “fanno gli imprenditori”) non hanno la stessa fortuna. Se le loro decisioni portano ad una crisi dell’azienda perdono tutto, e quando dico tutto non mi riferisco solo al denaro investito ma anche al loro sogno, al loro progetto, alle loro idee. Se parliamo del valore dei talenti non possiamo prescindere da queste considerazioni. O diamo visibilità e riconoscimenti ai talenti di tutte le imprese o smettiamo di parlare solo dei bonus dei talenti delle banche giustificando con affermazioni ridicole, l’entità dei loro bonus.

Sono dell’idea che il bonus milionario elargito dalle banche (alcuni tipi di banche) ai propri talenti non sia proporzionale al contributo che questi hanno dato, bensì all’estrema facilità con cui queste organizzazioni generano profitti. Dove in banca basta un click per generare margini spaventosi, in altri settori occorrono idee, sforzi, tempi lunghi, cambi di rotta, e lotta quotidiana sul mercato.  Rendiamo la vita più difficile alle banche in termini di concorrenza e controlli, e molti dei presunti talenti di oggi non si riveleranno più tali.

6 thoughts on “Il (presunto) valore dei talenti

  1. Sottoscrivo al 100%, e come te rifiuto di esser preso per i fondelli da dei semplici bulletti: magari ricchissimi, ma pur sempre scemi. (Perdere il 30-40%, o magari il 100% del patrimonio della clientela è da SCEMI).

    In realtà, almeno in Usa, il Club dei superbonus per i CEO è attivissimo in ogni settore merceologico -non solo quello bancario (dove si guadagna di più per ovvie ragioni).

    Credo che il capitalismo remuneri in modo così fantastico i suoi Legali Rappresentanti perché costoro corrono rischi materiali nello svolgimento del loro lavoro: rischiano di andare in galera. Il capitalismo maturo e decadente di oggi opera, infatti, costantemente ai margini della legalità (basta guardare alla legge SOX).

    I CEO, di riflesso, remunerano in modo proporzionale gli accoliti che si prestano a tradurre in operations le pensate pericolose. Pensa (è solo il primo caso che mi viene in mente) all’azienda di telecom che decide, per fare il target trimestrale da presentare agli analisti finanziari, di inviare qualche migliaio di pacchi Alice a persone ottuagenarie che non’hanno mai richiesta…
    In banca, queste iniziative (pensa a certe cartolarizzazioni) hanno, in termini monetari, una scala enormemente più elevata, sicché forse l’entità dei bonus corrisposti anche a chi non è CEO si spiega così.

    (Io però non mescolerei gli “imprenditori” con dei dipendenti/dirigenti che percepiscono una paga, per quanto munifica).

  2. Caro Alessandro,

    non potrei essere più d’accordo: io vado ancora oltre; sentivo ieri in una trasmissione radiofonica che i “multipli” tra quanto perecepito da un CEO e quanto da un “normale impiegato” nelle aziende, in particolare multinazionali, nella media si sono notevolmente ampliati negli ultimi anni, proprio quando la crisi ha iniziato a manifestarsi con più forza. Credo fortemente nella meritocrazia e nella necessità di “differenziare” secondo merito e capacità di portare valore “sostenibile”, ma questa tendenza non fa che disallineare la prassi aziendale dal buon senso e dalla realtà. Un pò catastroficamente lo vedo come un ulteriore segnale di disgregazione della nostra società rispetto alla quale non sono troppo ottimista. Senza “coesione” a tutti i livelli non si fa molta strada.
    Scusami per la digressione “sociologica” ma mi è venuta naturale… ancora grazie per i continui spunti di riflessione.

    Nazareno

  3. Anche io sono sono daccordo con l’analisi ma vorrei aggiungere una considerazione sui “talenti”. L’ esplicitata necessità di averli, coltivarli e mantenerli parte da una precisa visione dell’azienda: la macchina. Le prestazioni di una macchina, un motore o un congegno qualsiasi, è data dalla somma algebrica delle prestazioni delle sue singole parti. Se costruiamo il nostro apparato con i “migliori pezzi” ecco che la sua prestazione globale sarà meglio di un altro costruito con pezzi meno buoni. Da questo blog, ma anche da altri oltre il nostro (http://ettardi.blogspot.com), si sta levando una voce sempre più forte: l’azienda non è una macchina!
    Essa è un sistema complesso, autopoietico, biologico e tante ancora definizioni sulle quali noi, consulenti e ricercatori, forse dobbiamo metterci daccordo e fare una proposta di sintesi generale, ma sul fatto che l’azienda non è una macchina direi che non c’è discussione, e ci sono sempre maggiori evidenze. Se è così allora una cosa è da fare subito: a partire da questa verità non cercare, trattenere e strapagare i talenti perchè… non servono. E aggiungo che sono tali in virtù di un contesto relazionale non per loro autonome e presunte capacità prestazionali. Allora il dibattito sul quale concentrare l’attenzione è questo: come convincere tutti che l’azienda (ma anche la società nel suo insieme)non è una macchina e dunque tutti i comportamenti e le discussioni su talenti, prestazioni, oggettività, ecc. sono una stupidaggine?

    • Non c’è bisogno di invocare concetti astrusi (http://alturl.com/jw7hy) per spiegare che il capitale umano, ossia la somma dei talenti individuali, non esaurisce le competenze a disposizione di un’azienda. Il CAPITALE ORGANIZZATIVO (il “contesto relazionale” al quale lei si riferisce ne fa parte) mi sembra una grandezza alla quale si può ricorrere a tal’uopo, senza voli pindarici o scientismi avventurosi. Lo stesso Alessandro Cravera scrisse con altri un bel libro proprio su questo argomento: http://alturl.com/y5msi.
      Quanto all’affermazione che “i talenti non servono”, attenzione: per quella strada si rischia di dire “stupidaggini” di grandezza uguale, sebbene di segno algebrico contrario, a quelle dei banchieri.

  4. però!!! sono curioso di capire la differenza salariale tra il ceo e il dipendente che sta alla cassa!!! certo mi impressiona come possibile cliente, ma credo che le aziende vadano viste nelle loro specificità!! se un azienda pattuisce un certo contratto perchè scandalizzarsi… il problema si crea se quel contratto è 10 20 mila volte superiore ad un dipendente qualunque!!! lì si che c’è un porblema!!!

    infine hai perfettamente ragione un azienda di produzione ci mette del fare in più!! ma sei proprio sicuro che i ceo non guadagnino troppo, rispetto sempre alla loro vita aziendale??????

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