Sviluppare il pensiero critico: una questione di insegnamento

Richard Arum della New York University ha condotto uno studio su più di 2300 studenti di 24 diverse università. I risultati, pubblicati all’interno del suo libro Academically Adrift: Limited Learning on College Campuses, rivelano che il 45% degli studenti non progrediscono nello sviluppo del pensiero critico e nel ragionamento complesso nei primi due anni di college e ben il 36% non ottengono miglioramenti al termine dei 4 anni di studio.

E’ un problema di motivazione? Di stimoli? Può darsi.  Arum sottolinea infatti che gli studenti oggi passano sui libri mediamente 12/14 ore la settimana, circa la metà di qualche decennio fa.

Vorrei però sollevare una riflessione sui modelli di insegnamento. In che modo i docenti sviluppano il pensiero critico degli studenti? Come si apprende a scuola e nelle università? Il modello tradizionale di insegnamento prevede un docente che “sa” e tanti studenti che “non sanno” e quindi appaiono come vasi vuoti che devono essere riempiti con un travaso di conoscenza. L’immagine che ne deriva è quella di un apprendimento di tipo passivo. Qual è infatti lo sforzo di un vaso che si riempie di acqua? Cosa occorre fare mandare a buon fine l’operazione? L’unica cosa che conta è che il vaso non abbia crepe che facciano fuoriuscire il liquido. Per il resto l’obiettivo di riempire il contenitore viene raggiunto grazie all’azione di chi versa l’acqua.

Nello stesso modo, nelle scuole e anche nelle università, l’insegnante riversa la propria conoscenza sugli studenti e l’apprendimento viene considerato come una graduale rimozione dell’ignoranza. Se questo è ciò che accade a tutti i livelli dell’educazione scolastica, come sorprenderci se il pensiero critico degli studenti non si sviluppa?

Per cambiare le cose occorre rovesciare il tradizionale modello didattico: dalla trasmissione alla generazione del sapere. Il pensiero critico si sviluppa quando lo studente diventa un costruttore, non solo un fruitore passivo, di conoscenza. Quando non si limita ad accogliere il sapere, ma lo elabora e rielabora continuamente.

E’ la stessa differenza che passa tra la modalità di insegnamento del tipo: “devi fare A e B per ottenere C” (modello vaso da riempire) ad una modalità che sviluppi il ragionamento critico degli studenti: Perché C è una condizione appetibile? Quali sono le conseguenze di A e non-A? Sono sufficienti? Quali strade alternative possono esserci?

Il docente deve quindi abbandonare l’idea di chi sa e deve trasmetterlo a chi non e trasformarsi in un ricercatore di conoscenza che elabora il sapere insieme agli studenti e stimola socraticamente a riflettere e a pensare criticamente. Ne risulterebbe uno sviluppo delle capacità di pensiero degli studenti ma anche un forte arricchimento del ruolo e delle competenze del docente.

9 thoughts on “Sviluppare il pensiero critico: una questione di insegnamento

  1. condivido!
    ma la vedo dura! anche perchè i “costruttori” si scontrano con una realtà che è molto complessa!
    che succede quando uno studente costruisce e nn riesce a realizzare la sua idea o il suo progetto? il pensiero critico è anche creazione… sperimentazione… ricerca di se stessi…
    le “teste pensanti” fanno paura!!! non sono funzionali al sistema!! questo è quello che vedo!

  2. Rischioso. Rielaborare il sapere e costruire qualcosa non limitandosi al travaso è un’operazione molto complessa. Se troppo improvvisata o governata male si corre il rischio di non andare da nessuna parte, creare confusione e generare grovigli su grovigli. Tanto vale rimanere nell’insegnamento che comunque ha valore di per sé. È pieno il mondo di docenti o esperti che facendo leva sulla complessità di ciò che sanno, insegnano convincendosi di generare pensiero critico e comprensione. Fanno solo un onesto lavoro di travaso e diffusione di conoscenza. Anche di quella conoscenza ritenuta più “alta” e complessa.
    I percorsi per costruire qualcosa sono molto diversi dai percorsi della distribuzione.
    Per costruire, la prima cosa da fare è quella di valutare se ci sono le condizioni per far sì che la cosa si possa attuare. Tra le condizioni mettiamo ovviamente il valore e la qualità di chi “insegna”. Valore e qualità difficili da stimare perché non riguardano il quanto l’insegnante sa bensì il quanto ha capito. Il quanto sa può essere sviante e addirittura nocivo. Il problema è che il quanto ha capito lo può capire solo chi è sopra quel livello di comprensione. E lì casca l’asino.

  3. Cosa vuol dire rischioso? Favorire la costruzione del sapere è rischioso?
    Apprendere significa dare un significato al fare. L’attribuzione di significato è personale, avviene attraverso un’elaborazione e una costruzione personale delle informazioni e dell’esperienza fatta. Il metodo di insegnamento che si basa sul mero travaso di conoscenza non elimina il naturale processo di costruzione di significato del discente, solo che rinuncia a governarlo. Si basa sul presupposto della “macchina- banale” di Von Foerster in base alla quale a parità di input si ottiene lo stesso output. Quindi l’insegnante che travasa conoscenza parte dal presupposto che le sue parole e i suoi concetti saranno assorbiti ed elaborati nello stesso modo da tutti i suoi studenti. Quello che conta è la spiegazione, quindi il travaso di sapere.
    In realtà, gli esseri umani sono macchine non-banali, quindi a parità di input possono generare output molto diversi. Il senso del mio post sta tutto qui. L’insegnante che è consapevole di questo aspetto, sa che lo sviluppo della conoscenza passa attraverso processi di elaborazione diversi da persona a persona. Quello che importa non è quindi più il “trasmettere” sapere, ma il governo delle dinamiche che portano uno studente a dare, costruire un significato a tale sapere.
    Sviluppare il pensiero critico ha che fare con il governo delle dinamiche di apprendimento e quindi di attribuzione di significato. Il modello “vaso da riempire” mette l’accento sull’insegnante. Il modello di costruzione del pensiero critico mette l’accento sugli studenti.
    Lei scrive che rielaborare il sapere è un’operazione che, se troppo improvvisata o governata male, corre il rischio di creare confusione. Sono d’accordo con lei. Ma è lo stesso problema che si ha con l’insegnamento tradizionale. Dire la stessa cosa a 10 persone diverse, come ci hanno insegnato Maturana e Varela con i sistemi autopoietici, genera possibilmente 10 interpretazioni diverse. La differenza è che l’insegnante che punta a sviluppare lo spirito critico degli studenti, è consapevole di questo aspetto e cerca in qualche modo di governare le dinamiche dell’apprendimento individuale. Il docente “distributore di conoscenza”è inconsapevole o disinteressato a questo aspetto e ritiene che il suo compite sia “porgere” la conoscenza. Una volta che ha riempito il vaso degli studenti, può andare a casa soddisfatto del proprio lavoro.
    Verso la fine del suo interessante commento lei sottolinea che per costruire, la prima cosa da fare è quella di valutare se ci sono le condizioni per far sì che la cosa si possa attuare. Anche su questo sono d’accordo con lei. Ma questa critica vale anche per il modello tradizionale. Provare a “riempire vasi” se il docente è a corto di acqua o i “vasi” hanno un tappo, risulterà sempre un’operazione vana.

  4. Grazie della risposta.
    Siamo assolutamente d’accordo su quanto lei dice.
    Il nostro commento voleva solo sottolineare il fatto che travasare conoscenza e costruire significati sono due processi molto diversi proprio perché, come dice lei, nel secondo occorre “governare le dinamiche di apprendimento e di attribuzione di significato”. Per questo, secondo noi, è fondamentale il ruolo dell’insegnante che deve essere capace di governare il processo.
    Noi riteniamo che ci siano in giro molti insegnanti che, abbagliati da quello che insegnano, confondono una cosa per l’altra. Vale a dire, travasano credendo di saper governare la comprensione e, non essendone capaci, non solo non creano costruzione di significati, ma travasano anche male. Creando confusione.
    In questo senso, a nostro parere, la parte chiave del suo commento è quando lei dice “…l’insegnante che punta a sviluppare lo spirito critico degli studenti, è consapevole di questo aspetto e cerca in qualche modo di governare le dinamiche dell’apprendimento individuale”. È quel “in qualche modo” che ci imballa. Per noi, non è sufficiente la consapevolezza dell’insegnante che ha capito che il suo ruolo è quello di favorire la crescita dell’apprendimento. La sola consapevolezza, a cui si aggiunge il turbo della volontà, genera quel “in qualche modo” che può essere rischioso per le ragioni dette sopra. Ci si auto convince di fare una cosa mentre in realtà se ne fa (male) un’altra.
    Siccome è necessario che l’insegnante sia capace di governare il processo, la domanda che dovrebbe farsi chi vuole costruire apprendimento dovrebbe essere: “Sono capace, sono in grado di governare il processo?”. Se sì, quali sono le prove e le evidenze di questa capacità?
    Forse il primo passo è partire dalla consapevolezza che non si è capaci e che quindi occorre imparare. E purtroppo, a nostro parere, la capacità di governare il processo non è alla portata di tutti. Non è una capacità che nasce solo perché si è capito che è bene favorire lo sviluppo di conoscenza. Serve un duro lavoro di comprensione. Lavoro che fanno proprio in pochi. Proprio perché si pensa che non serva farlo e sia sufficiente la consapevolezza che è giusto farlo e poi, basta volerlo. Non è così.
    P.s.: grazie ancora della risposta, ma non ci dia del lei perché non siamo una sola persona.

  5. Buon giorno. Mi chiamo Orfeo Bossini e sono un insegnante.

    Condivido completamente questo post, e i suoi contenuti, che dovrebbero essere “scontati” all’interno delle scuole e nel dibattito pedagogico in generale. In realtà, le cose stanno diversamente. La media dei docenti professa e propugna forme di didattica tradizionale, dimostrando di fatto di essere del tutto indifferente alle sollecitazioni del ministero (Fioroni) e della UE sull’implementazione delle competenze. Come ricordava Pierre Bourdieu, la violenza simbolica consiste proprio nell’imporre contenuti parziali e relativi sotto l’aura della necessità e dell’universalità. Si tratta di una violenza dolce, che insegna soprattutto l’irreggimentazione nel sistema produttivo, dividendo le persone in due grandi categorie: gli “intelligenti” a cui verrà conferito il bastone del comando, e quelli privi di abilità accademiche, a cui spetterà il ruolo dei lavoratori. Una splendida realizzazione della Repubblica platonica! Se non fosse (ma vorrei il suo parere, non essendo un esperto di economia) che questa scuola è figlia di un modello di sviluppo economico ormai morto e sepolto, e di una società rigidamente strutturata che ha subito delle profonde trasformazioni. Diventa difficile rispondere alle sollecitazioni della complessità con le logiche del determinismo. Avremmo bisogno di un cambiamento di paradigma, di una rivoluzione copernicana dell’insegnamento che ci prepari al futuro mettendo a valore tutte le formae mentis di cui disponiamo. Campa cavallo, mi vien da dire! Con questa classe dirigente e imprenditoriale (fedele al lobbismo, devota del sacramento del familismo amorale, caritatevole verso i potenti e tremenda con più deboli) ci sono poche speranze.

    Però, qui a Reggio Emilia, notoriamente terra di inguaribili idealisti, ci stiamo provando. Faccio parte di un piccolo ma compatto gruppo di docenti della scuola pubblica coordinato da Enzo Zecchi, anche ricercatore scientifico. Ci occupiamo di costruttivismo, tecnologie e apprendimento, Didattica per Problemi e Progetti, e naturalmente certificazione delle competenze. In collaborazione con il Comune di Reggio Emilia, Provincia e Regione Emilia Romagna siamo riusciti a costruire una diffusa rete di docenti interessati alle nostre buone pratiche. Maggiori informazioni sui contenuti le può trovare sul knol di Zecchi (http://knol.google.com/k/enzo-zecchi/-/1hr39m2ky3bz1/0#aboutme), o sul nostro sito (www.lepidascuola.it).

    Sul mio blog ho postato di recente una breve riflessione sull’ultimo libro di Paola Mastrocola. La segnalo per dare un’idea della sostanza intellettuale che contraddistingue i guru del pedagogismo tradizionale, impegnati nella sterile difesa del valore in sé delle discipline (http://lariscossadellacivetta.wordpress.com/2011/07/18/nella-mia-classe-oggi-non-volava-una-mosca/)

    Cordialmente…

  6. Pingback: scuola per il futuro e critical thinking « ricerche e avventure d'idee

  7. Sono d’accordo a tutto ciò che ho letto, spero che proprio oggi ho trovato un vero aiuto ……..il rimedio comunque esiste basta trovare persone sincere che ci fanno conoscere l’amore con la lettera maiuscola
    A…e sopportare i momenti difficili.
    Buon lavoro e buone notizie.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...