Dobbiamo prepararci a gesti scaramantici?

Ci risiamo. Il nostro Ministro del Tesoro nel luglio del 2008 dichiarava l’urgenza di una Robin Hood Tax. Occorre – affermava – una tassa aggiuntiva sui mega profitti delle banche che possa permettere una ridistribuzione della ricchezza a favore delle fasce più deboli dell’economia. Il progetto svanì nel nulla un paio di mesi dopo quando, a settembre, in seguito al fallimento di Lehman Brothers, più che tassare gli extra profitti della banche, i governi dovettero varare ingenti piani di salvataggio delle stesse per evitare il loro fallimento.

Nella manovra proposta oggi dal ministro Tremonti, ecco riapparire una tassa aggiuntiva sul settore bancario: un’imposta del 35% sulle attività di trading (escluse quelle relative ai BOT)  e un’imposta sulle transazioni finanziarie  dello 0,15%.

Sorvolo sul fatto che quella che doveva essere una stretta del Governo su Tremonti per proporre una riforma fiscale tanto annunciata e mai realizzata, si sia trasformata in una manovra che mira più a far crescere le entrate che a diminuirle.

Visti i precedenti però,  e considerato lo stato di salute dell’economia mondiale, pur non essendo scaramantico, suggerirei una levata di gesti scaramantici… sia mai…

3 thoughts on “Dobbiamo prepararci a gesti scaramantici?

  1. In linea di massima concordo con le idee del link che Luciano ha riportato, personalmente mi sto occupando di imprese “alla canna del gas” . Aziende e realtà che sono definite “non più bancabili” per cui si tagliano finanziamenti, si invitano a diete draconiane e tagli di personale superiori al 50% delle risorse, e a cui si elargiscono solo pochi soldi coperti da sovrabbondanti garanzie personali quando non a chiudere baracca e burattini. In piccolo realtà che potremmo definire delle micro Grecia. Ho accettato alcune di queste scommesse e ho ottenuto e sto già ottenendo risultati in cui le situazioni si stanno ribaltando. In tutti i casi che ho esaminato c’erano: gestione errata e disastrosa basata su principi economici ormai obsoleti, modelli di gestione arcaici (le solite best practice e i consigli di esperti rinomati e blasonati, e tutto quel sottobosco di ” consulenti fiduciari” come commercialisti, fiscalisti, legali e affini legati alla routine e abitudini professionali), errato inquadramento dell’attività dell’impresa, resistenza al cambiamento e inerzia da parte della proprietà (ostinazione a seguire le vecchie abitudini “perchè hanno funzionato sino ad oggi”), deresponsabilizzazione, miopia e interessi egoistici del management, ignoranza abissale dei meccanismi finanziari e della gestione dei rapporti con il sistema finanziario, mancanza di comunicazione interna e esterna, ignoranza delle dinamiche di mercato, della domanda, della comunicazione, dipendenza da reti di sostegno “politiche” e “amicali”. Ma fra tutte il dramma maggiore è la mancanza assoluta di fantasia e capacità di ripensare il proprio business e credere e lottare per un futuro. Ovvero la capacità di farsi venire un’idea, crearla e decidere di realizzarla. In effetti a livello macroscopico molti dei problemi che ho trovato nelle piccole realtà sono gli stessi che dice Alessandro presenti con gli effetti ovviamente di portata più ampia.

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