The Age of Hyperspecialization: anche no!

“We are entering an era of hyperspecialization – a very different, and not yet widely understood, world of work (…) (hyperspecialization) means breaking work previously done by one person into more-specialized pieces done by several people.

(…) consider how much time you personally spend on task that don’t draw on your expertise and that you may not even be particularly adept on performing. (…)Project managers, for example, spend unfold hours preparing slide decks event though few of them have the software facility and design sensibility to do that well.” (…) Quality improves when more of the work that goes into a final product is done by people who are good at it.”

(… Understanding how a knowledge-based job could be transformed by hyperspecialization begins with mapping the task currently done by people holding that job. Such a map immediately suggest task and subtask that could be performed with higher quality, at greater speed, or at lower cost by specialized resource.”

Questi sono alcuni passaggi estrapolati da un recente articolo (The Big Idea: The Age of Hyperspecialization)  scritto da Thomas Malone, Robert Laubacher e Tammy Johns, pubblicato sul numero di luglio/agosto di  Harvard Business Review. Il consiglio degli autori è chiarissimo: dividere il lavoro in parti sempre più piccole gestite da iperspecialisti.

L’idea non è certo nuova: è stato Adam Smith a proporre per primo la divisione del lavoro per aumentarne la produttività. E David Ricardo, con la sua teoria dei vantaggi comparati, è andato oltre, suggerendo ad ognuno di specializzarsi solo in ciò che sa fare bene. Il mondo in cui si inseriscono queste teorie è però molto diverso da quello attuale. I processi di industrializzazione di massa, da poco avviati, richiedevano la ricerca dell’ottimizzazione, dell’efficienza e della produttività.

Questi tre aspetti, pur importanti anche oggi, non possono più rappresentare, da soli, il fine ultimo dell’agire economico. La globalizzazione ha reso il mondo interconnesso e, come ha ben sottolineato Nicholas Nassim Taleb, lo ha reso via via più vulnerabile ai Cigni Neri (eventi rari, inaspettati, di alto impatto). L’iperspecializzazione di cui parlano gli autori dell’articolo in questione è una delle pratiche che rende più vulnerabili alle improvvise discontinuità e cambiamenti.

Prendiamo ad esempio il caso dei project manager. Malone, Laubacher e Johns scrivono che dovrebbero smetterla di preparare le slide delle loro presentazioni di progetto, lasciando il compito a persone più esperte, capaci e specializzate in questo compito. La creazione di slide per i project manager vi sembra un buon lavoro in cui specializzarvi? Siete certi che questo lavoro vi garantirà da mangiare per i prossimi anni? Il vostro valore aggiunto è imprescindibile? Siete autonomi nella gestione del vostro ciclo di lavoro?

Io penso che le risposte a queste domande siano tutte negative. Vi è un alto rischio di obsolescenza (pensate alle segretarie dattilografe che sono completamente scomparse), un elevato rischio moda (oggi parcellizziamo il lavoro e domani, lo ricomponiamo dicendo che i project managers devono essere preparati a 360° sulle loro attività) e una forte dipendenza da terzi: senza i project manager, che sono i detentori della conoscenza e quindi possiedono i contenuti, i creatori di slide non hanno alcuna ragione di esistere.

Questo sul versante degli specialisti di slide. Il discorso però vale anche per i project manager. Siamo sicuri che la creazione di presentazioni di progetto non sia una parte fondamentale del loro lavoro? Chiunque abbia gestito in prima persona un progetto sa bene che le riunioni di presentazione sono un momento importante in cui ci si chiarisce le idee su quali aspetti sottolineare e quali no, su quali sono i principali punti aperti da affrontare e su come reagire ad eventuali obiezioni degli interlocutori. Se la presentazione arrivasse sulla scrivania del PM già bella e pronta, tutti questi pensieri verrebbero annullati, salvo poi diventare fondamentali durante la riunione in caso di interazione critica con i partecipanti alla stessa.

Seguendo il consiglio degli autori di questo articolo, uno studioso molto preparato nel suo campo, con una riconosciuta autorevolezza tecnica, nel caso non fosse un brillante oratore, dovrebbe farsi sostituire alle proprie lezioni universitarie e ai convegni da un attore dall’eloquio brillante, precedentemente istruito sul copione da recitare. Vi sentireste pronti a superare il vostro esame di biologia molecolare dopo aver assistito alle lezioni tenute da Christian Bale?

E’ questo il mondo che vogliamo? Un conto è eliminare dai compiti di un PM l’organizzazione dei propri spostamenti e viaggi (compito non direttamente attinente alla propria mission di ruolo e a basso valore aggiunto). Un altro è creare iperspecialisti di attività che rientrano  a pieno titolo nella propria mission di ruolo.

A dire il vero gli autori, nell’ultima parte del loro articolo, oltre ai vantaggi dell’iperspecializzazione, presentano anche i potenziali rischi e pericoli della stessa. Chi ha voglia di leggere l’’articolo si renderà facilmente conto che la lista degli svantaggi  non è certo di poco conto, possiamo anzi dire che bilancia completamente la lista dei vantaggi. Se aspetti positivi e negativi hanno peso simile, però, non si comprende la finalità di un articolo come questo.

Per chiudere mi rivolgo ai giovani. Spero che nessuno segua la ricetta proposta da questo articolo. Un mondo sempre più interconnesso non ha bisogno di una superparcellizzazione del lavoro. Ha bisogno soprattutto di system integrator in grado di comprendere prima degli altri le traiettorie di innovazione futura, e di generalisti che sappiano interpretare e governare la complessità. Questo naturalmente non significa affatto che gli specialisti non siano importanti. Tutt’altro. Le competenze specialistiche sono e saranno sempre fondamentali per il progresso. Queste ultime, però, si possono apprendere. Ci sono moltissime scuole di specializzazione per tutte le discipline che offrono una preparazione di primo livello.

Molto più difficile trovare scuole di de-specializzazione che offrano gli stessi livelli di qualità.

10 thoughts on “The Age of Hyperspecialization: anche no!

  1. Io non sono convinto che tu e questi autori siate veramente in antitesi, perché una cosa è la formazione delle persone, un’altra l’organizzazione del lavoro.

    Nella “economia della conoscenza”, la formazione deve essere a largo spettro ma, al contempo, forse l’organizzazione parcellizzata funziona meglio (per esempio, con tutto l’avanti-e-indietro dell’offshoring, è chiaro che occorre parcellizzare sempre più).

    E nulla vieta che una persona “colta” possa svolgere, magari occasionalmente e mutevolmente, anche task molto specialistici.

  2. Non penso che l’organizzazione parcellizzata funzioni meglio Paolo. Gli autori, oltre all’esempio del project manager che si fa preparare le slide, usano l’esempio del venditore che, invece di perdere tempo a preparare la visita informandosi sui clienti, dà a terzi (specializzati) questo compito.
    In entrambi i casi si tratta di una perdita di professionalità del ruolo, anzi dei ruoli.
    La stessa cosa vale per le imprese. L’eccessiva specializzazione le rende fragili ed eccessivamente dipendenti dall’esterno (mercato, fornitori, clienti, tecnologie, ecc.).
    Pensa al settore dell’automotive quando, molti anni fa, ha deciso di esternalizzare l’elettronica, focalizzandosi solo sulla meccanica, la propria core competence. Il risultato è stato quello di consegnare ai fornitori di elettronica le traiettorie di innovazione del settore, perdendo competitività e potere contrattuale. In questo caso, la decisione presa dalle case automobilistiche è stata corretta dal punto di vista dell’efficienza, ma deleteria dal punto di vista della competitività prospettica.

  3. Ale, ti offro due dati su cui riflettere:

    A) l’intera economia Usa, dalle grandi corporation ai micro business familiari, funziona per iperspecializzazione ed estrema parcellizzazione;

    B) l’economia Usa è da circa un secolo la più sviluppata del mondo.

    Tali evidenze sembrano suggerire la necessità di una riflessione approfondita sull’efficacia della parcellizzazione e della specializzazione (NB: gli americani hanno, oltretutto, anche un sistema formativo specializzato, professionalizzante), che non possiamo liquidare semplicemente dicendo che non ci piacciono. (A me non piacciono di sicuro!!).

  4. Cosa significa “efficacia della parcellizzazione e della specializzazione”? Se per efficacia intendi la ricerca di efficienza, ottimizzazione e produttività, sono d’accordo con te, il modello USA è vincente. L’economia americana è certamente la più sviluppata al mondo ma, rispetto a 30/40 anni fa, oggi è molto più fragile.
    Tralasciando il discorso del maxi indebitamento USA (che certamente impatta sulla fragilità del sistema), dagli anni ’80 ha subito la concorrenza giapponese e sud-est asiatica nei settori dell’elettronica e dell’automotive e in entrambi i settori ne è uscita con le ossa rotte. Prendi il caso GM e mettilo a confronto con il modello Toyota. Da una parte hai la parcellizzazione del lavoro, dall’altra i circoli di qualità, il job enlargement e cose di questo tipo.
    In cosa è davvero forte oggi l’economia americana? Nella cosiddetta new economy (web), nei settori che vivono su ricerca e innovazione (aziende relativamente piccole, di nicchia, estremamente specializzate) e nella finanza. Anche su quest’ultima si può aprire una parentesi. Sul finire degli anni ’70, il settore finanziario pesava il 3,5% del GDP USA. Nel 2007, prima della crisi, era arrivato a pesare il 5,9%. La cosa interessante, però non riguarda solo la dimensione del settore, bensì i sui rendimenti. Dal 1930 al 1980 i profitti della finanza sono cresciuti più o meno allo stesso ritmo di quello degli altri settori industriali. A partire dal 1980 al 2007 i profitti del settore finanziario sono cresciuti dell’800% contro il 250% degli altri settori. Questo è potuto avvenire attraverso l’innovazione finanziaria. Le banche americane sono state le prime al mondo a produrre ingegneria finanziaria utilizzando iperspecialisti del rischio (soprattutto matematici, fisici). Anche il trading è stato iperspecializzato per comparti, determinando profitti record, ma anche, come si è visto un’estrema fragilità.
    Le banche italiane, che hanno appena superato gli stress test, sono imputate di essere sottocapitalizzate, ma sono penalizzate soprattutto per il fatto di essere meno performanti di quelle di altri paesi. La domanda è vogliamo la crescita a tutti i costi – con i connessi rischi di fragilità della stessa, o vogliamo più cautela e attenzione al futuro? Efficienza e ottimizzazione o robustezza, resilienza, competitività prospettica?
    La stessa cosa vale per gli individui. Come si misura la professionalità di una persona? Secondo me da 3 aspetti: il valore aggiunto che determina il suo lavoro, il grado di insostituibilità e il grado di autonomia nei confronti della variabili esterne. L’iperspecializzazione impatta positivamente sul primo punto, può impattare parzialmente sul secondo punto, ma è totalmente deficitaria sul terzo. Secondo me, quindi, essere iperspecializzati può portare a grossi guadagni economici (soprattutto nel breve e medio termine), ma anche ad una forte fragilità professionale che mina le possibilità di guadagno di lungo periodo.
    Infine, sarò un’idealista, ma io continuo a pensare che sia un’eresia dare in mano a un trader che non ha mai visto da vicino un’azienda, non sa come funziona un ufficio R&D, una funzione marketing o uno stabilimento, la possibilità di affossare o far crescere il valore di un’impresa (di un paese o di un mercato).

  5. Be’, poiché siamo in forum che parla di economia e stiamo commentando un pezzo di HBR, per “efficacia della specializzazione e della parcellizzazione” intendevo ovviamente la loro vera o presunta capacità di creare ricchezza.

    Osservavo che il più grande sistema economico del Novecento ha funzionato, e funziona, sulla base di specializzazione e parcellizzazione. E dunque che, forse, esse “pagano” di più di quanto noi stessi detrattori della barbarie dello specialismo (io per primo, e da lunghissimo tempo) crediamo.

    Quanto alla “fragilità” dell’economia americana, e ammesso che essa stia in un rapporto qualsiasi con l’eccesso di specializzazione e parcellizzazione (cosa tutta da dimostrare), l’espressione mi provoca ilarità: tutte le altre economie del mondo, Cina inclusa, sono più fragili di quella Usa.

  6. Il fatto che tutte le altre economie del mondo siano più fragili di quella americana è una cosa tutta da dimostrare.
    Un dato certo è che la Cina detiene 1160 miliardi di dollari di debito pubblico americano.

    • Ale, il debito pubblico statale è ovviamente un concetto di gran moda ma, come tu sai benissimo, è una metrica alquanto povera dell’economia di un paese. Ci sono nazioni il cui Stato ha con piccolo debito pubblico ma che sono depresse, e viceversa. Poi ci sono Stati che sono soprattutto indebitati con le proprie componenti interne (per esempio il Giappone) e invece altri che sono più estroversi.

      Avere un grande debito verso l’estero non è necessariamente un indice di pericolo o di difficoltà. Prova ne sia il fatto che i più ricchi paesi del mondo, come Norvegia, Olanda, Svizzera o Danimarca sono molto ma molto più indebitati (pro capite) con l’estero che non gli stessi Usa.

      Né avere un grande credito in obbligazioni di uno Stato estero comporta necessariamente una posizione di forza. Per esempio, se se ne hanno troppe di un solo Stato (come la Cina con gli Usa), allora si può avere semmai anche una debolezza.

      Il debito pubblico statale, poi, va commisurato anche alla ricchezza nazionale, che è più importante (e molto più grande, per un paese ricco). E la Cina, non dimentichiamolo, è un paese povero. La crescita annuale della sua ricchezza, anche se misurata con la caracollante metrica della Purchasing Power Parity (che la favorisce), è ancora del 40% inferiore a quella Usa. Per pervenire al livello di ricchezza americano, dovrebbero passare molti decenni.

      E quei decenni dovrebbero trascorrere tutti nelle favorevoli (per la Cina) condizioni attuali… Cosa che, con ogni probabilità, non accadrà, per ragioni sia socioeconomiche sia demografiche (http://alturl.com/kei5r ). Qui sta la FRAGILITA’ dell’economia cinese, della quale oggi i media raccontano solo le magnifiche e progressive sorti.

      Degli altri, non parlerei neppure.

  7. Pingback: Il mio management è in cammino verso il capitale umano! | Das Humankapital

  8. Paolo, io spero che tu abbia ragione sugli Stati Uniti. Se è vero che l’economia USA è la più robusta al mondo, allora abbiamo tutti meno problemi. Questa volta io sono un po’ più pessimista (ma spero di sbagliarmi). La difficoltà con cui Obama sta conducendo il negoziato per alzare il tetto all’indebitamento fissato per legge, il rischio di un declassamento del rating e gli effetti a catena che questo potrebbe scatenare, mi fanno tremare i polsi.
    Questo naturamente ha poco a che fare con l’iperspecializzazione da cui siamo partiti.

  9. Non ho detto la più robusta: ho detto la meno fragile!!

    Intanto ho letto il pezzo di Malone et al., sebbene un po’ in fretta. A me è parso confuso: parla di successi della specializzazione, quando in realtà sta elencando successi di crowdsourcing. Mi sembra pasticciato. Ma forse è il mio speed-reading…

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