Letture – Robustezza e fragilità

Il sottotitolo di questo nuovo libro di Nassim Nicholas Taleb è “Che fare? – Il Cigno Nero 3 anni dopo”.  Taleb, nel suo precedente libro, ha definito il cigno nero un evento imprevisto dotato di 3 caratteristiche:

1) una probabilità molto bassa di verificarsi,

2) un grandissimo impatto,

3) un’intrinseca predisposizione ad essere “spiegato” a posteriori dagli “esperti”, quegli stessi esperti che fino a un secondo prima del suo verificarsi si dilettavano a pontificare su quanto fossero valide le loro assunzioni sul mondo, economia in primis.

Data questa definizione, e constatato cosa è accaduto a partire dal 2008, non è difficile comprendere le ragioni che hanno fatto del testo di Taleb un libro di straordinario successo e un caso editoriale. A distanza di 3 anni dal Cigno Nero il filosofo-trader libanese si interroga su cosa è cambiato. L’interrogativo di fondo che aleggia all’interno del testo è: “si è appresa la lezione?” Purtroppo la risposta, che condivido pienamente, è no. A parte la proliferazione di eventi e conferenze sul Cigno Nero, sulla prevedibilità dei mercati e degli scenari (a cui Taleb, è spesso invitato e a cui altrettanto spesso rifiuta di partecipare), nulla è cambiato. Non sono cambiati i modelli di risk management, non sono cambiati i modelli previsionali e non è cambiato neppure l’influenza degli stessi. Ad esempio il FMI continua, anche giustamente in virtù del suo ruolo istituzionale, a proporre le sue stime sull’economia, influenzando e facendosi influenzare dai mercati (quanto influenzi e quanto è influenzato è una domanda ampiamente sottovalutata…). Lo stesso fanno le agenzie di rating che, scottate dalla loro negligenza (?) del 2008, si stanno ora dimostrando arzilli e solerti declassificatori di Paesi e banche private (il cui valore di mercato in questi giorni è molto al di sotto del valore dei loro singoli asset…).

Domande: visto che le stime fatte dai principali istituti economici sono state completamente disattese nell’ultimo triennio, per quale ragioni dovrebbero essere corrette quelle riferite al prossimo? C’è qualcuno che aveva previsto il repentino tracollo dei mercati nel mese di agosto?

Certezze: sicuramente ci sono moltissimi esperti che, subito dopo, avevano la spiegazione della crisi dei mercati…

In questo piacevole libro Taleb sottolinea nuovamente i limiti dei modelli e delle convinzioni abitualmente adottati. Non si limita al campo economico: vi sono, ad esempio, alcuni passaggi interessanti e per certi versi esilaranti che hanno per oggetto la medicina, la salute e l’educazione.

Una parte importante del libro è dedicata agli errori nella comprensione del messaggio del Cigno Nero. Eccone solo alcuni:

1)      Dire che avere le carte topografiche che avevamo fosse meglio che non averne affatto: utilizzereste un navigatore satellitare che ha solo la cartina di Milano per fare il turista a Roma?

2)      Non comprendere il valore dei consigli negativi: tutti sono smaniosamente alla ricerca della “ricetta da adottare” ma in un mondo fortemente interconnesso spesso questo diventa molto difficile (o cialtronesco). E’ importante dare il giusto peso ad un’epistemologia “sottrattiva” (sapere cosa non fare). Taleb ricorre all’esempio del fumo: se si bandisce totalmente il fumo dalla Terra si salvano più vite di qualunque tecnica, procedura o approccio medico e di qualunque nuovo farmaco

3)      Trattare le probabilità (o gli stati futuri) come misurabili nello stesso modo in cui si misura la temperatura o il peso di un essere umano: concetti come il Mediocristan e l’Extremisan si riferiscono a questo punto.

4)      Pensare che il messaggio del Cigno nero sia “non fare previsioni” o “non usare modelli”, anziché “non usare previsioni con margini di errori tropo grandi” e “non usare modelli nel Quarto quadrante (conoscenza incerta – conseguenze enormi)”.

Un libro, come dicevo, piacevole, divertente e senza peli sulla lingua. Avendo letto i precedenti libri di Taleb (Giocati dal Caso e il Cigno Nero), si avverte molto forte la sensazione che l’autore sia in una fase di approfondimento del suo pensiero e lo confermano i numerosi paper di taglio accademico che sta producendo in questi ultimi anni.  Nel suo prossimo libro parlerà di un concetto finora solo sfiorato, ma molto interessante: l’antifragilità. I più curiosi possono scoprire qualcosa di più sul sito di Taleb. Per gli altri è sufficiente aspettare l’uscita del suo prossimo libro.

5 thoughts on “Letture – Robustezza e fragilità

  1. sono d’accordo con tutto quanto dici: in particolare sul fatto che Taleb viene citato sempre più spesso, ma molte volte a sproposito o peggio arrivando poi a conclusioni opposte a quelle dei suoi studi e delle sue riflessioni: una sorta di cassandra del Duemila.
    E poi aggiungo una notazione: stimo moltissimo i lavori di Barabasi e del suo staff, ma tutti i giornali italiani (compreso il Sole 24 ore!) hanno spacciato la sua teoria sugli schemi a raffiche (power law applicata a sequenze di eventi oltre che alla struttura topologica delle reti complesse scale free) per una prevedibilità del comportamenti umano sia singolo che sociale… cancellando in un colpo tutto quanto quelgli stessi giornali avevano detto di Taleb.

  2. Ciao Ale,

    Taleb stimola da anni un dibattito interessante e molto utile.

    Tuttavia egli non ha ancora proposto, neppure negli scritti meno pamphlettistici (io di lui ho letto solo i paper e non i libri!), dei credibili modelli di risk management coi quali sostituire quelli correnti, né ha indicato dove essi si trovino in letteratura (che è sterminata. Ad esempio, gli è stato rimproverato di ignorare vaste aree della statistica, come quella non-parametrica).

    Lo stesso Mandelbrot, suo sodale negli ultimi anni e ben più dotato matematicamente, è morto con il cruccio di non essere riuscito a rimpiazzare i modelli dominanti. Il dire che le distribuzioni normali vanno sostituite con statistiche esponenziali (come la distribuzione di Pareto-Lévy-Mandelbrot) non è sufficiente.

    Questo è quel poco che capisco io dal dibattito scientifico. Taleb è forte nella “pars destruens” ma molto meno nella “construens”.

    Quanto al ripiegamento (di cui tu ci riferisci avendo letto l’ultimo libro) sul dire che non dobbiamo aspettarci da lui le novità da Premio Nobel ma accontentarci dei consigli in negativo, ebbene mi appare come un’abile giustificazione per questo nuovo best seller che l’editore lo ha certamente sospinto a pubblicare. :>))

    Paolo

  3. fatemi fare l’uomo della strada, l’ignorante, il grezzo che però ha il coraggio di dire una cosa che potrebbe suonare come “ma… il re è nudo” della famosa favola.
    Ma non corriamo il rischio di comportarci come i cortigiani compiacenti del re? Ma davvero pensiamo che questo mondo è l’unico possibile e dunque nella sua lineare evoluzione è necessariamente prevedibile, per quanto sofisticato?
    E se tutto invece dipendesse da noi, nel senso che ciò che accade è determinato dalla pervicace volontà di far funzionare a tutti i costi un modello, quello della società industriale, che non può funzionare più?
    E se invece di spendere tempo, soldi energie a voler prevedere quando morirà il moribondo, perchè questa è la verità, investissimo le stesse risorse per progettarci un futuro diverso, partendo da nuove conoscenze e nuovi linguaggi, non sarebbe molto meglio?

  4. Credo che Luciano abbia alla fine colto più lo spirito dell’opera di N.N. Taleb, in fondo non solo lui, anche altri autori e accademici stanno dimostrando la insussistenza della pretesa di sviluppare modelli di previsione dei rischi efficaci. Il messaggio del libro è sostanzialmente un invito a dare limitato ascolto a quanti credono di poter prevedere con buona certezza, il verificarsi o meno, di certi eventi a meno che questi non rientrino in uno specifico e ristretto ambito. Gli studi indotti dal gruppo di Gigegenzer del Max Plank, e che lo stesso da arguto divulgatore Taleb citava già questa estate, hanno contribuito in veste molto più formale a confermare queste “sensazioni viscerali” dell’uomo di strada.

  5. L’uomo della strada che invoca un diverso MODELLO di sviluppo è una cosa (e io concordo con lui).

    Quanto ai MODELLI matematici: che quelli attuali nel campo del risk management siano inadeguati, è ormai una trita banalità -anche grazie a Taleb (sebbene non solo a lui). Ora, quanti libri siamo disposti a leggere, che continuino a ripeterlo? Non siamo un po’ curiosi di leggere libri che ne presentino di superiori?

    E dire che tanto non serve a nulla “prevedere”, non vale. Di modelli previsionali la società avrebbe bisogno anche se diventasse più umana, meno votata allo sviluppo economico fine a se stesso, più colta e più in armonia col Creato.

    Per sviluppare i prodotti finanziari adatti a sorreggere quel Nuovo Mondo, ci servirebbe il calcolo delle probabilità.
    Per assicurare un padre (madre) di famiglia sulla vita e stabilire quanto andrebbe ai suoi bambini in caso di prematura scomparsa, necessitiamo di un modello statistico che “preveda” la durata di vita di quell’uomo.
    Per gestire il sistema pensionistico ci servono modelli previsionali demoscopici e sanitari.
    Per sviluppare i farmaci dobbiamo applicare la statistica.

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