Per favore non partiamo con il piede sbagliato: replica alla lettera dei commercialisti

Ieri sera sul volo di ritorno da Roma stavo leggendo il Corriere della Sera. Era tardi, ero stanco e facevo fatica a concentrarmi sugli articoli. Ad un tratto, girando pagina mi sono imbattuto in un avviso a pagamento del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti. Si trattava di una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica. Incuriosito, inizio a leggere le prime righe e improvvisamente la stanchezza svanisce, la mia attenzione sale alla stessa velocità con cui cresce il mio disappunto. La prima cosa a cui penso dopo aver finito di leggere la lettera è “non è possibile!”.

Sono giorni caldi (lo riconosce anche chi ha scritto la lettera), abbiamo un governo dimissionario, c’è il maxiemendamento alla legge di stabilità che deve essere approvato in tempi brevi, occorre trovare strade rapide per ridare fiducia ai mercati, dobbiamo fare uno sforzo comune per risanare i conti pubblici e rilanciare la nostra economia, ma prima ancora che la discussione su questi temi si avvii c’è già qualcuno che inizia a mettere le mani avanti. C’è già qualcuno che comincia a fare i distinguo sottolineando che i sacrifici e le riforme vanno bene solo se riguardano gli altri.

In questo caso ce l’ho con i commercialisti, ma sono certo che non mancheranno gli accorati appelli di avvocati, notai, farmacisti e compagnia cantante, nel caso il nuovo governo decidesse finalmente di avviare un progetto di vere liberalizzazioni.

Cosa lamentano i commercialisti? Il possibile inserimento nel maxiemendamento di una proposta di modifica normativa che ridurrebbe da 3 a 1 i componenti dei collegi sindacali delle società con capitale fino a 10 milioni di Euro. Secondo il loro punto di vista questo svilirebbe il ruolo del collegio sindacale rendendo solo di facciata l’attività di controllo sull’amministrazione.

A favore della loro tesi dichiarano che il tasso di fallimenti delle imprese dotate di un collegio sindacale è pari a un terzo di quello che contraddistingue le società che ne sono prive. L’appello al Presidente della Repubblica affinché intervenga contro questa modifica normativa assume nella lettera anche toni da libro cuore: “le ricadute si rifletteranno principalmente sui liberi professionisti meno affermati, sui più giovani, cui verrebbe così preclusa un’importante opportunità di crescita e di formazione professionale”.

Cari commercialisti, ve lo dico chiaramente: così non va. Le vostre argomentazioni sono deboli e, forse non ve ne rendete neanche conto, ma parlano contro di voi. Se è vero che il tasso di fallimento delle imprese dotate di collegio sindacale è un terzo rispetto a quelle che ne sono prive, vuol dire che i vostri servizi sono importanti per la competitività delle nostre imprese. E visto che i nostri imprenditori stupidi non sono, sono sicuro che sapranno giudicare la cosa e ricorrere ad un adeguato collegio sindacale anche in assenza di una normativa che lo impone. E’ il mercato signori miei…!

Lo stesso ragionamento vale per i giovani professionisti. Per quale ragione le imprese devono essere obbligate ad avere un collegio sindacale con più commercialisti se questo serve a far fare loro esperienza e a farli crescere professionalmente? Perché gli imprenditori dovrebbero finanziare la formazione dei membri del collegio sindacale? E inoltre, se hanno bisogno di crescere professionalmente, che tipo di contributo potranno mai dare alla solidità dei controlli societari e amministrativi?

Il problema dell’Italia è che parliamo di libertà, di sviluppo, di mercato, di competitività da tanti anni ma molti non hanno le idee chiare su cosa significhi. O meglio sanno bene cosa significa solo quando le misure che vengono prese riguardano altri e non toccano i propri privilegi.

Prima o poi dobbiamo smetterla con la protezione dei propri interessi. Il Paese  e le nostre imprese hanno bisogno di meritocrazia, di velocità, di meno burocrazia e più coraggio.

Io sono dell’idea che l’Italia sarà un Paese sano e competitivo solo quando gli unici privilegi che rimarranno saranno quelli basati sulle proprie competenze, autorevolezza e professionalità. Se commercialisti, avvocati, notai e altri professionisti iscritti agli ordini vogliono mantenere i loro privilegi devono smetterla di pensare alle leggi che escono dal Parlamento e cominciare a preoccuparsi seriamente del valore aggiunto che portano alle imprese e ai privati. Non vi è alcun dubbio che un servizio professionale di valore troverà sempre un mercato, troverà sempre qualcuno disposto a pagarlo, anche caro.

Ciò che mi auguro non esisteranno più nell’Italia i domani, sono invece gli obblighi per imprese e privati di pagare per servizi obbligatori che non danno nessun tipo di vantaggio, vere e proprie tasse occulte che gravano sulla nostra economia.

2 thoughts on “Per favore non partiamo con il piede sbagliato: replica alla lettera dei commercialisti

  1. Difficile intervenire tra giuste osservazioni e difesa di posizioni corporative! Non si può però tacere che è di fatto in corso un processo di deresponsabilizzazione del mercato e delle imprese ed enti. Riguardo alla protesta basterebbe ricordare ai “commercialisti” che le recenti riforme della professione spingono verso la costituzione di aziende di professionisti dotate di staff di esperti su varie discipline aziendali quali amministrazione, auditing, legal, e altre conoscenze, che rendono anche con l’assegnazione nominale ad un unico revisore, in qualità di referente legale del cliente, la possibilità di coprire molto più quanto non riescano a fare oggi anche in più di uno. Infatti è semmai più oggi che la loro azione è basata solo su check list formali assolutamente di facciata e inefficaci. Dubito che un organo monocratico se applicato nelle nuova logica possa rappresentare una riduzione di costi, semmai può essere un miglior utilizzo delle risorse impiegate. Ciò che semmai mi preoccupa è il prevalere su vari fronti del “partito dell’economia da rapina” quello che vede in qualsiasi sistema di controllo un impedimento ai propri affari, un ostacolo al fare profitto comunque e a dispetto di qualsiasi regola sociale ed etica. Quindi be vengano approcci moderni a professioni cristallizzate su barricate indifendibili da troppo tempo, ma stiamo attenti con queste presunte semplificazioni ad non abbassare la guardia a favore di un’economia che oggi è illecita quando non criminale.

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