Conta più la forma che la sostanza

In questi ultimi terribili mesi la discussione si è fatta accesa sui numeri necessari per far fronte alla crisi. Si è molto discusso dell’entità della manovra finanziaria (25 miliardi o 30?) sull’incidenza dello spread sul costo del debito, sull’ammontare del fondo salva Stati, sui tassi di interesse della BCE, sul valore delle ricapitalizzazione delle banche. Tutta questa enfasi sui numeri (sostanza), mette in secondo piano un aspetto fondamentale della questione: in una situazione di crisi sistemica come quella attuale, la forma può contare più della sostanza.

In una manovra finanziaria contano tre aspetti:

–          L’entità economica

–          I contenuti della manovra (tagli alle spese, maggiori tasse,quali tagli e quali tasse)

–          Il modo in cui viene gestita e “digerita” la manovra.

Sui primi due aspetti la discussione è ampia e approfondita. I giornali sono pieni di interviste, editoriali e opinioni riguardanti l’entità e la qualità della manovra finanziaria che ci accingiamo ad approvare. L’ultimo punto è molto meno presente nella discussione sui media ma, a mio avviso, è oggi quasi più importante dei primi due.

Provo a spiegarmi. Una manovra da 40 miliardi di euro che arriva all’approvazione con l’insorgere di scioperi generali, la pubblicazione quotidiana sui giornali di ipotesi di emendamento e ritocco,  un iter parlamentare incerto sui tempi e le continue prese di posizione a difesa dei diritti di questa o quella categoria professionale, può avere minore effetto di una manovra più leggera approvata con tempi stretti e certi dal Parlamento, con il massimo allineamento dei partiti e delle parti sociali e con l’assenza di rivendicazioni di ordini e corporazioni.

Di questo In Italia sembriamo non avere consapevolezza. In termini di credibilità del nostro Paese quanto costano i 1300 emendamenti proposti dal Parlamento? Quanto costano gli scioperi proclamati dai sindacati? Quanto costano le minacce dei commercialisti, degli avvocati, dei taxisti, dei farmacisti a boicottare la manovra? Quanto costano le continue ipotesi di modifica della manovra pubblicate sui giornali?

Sono questi i costi che fanno continuamente innalzare i fabbisogni finanziari dell’Italia. Se i mercati non percepiscono una situazione di stabilità e di certezza sui contenuti, sui modi, sui tempi e  sull’accettabilità delle manovre finanziare faticosamente elaborate dal Governo, le nuove tasse che siamo chiamati a pagare non serviranno a nulla e domani saremo chiamati a pagarne di nuove per rincorrere le esigenze di rassicurazione che ci arrivano dagli investitori.

Mostriamoci noi italiani, per una volta almeno, uniti. Se può essere utile, facciamo finta di dover disputare una finale dei Mondiali. Soffochiamo (anche dolorosamente) le nostre perplessità, i nostri distinguo, i nostri mal di pancia, le nostre rivendicazioni. Facciamo buon viso a cattivo gioco. Discutiamo in maniera costruttiva solo di poche modifiche unanimamente migliorabili e dimostriamo che tutti sono disposti ad accettare l’amara medicina. Questo ci consentirà di uscire più velocemente dalla crisi e di non dover pagare ancora di più fra pochi mesi.

Cari commercialisti, avvocati, farmacisti, taxisti e professionisti iscritti all’ordine le vostre proteste di questi giorni hanno avuto l’effetto di spostare le liberalizzazioni di 6 mesi. Probabilmente sarete fieri di questo risultato. Non siatelo. Il segnale che è arrivato al mercato è che l’Italia non è riformabile, che anche questo Governo non ha la forza di cambiare questo Paese e che l’innesco di una positiva spirale di crescita resterà probabilmente un chimera per i prossimi anni. Risultato? La crisi potrebbe peggiorare con effetti disastrosi per tutti. E’ questo che volete?

Cari sindacalisti, a cosa serve lo sciopero che avete indetto? E’ certamente giusto cercare di modificare alcune (poche) misure considerate non eque, ma la partita non la si gioca con gli scioperi. Lo stop del lavoro non modifica l’esigenza del governo di racimolare miliardi per calmare i mercati. Allo sciopero inoltre possono partecipare solo le solite categorie di lavoratori e pensionati. Chi rappresenta i giovani? Se non modifichiamo le pensioni (non che io sia entusiasta della cosa) come rendiamo sostenibile il nostro sistema pensionistico?

E infine mi rivolgo ai politici e qui non utilizzo il termine “cari”. Dal momento che non siete stati in grado di far fronte alla crisi e di accrescere la competitività dell’Italia nell’ultimo ventennio, abbiate almeno il buon senso di tacere, di evitare i distinguo e di smetterla una volta per sempre di pensare ai vostri ritorni elettorali.  Se non usciamo in fretta dalla crisi ci sono ben altri problemi che perdere qualche punto percentuale di consenso.

2 thoughts on “Conta più la forma che la sostanza

  1. Ciao Alessandro,
    Se si potesse essere d’accordo al 110%, io lo sono!
    Purtroppo la ragione non e’ molto di casa, ne’ una visione sistemica e orientata al futuro. Nonostante cio’ non rinunciamo a esporla dove e come possibile

  2. Caro Ale, hai ragione: il balletto ridicolo di politici e lobbies sulla manovra ha molto più impatto sui mercati dei suoi contenuti meramente contabili (e infatti lo spread in questi giorni sta risalendo). Scontiamo la discrasia di un governo tecnico che deve passare le forche caudine di lobbies parlamentari per varare qualunque provvedimento. In questo modo le misure anti-evasione sono blande, le riforme liberalizzatrici dei mercati abortiscono, i privilegi vengono solo sfiorati.
    Hai perfettamente colto il punto: nonostante l’imponenza numerica della manovra ciò che arriva dritto ai mercati è l’irriformabilità del Sistema Italia, perennemente in ostaggio delle sue caste. Lo ha espresso benissimo Crozza l’altro giorno a Ballarò (di questi tempi i comici sono le più attendibili e lucide fonti di riflessione): il pensiero mafioso (inteso come approccio anti-sistemico, finalizzato alla strenua tutela di interessi particolaristici) permea tutto il nostro Paese. I politici sono solo la punta dell’iceberg e il vecchio caro Winston aveva perfettamente ragione: ogni paese ha il governo che merita.

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