Economia e modelli finanziari senza visione sistemica

Non si riesce ad uscire da questa terribile crisi che sta devastando popoli e Paesi da più di cinque anni. Sono state proposte moltissime ricette per superarla  e alcune di queste provengono addirittura dagli stessi protagonisti che hanno contribuito alla sua genesi o alla sua espansione. Non aggiungerò, poiché non ne sono in grado, una nuova ricetta miracolosa. Voglio però sottolineare come alcune delle iniziative e delle situazioni che si sono venute a creare in questi ultimi anni sono assurde e controproducenti  se considerate da un punto di vista sistemico.

Iniziamo dalla diatriba BCE-Bundesbank, in cui pare che il conflitto sia tra l’italiano Mario Draghi che vuole difendere i Paesi più indebitati (tra cui naturalmente l’Italia) e l’inflessibile Germania, paladina del rigore che non vuole pagare per i debiti altrui. Messa in questi termini  la questione è priva di senso. Il problema da affrontare è che, nonostante i governi dei Paesi più indebitati nell’ultimo anno abbiano preso misure importanti per ridurre i deficit e siano quindi oggi in una situazione migliore rispetto a quella dell’anno scorso, a causa della speculazione internazionale, sono costretti a pagare spread altissimi che annullano i benefici delle riforme e impediscono loro di trovare risorse per la crescita. Il problema in questa fase economica non è più tanto nei fondamentali dell’economia dei Paesi europei più a rischio, quanto nell’attacco speculativo cui sono sottoposti da mesi.

Si è fatto tutto il possibile per evitare questa situazione? Vi erano modi migliori? La risposta alla prima domanda è no. La risposta alla seconda è sì, con un semplice bluff. Se la Germania avesse mostrato maggiore lungimiranza e consapevolezza sistemica, già molti mesi fa avrebbe messo in condizione la BCE di fermare sul nascere ogni attacco speculativo.

Siamo disposti a tutti per salvare l’euro” ha detto Draghi qualche settimana fa. Gli spread sono immediatamente scesi. Due giorni dopo ci sono stati i distinguo della Bundesbank e lo spread è risalito (e chi lo paga…?). Se a gennaio 2012 una voce autorevole univoca e non smentita da nessuno avesse dichiarato ciò che ha detto Draghi in maniera isolata e con molte voci di dissenso più o meno ufficiali poche settimane fa, lo spread non sarebbe mai salito oltre i 500 punti i Governi avrebbero quindi avuto maggiori risorse per far ripartire l’economia e l’Europa sarebbe stata percepita come più unita.

Perché lo definisco un bluff? Perché, in situazioni come queste, non è importante scontrarsi politicamente per strappare qualche miliardo di euro di aiuti in più o in meno dopo lunghissime negoziazioni interne. Sono proprio la negoziazione e il conflitto che alimentano la speculazione. Sarebbe stato molto più furbo, non quantificare il sostegno e bluffare sin dall’inizio sugli aiuti illimitati (naturalmente a fonte di politiche di equilibrio dei conti dei diversi Paesi) a sostegno dell’Eurozona. Quale speculatore avrebbe avuto il coraggio di andare a verificare il bluff mettendosi potenzialmente contro la BCE e l’Europa unita? Il risultato finale sarebbe stato che gli spread sarebbe stati inferiori e di conseguenza, inferiori sarebbero stati i sostegni europei, con buona pace degli Weidmann di turno. Senza dimenticare gli enormi ritorni reputazionali e politici che avrebbe avuto l’Unione Europea.

Altra situazione paradossale. I modelli finanziari rischio-rendimento ci insegnano che a fronte di un rischio di credito più elevato, l’investitore deve applicare un tasso di interesse più alto volto a compensare la maggiore esposizione al rischio. Il rischio di credito, tra l’altro, si riduce nei periodi di espansione economica, mentre aumenta nei periodi di recessione.

Dal punto di vista sistemico l’adozione di questo modello, pur largamente accettato e adottato, è inspiegabile e controproducente. Non bisogna essere geni per capire che se ad un “debitore debole” si applicano interessi elevati, si riduce ulteriormente la sua possibilità di onorare il debito innescando la classica profezia che si auto-avvera. Questo di fatto è quello che sta avvenendo tutti i giorni sia a livello macro che microeconomico. Ecco quindi che gli interessi chiesti alla Grecia per ottenere gli aiuti (mai termine è stato mal utilizzato) sono alle stelle, rendendo finanziariamente e politicamente difficile per il Governo onorare gli impegni presi. Nello stesso modo, a  livello micro, banche e aziende eroganti credito, quando non chiudono i rubinetti, alzano i tassi richiesti ai clienti più a rischio che, puntualmente, non riescono a pagare le rate. Il risultato è che le strutture di recupero credito crescono e sono chiamate a svolgere un super lavoro che spesso non dà i risultati sperati. La conseguenza finale è una doppia perdita per l’ente erogatore: un costo dovuto alla perdita del capitale erogato e un costo dovuto agli investimenti nell’attività di recupero crediti. Il risultato per il Paese è un’economia bloccata e consumi ai minimi. Quello che in gergo finanziario viene definito “premio volto al recupero della perdita attesa” non fa che avverare l’insorgere della stessa perdita attesa.

Un ultimo esempio non legato alla finanza. Questa crisi drammatica ha creato un fortissimo disagio sociale. Molti lavoratori hanno perso il proprio posto e moltissimi giovani non riescono a trovarne uno. In questo contesto è  certamente giustificato il ricorso a forme di protesta che rendano visibile la situazione di difficoltà che stanno vivendo i lavoratori delle aziende in crisi. La forma di protesta più diffusa è lo sciopero, ovvero l’astensione volontaria e non pagata dal lavoro. Io ritengo che in questa crisi così difficile lo sciopero in alcuni casi (e sottolineo in alcuni casi), possa innescare lo stesso circolo sistemico negativo che abbiamo visto a proposito della finanza. Penso sia importante che lavoratori e sindacalisti comincino a riconoscere quando lo sciopero rappresenta uno strumento efficace per migliorare le condizioni dei lavoratori e quando invece possa essere un ostacolo a questo obiettivo. Un uso indiscriminato di questo strumento può infatti innescare dinamiche che aggravano lo stato di crisi del sistema micro e macroeconomico.

Vi sono sostanzialmente due tipologie di situazioni che possono determinare il ricorso allo sciopero da parte dei lavoratori. La prima situazione è il caso di un’azienda che intende ristrutturare, licenziare o negare migliori condizioni economiche ai lavoratori per garantire, a fronte della crisi, livelli di profitto accettabili per i propri azionisti. In casi come questo, lo sciopero, oltre ad essere legittimo, risulta essere anche efficace in quanto l’astensione dal lavoro incide negativamente sulla variabile che  l’azienda sta cercando di proteggere: il profitto e la produttività. Impone inoltre all’impresa un conto da pagare in termini reputazionali.

Diverso è il caso dell’azienda che intende ristrutturare o negare migliori condizioni economiche ai lavoratori per sopravvivere in un mercato in crisi. Il caso forse più emblematico in Italia è stata forse la vicenda Alitalia di qualche anno fa in cui i lavoratori di un’azienda in forte crisi scioperavano accrescendo la crisi dell’azienda stessa. Oggi vi sono moltissime situazioni meno note di Alitalia, ma molto simili. Si pensi, ad esempio a quanti stabilimenti in Italia sono a rischio chiusura in quanto non più competitivi nei confronti dei siti produttivi situati in altri Paesi. Spesso il problema non è solo un costo del lavoro più elevato ma anche un livello di qualità e di produttività che non compensa neanche lontanamente il maggior costo del lavoro. In casi come questi lo sciopero rappresenta uno strumento privo di senso dal punto di vista sistemico. Astenersi dal lavoro fa perdere denaro al lavoratore e allo stesso tempo accelera il processo di ristrutturazione o chiusura dello stabilimento.  Lo sciopero rappresenta quindi l’innesco della profezia che si auto-avvera. Si pensi ad un possibile acquirente che sia interessato a rilevare il sito o l’azienda. Sarà incentivato all’acquisto vedendo i lavoratori dello stabilimento ricorrere a continui scioperi o, peggio, a forme di protesta ancora più dure? Cosa provocano inoltre gli scioperi? Il montare di un clima di ostilità tra management e lavoratori, un peggioramento della motivazione, della produttività e della qualità della produzione, nonché la crescita di assenteismo e di infortuni. Tutti aspetti che non fanno che aggravare la situazione dell’azienda e le ripercussioni sui lavoratori della stessa (nello stesso modo gli scioperi generali non fanno che aggravare le condizioni economiche del Paese e il disagio sociale che intenderebbero combattere.)

Cosa fare quindi per protestare in situazioni simili senza innescare la profezia che si auto-avvera? So che potrebbe sembrare utopistico, ma in casi come questo occorrerebbe fare esattamente l’opposto dello sciopero: ovvero lavorare senza voler volontariamente percepire lo stipendio. Il danno per il singolo sarebbe lo stesso (anche scioperando il lavoratore non percepisce denaro), ma l’effetto sull’azienda sarebbe anticiclico. Inoltre la visibilità della protesta presso i media e l’opinione pubblica sarebbe comunque garantita: non c’è dubbio che sarebbe la classica notizia dell’”uomo che morde il cane”, per definizione appetibile dalla stampa. Di diverso impatto mediatico, anche se egualmente anticiclico, è il ricorso ai contratti di solidarietà, da tempo introdotti per salvaguardare i posti di lavoro di aziende in crisi.

Una prova del fatto che una soluzione come questa non rappresenta solo pura utopia l’abbiamo avuta dal comportamento dei lavoratori di British Airways nel 2009. Willie Walsh, l’allora Amministratore delegato della compagnia, il 16 giugno 2009 ha inviato una mail ai 30.000 dipendenti dell’azienda spiegando che British Airways stava lottando per la sua sopravvivenza, chiedendo quindi un appoggio in questa difficile situazione economica. La mail di Walsh è stata duramente attaccata dai sindacati, tuttavia la risposta dei lavoratori alla richiesta dell’Amministratore delegato è stata molto positiva: oltre 800 lavoratori hanno accettato di lavorare gratis per un mese (tra questi naturalmente anche Walsh), 4000 di fare ferie non pagate e 1400 di passare al part-time. Inutile dire che la Compagnia si è salvata e nel 2011 ha realizzato 679 milioni di sterline di profitti prima delle tasse. C’è naturalmente da sperare (cosa di cui purtroppo non sono sicuro) che i sacrifici dei lavoratori siano stati riconosciuti e ricompensati adeguatamente in seguito al miglioramento dell’andamento aziendale.

Ho citato tre casi molto diversi tra loro ma accomunati dall’inconsapevolezza o dalla sottovalutazione delle dinamiche tipiche dei sistemi. Ogni giorno la lettura dei giornali ci pone davanti a situazioni simili a queste. Gli esperti o le persone ritenute più idonei a gestirle (politici, sindacalisti, manager, ecc) giungono talvolta  a soluzioni che, sebbene tecnicamente corrette, finiscono con l’avere effetti controproducenti. E’ importante che questi signori comprendano bene che queste retroazioni non debbano essere considerate come imprevedibili. Tali saranno solo se la loro consapevolezza sistemica non cresce drasticamente.

2 thoughts on “Economia e modelli finanziari senza visione sistemica

  1. Ciao Alessandro, bell’articolo, come sempre, ma la domanda fondamentale è forse perchè il pensiero sitemico non venga adottato. Conosco e seguo il fondamenti del System Thinking o pensiero sistemico da molti anni, e ancora oggi negli incontri e nei dibattiti ci si chiede perchè non venga adottato visto che, come giustamente fai notare, si potrebbero evitare molti errori del tipo che sopra evidenzi.
    La risposta che ormi si sta consolidando è che l’azione dell System Thinking è sostanzialmente proattiva e quasi tutte le nostre esperienze quotidiane, mentre si svolgono, appaiono come un “anello aperto”, e cioè non sembrano derivare da processi continui reciproci, come una Prospettiva Sistemica ci mostra ad una riflessione. Invece per chi vive il quotidiano appaiono e sono sentiti come avvenimenti a senso unico. Ad esempio, abbiamo fame, mangiamo e la fame sparisce. O ancora: siamo in ritardo, schiacciamo l’acceleratore, e arriviamo in tempo. Tale serie di avvenimenti è, al momento di essere vissuta, molto simile a quello che proveresti in una gare di tiro a segno: compare il bersagli, tiri, vedi il pnteggio, e arriva il nuovo bersaglio.
    La sensazione che si prova dal flusso di tali esperienze è quella di confrontare un’ondata di “fai questo, fai quello” che balzano fuori e che poi deve essere “affrontata”. Gli individui non hanno molto senso del loro ruolo nel creare questa ondata. Loro sono semplicemente i “tiratori”. Gente che lavora. Qualcun altro controlla quello che capita lungo la strada. Per molti vivere è rispondere, e ancor più per chi deve decidere di continuo sia un’impresa sia una politica economica.Solo ex-post se non si è sollecitati di continuo si riesce a discernere gli aspetti sitemici. Ovvero solo se si riesce a “vivere” una situazione di sguardo dall’alto si può ragionare e applicare un approccio sistemico.
    Inoltre le persone che contano su un monopolio delle informazioni, un’abilità tecnica specifica, o confini di territorio ben demarcati per sostenere il loro senso di potere personale troveranno, di conseguenza, minaccioso il System Thinking. Perseguendo un problema tramite il System Thinking, infatti tendenzialmente sconfinerai i confini disciplinari, culturali e funzionali. L’obiettivo della ricerca è di trovare come il tessuto di interdipendenze sta creando il problema. A questo punto i “confini” di azione e influenza individuale sfumano e può essere percepito come una perdita di potere o individualità. Acor più rilevante è trovarsi di fronte all’iconsistenza o inapplicabilità di “principi”, politici o sociali, che rischiano di essere ridicolizzati dall’approccio sitemico, Chiarissimo l’esempio che fai dell’azione dei sindacati che non rinuncerebbero alla loro azione tradizionale che percepiscono come la sconfessione dei loro credo. Quindi il dibattito su come introdure il pensiero sitemi nelle organizzazioni e nell’operatività è un bel tema di discussione che spero in cuor mi trovi una soluzione.

  2. Sono pienamente d’accordo con la tua disamina Alessandro, Hai descritto molto bene le difficoltà e le resistenze nell’adottare una prospettiva sistemica. Grazie.

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