Paradossi delle previsioni lineari

Secondo un rapporto OCSE nel 2060 la Cina produrrà il 28% del PIL della Terra contro il 17 di oggi, gli Stati Uniti scenderanno dal 23 del 2012 al 16%, l’India dal 7 salirà al 18%. Sempre secondo le previsioni dell’OCSE India e Cina hanno oggi insieme un’economia che pesa meno della metà dei Paesi del G7. Nel 2060 l’economia di Pechino e Nuova Delhi varrà più di una volta e mezzo del G7.

Questi report previsionali sono curiosi. Non abbiamo idea di quando ripartirà l’economia globale (Monti dice 1 anno e la Merkel 5 anni… mi piacerebbe sapere su quali basi avanzano queste affermazioni) e ci lanciamo in queste previsioni a lungo termine. Il vizio, come al solito, è la linearità dell’approccio previsionale.  Alla base della previsione di lungo termine vi è la proiezione futura degli attuali indicatori di crescita. Ma il mondo, le economie, le società sono rappresentabili in questo modo così miope?

Utilizzando lo stesso criterio lineare potremmo dire che se la Cina raggiungesse una media di 3 automobili ogni 4 abitati come accade negli Stati Uniti, ciò corrisponderebbe a 1,1 miliardi di automobili, mentre il pianeta ne conta attualmente circa 1 miliardo, e le infrastrutture necessarie (reti stradali, parcheggi) occuperebbero una superficie approssimativa uguale a quella destinata alla coltivazione del riso. Ma a quel punto esisterebbero ancora i cinesi?

Queste previsioni ricordano moltissimo i piani strategici e i business plan delle aziende in cui all’inizio si prevede di guadagnare poco o niente, il secondo anno che i ricavi comincino a salire e dal terzo anno in poi soldi a palate. Mi viene sempre in mente un’affermazione di Ricardo Semler di SEMCO: “Posso scrivere in pochi minuti il piano strategico dei prossimi 5 anni di qualsiasi azienda: “cresceremo del 5% il primo anno, del 10% l’anno successivo e del 15% dal terzo anno.” Avete mai visto un piano strategico che dice: “cresceremo del 5% il primo anno, successivamente avremo una grossa perdita, e il terzo anno ci sarà una fusione? Io no.

Nemmeno io.

9 thoughts on “Paradossi delle previsioni lineari

  1. Ciao Ale. Anche io trovo molto criticabile, di quel rapporto OCSE, la scarsa tenuta in conto dei possibili fenomeni di rottura (come eventuali grandi default debitòri, interruzioni drammatiche del commercio mondiale per ragioni belliche, colli di bottiglia nello sviluppo dovuti ad abusi delle risorse naturali, …).

    Forse i possibili accadimenti drammatici (ai quali pure si accenna nel paragrafo metodologico) sono ignorati per ragioni di political correctedness. L’OCSE non ha il coraggio di scrivere: «Ecco quale sarebbe l’impatto di un default dell’Italia, oppure di una rivoluzione in Cina, oppure di una guerra tra India e Pakistan».

    I fenomeni di rottura sono, beninteso, imprevedibili: tuttavia una ponderazione della loro probabilità complessiva di evenienza dovrebbe riflettersi sulle estrapolazioni, conducendo al disegno di grafici a forbice, che gli economisti usano spesso ma che in questo malaccorto report non vedo.

    Il senso, smaccato, di questo rapporto, mi sembra solo quello di incoraggiare politiche di sviluppo a oltranza nei Paesi OCSE, dei quali si prospetta (con poca immaginazione) il declino sullo scacchiere globale. Ha tutta l’aria di un dossier fatto fare da qualcuno contro o a favore di qualcun altro.🙂

  2. Totalmente d’accordo Paolo. Mi chiedo per quale ragione i media non ne parlino in maniera critica. Capisco l’uso politico, ma non ci sarà anche un po’ di superficialità? Continuo a leggere editoriali e articoli di approfondimento su report che non hanno alcun solido fondamento. Solo politica o anche “ignoranza”?

  3. L’ignoranza è di gran lunga la moneta più inflazionata!

    Tuttavia in questo caso io mi sento di criticare soprattutto gli esperti (OCSE), i quali hanno cucinato una comunicazione che i media faticherebbero troppo a interpretare. Sono gli economisti dell’OCSE che [in materia economica] devono scrivere cose ragionevoli, non i giornalisti a doverli correggere…

    • L’enorme enfasi sulle faccende economiche e finanziarie fa sì che il sistema mediatico sia affollato di economisti. Inevitabilmente, non tutti sono first class. Molti sono consulenti aziendali travestiti da studiosi, altri sono aspiranti politici che si fingono economisti, altri ancora giornalisti con qualche confuso ricordo di scuola…🙂

  4. Ottimi spunti, Alessandro! Fatico però moltissimo a inoculare nelle aziende per le quali ho lavorato e lavoro il concetto di non-linearità: obiettivi, budget, decisioni… tutte “facilitate” da una visione lineare e, per lo stesso motivo, smentite dalle “prevedibili imprevedibilità”!
    Ad maiora!
    Nicola

  5. Ciao Nicola: questo ti accade perché voi complessologi a volte usate un linguaggio che intimidisce i clienti! Per convincerli sul punto in questione, anziché parlare di “non linearità” ti basterebbe spiegar loro che già negli anni Cinquanta la US Navy introduceva le possibili discontinuità nel forecasting. Fagli vedere come si fa aiutandoti con un tool di project management su pc: si possono inserire le discontinuità come “contingencies” e se ne ottengono dei PERT modificati e dei grafici a forbice.
    Per gli economisti, questa è routine. Ecco perché il rapporto OCSE in questione mi induce a sospetti di distorsione da political correctedness.

    • Grazie Paolo (non tanto per il “voi complessologi”…🙂 quanto per la critica costruttiva riferita al Linguaggio). Prendo nota della tua osservazione sul Linguaggio e cercherò di ridurre i termini e concetti più fisici/ingegneristici… ce la farò🙂
      Temo però una buona dose di “pregiudizio”, che in Italia investe QUALSIASI discorso scientifico….
      Ma non dispero: il momento opportuno (“kàiros”) di una reale cambiamento culturale è ormai prossimo “complice ” questa Crisi ancora ai primi stadi…
      Non tutto viene per nuocero…
      thanks!!!!
      Nicola

  6. Pingback: Letture – Il Segnale e il Rumore | Competere nella complessità

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