Educhiamo gli educatori prima ancora degli studenti

scuola-noiosa (1)Il Corriere della Sera oggi dedica un’intera pagina alle presunte difficoltà dei ventenni a concentrarsi. Questo “allarme attenzione” è stato lanciato da un gruppo di 40 docenti italiani appartenenti al network Athena della Fondazione Pubblicità Progresso. I professori lamentano una forte diminuzione della capacità di analisi, di ascolto e di apprendimento degli studenti universitari e mettono sotto accusa il multitasking reso possibile dalle nuove tecnologie. In sostanza ad essere sotto accusa è l’uso di IPad e smartphone che, rendendo possibile ai giovani l’accesso ad un universo infinito di conoscenze, stimoli, notizie ed esperienze, renderebbe superficiale la loro visione della realtà, abbasserebbe la loro capacità di pensiero critico con effetti negativi sull’apprendimento.

Cosa propongono quindi i professori del network Athena? Vietare l’uso di smartphone e IPad in aula, confinando il loro uso solo alle ricerche con fini didattici, e rivalorizzare l’insegnamento del latino e del greco e della scrittura a mano… direi che manca solo il ritorno dell’obbligo al “Voi” nei confronti dei professori e il ripristino delle punizioni corporali e poi il quadro è completo.

Può anche darsi che ci sia una maggiore difficoltà all’ascolto da parte dei giovani di oggi ma la colpa non è certo da imputare alla tecnologia, ma all’immutabilità, da parte di certi docenti, dei metodi di insegnamento in aula. I ventenni di oggi con un movimento del dito possono trovare qualunque informazione, soddisfare ogni tipo di curiosità, confrontarsi con gli altri su ogni genere di argomento in tempo reale. E’ evidente che gli stimoli intellettuali e sensoriali a cui hanno accesso sono molto superiori rispetto alla generazione precedente. Se perdono interesse nei confronti della didattica scolastica è perché questa spesso è incapace di produrre gli stessi stimoli intellettuali ed emotivi che i ragazzi possono trovare al di fuori della scuola. In quest’ottica puntare sullo studio del latino e del greco tornare a scrivere a mano, sono esattamente quel genere di soluzione che aggraverebbe il problema invece di superarlo.

Prima di mettere in discussione i giovani, la loro capacità di apprendimento e il loro spirito critico forse questi professori dovrebbero mettere in discussione le loro modalità di insegnamento. Dobbiamo aiutare i ragazzi ad affrontare un mondo interconnesso, iperveloce e in continua trasformazione. Penso sia difficile farlo se chi dovrebbe svolgere questo delicato ruolo sia ancorato a vecchi schemi di pensiero e a una visione del mondo che il progresso tecnologico e la globalizzazione hanno spazzato via.

Se vogliamo risolvere i problemi di attenzione dei giovani iniziamo a educare gli educatori. La società, piaccia o non piaccia, è in continua trasformazione. Non sarà con il ritorno della scrittura a mano e delle vecchie logiche didattiche che faremo il bene delle future generazioni.

9 thoughts on “Educhiamo gli educatori prima ancora degli studenti

  1. Bell’argomento, davvero importante, Ale. Purtoppo troppo lungo complesso, e tu te ne dovresti intendere di complessità. La verità è che la scuola, al contrario di quello che affermi, si è già adattata, per quanto possibile, o comunque tende ad adattarsi all’epocale cambio di tipo di apprendimento (e non puoi pretendere che lo faccia in tempi brevissimi), e di processi cognitivi della geneazione digitale, che sono stati studiati e confermati. Nessuno lo nega. Si impara in modo diverso certamente, in maniera trasversale, con molti stimoli sensoriali, imitando la struttura di internet, e non più troppo in maniera sequenziale-logico (sto semplificando). Ora abbiamo aule fatiscenti ma con lavagne multimediali e la didattica sta cambiando, pian piano, ovviamente con i tempi che una rivoluzione comporta.
    Ma il problema è proprio l’opposto di quello che dici.
    Si tende ad un apprendimento legato alla tecnologia, alle immagini, alla multimedialità, e va bene, ma il problema è proprio il contrario, cioè che è una generazione che, trovando tutto noioso (o faticoso?), non sa tenere una penna in mano, non sa fare un calcolo senza calcolatrice, non sa fare un ragionamento senza andare a trovare la soluzione su internet, che non sa scrivere, che tende ad appiattire tutto su icone e immagini, e minchiate su facebook, distratto da mille opportunità, davanti ad una quantità di informazioni immensa che occorre gestire con spirito critico (che è poi il vero punto). Senza il giocattolino in mano sono morti.
    La didattica si è adattata, o lo sta facendo (per forza, non so quali siano le tue esperienze in merito), ma la mia opinione è che tutto deve essere equilibrato.
    E tieni presente che non tutti hanno lo smartphone o oggi possono permettersi l’ADSL, per continuare anche a casa ad imparare con le letterine che ballano su uno schermo, perchè è più divertente ed interessante.
    Come (quasi) sempre, la verità sta nel mezzo e nell’equilibrio.
    Ma poi fammi capire: vuoi fare imparare il latino SOLO con Paperino che va da Cleopatra? Ogni cosa si presta più o meno, Ma poi perchè imparare il greco? basta andare su google traduttore. Seguendo il tuo ragionamento, allora occorre ridiscutere tutto, compreso cosa studiare, tenendo conto che ti porti dietro su un telefono tutto il sapere mondiale. Che minchia serve studiare la maggior parte delle cose, geografia, storia, greco? Perchè cambiare solo il metodo didattivo? Tanto hai il telefono in mano, basta insegnare a cambiare la batteria.
    E’ comunque sicuro che tra 30 anni il supporto su cui stanno studiando ora i tuoi figli non lo potranno utilizzare. Il mio libro di trigonometria è sempre qui.
    E il mondo non è digitale. E la conoscenza non è wikipedia, al massimo è un veloce ed utile ausilio. E la massa di informazioni bisogna saperla utlizzare, altrimenti è come non averla. E chi ti mette le cose in modo carino ed interessante ti fotte, Se non sai capire le cose meno carine ed interessanti (o più faticose).
    Probabilmente quei 40 docenti si sono rotti le palle di farsi il mazzo per rendere interessanti argomenti che lo sono solo se li capisci e li studi e solo se ti interessano davvero, a ventenni rincoglioniti da un telefono (non a dodicenni), Forse la questione è in effetti semplice.
    Adios!

  2. Andrea, io ho una visione meno pessimista. Insegno ai ragazzi dell’Università e in un Master post-universitario e non ho visto nulla di tutto ciò. Se la lezione è interessante e si ricerca il dialogo e il coinvolgimento con gli studenti, i telefonini restano sul tavolo e si usa l’Ipad solo per fare degli approfondimenti e delle verifiche. Avevo già scritto su questo argomento un po’ di tempo fa.(https://complessita.wordpress.com/?s=pensiero+critico). Come vedrai, anche dai commenti a quel post, il punto per me rimane l’educazione degli educatori. Tornare al latino o a scrivere a mano serve a dare maggiori certezze a certi insegnanti, non a sviluppare il pensiero critico dei giovani.
    Ciao!

  3. Io credo sia fondamentale educare gli educatori e non sono d’accordo che la mancanza di interesse sia dovuto solo alla presenza massiccia della tecnologia.
    Il problema che il mondo, la società è in evoluzione continua e sempre più veloce. La scuola è troppo lenta, troppo statica, legata a programmi, libri, burocrazia e poco creativa.
    Ci sono docenti appassionati che fanno di tutto per adattarsi ai cambiamenti della società cercando di cogliere ciò che può essere utile a migliorare la relazione con i propri ragazzi. Sono coloro i quali non aspettano il corso di formazione, non si preoccupano di non ricevere nessun contributo economico per qualche ora dedicata allo studio personale finalizzato alla docenza. Sono coloro che hanno scelto di fare questo lavoro guidati dalla passione per i ragazzi e consapevoli dell’importanza del proprio ruolo (malgrado i pochi riconoscimenti della società attuale) Poi ci sono quelli che vedono tutto nero, per i quali tutto è inutile, tutto è complesso, tutto è contro; sono quelle persone che non si mettono in discussione, quelle che reputano responsabili di tutto sempre qualcun altro. Non nego che a volte sia difficile ma perchè aspettare che siano sempre gli altri a cambiare? perchè non iniziare mai da se stassi?
    Dewey ai suoi tempi parlava di comunità di pratiche e di apprendimento, vedeva lo studente al centro dell’aula, protagonista attivo del suo apprendimento; il docente per Dewey è una guida, in grado di stimolare la curiosità, problematizzare e infine colmare, con il suo sapere, le incertezze della classe che non è una classe ma è un gruppo (e la differenza non è cosa da poco, ma è un’altra storia). Ai tempi di Dewey non esisteva tecnologia ma, probabilmente esisteva il problema di un apprendimento utile ed efficace.
    Indipendentemente dall’uso di tablet ecc, in classe o fuori è arrivato il momento di mettersi in discussione e fare un’analisi sul modo di insegnare invece di continuare a trovare alibi.
    Gli strumenti didattici possono essere utilizzati in modo assolutamente creativo, senza che venga penalizzato il contenuto. Materie umanistiche insegnate attraverso l’uso della tecnologia possono essere accattivanti e gli studenti possono essere attivi nel proporre, creare contenuti, imparare in modo differente.
    Se il tablet verrà utilizzato come un libro o un blocco appunti e la lim come una lavagna senza la polvere di gesso, non si cambierà nulla e il corpo docente perderà un’occasione: quella di essere protagonista insieme ai ragazzi di un cambiamento epocale dove l’esperienza può essere veramente una guida e un riferimento per la formazione di adulti critici e responsabili.
    Elisa Benzi

  4. Forse non avete letto il mio commento, o forse giustamente, il problema è il mio che non mi so spiegare. Ho detto in modo niente affatto pessimista che la scuola (o chi si occupa di pedagogia) conosce perfettamente l’argomento, e la scuola si sta da tempo adattando (i tempi di adeguamento non possono essere veloci, è come pensare che da domani la Francia abbandoni il nucleare per passare al gas. Si può fare, ma passerebbe una generazione come minimo). Tutti i programmi della scuola ormai adottano teorie delle intelligenze multiple, personalizzazione e individualizzazione dell’apprendimento, tecniche didattiche, costruttivismo, learning by doing, comportamentismo, pensiero laterale e “cosebanaliedovviedetteconparolegrosseoppureininglesechefamoltofigoismo”. Si stanno pure eliminando i libri! Cosa vuoi di più!

    Personalmente nei miei 20 anni di scuola ho sempre avuto professori che non sapevano insegnare in larga parte (tutti gli errori e orrori dell’insegnamento li ho sperimentati, forse per questo ho uno spiccato (o almeno credo) senso critico, che mi porta a non banalizzare mai questioni complesse). Ma la scuola e gli insegnanti si stanno adattando, ed ovviamente ci vuole del tempo, Ogni sistema dinamico ha una risposta che necessariamente è più o meno ritardata. E non si può pretendere che tutti gli insegnanti siano tutti fenomeni di tecniche didattiche. Non è questo il punto,
    Alessandro, tu insegni a gente che è già motivata, che non sono rappresentatvi degli “studenti”. E probabilmente insegni argomenti che si prestano ad essere affontati in modo attivo, problem solving (che locuzione meravigliosa, intelligente, adatta al mondo moderno) o come cavolo vuoi, questo senza però potere induttivamente generalizzare alla “scuola”. Evidentemente quei 40 insegnanti avranno avuto dei problemi di tipo contrario, questo senza dovere per forza etichettarli come retrogradi. Dall’esperienza si DEDUCE, chi non deduce è un dogmatico.

    Infatti dicono “perdità di analisi e pensiero critico”. Senza queste, puoi avere tutti gli IPAD che vuoi, ma rimani sembre un idiota, Internet è un mare di merda in cui devi trovare un cioccolatino. Il problema è esserne capaci.
    Aggiungo che matematica, logica e lingua corretta scritta sono concetti ormai obsoleti, magari non nei tuoi studenti, ma in generale. E questo probabilmente è tutto collegato. E magari qualcuno lo avrà capito, senza parlare in -ismi, ma perchè lo ha sperimentato. Quindi non dividerei il mondo il retrogradi e avanguardia.

    Non è una questione OR (o questo o quel metodo, bianco e nero, vero e falso), è una questione AND, e di equilibrio. Non mi pare una visione pessimista.
    Sei tu, Alessandro, che hai messo in mezzo la tecnologia, dicendo che gente abituata all’IPAD non può studiare greco con la penna (perchè? chi è abituato a giocare a FIFA2012 non può tirare due calci reali?). E chi lo dice? Forse però non è nemmeno interessata a studiare il greco. Ed è quello che ho detto.
    Che un insegnante debba sapere motivare gli studenti o rendere la materia interessante, non ci volevano certo Dewey, Novak, o Piaget o il papa, non mi sembra un concetto cosi incredibilmente elevato ed astruso. Lo sapeva anche Pitagora.
    Probabilmente i tuoi studenti hanno tutti l’IPAD. Quindi tutto il resto della popolazione studentesca dal’asilo all’univesità ha l’IPAD e vuole imparare con Imovie, youtube e wikipedia, ipertesti, nani e ballerine e giochi di ruolo (o role-playing, scusa… vuoi mettere)
    Non ho detto che per insegnare il greco ci voglia per forza la lezione noiosa.
    Sei tu che hai detto che la scuola è indietro mentre il mondo va avanti, però con idioti che senza tecnologia sono morti (senza generalizzare).

    CHE LA TECNOLOGIA renda noioso tutto il resto, non lo dico io. E’ scientifico. La Tecnologia ha cambiato la percezione di tempo e spazio e di modi di apprendimento, in modo associativo e simultaneo o MULTITASKING (giusto per non farci mancare nulla), è scientifico e abbastanza ovvio, quindi occorre adattarsi ad assecondare le nuove modalità di apprendimento, e fin qui va bene, ma senza dimenticare che esiste anche la realtà.
    Va bene adeguarsi alle nuove menti, ma le nuove menti devono pure essere in grado di fare a meno della tecnologia. Il punto è che è sempre più difficile.
    Non ho detto che bisogna evitare la tecnologia o fare solo con la tecnologia. Tutt’altro. Il buon insegnante sa rendere interessante anche la lista della spesa, senza tecnologia. E’ questo il punto. Sto contestando proprio il contrario. Che ci voglia per forza, perchè cosi è. E lo sta dicendo un ingegnere, non un archeologo. Io faccio calcoli con la tecnologia, ma se mi serve li faccio con una penna. Perchè so farli.
    EQUILIBRIO. Pro e contro. Non fa male.
    ciao ciao.

  5. Caro Andrea, mi piace molto la passione con cui partecipi a questa discussione. Provo a rispondere ad alcune tue considerazioni. Parto da quelle che condivido. Sono d’accordo con te che ci vuole tempo per adattare la scuola e i metodi d’insegnamento alla realtà che cambia e mi piace moltissimo l’esempio dell’AND e non dell’OR. Quello che cercavo di sottolineare con il mio post che la direzione proposta da quei 40 docenti non mi sembra vada nella giusta direzione. Dire che ci vuole un ritorno allo studio di greco e latino e dell’uso della penna, li trovo rimedi sbagliati. Non che non sia importante che i ragazzi sappiano scrivere a mano o far di conto senza la tecnologia, solo che la ricetta di vietare smartphone e IPad in aula e la costrizione dell’uso della scrittura manuale penso siano soluzioni che sarebbe rigettate (o vissute male) dagli studenti di oggi in quanto troppo lontane dalla realtà che stanno vivendo. E se una soluzione didattica è rigettata, di certo non porterà un maggior apprendimento. Queste scelte inoltre, mi sembrano più funzionali a dare certezze ai professori (il ritorno a un passato tranquillizzante) piuttosto che adeguate al futuro che queste ragazzi dovranno essere preparati ad affrontare.
    Tra l’altro io non ho mai detto che gente abituata ad usare l’IPad non possa studiare greco con la penna. Ho solo cercato di dire che costringere i ragazzi a far finta che la tecnologia non esista vietandone l’uso a scuola non sia il modo più funzionale per incuriosirli e appassionarli ad una materia. Il punto è: qual è il metodo didattico più efficace affinché ragazzi cresciuti a pane e tecnologia, si appassionino alla materia, la apprendano, se ne impossessino e sviluppino un pensiero critico sulla stessa? Possiamo discuterne, ma dal mio punto di vista, questo non si ottiene abiurando smartphone e tablet, bensì valorizzandoli e integrandoli in maniera attiva nella didattica. Equilibrio – riprendo un concetto espresso da te – è veramente la parola d’ordine.
    Infine, non sono d’accordo con la tua affermazione iniziale secondo la quale la scuola conosce perfettamente e adotta tutto l’armamentario teorico che citi: la teoria delle intelligenze multiple, il costruttivismo, il learning by doing, il pensiero laterale e compagnia cantante. Sarebbe molto bello se fosse così ma non lo è. E’ certamente vero che chi si occupa di pedagogia conosce bene queste argomentazioni e probabilmente le conosce anche chi costruisce i programmi scolastici (su questo ha qualche dubbio in più vedendo i test che sono stati propinati in varie occasioni dai tecnici del Ministero della Pubblica Istruzione). Sono invece molto meno sicuro che questi aspetti siano conosciuti e adottati dai docenti. Mi piacerebbe prendere 100 docenti delle superiori e 100 docenti universitari di tutte le discipline e vedere quanti di loro hanno mai sentito nominare Gardner, Bateson, Maturana e Varela, Dewey, Piaget, von Foerster, Watzlawick, De Bono, per citare solo alcuni tra i più noti. E quanti di loro, non solo sanno chi sono e cosa hanno detto, ma applicano anche nella loro didattica queste teorie. Non voglio essere troppo pessimista ma, se escludiamo dal campione i docenti che insegnano discipline inerenti questi aspetti (filosofia, sociologia, e psicologia), dubito che la percentuale sia superiore al 10 %.
    Voglio uscire da questa riflessione così pessimista con una visione più ottimista del futuro. Tu scrivi che nei tuoi 20 anni di scuola hai sempre avuto pessimi insegnanti (alcuni di questi li ho conosciuti anch’io) e forse proprio per questo hai sviluppato uno spirito critico che riconosco essere molto forte. Bene, questo mi conforta. Significa che se anche quel network di 40 professori riuscirà a riportare la scuola agli anni 60 (dico anni ’60 perché dal 68 in poi ci sono state altri aspetti che hanno molto influenzato la scuola) con scrittura a mano e niente tecnologia, questo fortunatamente non segnerà il futuro dei loro studenti. Ce ne saranno molti che, come te, reagiranno sviluppando proprio quello spirito critico che quei professori accusano di essere assente nei giovani di oggi.

  6. eh eh eh… il fatto che la discussione, su questo mezzo altamente innovativo proposto anche come nuovo metodo didattico da qualche fenomeno della pedagogia (come strumento di autocostruzione del sapere), non porti molto lontano, dimostra che a volte una buona vecchia discussione a voce (altamente retrograda) sia da preferire… anche come metodo didattico. Non conosco le ragioni di quei 40 prof., ma semplicemente contestavo la semplificazione che sono retrogradi loro, perchè non si adattano (come la scuola in generale) alle nuove meraviglie tecnologiche, suggerendoti che ci vuole equilibrio tra i metodi. Evidentemente hanno riscontrato un peggioramento di apprendimento (anzi, più grave, di senso critico), e provocatoriamente chiedono un ritorno a vecchi metodi, per compensare il pensiero unico, o comunque per fare risaltare il fatto che l’esagerazione di tecnologia porta a un sovraccarico di informazioni inutili e superficiali, che qualsiasi matematico-fisico sa perfettamente equivalente al nulla di informazione. Oppure si sono resi conto che diventa sempre più difficile insegnare cose che intrinsecamente sono poco interessanti (in senso didattico…), magari anche solo per l’età (se Hegel era pesante ai nostri tempi…. immagina adesso, faccio fatica ad immaginare come renderlo divertente). Che poi usare un supporto multimediale attivi l’interesse e sia in generale più efficace, è talmente ovvio da risultare superfluo dirlo. Un conto è leggere il discorso “I have a dream…”, un conto è vedersi il filmato. Saperlo a memoria e non conoscere il significato delle parole però non serve ad una mazza in entrambi i casi.
    E che ci siano metodi didattici più efficaci, anche senza ricorrere all’IPAD, è di nuovo abbastanza ovvio, ogni materia però è più o meno predisposta.

    I nomi che citi (che conosco solo vagamente, lo ammetto, per un naturale pregiudizio verso le chiacchiere e l’uso di centinaia di parole volutamente incomprensibili per non dire una mazza) in soldoni dicono cose in gran parte banali ed ovvie in forma intellettualoide che qualsiasi persona di buon senso sa, e che ad esempio Richard Feynmann (NOBEL FISICA) diceva negli anni 50, con parole semplici, Se gli insegnanti attuali non applicano metodi più interessanti di insegnamento (senza tirare fuori gli IPAD), o lo fanno in percentuale del 10% (che però è un dato tuo, ma che non contesto), sarà anche perche insegnare è DIFFICILE e tremendamente FATICOSO. E non è detto che metodi alternativi siano SEMPRE in ogni caso, efficaci.
    E come in tutte le cose, c’è che lo fa meglio o peggio o malissimo.
    Ma se ci fosse una percentuale del 10% di economisti (per non parlare di altre categorie) che sapesse davvero qualcosa di appena signicativo (e legato alla realtà) di economia al di là di qualche empirica legge discutibile, e magari con qualche nozione vaga di fisica (multidisciplinarietà…), saremmo probabilmente in un mondo diverso! (ho una notevolmente bassa concezione del tuo settore!!!!!… probabilmente sempre frutto di pregiudizi retrogradi… ah ah ah ah, va beh, che ci vuoi fare, mi disegnano cosi), Ma se il miglior prodotto della Bocconi è Passera, mi pare un giudizio atamente scientifico…
    E non sopporto chi usa termini del genere “problem-solving”!!!

    Sul finale del tuo commento: ti confermo che chi usciva dal Politecnico di Torino 15-20 anni fa… lo faceva MALGRADO l’insegnameno. Avevi imparato “nonostante”, quindi autocostruendoti… ottimo metodo! O muori o sopravvivi. Per questo è considerato un’ottima scuola… Si, di sopravvivenza!!!

  7. Caro Cravera, si ricorda del libro di Baricco “I Barbari”? Nell’immagine di copertina vi era raffigurato un uomo sul bagnasciuga, ritratto di profilo con il mare sullo sfondo, vestito da palombaro e con una tavola da surf sotto il braccio. Quell’immagine in bianco e nero credo volesse rappresentare l’antropologia anfibia di inizio millennio e il disagio di un’epoca che sta assistendo allo sgretolamento dei suoi valori cardine. Anche del nostro concetto di verità…

    Mi domando se non si stia un po’ esagerando e se non sia bene quindi opporre resistenza per riequilibrare le cose. È giusto tornare a scrivere con la penna? No, ma superare la retorica del creativismo (cretinismo) per favorire forme di impegno più concreto e “noioso” sì. Sosteneva Umberto Eco che il genio non ha meno regole degli altri, ne ha di più. E allora la mia ricetta è semplice e assolutamente modesta: meditare, classificare, ricopiare, scomporre, comparare. Con tempo e pazienza… In questo caso ben vengano il costruttivismo, il problem – solving, e la didattica per problemi e progetti se fatti con il dovuto impegno; ben venga anche la formazione dei formatori. Benvenuta sia la rivoluzione pedagogica!!!

    Ma mi lascio trascinare dall’entusiasmo e mi dimentico della realtà. Prima di procedere ci sarebbe un conto da far tornare. Chi pagherà gli strumenti necessari, le ore di lavoro in più, e il riassetto radicale della scuola? E con quali soldi poi? Come si suol dire mi stavo dimenticando dell’oste… È una bella questione, anche se un po’ prosaica, alla quale potrà dare (se lo vorrà) il giusto spazio a fianco delle riflessioni didattico – scientifiche.

    Cordialmente…

  8. Grazie Alessandro.
    Da madre di studente liceale secondo me, ancor prima di tutto, utile sarebbe provare una “lieve” modifica di atteggiamento.
    I prof potrebbero rammentare a se stessi che gli studenti sono e rimarranno la parte debole, quindi ogni sforzo didattico lo devono fare loro, i docenti.
    Non sara´ costoso ne´ superfluo produrre e modulare metodi e materiali a seconda del tipo di classe da incontrare.
    A sottolineare una didattica responsabile, buttare subito le vecchie fotocopie riciclate di anno in anno per ogni classe per ogni studente.
    Entrare in classe, spostare la cattedra, cambiare posto ai banchi,
    poi vedere se quel giorno, con quei 27 ragazzi e´ meglio aprire il computer o il quadernone.
    E dirsi ogni tanto “Non tanto per insegnare quanto per imparare” come corso di aggiornamento.

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