Ha senso un management scientifico?

SCIENZAIl testo di Taylor The Principle of Scientific Management del 1911 è probabilmente il libro che ha maggiormente influenzato il pensiero e le prassi manageriali di questo secolo. Utilizzo di analisi rigorose, misurazioni precise, divisione e specializzazione dei compiti, pianificazione attenta delle attività e controlli rigorosi dei tempi e della qualità restano prassi manageriali ritenuto ancora valide e applicate in azienda.

Dopo la pubblicazione del testo di Taylor, il management ha cominciato ad essere considerato come una scienza e ad avere dignità accademica. Negli anni al testo di Taylor si sono succeduti libri come “Il Marketing Scientifico”, “L’Advertising Scientifico”, “Management Science”, “The Science of Success” e molti altri. L’utilizzo del termine “scientifico”  assicura – o perlomeno dovrebbe assicurare – il rigore dei contenuti e dell’approccio proposto dagli autori.

Ebbene, a più di cento anni dalla pubblicazione del testo di Taylor cosa c’è di veramente scientifico nel management? E ancora, ha senso perseguire un management scientifico?

La prima considerazione da fare è che se davvero esistesse un management scientifico, i cui metodi e approcci sono quindi verificabili oggettivi e riproducibili, non si spiegherebbe la proliferazione di mode e approcci manageriali degli ultimi 40 anni: dalla qualità totale alla lean organization, dal Business Process Reengineering al Six Sigma e così via. Non si spiegherebbe inoltre la crisi delle aziende o le loro basse performance anche in settori non particolarmente turbolenti. E certamente la causa non può essere ricercata in un basso livello di competenze manageriali visto che ogni anni le imprese investono nel mondo più di 50 miliardi in formazione.

Quindi? Penso sia importante approfondire due aspetti. Il primo attiene ad un basso tasso di scientificità degli approcci del cosiddetto Scientific Management, il secondo riguarda l’opportunità di perseguire “approcci scientifici” nella gestione d’impresa.

Come noto, i primi studi di Taylor hanno riguardato il trasporto di lingotti di ghisa alla Bethlehem Steel Company. La dottrina insegna che Taylor, incaricato di accrescere la produttività nel trasporto dei lingotti di ghisa, formò un team di analisti muniti di cronometri e li mandò ad osservare gli operai addetti al carico del metallo. Il risultato di tale osservazione fu che un uomo poteva caricare 47 tonnellate e mezza di ghisa al giorno.

Charles Wrege e Amedeo Perroni in un celebre articolo pubblicato in Academy of Management Journal, “Taylor’s Pig Tale: A Historical Analysis of Frederick W. Taylor’s Pig-Iron experiments“, sono tra i primi a mettere in forte dubbio la scientificità dell’approccio di Taylor. In base alla loro ricostruzione dei fatti, sembra che l’esperimento sia stato condotto inizialmente su una decina di operai scelti a caso e messi a caricare lingotti di ghisa per un’ora. In quel lasso di tempo la squadra caricò mediamente 23,8 tonnellate-uomo al giorno. Il secondo giorno di sperimentazione gli analisti di Taylor sostituirono i dieci uomini della prima squadra con 10 ungheresi ben piazzati e, con la promessa di una ricompensa, li sfidarono a caricare un mucchio di ghisa di 16 tonnellate e mezzo più in fretta che potevano. Riuscirono a caricare la ghisa in 14 minuti equivalenti a circa 71 tonnellate a persone in una giornata lavorativa di 10 ore. Per ragioni imprecisate, Taylor decise di portare il massimo carico teorico giornaliero a 75 tonnellate, anziché 71. Naturalmente era impossibile avere lo stesso ritmo di carico per tutta la giornata, così Taylor decise di arrotondare il massimo carico al difetto del 40% senza mai spiegare le basi scientifiche di questa correzione.

Critiche simili vengono da Alexander Hamilton Church (“Has Scientific Management Science?” American Machinist, 1911) e Robert Hoxie che, nel suo “Scientific Management and Labor” del 1915, sostiene che la valenza scientifica del metodo è solo apparente e che gli studi effettuati sui tempi e i metodi di lavorazione sono superficiali. Su 35 fabbriche che avevano dichiarato di aver adottato il metodo di Taylor, Hoxie afferma che «non si è trovato nemmeno un caso che si possa considerare pienamente e fedelmente rappresentativo del sistema di Taylor per come è presentato nel suo libro  e non  si sono mai trovate due fabbriche in cui fossero adottate e seguite fino alla fine, in modo identico o anche approssimativo, le stesse politiche e gli stessi metodi.»

Se alla base del metodo scientifico ci sono i principi della verificabilità e della riproduzione dei risultati, pare quindi esserci ben poco di scientifico nel cosiddetto “scientific management.

Il secondo aspetto da approfondire riguarda l’opportunità di perseguire un approccio scientifico nel management. Il management si inserisce all’interno di contesti sociali che, per definizione, sono altamente complessi. Per quanto rigorosa sia una teoria essa non potrà produrre i risultati osservabili e replicabili tipici di una legge della natura. Friedrick von Hayek in Studies in Philosophy, Politics and Economics ha evidenziato come in contesti complessi come quelli sociali non sia possibile identificare delle leggi in grado di rapportare in modo sistematico gli eventi alle loro cause (come è invece il caso nel mondo fisico). Piani ed azioni individuali comportano quindi necessariamente delle conseguenze intenzionali non prevedibili e non pianificabili.

In sostanza, l’adozione di un approccio scientifico al management genererà un output A una volta e un Output B la seconda volta. Per fare un esempio banale, determinare con precisione rigorosa le attività e i movimenti che deve compiere un uomo per massimizzare la sua produttività potrebbe ridurne (per ragioni connesse alla sua personalità, alle dinamiche del gruppo in cui è inserito, al momento storico in cui avviene, ecc.) la motivazione e quindi il suo rendimento nel lungo periodo.

Lo stesso Hayek, riprendendo una distinzione terminologica che usavano gli antichi Greci, distingueva tra taxis, ossia un ordine deliberatamente costruito dall’uomo in base ad un piano prestabilito, e cosmos, ovvero un ordine costituitosi indipendentemente dalla volontà, dalla pianificazione e dalla consapevolezza umana. Il primo è un ordine artificiale, creato da forze esterne e quindi esogeno. Il secondo nasce invece spontaneamente, è quindi endogeno. I cosiddetti approcci scientifici al management tendono a progettare un ordine inteso come taxis che, essendo artificiale, non potrà che essere effimero e temporaneo.

Nella realtà moltissimi fenomeni sociali nascono come “cosmos” ovvero rispondono alla definizione di “ordine spontaneo”. E’ su questi fenomeni emergenti che il management deve rivolgere la propria attenzione e i propri studi.  Comprendere a fondo le dinamiche dei sistemi complessi, le logiche dell’emergenza e dell’auto-organizzazione rappresenta la frontiera di un nuovo modo di concepire l’impresa e i ruoli manageriali.

3 thoughts on “Ha senso un management scientifico?

  1. Trovo interessante l’articolo e mi fa riflettere come quello che oggi mi sembra ovvio sia stato così fermamente ignorato per tanto tempo. Anche contro ogni evidenza.
    PN

  2. Sono d’accordo ma nel management tutto ciò che viene definito “scientifico” (anche ora) nasconde un determinismo di fondo che le altre scienze hanno abbandonato

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...