Responsabilità e sfera d’azione nell’era delle connessioni

responsabilitàIl ‘900 è stato un secolo di grandi cambiamenti nelle scienze e nelle arti. Il filo rosso del ‘900 è stato il progressivo abbandono del pensiero positivista a favore del relativismo e del costruttivismo. Si pensi alla rivoluzione quantistica in fisica, alla scoperta dell’inconscio e al progressivo superamento dell’approccio stimolo-risposta in psicologia, alla nascita di scienze nuove come la cibernetica e la teoria generale dei sistemi e all’emergere del futurismo e del cubismo nelle arti.

In quest’alveo, l’incertezza, l’indeterminazione e il disordine non vengono più considerati come limiti della conoscenza ma come parti integranti della stessa e come funzioni generative.

Anche la società è molto cambiata. Politica ed economia sono divenute globali e fortemente interconnesse e appare sempre più difficile prevederne le evoluzioni. Miliardi di esseri viventi, enti ed organizzazioni interagiscono quotidianamente trasformando costantemente lo stato delle cose, senza che nessuno se ne possa attribuire il merito esclusivo. Nell’era della connessione i progetti a tavolino, le grandi pianificazioni e le utopie razionali stanno perdendo validità e significato. Tutto ciò che accade è frutto di infinite interazioni, molteplici concause e condizionamenti reciproci.

Di fronte a questa situazione vedo un forte pericolo: l’emergere della cultura dell’irresponsabilità, dell’impotenza del singolo e dell’autoassoluzione personale. Se il sistema non può essere previsto, pianificato e controllato perché tutto influenza tutto, allora ogni entità (individuo, organizzazione, governo) può vedersi come ininfluente, attore passivo di un gioco più grande di lui.

Questo atteggiamento di passiva rinuncia, oltre che pericoloso, è profondamente sbagliato. La complessità non porta all’impotenza e quindi all’irresponsabilità. Per il fatto stesso di assistere al verificarsi di un evento, si è (più o meno intensamente) coinvolti in esso. Nessuno ha quindi il diritto di tirarsi fuori da ciò che accade, di sentirsi ininfluente. Quando sentiamo persone, organizzazioni e governi che dicono “non dipende da me”, dimenticano di aggiungere alla loro affermazione un termine importantissimo: “interamente”. Ognuno di noi infatti, contribuisce al tutto,  oggi molto più di ieri.

Il peso delle nostre scelte appare, allo stesso tempo, meno influente e più influente rispetto al passato. E’ meno influente rispetto a ieri perché sempre meno gli eventi hanno un’unica causa e comportamenti deterministici. E più influente rispetto al passato perché tutto ciò che facciamo e che non facciamo (!), contribuisce in maniera sistemica all’evoluzione del sistema in cui siamo inseriti.

Sotto questa luce la nostra sfera d’influenza come cittadini, genitori, manager, imprese e governi è quindi ben maggiore rispetto ad un tempo. E con essa anche la nostra responsabilità. Come ha ben sottolineato Edgar Morin, “se tutto è intrecciato con tutto, è contemporaneamente condizionato e condizionante, causato e causante”.

Educare nell’era delle connessioni significa, tra le altre cose, sviluppare piena consapevolezza a tutti i livelli di una nuova cultura della responsabilità che pone al centro la persona, le sue interazioni, i suoi comportamenti e le sue omissioni.

4 thoughts on “Responsabilità e sfera d’azione nell’era delle connessioni

  1. Bellissimo intervento.

    Mi piace!

    La cultura dell’assunzione responsabilità individuale e il progressivo abbandono del controllo a priori sono due (dei tanti) aspetti di questa evoluzione culturale.

  2. Provo una breve riflessione, che è in realtà uno scrivere “ad alta voce” di cui anch’io intravedo solamente un contorno sfumato. Misurarsi con la complessità, a tutti i livelli, implica necessariamente un coefficiente di sforzo maggiore. Non necessariamente in termini di strategia o pianificazione delle azioni, ma come impegno e riflessione. Più i problemi sfuggono ad un orizzonte di senso deterministico e più mi sembra che sia la scelta ad assumere rilievo. Una scelta quasi di tipo esistenzialistico: partecipata, sofferta (perché scegliere implica sempre un rinunciare), e anche (perché no?) paradossale. Ecco, non ci si può contrapporre, o semplicemente misurare, ad un mondo liquido con l’evanescenza di un pensiero che rinuncia a porre dei punti fermi. I modelli non sono tramontati. Sento il bisogno di più idee e meno fatti, di una morale della responsabilità che superi sia l’astrattezza delle intenzioni che la cecità di un agire legato all’utile di breve termine.

  3. Pingback: Responsabilità e scelta | La Riscossa della Civetta

  4. Pienamente d’accordo.
    La sfida in questo mondo, dove il senso dell’assoluto sta svanendo a favore di un notevole relativismo, sarà nella presa di consapevolezza che siamo noi che dobbiamo porci un nostro sistema etico di vita, il più condiviso possibile.
    Solo così potremo ritrovare armonia, la base per potre stare bene noi coni gli altri e, di conseguenza, avere un sistema economico sostenibile

    Il valore della nobiltà della nostra etica dipende dalla accettazione e dal supporto di questi nostri principi da parte di chi abbiamo di fronte.
    Penso che, in questo modo, la connessione fra le persone, la vera necessità di esseri sociali quali noi siamo, tornerà ad essere sui valori e non sulle convenienze.

    Complimenti ancora per l’articolo

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