La creazione di valore che distrugge le aziende

fallimento_600E’ opinione diffusa che il compito del manager sia quello di massimizzare il valore per l’azionista. Questa teoria, ampiamente insegnata nelle business school, nasce negli anni 70 con gli scritti di Milton Friedman (“l’unica responsabilità di un’impresa è accrescere i propri profitti”) e di Michael Jensen e William Meckling (“il manager è un agente degli azionisti e come tale deve rappresentarne gli interessi”). Di tutte le teorie manageriali apparse nell’ultimo mezzo secolo, la teoria della massimizzazione del valore dell’azionista è certamente quella che ha maggiormente influenzato la gestione d’impresa e il comportamento del management. A partire dalla seconda metà degli anni ’70, le decisioni di investimento, le strategie aziendali e i piani di remunerazione del management sono stati fortemente condizionati dall’obiettivo di creare valore per l’azionista, ci si aspetterebbe quindi che le performance aziendali abbiano subito un’impennata in questo periodo di tempo. Di fatto questo non è avvenuto. Roger Martin, nel suo libro “Fixing the Game”, ci informa che tra il 1933 e il 1976 gli azionisti hanno realizzato un ritorno medio dei loro investimenti in Borsa del 7,5%. Dopo il 1976 il ritorno medio dell’investimento è invece sceso al 6,5%. La teoria che doveva portare alla massimizzazione del valore per gli azionisti, di fatto ha portato ad una diminuzione del valore creato per gli stessi. Questo risultato, tuttavia, rappresenta forse la conseguenza più positiva (o meno distruttiva) dello Shareholder Value Management. La sua massiccia adozione in azienda ha avuto una serie di conseguenze molto più dannose. La via media delle aziende si è ridotta dai 24 anni del 1990 ai 12 anni del 2007. In compenso la retribuzione media dei CEO in America è cresciuta fino a diventare 380 volte quella percepita da un lavoratore medio. Il dato non deve essere considerato scandaloso in sé. E’ tale per via dello scollamento delle retribuzioni con le performance aziendali. Baruch Lev, nel suo testo “Winning Investors Over” ha infatti calcolato che “la correlazione statistica tra retribuzione degli amministratori delegati e performance aziendale fra le 500 aziende S&P è pari a zero”. Non deve quindi sorprendere che la percentuale di americani che crede fortemente nel capitalismo e nel sistema di libera impresa sia passata dall’80% del 2002 al 59% del 2010. Non solo la teoria della creazione di valore non ha generato un reale aumento di ricchezza per gli azionisti, ma ha anche contribuito alla crisi del sistema economico mondiale. Alla base di questa teoria vi sono due assunti completamente sbagliati. Il primo assunto errato  è considerare lo shareholder come il proprietario dell’azienda. Vi è una netta differenza tra un imprenditore e un possessore di quote di azioni. Il primo, di fronte alle difficoltà dei mercati, investe, combatte, resiste, s’ingegna e cerca di rinforzare la sua azienda. Il secondo, di fronte alle stesse difficoltà, scappa e investe il proprio denaro in un’altra azienda. La velocità di passaggio di azioni ha infatti avuto un trend di crescita fortissimo negli ultimi anni. Uno studio condotto da Leo Stine pubblicato su Business Lawyer ci informa che il tempo medio di detenzione delle azioni in portafoglio è passato dagli 8 anni del 1960, a 1 anno nel 1987, a 4 mesi nel 2010.   Qual è quindi il senso di orientare la gestione d’impresa agli shareholders? Il secondo assunto errato è quello di considerare la creazione di valore per l’azionista come un indice di salute e competitività dell’azienda. In realtà sull’altare del valore si distruggono le aziende. Una ricerca condotta su 400 CFO indica che l’80% di loro non si fa scrupoli a tagliare le spese di marketing o sviluppo prodotto al fine di raggiungere i target previsti nel quarter nonostante siano consapevoli che questa decisione potrà avere effetti negativi sulla performance di lungo periodo dell’azienda. La creazione di valore per l’azionista porta quindi nella realtà ad un orizzonte di gestione di brevissimo termine (checché ne dicano i suoi sostenitori). Inoltre pretende di misurare con un indicatore unidimensionale la competitività dell’azienda. La complessità delle imprese moderne e la complessità dei mercati in cui operano richiedono, al contrario, misure multidimensionali (in parte relative agli intangibile assets) che sappiano evidenziare eventuali trade-off tra diverse misure di performance e fornire al management una lettura sugli equilibri gestionali nel breve, medio e lungo periodo. Se vogliamo invertire la rotta che ci sta portando a imprese fragili, economie in crisi, forte diseguaglianza dei redditi e bassissima fiducia dei cittadini nel sistema economico, è importante rivedere le prassi gestionali e il concetto stesso di impresa. Occorre in primis smettere di considerare un’azienda come il mezzo per soddisfare le esigenze dei gruppi di interesse (siano essi azionisti, clienti o dipendenti). L’impresa è una persona giuridica e, in quanto “persona” deve avere come finalità la sua esistenza nel tempo. Questa capacità auto-generativa nasce dalla ridondanza di asset importanti per la competitività dell’impresa (la reputazione, le competenze, la cultura, ecc.). Da questo punto di vista si avrà quindi vera creazione di valore non massimizzando la ricchezza dell’azionista ma coltivando questi asset competitivi che rendono l’impresa vitale, resiliente ed evolutiva.

5 thoughts on “La creazione di valore che distrugge le aziende

  1. Ottimo arti olo.
    Forse, quello che dovrebbe colpire, è la facilità di come, un concetto orribile di creazione di valore esclusivo solo di ricchezza monetaria, sia stato il diktat per decenni nella gestione delle imprese : ne era ovvio il fallimento già fin dall’origine.

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