Non darmi la risposta giusta, dammi tutte quelle possibili

ExamFin dai primi anni di scuola siamo stati ossessionati dalle risposte giuste. Ricordiamo tutti il classico momento in cui il professore si appresta ad interrogarci: l’ansia che sale, la speranza che ci chieda proprio quello che sappiamo, e lo sconforto di ricevere una domanda a cui non sappiamo rispondere.

Le risposte giuste sono quelle che fanno girare il mondo. Sono quelle che ci permettono di diplomarci, di vincere a un quiz televisivo o di superare il test di ammissione all’università.

Praticamente tutto ha una risposta corretta e tante risposte errate. O almeno questo è quello che ci arriva dal nostro approccio educativo e dai tanti test multiple choice che sempre più spesso rappresentano il principale metodo di valutazione dell’apprendimento. Semplici, oggettivi e veloci.

Ma è davvero così? Come noto ai lettori di questo blog i metodi per affrontare situazioni e problemi complicati sono molto diversi da quelli adatti alle situazioni complesse. Si definiscono complicati i problemi di cui, pur non conoscendo la soluzione, sappiamo che esiste una soluzione ottimale. Le variabili presenti in un problema complicato possono essere molte ma la loro relazione è tendenzialmente stabile e lineare. Per affrontarli occorrono competenze specialistiche e forti capacità analitiche. Esempi di problemi complicati sono il cubo di Rubik, il Sudoku o, in campo professionale, la risoluzione di un problema in un programma software o la quadratura di un bilancio.

Per questo genere di problemi la ricerca della risposta giusta è corretta. Sappiamo che esiste una soluzione ottimale ed è quindi giusto ricercarla e verificare se il valutato conosce la risposta corretta.

Un problema complesso è molto diverso. Si definisce tale un problema le cui variabili sono fortemente interconnesse e la cui relazione è tendenzialmente non-lineare. Un problema complesso non ha una soluzione valida a priori e in senso assoluto. Ammette solo diverse soluzioni sub-ottimali che anche quando funzionano hanno una valenza contestuale, ovvero funzionano solo “qui e ora”. Tipiche situazioni complesse sono l’educazione di un figlio, la definizione di una strategia aziendale e le politiche di governo.

Nel caso di situazioni complesse la ricerca della risposta giusta non ha alcun senso eppure in molti casi ci si comporta come se esistesse una ricetta perfetta. Da qui i 10 modi infallibili per fare profitti, le 10 regole d’oro nell’educazione di un figlio e le regole di politica economica, ecc.

La nostra realtà è sempre più interconnessa (e quindi complessa) e noi continuiamo ad “addestrare” le persone a dare le risposte corrette. Invece di favorire l’apertura, l’emergere di diverse alternative,  la consapevolezza dei trade off sistemici, riduciamo gran parte del nostro apprendimento a logiche binarie on-off, giusto-sbagliato.

Stafford Beer ha indicato nella varietà dei possibili stati la misura della complessità. Una situazione cresce quindi di complessità al crescere dei possibili stati che può assumere. Ross Ashby, attraverso la sua legge delle varietà necessaria, ci ha insegnato che per governare un sistema complesso occorre avere una complessità (intesa come varietà di possibili comportamenti) simile o superiore a tale sistema (“only variety can destroy variety”). Questo ci dice che dobbiamo sviluppare il maggior numero di alternative di mondo possibile. La complessità del nostro pensiero si misura attraverso la varietà di immagini del futuro che ci creiamo e il numero di opzioni d’azione che produciamo nella nostra continua interazione con l’ambiente esterno.

E’ questa ridondanza cognitiva che ci permette di non essere sorpresi da eventi totalmente inaspettati, ci permette di riconoscere le possibile retroazioni sistemiche delle nostre azioni e quindi di concepire schemi di azione più solidi, sostenibili ed efficaci.

Educare alla complessità significa allenare questa capacità di generare molteplici alternative di mondo. E noi questo non lo stiamo facendo. Al contrario, insegniamo agli studenti che esiste una risposta giusta e tante risposte sbagliate. Li riempiamo di nozioni, alleniamo la loro memoria e, in definitiva li facciamo diventare selezionatori di crocette su un pezzo di carta.

E’ giustissimo, ad esempio insegnare ai bambini che 3×3 fa 9. Ma è altrettanto giusto allenarli a domande che tendono ad aprire anziché chiudere. Provate a chiedere a un bambino di seconda elementare che ha appena finito di imparare le tabelline: “la risposta è 10. Quali sono le domande?” e vedrete il suo smarrimento iniziale. Dopo qualche istante vi darà una risposta corretta e resterà sorpreso se gli chiederete di andare avanti e di riprodurre altre possibili risposte giuste. E’ un tipo di problema su cui non si è mai imbattuto perché è abituato ad associare a ogni problema una sola risposta corretta.

L’ossessione della risposta giusta a prescindere dalla complessità della situazione da affrontare oltre ad essere sbagliata può essere molto pericolosa. Crea false certezze, rende e proprie posizioni e decisioni rigide e genera intolleranza verso possibili alternative.La storia ci ha già insegnato dove porta tutto ciò.

Edgar Morin ha sottolineato che “la nostra realtà non è altro che la nostra idea della realtà”. Se la nostra educazione ci porta a concepire la realtà come lineare, i problemi come complicati, e le risposte come “giuste e sbagliate”, certamente non preparerà i giovani a convivere con l’incertezza e a  comprendere l’evoluzione e le dinamiche di un mondo globalizzato e interconnesso.

 

3 thoughts on “Non darmi la risposta giusta, dammi tutte quelle possibili

  1. Sino a qui la pars destruens. E poi? Una volta accettato il paradigma educativo della complessità, come si insegna a scegliere? Con quali strumenti, ma soprattutto con quale etica? Riprendo la distinzione aristotelica tra fare e agire e mi pongo una domanda alla quale ancora non so rispondere: quanto è importante fare il Bene (agire) per fare bene una cosa (fare)?

    • Non mi sembra di aver indicato solo la pars destruens. Mi sembra di aver chiarito che è’ importante sviluppare il maggior numero di alternative di mondo, educare a pensare e ad apprendere dalle proprie azioni. L’agire e’ quindi imprescindibile. Dal mio punto di vista una decisione e’ corretta ed etica se nel momento dell’azione ho immaginato il più ampio numero di retroazioni. Questo mi permette di limitare le sorprese sistemiche e di non dovermi pentire in futuro della decisione presa. Ad esempio, ogni volta che è possibile avanzare domande che il decisore non si è fatto, siamo in presenza di una decisione debole dal punto di vista della complessità.
      Per sviluppare questa ridondanza cognitiva occorre aprirsi a nuove esperienze e relazioni, esplorare, connettere saperi e persone, ecc.
      Magari lo affrontiamo in un altro post.

  2. Pingback: Una testa ben fatta non basta | La Riscossa della Civetta

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