Quattro competenze per ripensare l’education manageriale

context-readingCosì come in azienda si è soliti distinguere il ruolo di manager da quello di professional. nello stesso modo ha poco senso assimilare la figura del manager a quella di un medico, un avvocato o un commercialista. Queste rappresentano professioni con un corpo di conoscenze specifiche e un sistema di abilitazione universalmente riconosciuto. Il management, al contrario, non ha né certificazioni né un know-how generalmente accreditato.

Ed è bene che sia così. Da un professionista ci si aspetta che trovi una giusta soluzione ad un problema attingendo a un dato set di conoscenze. Da un manager ci si aspetta che sappia leggere il contesto in cui è inserito e riesca a mettere la propria organizzazione/team nelle condizioni di raggiungere uno specifico obiettivo in un dato momento storico e tenendo in considerazione la continua evoluzione del contesto in cui opera.

Se questo è vero, è interessante notare che i percorsi formativi per manager e professionisti non sono però tanto diversi. Un MBA ad esempio, è strutturato in moduli disciplinari (marketing, finanza, operations, HR, ecc.) e mira a conferire per ognuna di queste discipline un set di tecniche e tools specifici.  Al conseguimento di un MBA, il partecipante possiede una conoscenza approfondita delle principali tematiche aziendali ed è quindi in grado di sapere come muoversi per risolvere un dato problema in ogni ambito gestionale.

Ma questo è sufficiente per potersi definire un buon manager? E’ certamente opportuno che un commercialista debba conoscere i principali adempimenti amministrativi, le regole di bilancio e delle operazioni fiscali e previdenziali. E lo stesso discorso può essere fatto per i medici, gli avvocati e, in genere, per tutte le figure professionali. Per un manager la situazione non è così semplice. Padroneggiare tecniche quali l’Activity-Based Costing o la Portfolio analysis, costruire Strategy maps e Gantt charts, adottare Problem solving tree o Diagrammi di Ishikawa, non è sufficiente per essere un buon manager. Non voglio dire che conoscere queste tecniche e tools non sia utile. Lo è certamente, ma è indubbio che “management” sia molto di più di un’adozione di una tecnica

Quale alternativa quindi? Un’indicazione interessante arriva dalle riforme scolastiche adottate in Norvegia e in Finlandia che hanno deciso di abbandonare il sistema basato sul “teaching by subject” ossia fondato sull’insegnamento delle singole materie (storia, geografia, matematica) in favore di un sistema basato su “teaching by topics”, quindi multidisciplinare basato su tematiche trasversali quali l’Unione Europea, i cambiamenti climatici, l’evoluzione della condizione umana, la realizzazione di prodotti, ecc.). Lo scopo della riforma è di stimolare gli studenti a ragionare in modo trasversale, sviluppando senso critico e una maggiore capacità di collegamento tra diversi argomenti.

La scuola deve preparare gli studenti a diventare cittadini e ad avere un ruolo all’interno della società. Le ragioni che hanno portato a questo nuovo sistema educativo sono legate all’evoluzione della società che sta diventando sempre più interconnessa e in movimento. Oggi le problematiche da affrontare hanno assunto una natura multidisicplinare. Economia, politica, tecnologia, benessere, pace sono temi che non possono essere affrontati con una visione e un approccio disciplinare. Richiedono competenze ampie e trasversali, una visione sistemica e analisi multidisciplinari.

Un simile approccio dovrebbe essere adottato anche nella formazione della classe dirigente. La maggior parte dei casi affrontati nelle aule di management oggi sono tematici (casi di marketing, di finanza, di operations, ecc.). Questo aiuta i futuri manager a conoscere come affrontare problemi e situazioni specifiche e dai contorni ben delineati. Ogni manager con esperienza sa bene, tuttavia, che la parte più difficile è nell’individuare approcci e modalità per affrontare problematiche aziendali trasversali.

Perché non riusciamo a sviluppare nuovi prodotti di successo? A cosa è dovuto l’alto turnover dei nostri migliori collaboratori? Perché in alcuni Paesi non riusciamo a sfondare? Qual è il giusto bilanciamento tra orientamento al cliente ed esigenze di standardizzazione e produttività? Da cosa dipende lo scarso livello di engagement di alcuni strati di popolazione? Questo genere di problemi non può essere affrontato né adottando un set di tecniche e di tools, né all’interno di un ambito strettamente disciplinare.

In un ambiente competitivo interconnesso che evolve non linearmente cambiano le competenze fondamentali di un manager. E’ certamente utile avere delle buoni basi di conoscenza sui principali ambiti aziendali, tuttavia ritengo che ciò di cui ha veramente bisogno un manager siano quattro competenze fondamentali:

  1. CONTEXT READING: intesa come la capacità di leggere rapidamente la situazione in cui ci si trova, comprendendo le diverse variabili in gioco e i relativi trade-off, sviluppando consapevolezza delle dinamiche relazionali delle persone, e sapendo collocare i diversi aspetti in un dato momento temporale.
  2. COMPLEX THINKING: intesa come attitudine a sviluppare una visione sistemica della situazione da affrontare dimostrando quindi una forte consapevolezza delle possibili retroazioni (conseguenze) generate delle proprie e delle altrui azioni e decisioni.
  3. CONTEXT GENERATION: intesa come attitudine e volontà di costruire progressivamente, attraverso le proprie azioni e decisioni, un contesto relazionale potenzialmente favorevole al raggiungimento di un risultato comune.
  4. RESULT ORIENTATIONS: si tratta di una competenza manageriale classica già presente in molti competency model Con questo termine si intende l’abilità di entrare in azione, di decidere e agire rapidamente per raggiungere un obiettivo. Non rappresenta quindi una novità, resta una competenza manageriale importante ma deve essere inserita e sviluppata contestualmente alle prime tre nuove competenze manageriali.

Lo sviluppo di queste competenze non può essere affrontato con un approccio disciplinare e con casi aziendali tematici. Chi studia management deve essere calato in contesti organizzativi realistici ancorché didattici, entro cui sviluppare la sua azione manageriale e le quattro competenze indicate. Gli stessi docenti dovrebbero essere formati su queste nuove competenze manageriali. Perdono il ruolo di “insegnamento” di un corpo di strumenti e tools specialistici per assumere il ruolo di guida e facilitatore dei futuri manager nella loro azione manageriale in quel dato contesto specifico.

In sostanza, il management non può più rimanere un insieme di ricette, tools e check list applicative. Deve abbandonare questo retaggio ultra razionalista e scientista. Il manager non è un professionista che, attingendo alle sue conoscenze, deve avere la risposta giusta. E’ un lettore di situazioni contingenti e un generatore di nuovi contesti. Le sue armi non sono le risposte giuste (preconfenzionate) ma le domande che si pone prima di entrare in azione.

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Il valore neghentropico del capitale intellettuale

1entropyAmmetto di avere una questione aperta con l’approccio meramente ragioneristico che la dottrina economica aziendale si ostina ad adottare nei confronti del capitale intellettuale. In particolare, trovo miope la pratica in base alla quale gli intangibles, essendo asset a tutti gli effetti, devono essere stimati economicamente in relazione alla loro capacità di generare flussi di reddito ed extra-reddito. Questa prospettiva riduzionista tende a considerare gli asset intangibili come parti separate e indipendenti dell’impresa negandone quindi la natura complessa e interdipendente.

Si pensi ad esempio al brand. Come è possibile stimarne il valore economico prescindendo dagli altri asset intangibili, dalle loro inter-retroazioni? Un marchio ha valore solo se è solido e sostenibile nel tempo. Non si può quindi prescindere dal prendere in considerazione altri asset intangibili ad esso correlati: la cultura e i valori aziendali, i comportamenti e le competenze delle persone, il know-how e il suo potenziale di innovazione, la qualità percepita dai clienti dell’offerta aziendale e, non ultimo, la reale incidenza economica del brand sulla capacità di attrarre nuovi target di clienti.

Il principale problema con gli intangibles nasce dal fatto che la dottrina economica non ha ancora preso atto della loro differente natura rispetto agli asset tradizionali. Il valore degli intangibles non si cattura stimandone la mera generazione di flussi di reddito, bensì considerando il loro contributo all’evoluzione e alla resilienza aziendale.

Provo a spiegarmi. Il grande assente nelle discipline economiche ed aziendali è il concetto di entropia. Non vi è alcuna contezza dei processi entropici connessi alla creazione di profitti aziendali. Ogni processo macro e micro economico determina inevitabilmente un consumo e una degradazione non invertibile di risorse. Un’azienda tesa alla massimizzazione di valore per l’azionista distrugge pertanto energia che può essere determinante per garantire il processo di autorigenerazione della stessa. Può quindi paradossalmente accadere che il raggiungimento di target economico-finanziari particolarmente sfidanti possa essere la principale causa dell’indebolimento della vitalità dell’impresa nel tempo.

In sostanza, ciò che oggi è considerata una buona notizia e fa crescere il valore delle azioni, potrebbe nascondere il seme di una degenerazione progressiva dell’azienda. Il problema è accentuato dall’utilizzo di un linguaggio meramente economico per rappresentare l’agire d’impresa: quanto vale il brand? Qual è il ROI della formazione o della campagna di marketing? Domande come queste sono comuni nelle aziende e tradiscono una non piena comprensione delle dinamiche competitive aziendali.

Accanto al linguaggio e alle metriche economiche è tempo di affiancare nozioni e concetti propri della termodinamica quali entropia e neghentropia (riduzione dell’entropia). Se l’agire economico d’impresa genera inevitabilmente entropia, intesa come consumo di risorse, diventa fondamentale innescare consapevolmente processi di segno contrario, che ripristino le risorse connesse al processo generativo dell’azienda.

E qui entra in gioco il capitale intellettuale e il suo potenziale neghentropico. Il brand, la cultura aziendale, il Know how e le competenze accrescono le capacità di adattamento dell’azienda e il numero di opzioni strategiche a disposizione della stessa. Avere ad esempio un brand che consente l’estensione a prodotti e servizi diversi da quelli originari, apre all’azienda opzioni strategiche che i concorrenti potrebbero non avere. Così come possedere una cultura aziendale fortemente caratterizzata da decentramento decisionale e responsabilità diffusa, potrebbe generare una rapidità e un’ampiezza di risposta al mercato difficilmente imitabile dai competitors. La fondamentale importanza degli asset intangibili è quindi rappresentata dalla loro valenza neghentropica.

Sotto questo diverso punto di vista, il semplicistico scopo di stimare economicamente il valore degli intangibles perde di significato. Così come perde di significato l’obiettivo di massimizzare la creazione di valore per l’azionista.

Se io voglio monetizzare il valore di un asset intangibile, ad esempio la customer loyalty, posso diminuire la qualità e aumentare i prezzi fidandomi della fedeltà alla marca dei miei clienti. L’operazione mi genera automaticamente un aumento il valore dei flussi di cassa. Purtroppo però, così facendo sto “consumando” l’asset customer loyalty, sto estraendo da esso, tutto il suo potenziale futuro per monetizzarlo ora. Aumento oggi i ricavi e il valore della mia azienda a scapito della sostenibilità della stessa. L’irreversibilità sta proprio qui. Se l’azienda volesse in un secondo momento ricostruire la propria customer loyalty potrebbe dover investire mezzi molto superiori a quelli prodotti dallo sfruttamento precedente. E, oltre a dover investire molte energia nella ricostituzione della customer loyalty, nel periodo in cui, in seguito all’eccessivo sfruttamento di questo asset, l’impresa ha distrutto la fedeltà alla marca, potrebbe essere soggetta ad attacchi della concorrenza. In quella fase l’impresa ha perso una possibile arma che in precedenza aveva a disposizione per competere ed evolvere.

Difficilmente si faranno passi avanti negli studi aziendali (organizzazione, strategia, finanza, ecc.) se non si svilupperà una diversa consapevolezza di questi processi. L’azienda non può più essere vista come una macchina input-output lineare. E’ a tutti gli effetti un sistema complesso inserito in altrettanti sistemi complessi e quindi deve evolvere e reinventarsi continuamente. Il capitale intellettuale rappresenta una risorsa in grado di generare “capacità strategica”, ovvero accrescere costantemente il numero di opzioni a disposizione dell’impresa per restare profittevolmente in maniera sostenibile sul mercato, indipendentemente da ciò che accade nell’arena competitiva.

Warren Bennis nel 2008 sottolineava che: “il problema che quasi tutti i leader si troveranno davanti nel futuro sarà quello di progettare l’architettura sociale delle loro organizzazioni in modo che essa generi effettivamente del capitale intellettuale.”

Generare capitale intellettuale è certamente importante. Ma è oggi altrettanto importante capirne la natura e non distruggerlo nella sterile rincorsa alla massimizzazione del valore.

(Articolo originariamente pubblicato su Senza Filtro, 13 aprile 2016)

Letture – Reinventing Organizations

lalouxLeggendo un libro di management capita spesso di imbattersi in parti sfacciatamente autopromozionali, in capitoli dal taglio provocatorio ma privi di spessore o di rigore scientifico e in pagine e pagine inutili che il lettore esperto salta senza alcun rimorso sapendo di non perdersi nulla.

Reinventing Organizations di Frederic Laloux non ha nessuna di queste caratteristiche. E’ uno dei libri di management più interessanti che ho letto negli ultimi anni, si fonda su solide basi sociologiche e psicologiche, è ricco di casi pratici approfonditi, è ben scritto e non cade nell’autopromozione tipica di certi testi americani.

Reinventing Organizations  è un viaggio nell’evoluzionismo sociale e nelle forme organizzative associate ai diversi stadi di consapevolezza umana. La riflessione di Laloux parte da due domande: “è possibile che la nostra visione del mondo limiti il modo in cui noi concepiamo le organizzazioni? E ancora: “è possibile creare organizzazioni libere dalla burocrazia, dai giochi politici, dalla rassegnazione, dal risentimento e dall’apatia?”

Per rispondere a questi quesiti l’autore parte da una disamina di cinque stadi evolutivi nella collaborazione umana e associa a ciascuno di questi un colore e un modello organizzativo: il Rosso è lo stadio primitivo dell’esercizio del potere fine a se stesso, l’ambra è lo stadio della formalizzazione e del controllo, l’arancione (il più diffuso tra le attuali organizzazioni) è lo stadio della competizione e dell’orientamento agli obiettivi, il verde è lo stadio dell’empowerment e della cultura condivisa e l’ultimo, il blu (in inglese tradotto come Teal) è lo stadio evolutivo più avanzato caratterizzato dalla piena valorizzazione delle potenzialità umane.

Quelle che Laloux definisce Teal Organizations sono caratterizzate da 3 ingredienti sempre presenti, anche se in misura differente:

  • L’adozione di forme avanzate di autogestione e auto-organizzazione
  • La valorizzazione della persona nella sua interezza (wholeness)
  • La presenza di uno scopo aziendale evolutivo condiviso

Il testo non si limita ad una disamina teorica di questi 3 aspetti, bensì li declina attraverso la presentazione dettagliata di 12 casi aziendali: AES, BSO/Origin, Buurtzorg, ESBZ, FAVI, Heiligenfeld, Holacracy, Morning Star, Patagonia, RHD, Sounds True e Sun Hydraulics.  Aziende tra loro molto diverse per dimensione (da 90 a 40.000 persone) e per settore industriale. Per ognuno di questi casi Laloux entra nei particolari e ci illustra come stanno adottando i 3 principi sopra descritti. Come, ad esempio, si gestisce il processo decisionale in team autogestiti, come si affrontano i conflitti in assenza di una gerarchia formale, come si definiscono le retribuzioni delle persone, quali sistemi di valutazione si adottano e come nascono le strategie e i budget.

Leggendo ciò che accade all’interno di quelle organizzazioni ci si rende conto di quanto obsolete siano molte delle pratiche tuttora in vigore nelle nostre imprese. Alla base del tradizionale modo di concepire l’organizzazione e il management vi sono assunti culturali che non corrispondono allo stadio di sviluppo della natura umana più moderno (TEAL). Pensate alla classica struttura gerarchica, alla declinazione dei poteri decisionali, ai sistemi di incentivazione, ai processi di controllo e supervisione. Tutti questi sono stati concepiti come risposta ad alcuni assunti sulla natura umana:

  • i lavoratori sono tendenzialmente pigri e devono essere controllati;
  • sono interessati solo al denaro e si attivano solo in vista di una ricompensa;
  • pensano solo ai propri interessi e non a quelli dell’azienda;
  • non sono in grado di prendere decisioni autonome e quindi devono essere guidati e gestiti da capi.

Le organizzazioni studiate da Laloux partono da assunti molto diversi, e quindi non deve stupire se hanno sviluppato modelli di management radicalmente differenti.

Tra le parti più interessanti del libro i capitoli dedicati alla strategia e al budgeting. Queste le parole di Laloux:

In Teal Organizations there is no strategy process. No one at the top sets out a course to others to follow (…). People in these companies have a very clear, keen sense of the organization’s purpose and a broad sense of the direction the organization might be called to go. A more detailed map is not needed. It would limit possibilities to a narrow, pre-charted course.

Strategy happens organically, all the time, everywhere, as people toy with ideas and test them out in the field. The organization evolves, morphs, expands or contracts, in response to a process of collective intelligence”

Mi rendo conto che questa frase, isolata dal contesto,  può sembrare una provocazione o un’eccessiva semplificazione. In realtà, chi avrà la pazienza di leggere il testo si renderà conto che si tratta di una conclusione assolutamente fondata e che ben rappresenta la vera essenza della strategia di ogni organizzazione. Si tratta di passare dal modello “predict and control” al “sense and respond”. Meno attenzione alla previsione e al controllo degli scostamenti e più attenzione ai cambiamenti di breve e all’apprendimento e adattamento rapido. In sostanza gestire un’impresa in un contesto complesso come quello attuale è come pedalare su una bicicletta. Si provi a farlo nello stesso modo in cui cerchiamo di gestire le organizzazioni (predict and control) e molto probabilmente non riusciremmo mai a restare in piedi.

Anche sul budget le aziende descritte da Laloux, pur avendo una storia di costanti successi economici, hanno idee molto lontane da quello che si fa abitualmente: i manager che non raggiungono gli obiettivi di budget vengono convocati dai superiori per spiegarne le ragioni. Il “processo” – perché di questo si tratta – genera conflitti, si alzano i toni e si distruggono relazioni ed energie.

Nelle Teal Organizations, i budget sono utilizzati per prendere decisioni, non per controllare e valutare le performance. Si confrontino le pratiche quotidiane di gran parte delle aziende con la politica tratta dal Management Manifesto di FAVI che, per inciso, è una fonderia, non una start up tecnologica: “We aim to make money without knowing how we do it, as knowing exactly how we we lose it”.

L’ultima parte del libro è dedicata al processo di trasformazione di un’azienda tradizionale in una Teal Organization. Anche in questo caso ho apprezzato l’approccio di Laloux perché, a differenza di tanti autori americani, non si lascia andare a facili entusiasmi. Il suo punto di vista, che condivido totalmente, è che un’impresa non possa evolvere oltre il livello di consapevolezza del suo leader. Provare a innestare i 3 principi delle Teal Organizations in un’impresa in cui il leader o la proprietà siano intrisi degli assunti tipi dello stadio Arancione (competizione, orientamento agli obiettivi, previsione e controllo) non ha alcuna possibilità di riuscita.

Da dove partire quindi? Dalla crescita di consapevolezza dei leader degli stadi evolutivi relativi alla natura umana e dal ripensamento del loro ruolo in azienda. Per usare le parole di Clare Graves, “abbiamo bisogno di persone che hanno ambizione, ma non siano ambiziose”.

Quando innovazione fa rima con persone

IFMAIl 28 ottobre parteciperò al Convegno di apertura del Facility Management Day che si terrà a Milano a Palazzo delle Stelline. L’argomento del Convegno di apertura è “Quando innovazione fa rima con persone – Bilanciare le differenze tra generazioni.

Il convegno sarà moderato da Simone Crolla, Managing Director di American Chamber of Commerce in Italy, e con me interverrà Maria Cristina Bombelli, Presidente di Wyse-Growth.

Di seguito la presentazione del Convegno:

Prendendo spunto da una recente ricerca condotta da IFMA Italia, il convegno analizzerà quella che rappresenta forse la maggiore sfida manageriale di questi anni: come far convivere in maniera armoniosa e produttiva le tre diverse generazioni presenti oggi in azienda. L’incontro analizzerà come l’organizzazione dovrà evolversi per includere e valorizzare al massimo gli appartenenti a ognuno di questi gruppi generazionali, riuscendo a fornire le giuste motivazioni a ciascuno di essi e ad esaltare le loro diverse qualità. Infine, verrà tratteggiato un quadro del prossimo futuro e del tipo di azienda che verrà immaginata e modellata da coloro che saranno i manager di domani

Parametri aziendali vitali e omeostasi

equilibrioCome è possibile che imprese profittevoli, con fatturati in crescita, considerate sane e competitive, entrino improvvisamente in crisi?

Per rispondere a questa domanda occorre riflettere sullo scopo e sulla natura di un’impresa. Si continua a pensare alla finalità dell’impresa in un modo sbagliato, da un punto di vista esterno alla stessa. Pensare che il fine dell’impresa sia generare un profitto significa, ad esempio, confondere l’impresa con gli azionisti. Credere che il fine dell’impresa sia generare prodotti e servizi che soddisfino dei bisogni, significa confondere l’azienda con i suoi clienti. Ritenere che lo scopo dell’azienda sia valorizzare le persone significa confondere l’impresa con esse. E infine pensare all’azienda come un generatore e distributore di ricchezza, assimila lo scopo dell’impresa a quello della comunità in cui opera.

L’impresa però è molto di più di un mezzo per soddisfare il fine di un gruppo di interesse. E se vogliamo provare a fare un passo in avanti nella comprensione delle dinamiche competitive aziendali dobbiamo cominciare a considerare un’azienda come un soggetto cognitivo in sé. Un soggetto cognitivo il cui fine non può essere esterno ad essa e non può non coincidere con la sua stessa esistenza nel tempo attraverso il mantenimento della sua capacità di crearsi e ricrearsi continuamente (Figura 1).

Figura 1 – L’impresa come soggetto cognitivo.

scopo dell'aziendaConsiderare l’impresa come un sistema vivente e individuare nella sua esistenza la sua finalità ha importanti ripercussioni per il management e per la società in genere.

Dal punto di vista manageriale, la principale novità riguarda la presa di consapevolezza dei processi entropici connessi alla creazione di profitti. Ogni processo economico produce inevitabilmente entropia, ovvero un consumo e una degradazione non invertibile di risorse. Un’azienda che persegue il fine della creazione di valore distrugge pertanto energia che può essere determinante per garantire il processo di autorigenerazione della stessa. Può quindi paradossalmente accadere che il raggiungimento di target economico-finanziari particolarmente sfidanti possa essere la principale causa dell’indebolimento della vitalità dell’impresa.

In sostanza, ciò che oggi è considerata una buona notizia e fa crescere il valore delle azioni, potrebbe nascondere il seme di una degenerazione progressiva dell’azienda. Vedere l’impresa come un soggetto cognitivo cambia quindi radicalmente le logiche di gestione: profitti, cash flow, E.V.A., da soli non sono in grado di misurare la vitalità dell’azienda e determinarne il valore. L’utilizzo stesso di un linguaggio meramente economico tende ad essere limitato per rappresentare l’agire d’impresa.

Accanto al linguaggio e alle metriche economiche occorre affiancare nozioni e concetti propri della termodinamica quali entropia e neghentropia (riduzione dell’entropia). Se l’agire economico di’impresa genera inevitabilmente entropia, intesa come consumo di risorse, diventa fondamentale innescare consapevolmente  processi neghentropici, quindi di segno contrario, che ripristino le risorse connesse al processo generativo dell’azienda.

Tali risorse non sono solo finanziarie, ma riguardano in primo luogo gli intangibile assets che l’impresa possiede: la sua reputazione ed immagine sul mercato, la sua capacità di soddisfare e fidelizzare i clienti, le competenze delle proprie persone, il know-how aziendale, la capacità di innovazione e così via. Non si tratta di dare un valore economico a questi asset, come tenta di fare la dottrina aziendalista tradizionale, perché – oltre ad essere l’ennesimo approccio riduzionista –  ciò equivarrebbe a considerarli alla stregua degli asset fisici e a legarli direttamente alla generazione di flussi di reddito ed extra-reddito.

Gli intangibles devono invece essere considerati in base al loro potenziale neghentropico. Il brand, la cultura aziendale, il KH e le competenze accrescono le capacità di adattamento dell’azienda e il numero di opzioni strategiche a disposizione della stessa. Avere ad esempio un brand che consente l’estensione a prodotti e servizi diversi da quelli originari, apre all’azienda opzioni strategiche che i concorrenti potrebbero non avere. Così come possedere una cultura aziendale fortemente caratterizzata da decentramento decisionale e responsabilità diffusa, potrebbe generare una rapidità e un’ampiezza di risposta al mercato difficilmente imitabile dai competitors. La fondamentale importanza degli asset intangibili è quindi rappresentata dalla loro valenza neghentropica.

Sotto questo diverso punto di vista, il semplicistico scopo di massimizzare i profitti aziendali (o il valore) perde quindi qualunque significato. Massimizzare una variabile porta inevitabilmente alla distruzione di altre importanti variabili correlate alle capacità auto-rigenerative dell’impresa.

Tornando alla domanda iniziale, le aziende entrano improvvisamente in crisi perché continuano ad utilizzare metriche di performance sbagliate e dannose. Il concetto di “improvvisamente” è tale solo perché lo stato di salute complessivo dell’azienda non è rilevato dalle metriche tradizionali. I KPI sono oggi utilizzati in un’ottica di efficienza, ottimizzazione e massimizzazione. Un miglioramento dei KPI fondamentali dell’azienda è considerato, senza eccezioni, una buona notizia. In un sistema vivente questo non è pensabile.  Parametri vitali quali la pressione arteriosa, il battito cardiaco, la temperatura corporea e l’ossigenazione sanguigna non sono – per usare una terminologia manageriale –KPI a scala crescente di valore, devono al contrario essere letti in un’ottica di omeostasi complessiva. Nessuno si sognerebbe mai di giudicare positivamente un parametro vitale come la pressione o la temperatura corporea che continua a crescere. Una persona è giudicata sana se questi parametri mantengono valori entro determinati range.

Nello stesso modo, assimilare un’impresa a un soggetto cognitivo, porterebbe a definire parametri vitali che, a differenza dei KPI usati oggi in azienda che migliorano al crescere del loro valore, avrebbero dei range di risultato ottimale in una logica complessiva di omeostasi del sistema. In questo senso un eccesso di profitto o di qualunque altro parametro ritenuto importante per l’esistenza dell’azienda, sarebbe considerato come un potenziale pericolo per la capacità autogenerativa del sistema. La misura del profitto a cui dovrebbe mirare l’impresa è infatti quella che non intacca le risorse necessarie per la propria evoluzione nel tempo.

Questa rivoluzione porterebbe cambiamenti radicali anche nella società: più investimenti di medio-lungo periodo, meno peso alla finanza e ai comportamenti speculativi, redistribuzione di ricchezza e più coesione tra i vari stakeholders in quanto uniti dall’unico scopo di mantenere elevata la capacità dell’azienda di esistere nel tempo.

Utopia? Può darsi, ma se le conseguenze positive di questa rivoluzione sono molto superiori allo status quo, possiamo limitarci a considerarla a lungo solo come un’utopia?

Interconnessione e resilienza

Qual è il vero grande cambiamento degli ultimi 20 anni? Il filo rosso che accomuna le trasformazioni politiche sociali, economiche e tecnologiche dell’ultimo ventennio è l’interconnessione. Tutto è più interdipendente e correlato rispetto al passato. Siamo inseriti in una rete sistemica senza più confini.  Il mondo oggi è costituito da network di agenti iperconnessi le cui interazioni non lineari determinano l’evoluzione della realtà e l’emergere di nuovi fenomeni e moti collettivi che sono difficilmente prevedibili studiando le proprietà dei singoli elementi del sistema.

Prevedere l’andamento di un simile sistema complesso è molto difficile. Non sappiamo quando (e come) usciremo da questa crisi economica internazionale, non conosciamo quali saranno gli sviluppi politici in molte zone calde del mondo e non riusciamo bene ad immaginare come le scoperte scientifiche e tecnologiche cambieranno il nostro modo di vivere e lavorare nei prossimi 20, 30, 40 anni.

Se prevedere il futuro diventa sempre più difficile, cresce l’importanza di essere attrezzati ad affrontare un qualunque futuro. Cresce quindi l’importanza di sviluppare strategie, politiche e strutture resilienti, in grado quindi di resistere agli urti e agli shock del sistema.

La comparazione tra le nozioni di “previsione” e resilienza” attraverso la funzione Ngram Viewer di Google evidenzia al proposito un trend interessante.  Nella figura 1 Il rosso descrive la frequenza di utilizzo della parola previsione nei libri in lingua inglese dal 1920 ad oggi. In blu l’utilizzo del termine resilienza. Come si può vedere, a partire dagli anni’80, cala il termine “forecasting” e “resilience” cresce.

Figura 1: forecasting vs resilience

resilienza

Il trend appena descritto è fortemente correlato con la crescita dell’interesse per il tema della complessità e dei sistemi complessi (Figura 2).

Figura 2 : complexity, forecasting, resilience

resilience 2
Mettere al centro dell’agire economico dei Paesi, delle istituzioni e delle aziende la resilienza richiede cambiamenti di non poco conto. Oltre due secoli di ricerca della massima efficienza e della massimizzazione dei ritorni hanno sedimentato prassi e approcci che appaiono oggi totalmente contrari alla crescita della resilienza dei sistemi.

Cosa occorre quindi per accrescere la resilienza? Vedo almeno 3 priorità:

  1. Rinunciare al dominio degli indici economico-finanziari: la politica dei governi e delle imprese è fortemente influenzata dagli indici. Che siano il rapporto deficit/PIL o debito/PIL per i Paesi, o il RONA (Return on net Asset), il ROE (return on Equity) o il ROIC (Return on Invested Capital) per le aziende, gli indici rendono miope l’agire di governi e aziende. Per le imprese, ad esempio, la gestione per indici porta facilmente il management a concentrarsi sulla riduzione del denominatore attraverso politiche di outsourcing, riduzione di costi e slittamento di investimenti. Il processo di innovazione inoltre tende inoltre a sbilanciarsi verso tutto ciò che può aumentare l’efficienza di processi esistenti (denominatore) piuttosto che sviluppare di nuovi prodotti e mercati (numeratore).
  2. Acquisire una visione sistemica: sistema” deriva dal greco syn + histanai che significa “mettere insieme”.Comprendere le cose in maniera sistemica significa inserirle in un contesto, stabilire la natura delle loro relazioni. il nostro modo di interpretare il modo e di agire non è sistemico. Tendiamo a separare ogni fenomeno, a studiarlo separatamente e a generalizzarne le conclusioni. Siamo spesso incapaci di cogliere le interconnessioni tra le variabili rimanendo quindi sorpresi dalle conseguenze delle nostre azioni. Le politiche comunitarie degli ultimi anni, così incentrare sugli egoismi nazionali, le visioni di breve periodo e la dimensione puramente finanziaria dell’unione Europea hanno creato danni politici e sociali che ci porteremo avanti per molto tempo. La stessa crisi finanziaria dell’ultimo quinquennio nasce da una mancanza di visione sistemica dei regolatori. Per l’analisi del rischio, ad esempio, si continuano a considerare le singole società in maniera individuale,senza esaminare a fondo le interconnessioni nell’intero sistema e le possibili retroazioni positive (di rinforzo) del fallimento di una società. Anche il management fatica a trovare una visione sistemica. Come sottolineano Clayton Christensen e Derek van Bever: “Nello studio del business e del management, abbiamo sempre separato le discipline che si possono intendere correttamente solo in termini di interazione reciproca e abbiamo proposto degli indicatori di successo che, nella migliore delle ipotesi, sono superficiali e nella peggiore sono dannosi” (HBR, giugno 2014).
  3. Ricercare la ridondanza: la misurazione delle performance aziendali di quarter tipica delle società quotate, porta a scelte strategiche ed operative pericolose per le prospettive di lungo termine dell’impresa. Una ricerca condotta su 400 CFO indica infatti che l’80% di loro non si fa scrupoli a tagliare le spese di marketing o sviluppo prodotto al fine di raggiungere i target previsti nel quarter nonostante siano consapevoli che questa decisione potrà avere effetti negativi sulla performance di lungo periodo dell’azienda. Gli economisti John Asker, Joan Farre-Mensa e Alexander Ljungqvist, inoltre hanno dimostrato che il desiderio di massimizzare il prezzo dell’azione nel breve termine porta le aziende quotate in Borsa a investire in asset appena la metà di quanto investono le aziende non quotate. E questo ha un enorme impatto sulla capacità di tali aziende di innovare e di pensare in maniera realmente strategica. Per sviluppare la resilienza di un’organizzazione (o di un sistema in genere) è importante sviluppare una ridondanza di asset intangibili non strettamente correlati alla performance attuale. Pressate dai risultati di breve periodo e dal miglioramento degli indici di efficienza, le aziende tendono a tagliare tutto ciò che non è strettamente legato alla creazione di valore, dimenticando talvolta che gli intangibile assets (conoscenza, competenza, reputazione, ecc.) rappresentano un valore in potenza, così come il valore (di oggi) è “conoscenza” in atto. L’investimento di oggi in conoscenza può quindi peggiorare alcuni indicatori economici ma consente all’impresa di acquisire una potenzialità di evolvere ai mutamenti dell’ambiente competitivi che non avrebbe in loro assenza.

Il World Economic forum lo scorso anno ha messo finalmente in agenda uno  studio sui sistemi complessi e la resilienza (Global Agenda Council on Complex System). E’ un segnale che fa ben sperare, a patto che non sia il solito gruppo di studio che produce report che nessuno (che davvero conta) legge.

 

 

 

 

Letture – Vita e Natura una Visione Sistemica

vita e naturaHo finito di leggere Vita e Natura – Una Visione sistemica (Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi)  poco prima delle vacanze estive (le dimensioni del volume sconsigliavano di metterlo in valigia…). E’ stata una lettura a tratti entusiasmante e ricca di spunti interessanti anche se in alcune parti impegnativa.

Vita e Natura è senza dubbio un libro che mancava e di cui si sentiva il bisogno. In un mondo che continua dissennatamente a premiare le conoscenze iperspecialistiche, penso sia importante educare ad una visione sistemica della realtà e della conoscenza. Le ricette e le soluzioni degli specialisti nascono infatti spesso in un alveo epistemologicamente riduzionista che ne riduce l’efficacia e le rende insostenibili.  Come sottolineano Capra e Luisi: “Con l’avanzare del XXI secolo sta diventando sempre più evidente che i problemi cruciali della nostra epoca – energia, ambiente, cambiamento climatico, sicurezza alimentare, sicurezza finanziaria – non possono essere studiati e capiti separatamente, in quanto sono problemi sistemici, vale a dire sono tutti interconnessi e interdipendenti.”

Oggi non esiste una diffusa cultura dell’interdipendenza e dell’interconnessione. La maggior parte dei fenomeni (sociali, economici, politici, biologici) continuano ad essere studiati separatamente portando a conoscenze sempre più approfondite e analitiche del particolare ma anche a cecità e incomprensione degli effetti sistemici delle parti sul tutto.

Il pensiero sistemico mira a vedere le interconnessioni nascoste, mira a trovare soluzioni sostenibili, a concentrarsi sulle cause e non sui sintomi. Sistema deriva infatti da dal greco syn + histanai (“mettere insieme”). Comprendere le cose sistemicamente significa letteralmente metterle in un contesto, stabilire la natura delle loro relazioni. Significa contestualizzare la conoscenza.

Vita e Natura di Capra e Luisi porta il letture a scoprire cosa significa adottare un approccio sistemico in diversi campi del sapere: dalla medicina alla biologia, dall’economia al management, dalla sociologia ai processi cognitivi.

Il punto di partenza del libro è lo shock subito dalla scienza del XX secolo quando ha intuito di non poter comprendere i sistemi viventi attraverso meri approcci di tipo analitico. Quando ha appreso che le proprietà delle parti non sono proprietà intrinseche, ma possono essere comprese solo all’interno del contesto della totalità più ampia.

E’ stato il filosofo C.D. Broad che nei primi anni ’20 ha coniato il termine “proprietà emergenti” per definire quelle proprietà che emergono ad un certo livello di complessità, ma non esistono ai livelli inferiori. Quando, ad esempio, gli atomi di carbonio, ossigeno e idrogeno si legano in un certo modo, formando lo zucchero, il composto che ne risulta ha un sapore dolce. Questa dolcezza, come sottolineano gli autori, non risiede né in C, né in O, né in H. Risiede invece nello schema che emerge dalla loro interazione. Si tratta di una proprietà emergente.

Inoltre, la dolcezza non è una proprietà dei legami chimici. Essa, infatti, è un’esperienza sensoriale che sorge quando le molecole di zucchero interagiscono con la chimica delle nostre papille gustative che, a loro volta, attivano in un determinato modo una serie di neuroni. L’esperienza della dolcezza emerge quindi da quell’attività neurale.

Se fisica, biologia e neuroscienze hanno fatto enormi passi avanti nella visione sistemica della realtà, così non si può dire per altri ambiti quali l’economia, la finanza e il management.

Istruttive sono le parole degli autori: “I complessi strumenti finanziari che sono al cuore della crisi del credito sono stati pensati da matematici e fisici che usavano modelli informatici per ricostituire i prestiti inaffidabili in modo da riuscire a eliminare la maggior parte dei rischi. I loro modelli però si sono rivelati sbagliati, poiché i fisici e i matematici non sono esperti di comportamento umano e il comportamento umano non può essere modellizzato matematicamente. Nei loro incauti sforzi, essi hanno seguito una lunga tradizione di economisti che modellavano il comportamento dei consumatori considerandoli attori razionali ed egoisti che competono con gli altri per massimizzare il proprio guadagno. Questi modelli miopi, dei quali l’ingrediente principale è l’avidità pura, sono mere caricature del vero comportamento umano e dunque il loro fallimento non stupisce” (Capra e Luisi, 2014).

E ancora a proposito delle teorie organizzative: “I principi della teoria classica del management sono stati così incorporati nel modo in cui gli amministratori pensano alle organizzazioni che per la maggior parte di loro la progettazione delle strutture formali, connesse da linee precise di comunicazione, coordinamento e controllo, è diventata quasi una seconda natura. Questo abbracciare in modo prevalentemente inconsapevole l’approccio meccanicista al management oggi è diventato il principale ostacolo al cambiamento organizzativo” (Capra e Luisi, 2014).

 Consiglio di leggere Vita e Natura a tutti gli appassionati di complessità e a coloro interessati a comprendere la nuova concezione sistemica della realtà e le sue implicazioni nei diversi ambiti disciplinari.

Ringrazio infine Aboca che nell’ambito delle sue International Lectures on Nature and Human Ecology, ha deciso di pubblicare in Italia il testo “The System view of Life” pubblicato originariamente da Cambridge University Press (2014).