Quando innovazione fa rima con persone

IFMAIl 28 ottobre parteciperò al Convegno di apertura del Facility Management Day che si terrà a Milano a Palazzo delle Stelline. L’argomento del Convegno di apertura è “Quando innovazione fa rima con persone – Bilanciare le differenze tra generazioni.

Il convegno sarà moderato da Simone Crolla, Managing Director di American Chamber of Commerce in Italy, e con me interverrà Maria Cristina Bombelli, Presidente di Wyse-Growth.

Di seguito la presentazione del Convegno:

Prendendo spunto da una recente ricerca condotta da IFMA Italia, il convegno analizzerà quella che rappresenta forse la maggiore sfida manageriale di questi anni: come far convivere in maniera armoniosa e produttiva le tre diverse generazioni presenti oggi in azienda. L’incontro analizzerà come l’organizzazione dovrà evolversi per includere e valorizzare al massimo gli appartenenti a ognuno di questi gruppi generazionali, riuscendo a fornire le giuste motivazioni a ciascuno di essi e ad esaltare le loro diverse qualità. Infine, verrà tratteggiato un quadro del prossimo futuro e del tipo di azienda che verrà immaginata e modellata da coloro che saranno i manager di domani

Interconnessione e resilienza

Qual è il vero grande cambiamento degli ultimi 20 anni? Il filo rosso che accomuna le trasformazioni politiche sociali, economiche e tecnologiche dell’ultimo ventennio è l’interconnessione. Tutto è più interdipendente e correlato rispetto al passato. Siamo inseriti in una rete sistemica senza più confini.  Il mondo oggi è costituito da network di agenti iperconnessi le cui interazioni non lineari determinano l’evoluzione della realtà e l’emergere di nuovi fenomeni e moti collettivi che sono difficilmente prevedibili studiando le proprietà dei singoli elementi del sistema.

Prevedere l’andamento di un simile sistema complesso è molto difficile. Non sappiamo quando (e come) usciremo da questa crisi economica internazionale, non conosciamo quali saranno gli sviluppi politici in molte zone calde del mondo e non riusciamo bene ad immaginare come le scoperte scientifiche e tecnologiche cambieranno il nostro modo di vivere e lavorare nei prossimi 20, 30, 40 anni.

Se prevedere il futuro diventa sempre più difficile, cresce l’importanza di essere attrezzati ad affrontare un qualunque futuro. Cresce quindi l’importanza di sviluppare strategie, politiche e strutture resilienti, in grado quindi di resistere agli urti e agli shock del sistema.

La comparazione tra le nozioni di “previsione” e resilienza” attraverso la funzione Ngram Viewer di Google evidenzia al proposito un trend interessante.  Nella figura 1 Il rosso descrive la frequenza di utilizzo della parola previsione nei libri in lingua inglese dal 1920 ad oggi. In blu l’utilizzo del termine resilienza. Come si può vedere, a partire dagli anni’80, cala il termine “forecasting” e “resilience” cresce.

Figura 1: forecasting vs resilience

resilienza

Il trend appena descritto è fortemente correlato con la crescita dell’interesse per il tema della complessità e dei sistemi complessi (Figura 2).

Figura 2 : complexity, forecasting, resilience

resilience 2
Mettere al centro dell’agire economico dei Paesi, delle istituzioni e delle aziende la resilienza richiede cambiamenti di non poco conto. Oltre due secoli di ricerca della massima efficienza e della massimizzazione dei ritorni hanno sedimentato prassi e approcci che appaiono oggi totalmente contrari alla crescita della resilienza dei sistemi.

Cosa occorre quindi per accrescere la resilienza? Vedo almeno 3 priorità:

  1. Rinunciare al dominio degli indici economico-finanziari: la politica dei governi e delle imprese è fortemente influenzata dagli indici. Che siano il rapporto deficit/PIL o debito/PIL per i Paesi, o il RONA (Return on net Asset), il ROE (return on Equity) o il ROIC (Return on Invested Capital) per le aziende, gli indici rendono miope l’agire di governi e aziende. Per le imprese, ad esempio, la gestione per indici porta facilmente il management a concentrarsi sulla riduzione del denominatore attraverso politiche di outsourcing, riduzione di costi e slittamento di investimenti. Il processo di innovazione inoltre tende inoltre a sbilanciarsi verso tutto ciò che può aumentare l’efficienza di processi esistenti (denominatore) piuttosto che sviluppare di nuovi prodotti e mercati (numeratore).
  2. Acquisire una visione sistemica: sistema” deriva dal greco syn + histanai che significa “mettere insieme”.Comprendere le cose in maniera sistemica significa inserirle in un contesto, stabilire la natura delle loro relazioni. il nostro modo di interpretare il modo e di agire non è sistemico. Tendiamo a separare ogni fenomeno, a studiarlo separatamente e a generalizzarne le conclusioni. Siamo spesso incapaci di cogliere le interconnessioni tra le variabili rimanendo quindi sorpresi dalle conseguenze delle nostre azioni. Le politiche comunitarie degli ultimi anni, così incentrare sugli egoismi nazionali, le visioni di breve periodo e la dimensione puramente finanziaria dell’unione Europea hanno creato danni politici e sociali che ci porteremo avanti per molto tempo. La stessa crisi finanziaria dell’ultimo quinquennio nasce da una mancanza di visione sistemica dei regolatori. Per l’analisi del rischio, ad esempio, si continuano a considerare le singole società in maniera individuale,senza esaminare a fondo le interconnessioni nell’intero sistema e le possibili retroazioni positive (di rinforzo) del fallimento di una società. Anche il management fatica a trovare una visione sistemica. Come sottolineano Clayton Christensen e Derek van Bever: “Nello studio del business e del management, abbiamo sempre separato le discipline che si possono intendere correttamente solo in termini di interazione reciproca e abbiamo proposto degli indicatori di successo che, nella migliore delle ipotesi, sono superficiali e nella peggiore sono dannosi” (HBR, giugno 2014).
  3. Ricercare la ridondanza: la misurazione delle performance aziendali di quarter tipica delle società quotate, porta a scelte strategiche ed operative pericolose per le prospettive di lungo termine dell’impresa. Una ricerca condotta su 400 CFO indica infatti che l’80% di loro non si fa scrupoli a tagliare le spese di marketing o sviluppo prodotto al fine di raggiungere i target previsti nel quarter nonostante siano consapevoli che questa decisione potrà avere effetti negativi sulla performance di lungo periodo dell’azienda. Gli economisti John Asker, Joan Farre-Mensa e Alexander Ljungqvist, inoltre hanno dimostrato che il desiderio di massimizzare il prezzo dell’azione nel breve termine porta le aziende quotate in Borsa a investire in asset appena la metà di quanto investono le aziende non quotate. E questo ha un enorme impatto sulla capacità di tali aziende di innovare e di pensare in maniera realmente strategica. Per sviluppare la resilienza di un’organizzazione (o di un sistema in genere) è importante sviluppare una ridondanza di asset intangibili non strettamente correlati alla performance attuale. Pressate dai risultati di breve periodo e dal miglioramento degli indici di efficienza, le aziende tendono a tagliare tutto ciò che non è strettamente legato alla creazione di valore, dimenticando talvolta che gli intangibile assets (conoscenza, competenza, reputazione, ecc.) rappresentano un valore in potenza, così come il valore (di oggi) è “conoscenza” in atto. L’investimento di oggi in conoscenza può quindi peggiorare alcuni indicatori economici ma consente all’impresa di acquisire una potenzialità di evolvere ai mutamenti dell’ambiente competitivi che non avrebbe in loro assenza.

Il World Economic forum lo scorso anno ha messo finalmente in agenda uno  studio sui sistemi complessi e la resilienza (Global Agenda Council on Complex System). E’ un segnale che fa ben sperare, a patto che non sia il solito gruppo di studio che produce report che nessuno (che davvero conta) legge.

 

 

 

 

Scienze economiche e sistemi complessi: spunti per una riflessione

braincogs123_zpsda563d84Nel saggio “The theory of Complex Phenomena” (1964), Friedrick von Hayek scriveva:

Ciò di cui ci dobbiamo liberare è l’ingenua credenza  che il mondo sia organizzato in modo tale che sia possibile scoprire, attraverso l’osservazione diretta, delle semplici regolarità tra tutti i fenomeni e che questo sia un presupposto necessario per l’applicazione di un metodo scientifico. Quello che abbiamo scoperto fino ad adesso sull’organizzazione di molte strutture complesse dovrebbe essere sufficiente per insegnarci che non c’è alcun motivo che giustifichi questa aspettativa e che, se vogliamo continuare a progredire in questi ambiti, i nostri obiettivi dovranno essere ben diversi dagli obiettivi che ci poniamo nell’ambito dei fenomeni semplici.”

Come sottolineava Hayek, nell’ambito dei fenomeni complessi la ricerca di leggi naturali la cui scoperta consente di determinare l’evoluzione del sistema, rappresenta una chimera. Un sistema complesso non può essere previsto in maniera deterministica e il concetto stesso di “metodo scientifico” in questo ambito deve mutare rispetto alla sua adozione in ambiti più semplici.

Cinquant’anni dopo la pubblicazione di questo saggio, la lezione di Hayek resta in gran parte inascoltata. Le scienze economiche si sono evolute identificando, o pensando di identificare, delle regolarità in grado di spiegare e, in un certo senso predire, l’evoluzione dei sistemi economici. Tali regolarità, lungi dall’essere “scientifiche”, hanno nel tempo assunto una valenza ideologica. Esse spiegano il mondo non per come realmente è (complesso e non deterministico), ma per come i promotori di tali regolarità l’hanno concepito. Essendo le idee degli “scienziati economici” molto diverse tra loro, ciò che appare a taluni come una legge universale, appare ad altri come un’idea bislacca. In sostanza è considerato “scientifico” solo ciò che nasce nell’alveo della propria ideologia e visione della realtà.

Lo scontro ideologico tra economisti è apparso, in questi anni di crisi, in tutta la sua forza. C’è chi sostiene con vigore che il rigore dei conti porterà alla crescita grazie alla nuova credibilità del Paese e chi invece considera il rigore come una delle principali cause della bassa crescita e individua nell’aumento della spesa pubblica e degli investimenti la molla per far ripartire l’economia.

Un esempio analogo riguarda il lungo e acceso dibattito sull’aumento di liquidità nel sistema. Serve o non serve per rilanciare l’economia? Anche qui le opinioni sono state opposte. Sì serve, anche se porterà ad una crescita dell’inflazione, dicevano alcuni. No, è meglio non esagerare con la liquidità perché innescherà una spirale  iper-inflattiva che distruggerà tutti i potenziali benefici di questa scelta di politica economica. Come è noto, oggi il rischio reale non è l’inflazione ma la deflazione e tutti gli esperti si sono riposizionati per fornire le loro (diverse) ricette per scongiurare questo pericolo.

Che dire infine delle diseguaglianze dei redditi? Per alcuni (Piketty) sono la fonte di ogni male, per altri sono la spinta vitale della crescita economica (Kuznets).

Cosa ci insegna tutto questo? Per fare un passo avanti si dovrebbe comprendere che ciò che noi chiamiamo “economia” è una nostra costruzione di fantasia. Non esiste nessuna economia. Esistono milioni di interazioni quotidiane tra individui, imprese, istituzioni che definiscono  continuamente la realtà di oggi e la potenziale realtà di domani. Come si può pensare di studiare questo genere di complessità come se fosse un sistema chiuso e regolato da leggi universali?

Aiuterebbe certamente l’abbandono di termini quali “scienze economiche” e “scienze politiche”. Si dovrebbe più correttamente parlare di “filosofie economiche” e “filosofie politiche”. Nutro grande rispetto e amore per la filosofia, quindi non intendo in nessun modo sminuirne l’importanza come disciplina e approccio di pensiero e conoscenza. Lo scopo della mia provocazione è quello di far scendere dal trono delle certezze coloro che lo hanno usurpato. Mentre è un piacere assistere ad un dibattito tra filosofi che hanno visioni diverse della realtà. Lo stesso dibattito tra economisti (o politici) è inascoltabile perché ognuno pensa di avere la verità in tasca in forza di modelli interpretativi del mondo che magari hanno anche superato il vaglio dei modelli matematici, ma che rappresentano mere semplificazioni ideologiche. I filosofi attraverso il confronto fanno progredire la conoscenza. Gli economisti attraverso lo scontro la fanno regredire.

Bisogna quindi cestinare secoli di studi sull’economia? Assolutamente no. Le diverse teorie economiche, pur non avendo carattere predittivo, possono essere estremamente utili per impostare le politiche economiche nazionali e internazionali. L’economia, in quanto sistema complesso, reagisce agli stimoli, alle perturbazioni. La reazione è tuttavia, complessa e non prevedibile. Se gli economisti vogliono essere maggiormente ascoltati e avvicinare la loro disciplina alla scienza, a mio parere, devono affidarsi meno a modelli e algoritmi e affinare di più le loro conoscenze sulle dinamiche sistemiche. Non serve una ricetta per indirizzare un sistema economico, serve un set eterogeneo di “armi” che possono guidarlo nel tempo in una logica di apprendimento e aggiustamento continuo. Questo richiede l’abbandono delle ideologie economiche e l’onestà intellettuale di riconoscere la validità, in certi contesti e condizioni, delle teorie di esperti che la pensano diversamente.

Norbert Weiner ha definito la cibernetica come “l’arte del timoniere”. Il timoniere tiene la rotta non perché è statico, ma perché aggiusta in ogni momento la rotta a seconda di un groviglio di tendenze e di controtendenze assolutamente imprevisto e rinnovabile. Ogni buon economista e governante dovrebbe essere un timoniere che interpreta la specificità (qui ed ora) del proprio contesto e prova a farlo evolvere attraverso l’intero bagaglio di conoscenze che esso dispone. Pronto in ogni istante a leggere i cambiamenti del sistema e ad adeguare la propria rotta.

Questa velocità di azione e di continuo accoppiamento reciproco con il sistema che si vuole guidare è del tutto impossibile se il processo decisionale è lento e viziato da continui scontri ideologici.

Oggi ci scontriamo sulla migliore strategia per far ripartire l’economia. Il problema sta proprio in questo. Non esiste una strategia ottimale, una via giusta e perfetta che funziona universalmente. I sistemi complessi non funzionano in questo modo. La ricerca della via ottimale può andare bene per risolvere un problema chiuso circoscritto, complicato, ma quando entrano in campo milioni di interazioni e interconnessioni, l’individuazione della migliore strategia perde di senso. L’evoluzione del sistema emerge continuamente dal suo dinamismo interno. Per governare (e non certo per controllare) questo genere di sistemi occorre dotarsi di un set di possibili strade. Un set che cambia continuamente al mutare del contesto (che quindi necessita di una continua reinterpretazione).

E’ proprio ciò che intendeva Antonio Machado quando affermava che la “rotta la si fa con il cammino”. Le ricette e le ideologie economiche potranno contribuire al benessere di persone e Paesi solo se perderanno l loro presunzione ideologica di essere “scientificamente corrette” (nell’accezione più integralista del termine). E’ il contesto che dirà di momento in momento, e di specificità in specificità, quale tra queste teorie potrà essere di maggior aiuto.

Senza questo sforzo il rischio è che la “scienza economica” ci forzi su una rotta prestabilita che porta dritta dritta sugli scogli di Scilla e di Cariddi.

Letture – Il Segnale e il Rumore

il segnale e il rumoreHo letto Il Segnale e il Rumore di Nate Silver su segnalazione dell’amico Valerio Eletti. Non conoscevo l’autore e ho scoperto che Silver anima uno dei blog politici più seguiti d’America (Five ThirtyEight) ed è diventato famoso grazie alle sue previsioni sui risultati delle prestazioni individuali dei giocatori di baseball americani e anticipando l’esito delle elezioni politiche del 2008 in 49 Stati su 50.
Data la premessa, ci si potrebbe aspettare che Il Segnale e il Rumore sia un libro ricco di previsioni e trend sul futuro in cui si accarezza l’idea che con il giusto metodo qualunque cosa possa essere accuratamente prevista. Per fortuna non è così. Silver analizza diversi ambiti (lo sport, la meteorologia, l’economia, i terremoti, il gioco, ecc.) e per ognuno di essi esamina in maniera critica gli approcci previsionali prevalenti citando esempi, e spesso arrivando a conclusioni, non diverse da quelle di Taleb nel suo “Cigno Nero
Particolarmente interessante è l’analogia che Silver fa tra l’economia e la meteorologia: “La sfida che affrontano gli economisti può essere paragonata a quella che affrontano i meteorologi. L’economia, così come l’atmosfera, è un sistema dinamico: ogni cosa influenza tutto il resto e il sistema è in continuo movimento.
Le analogie tra queste due scienze, tuttavia, finiscono qui. I meteorologi negli ultimi 30 anni hanno visto costantemente crescere la loro reputazione attraverso previsioni sempre più accurate e precise. La reputazione degli economisti, al contrario, ha subito un colpo significativo (vi ricordate la domanda posta dalla Regina Elisabetta II, alla London School of Economics nel novembre del 2008: “Come è possibile che nessuno si sia accorto che stava arrivandoci addosso questa crisi spaventosa?”).
I meteorologi sono riusciti in questi anni a sviluppare una solida conoscenza di quali sono le cause che portano alla formazione e alla dissipazione di un tornado e oggi sono in grado di prevedere con una buona precisione l’evoluzione delle correnti atmosferiche. L’economia, a differenza della meteorologia è una scienza molto più morbida, in cui la variabilità e aleatorietà del comportamento umano e i continui feedback che esso comporta all’interno del sistema, rendono più difficile formulare previsioni attendibili.
Non ci sarebbe nulla di male se gli esperti di economia riconoscessero questi limiti e adeguassero la portata delle loro considerazioni e dei loro pareri. In realtà, avviene esattamente il contrario. I meteorologi raramente si spingono a fare previsioni che superano le 2/3 settimane e le previsioni su cui esprimono un intervallo di confidenza al 90% si sviluppano nell’arco di 3 giorni. Gli economisti, al contrario, pur in presenza di un contesto di studio più aleatorio, continuano a formulare previsioni con intervalli di confidenza al 90% su base annua e frequentemente si spingono a formulare previsioni a 20, 30 e 50 anni (L’OCSE si è recentemente lanciata in una previsione al 2060 in base al quale la Cina produrrà il 28% del PIL della Terra contro il 17 di oggi, gli Stati Uniti scenderanno dal 23 del 2012 al 16%, l’India dal 7 salirà al 18%.).
Silver, ad esempio, riporta nel suo libro i dati previsionali del Survey of Professional Forecaster a partire dal 1968. L’analisi evidenzia che il valore reale del PIL di ogni anno preso in esame esce dall’intervallo di previsione (al 90%) quasi la metà delle volte. Ciò consente all’arguto autore di prendere sonoramente in giro gli esperti di economia: “Quando sentite la notizia che il PIL crescerà del 2,5% nel corso del prossimo anno, significa che potrebbe invece crescere facilmente anche allo spettacolare tasso del 5,7%, o cadere allo 0,7%.”
Il Segnale e il rumore è quindi un libro da leggere per capire i limiti delle possibilità previsionali e saper distinguere tra approcci e modelli previsionali efficaci e approcci e modelli farlocchi. La dimensione del testo (oltre 600 pagine) può forse spaventare, tuttavia molti capitoli sono tematici e quindi è possibile saltare alcune parti che si ritengono meno interessanti (io ad esempio l’ho fatto con il capitolo interamente dedicato al poker…).
Buona lettura!

Letture – Pensieri lenti e veloci

pensieri-lenti-e-velociI protagonisti dell’ultimo libro di Daniel Kahneman sono il Sistema 1 e il Sistema 2, ovvero il pensiero veloce e quello lento. Nelle nostre azioni quotidiane ognuno di noi è continuamente guidato dall’alternanza di questi due sistemi. Il sistema 1 è quello che si attiva nel momento in cui, entrando in casa dopo una giornata di lavoro, notiamo un’espressione insolita in un nostro familiare. Si tratta del pensiero istintivo che si attiva rapidamente per decodificare il mondo che ci circonda e permetterci di reagire istantaneamente.

Rispondere invece ad un’operazione di calcolo, ad esempio14 x 37, richiede l’attivazione del sistema 2, più  lento, ma l’unico in grado  di analizzare in profondità le situazioni, confrontare le varie caratteristiche degli oggetti, e operare scelte oculate tra varie opzioni. Il sistema 1, non è in grado di fare tutto ciò. Il suo vantaggio è senza subbio la rapidità, tuttavia esso si limita a individuare e riconoscere relazioni semplici e non sa combinare informazioni eterogenee.

Riconoscere il funzionamento di questi due sistemi e le loro sinergie è di fondamentale importanza ai fini della presa di decisioni. Ad esempio, dal momento che il sistema 2 è pigro e si attiva molto più lentamente, il rischio è che la lettura superficiale di un contesto guidata dal solo sistema 1 ci porti ad azioni sbagliate e potenzialmente pericolose. Il sistema 1 può infatti generare impressioni e sensazioni immediate che, in assenza di attivazione del sistema 2, tendono a trascurare dubbi e ambiguità di fondo e ad essere ciechi di fronte alle eventuali interdipendenze della situazione in cui ci si trova. Questo può portare a trasformare le sensazioni e impressioni immediate in credenze consolidate che portano ad un determinato corso d’azione in maniera pressoché automatica.

In questo libro Kahneman, oltre a presentare le caratteristiche del pensiero lento e di quello veloce, riprende e aggiorna molti dei temi che lo hanno portato a vincere il Nobel e a diventare il principale punto di riferimento dell’economia comportamentale. Nel libro vengono quindi citate molte ricerche sui principali bias cognitivi. In particolare ho trovato molto interessanti alcuni esperimenti sul “priming” che non conoscevo, nonché le feroci critiche (corredate da ricerche e studi) che Kahneman riserva a tutti coloro che pretendono di prevedere il futuro: “E’ sbagliato incolpare qualcuno di non essere riuscito a fare previsioni precise in un mondo imprevedibile. Pare tuttavia giusto incolpare i professionisti di credere di poter riuscire in un compito impossibile. Affermare di avere intuizioni corrette in una situazione imprevedibile è nella migliore delle ipotesi un autoinganno, e a volte qualcosa di peggio” (Kahneman).

Pensieri lenti e veloci ha più di 500 pagine ma, almeno per chi si interessa di questi temi, suscita in quasi tutte le sue parti l’interesse del lettore. Lo stile discorsivo, i frequenti aneddoti personali, la ricchezza degli studi e delle ricerche sull’argomento, ne fanno una lettura piacevole e coinvolgente.

La previsione del futuro paga sempre il massimo dell’interesse

nouriel-roubini-tmagsfE’ di questi giorni la notizia della confisca della vasca abusiva costruita da Nouriel Roubini sulla terrazza del suo attico di Manhattan. Gli articoli dei giornali hanno messo in evidenza la parte folkloristica della notizia, ovvero le lamentela dei vicini per i frequenti festini con modelle. Questa notizia, pur interessante, suscita poco altro che un po’ di invidia in alcuni e una leggera sensazione di deja vu che fatica a catturare l’attenzione in noi italiani (abbiamo visto cose che voi umani…).

Mi ha molto più colpito una seconda informazione cui i giornali hanno dato meno evidenza. L’attico di Roubini è stato acquistato nel 2010 per 5,5 milioni di dollari. Lo stesso Roubini ha dichiarato che la crisi mondale è stata una vera e propria manna per la sua carriera (ed evidentemente  per le sue entrate finanziarie). Prima del 2008 Nouriel Roubini era uno sconosciuto professore universitario, poco considerato e certamente mai invitato nei posti che contano.  La sua ascesa nell’Olimpo degli economisti guru nasce dal fatto di essere stato uno dei pochissimi ad aver previsto la crisi finanziaria mondiale che si è innescata a partire dal 2008, o poco prima. Quando tutti gli altri, in buona o cattiva fede, dicevano che non vi era alcun rischio di bolla immobiliare o di reazione a catena sui mercati globali, Roubini  portava avanti le sue previsioni catastrofiche sull’economia mondale (da qui l’appellativo che gli è stato affibbiato: Dr. Doom).

Da quel momento Roubini è diventato una “econostar”, il guru capace di vedere il futuro prima degli altri, lo studioso le cui analisi fuori dagli schemi ortodossi  colgono nel segno.  Crea un centro di analisi strategiche, vende a caro prezzo i suoi report, si fa pagare a peso d’oro nelle conferenze in giro per il mondo, e quindi  non deve certo sorprendere l’acquisto dell’attico a New York per 5,5 milioni di euro un paio di anni dopo l’inizio della crisi economica.

Visto da questo punto di vista non vi è nulla di male nella storia di Roubini, si potrebbero anzi vedere i contorni del sogno americano, del self made man, della meritocrazia, del genio. Tutte valenze molto positive che purtroppo sono molto rare in Italia.

C’è però un’altra faccia della medaglia. Dal 2008 ad oggi Roubini ha continuato ad esercitare la sua professione di guru delle previsioni economiche e da quel momento ad oggi ne ha imbroccate davvero poche. Negli ultimi due anni, cito a memoria, l’economista americano ha previsto:

  • che la Grecia sarebbe uscita dalla zona Euro
  • che il Portogallo avrebbe fatto la stessa fine
  • che la speculazione in Europa avrebbe fatto collassare l’Euro
  • e che il prezzo dell’oro sarebbe crollato a 700 dollari l‘oncia

Non male per un guru delle previsioni. Pensate a quanto denaro un investitore che avesse seguito le previsioni di Roubini avrebbe potuto fare (perdere) se avesse seguito le sue profezie… che, si noti, sono tutte catastrofiche e con il segno meno davanti in piena coerenza con il suo appellativo di Dr.Doom.

Cosa ci dice tutto questo? Ci dice che i media, le aziende, gli investitori, i politici sono ossessionati dalla previsione del futuro, amano e mettono su un piedistallo chi ha dimostrato di saperlo fare, non importa se ciò è accaduto solo una volta nella vita. Sperano che l’arte divinatoria che li ha guidati una volta possa riemergere ancora per illuminarli sugli scenari futuri.

Ci dice anche che fare il guru delle previsioni è un mestiere che paga moltissimo.  Se si vuole diventare una  econonostar (e comprarsi un attico a New York) occorre fare previsioni tutti i giorni su qualunque argomento. Più la previsione sarà fuori dal coro e meglio è. Non importa se risulterà sbagliata. Nessuno lo noterà. Quando però una previsione risulterà azzeccata, la partita professionale è vinta. L’etichetta di guru sarà per sempre e non sarà intaccata da nessuna futura previsione sbagliata. Ecco perché così tanti economisti, futurologi, tecnologi e politici si spingono a delineare gli scenari futuri. Sono spinti dai media ma sanno che l’interesse che potrebbero riscuotere dalle loro previsioni sarà solo positivo o, nel peggiore dei casi nullo, ma mai o quasi mai negativo.

Nel 2005 Philip Tetlock, un professore di psicologia e management dell’Università della Pennsylvania, ha pubblicato un libro che ha fatto molto discutere: “Expert Political Judgement – How good i sit?How can we know?” Il libro riporta i risultati di una ricerca di lungo periodo condotta da Tetlock sulle capacità previsionali degli esperti. Tetlock  intervistò 284 persone che per mestiere commentavano o davano consigli sulle tendenze economiche e politiche. Chiese loro di valutare la probabilità che certi eventi accadessero in un futuro non troppo lontano, sia in aree dl mondo conoscevano molto bene, sia in aree con cui avevano minore familiarità. Chiese ad esempio agli esperti se Gorbaciov sarebbe stato spodestato con un colpo di stato, se gli Stati Uniti avrebbero fatto una guerra nel Golfo Persico e quale Paese sarebbe divenuto il nuovo big del mercato emergente.

I risultati sono stati disastrosi e la conclusione a cui giunse Tetlock fa riflettere: “in quest’epoca di iperspecializzazione accademica, non c’è motivo di supporre che le firme dei giornali più prestigiosi, come illustri politologi, economisti, specialisti in studi di settore e così via, siano migliori di attenti lettori del New York Times nel leggere “situazioni emergenti”.

Interessante è stata la classificazione che Tetlock ha fatto degli esperti. Li ha divisi tra “ricci” e “volpi”. L’esperto riccio – cito un nome che mi viene subito in testa: Donald Rumsfeld – ha una teoria del mondo, spiega eventi specifici riferendo tutto a una visione centrale, a un sistema più  meno coerente e articolato. Reagisce con impazienza a chi non vede le cose nel suo modo ed è sicuro delle proprie previsioni. Il riccio è anche particolarmente restio ad ammettere gli errori. Per loro una previsione errata è quasi sempre “sbagliata solo nella tempistica” o “quasi esatta”.

Gli esperti volpe sono pensatori complessi. Non credono che un unico grande fattore guidi il progresso della storia. Ritengono piuttosto che la realtà emerga dalle interazioni di molti e svariati agenti e forze, tra cui il cieco caso, e che questo produca spesso risultati imprevedibili e di vasta portata.

Sono state proprio le volpi a registrare il punteggio migliore nel test di Tetlock, ma generalmente questo genere di studiosi ed esperti sono molto meno invitati dei ricci nei  talk show televisivi e nelle conferenze internazionali … e molto probabilmente non danno  (ahimè per loro) festini nel proprio attico.

Biennale di Venezia – Convegno Transition Town

Domenica 11 novembre parteciperò al Convegno “Transition Town – Ipotesi per un design dell’inclusione “ organizzato dal Prof. Giuseppe Marinelli De Marco (Vice Direttore ISIA Roma Design) che si svolgerà presso il Padiglione Italia della Biennale di Venezia.

Al centro dell’iniziativa ci sarà il concetto di Transizione come paradigma cognitivo attraverso cui leggere alcune importanti mutazioni generate dall’economia globalizzata, e su alcune ipotesi applicative nel campo dell’architettura finalizzata al sociale.

Il convegno sarà aperto da Luca Zevi, curatore del Padiglione Italia della Biennale e avrà tra i molti relatori, Giuseppe Roma, Direttore del Censis, Riccardo Monti, direttore dell’ICE, Carlo Medaglia, dell’Università La Sapienza, Stefano Bartolini dell’Università di Siena e Sonia Massari del Barilla Center for Food and Nutrition.

Il mio intervento si focalizzerà sulla “transizione” dei modelli economici e organizzativi. Di seguito l’abstract:

“La crisi di questi anni ha evidenziato i limiti dei modelli economici e organizzativi adottati da governi e imprese. Alla base di questo fallimento vi sono un’ontologia (ordine) e un’epistemologia (regole) incoerenti rispetto a un mondo liquido e fortemente interconnesso. Approcci tesi alla modellizzazione, alla previsione del futuro, alla creazione di ordine ed efficienza e al ricorso al genio salvifico del singolo, soffocano i processi di innovazione nelle organizzazioni e nella società.  Occorre cominciare a ripensare i modelli economici e organizzativi all’interno di una cornice ontologica  del “non-ordine”, più coerente con l’attuale complessità. Modellizzazione, previsione, efficienza e genialità individuale devono gradualmente lasciare spazio a concetti quali la generazione di contesti di innovazione, l’intelligenza collettiva e collaborativa, la contaminazione dei saperi e l’esplorazione. I modelli organizzativi più adatti a governare le dinamiche tipiche della complessità sociale ed economica sono quelli che non si focalizzano sui risultati attesi (l’output), bensì sulle condizioni di partenza (gli input) da cui possono “emergere” soluzioni, idee e innovazioni sostenibili e coerenti con un mondo in trasformazione.”

E’ possibile partecipare al convegno acquistando il biglietto della Biennale di Venezia.

Per il programma dettagliato e approfondimenti è possibile scaricare la locandina del convegno.