Il libro

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PRESENTAZIONE:

La gestione delle aziende in cui siamo cresciuti e le prassi manageriali in uso sono caratterizzate dalla ricerca di soluzioni volte alla semplificazione dei problemi.
Strategia, organizzazione, pianificazione e budgeting, tutti sono fortemente influenzati da questa logica, con l’obiettivo di ridurre l’incertezza attraverso razionalità e controllo.
Ma il mondo che ha dato origine a questi sistemi oggi non esiste più. Le scoperte scientifiche dell’ultimo secolo hanno messo in crisi il paradigma dell’ordine, facendo emergere il concetto di complessità.
Abbiamo capito che la realtà è tutt’altro che lineare e che occorrono nuovi approcci per spiegarla e fare previsioni. Dalla biologia all’informatica, molte discipline hanno avviato la propria “rivoluzione della complessità”.
Non così il management che, nonostante sia costantemente a contatto con i paradossi e l’incertezza dell’ambiente in cui opera, sembra essere la scienza più impermeabile al nuovo, la più restia ad abbandonare le proprie convinzioni, ormai inefficienti.
Per rispondere alla sfida della complessità nel management, il libro di Alessandro Cravera propone un vero e proprio rovesciamento dei paradigmi correnti.
Con una costruzione logica e contenutistica efficace, basata sull’analisi delle grandi scuole di pensiero manageriale dominante e sulla loro confutazione, con solide basi di filosofia, epistemologia, psicologia e storia, apre un dibattito – anche controcorrente – su modelli e metodi di management consolidati, per fare emergere nuovi modi di agire e di competere nella complessità. Un libro caratterizzato da passione e competenza, che coinvolge il lettore e di cui si discuterà a lungo. Nella postfazione al volume l’autore discute con Gianluca Bocchi – filosofo della scienza – del futuro del management di fronte alle sfide poste dal mondo moderno sempre più complesso e mutevole.

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38 thoughts on “Il libro

  1. Ciao e complimenti per il libro e per il blog.
    Conto di acquistare presto il libro per poi potermi confrontare con te, vista la vicinanza dei temi che trattiamo.
    a presto
    Luca

  2. Ciao Luca,
    mi ha fatto molto piacere ricevere un tuo commento sul mio blog (beh forse chiamarlo blog è veramente eccessivo… diciamo “spazio” su internet). Complimenti per il tuo blog, mi piace molto come lo stai gestendo. Mi piacerebbe confrontarmi con te su questo affascinante tema. Fammi sapere cosa ne pensi del libro e se un giorno capiti a milano vieni a trovarmi così scambiamo due chiacchiere e ci prendiamo un caffè.
    Ciao, a presto,
    Alessandro

  3. Pingback: Ancora a proposito di produttività « Competere nella complessità

  4. Ciao Alessandro,
    ho letto con molto interesse e piacere il tuo libro in cui ho trovato molti dei concetti da te illustrati nella nostra visione e soluzione sulla complessità che mi piacerebbe condividere. La complessità, secondo il nostro punto di vista non è più né un fenomeno aleatorio assestante del contesto in cui si opera né un’emergenza ma è bensì una misura che ha la stessa dignità di altre misure come quella dell’energia, della massa.
    Competere nella complessità implica anche avere la possibilità di misurarla al fine di prendere le dovute azioni prima di raggiungere il limite fisiologico oltre il quale l’azienda diventa ingestibile e ingovernabile.
    Essere complesso potrebbe quindi essere un vantaggio competitivo in realtà l’essere troppo complesso, e quindi essere vicini alla complessità massima sostenibile del proprio business, è invece una situazione da evitare in quanto aumenta la fragilità e la vulnerabilità dell’azienda.
    Oggi noi siamo in grado di misurare la complessità attraverso l’ ”indicatore di complessità OntoSpace™” di Ontonix e mi farebbe piacere avere l’opportunità di condividere con te la nostra visione sul tema, il nostro approccio e la nostra soluzione che abbiamo e stiamo applicandola in diversi realtà aziendali appartenenti a diversi settori industriali quali quello finanziario (banche e assicurazioni), della medicina, dell’ingegneria, del traffico aereo, dei sistemi informativi, della difesa e della ricerca.
    Il modello sviluppato si basa su delle misure “naturali” della complessità. E’ stato adottato un metodo di tipo “model-free”, ossia indipendente da una particolare tecnica di modellizzazione. Questo perché i modelli matematici sono sempre soggettivi e aggiungono ulteriore incertezza a quella intrinseca che già possiede il sistema. Per non “contaminare” quindi un problema con le incertezze dovute al modello, lavoriamo direttamente con i dati grezzi estraendo regole e relazioni tra i parametri utilizzando delle tecniche di trattamento d’immagine appositamente sviluppate. Per ulteriori informazioni ti invito a visitare il nostro sito http://www.ontonix.com
    Congratulazioni per il libro che spero che molti altri leggano in quanto ritengo che sia una chiave di svolta per chi vuole gestire il business nel contesto odierno governato dall’incertezza, dalla discontinuità e capace di sorprendere in modo inaspettato.
    Pino

  5. Grazie Giuseppe per aver letto il libro e aver pubblicato il tuo commento. Sono contento che tu abbia apprezzato “Competere nella complessità”. Sono andato a visitare il sito Ontonix e mi ha molto incuriosito l’approccio che usate per misurare la complessità. Mi piacerebbe approfondire la cosa. Se ti va possiamo organizzare un incontro e conoscerci personalmente. Ti lascio la mia mail: alessandro.cravera@newtonmi.it
    Ci sentiamo presto, ciao
    Alessandro

  6. Pingback: 11 marzo Assolombarda: Il management della complessità « Competere nella complessità

  7. Pingback: Letture - The Myth of Leadership « Competere nella complessità

  8. Salve ho appena compraqto il suo libro su Hoepli.it ed ho appena iniziato la lettura completando il primo capitolo.

    Ho ordinato oltre al suo libro diversi altri libri per approfondire le tematiche attinenti il ruolo del caos, del caso e dei sistemi dinamici non lineari e in generale della complessità in natura.

    Diciamo che sto scrivendo una recensione in divenire per tenere traccia certe riflessioni che mi vengono spontanee.

    In questo primo capitolo avrei qualche garbata critica da sottoporla perchè in relazione alla fisica che lei abbia espresso una visione troppo paradigmatica della rottura di paradigma, in ogni caso le presento queste mie brevi riflessioni per una sua possibile valutazione/replica.

    L’autore con il presente testo tenta di “rompere” il paradigma cartesiano e meccanicistico del management contemporaneo tutto teso a ridurre la realtà aziendale ed esterna ad un problema “complicato” da dominare con soluzioni analitiche inerenti la strategia, l’organizzazione, la gerarchia e la pianificazione.
    Invece per l’autore le scelte del management ricadono irrimediabilmente nel dominio della complessità in cui le parti del problema sono inestricabilmente intrecciate con il tutto e non possono esser più affrontate solo con i vecchi strumenti della decisione razionale. L’autore cerca quindi di “perturbare” le certezze paradigmatiche dei moderni manager e per far questo a titolo di esempio si inerpica con una certa scioltezza sulle “rotture” di paradigma che a suo dire si sarebbero verificate nelle scienze naturali e principalmente nella fisica citando ovviamente Kuhn. L’autore a mio avviso precipita in una visione che eleva a paradigma la “rottura di paradigma” senza che perlomeno nelle scienze da subito fortemente matematizzate questa situazione abbia effettivamente un fondamento. Infatti la fisica a partire da Galileo e Newton si presenta come un corpo gnoseologico caratterizzato da una forte organicità e dove il paradigma evolve in maniera incrementale e non per “rotture”. Ogni nuovo paradigma ingloba il precedente come caso particolare e/o caso limite e non c’è una frattura bensi un’evoluzione incrementale della conoscenza. Nell’ambito poi della matematica il modello di accrezione incrementale di conoscenza senza rottura di paradigma è sviluppato fin dagli albori della disciplina. In generale possiamo dire che una disciplina “scientifica” diventa matura quando appunto il corpo gnoseologico della stessa evolve in maniera incrementale piuttosto che per fratture e che la discontinuità dei paradigmi si verifica nelle scienze naturali laddove la disciplina non ha raggiunto un grado di maturità sufficiente come ad esempio ricorda l’autore con la geologia agli inizi del novecento oppure con la biologia e la medicina. Rotture traumatiche di paradigma sono poi frequenti in quelle discipline sociali che hanno importato per quanto possibile dalla fisica o da altre scienze naturali le metodologie ed il rigore formale. Per il progresso della conoscenza scientifica sono certamente necessari sia qualche scienziato visionario sia un folto gruppo di onesti “artigiani” addetti ai calcoli oppure topi di laboratorio atti a verificare e validare. D’altronde anche le teorie “visionarie” e controverse che sono state validate e verificate al di là di ogni ragionevole dubbio sono entrate a far parte del paradigma scientifico di una disciplina la generazione successiva. Quelle teorie che non superano il rigore della validazione sperimentale vengono accantonate o “distrutte” ma magari anche le teorie sbagliate o non verificate possono poi suggerire spunti per generazioni di teorie successive. In ogni caso il “metodo” di verifica e di validazione delle teorie scientifiche costituisce una metodologia gnoseologica, un criterio di verifica della conoscenza meravigliosamente efficace e funzionale senza che per questo la scienza abbia la pretesa di fondare il culto, la metafisica della realtà oggettiva come affermato dall’autore. La metodologia epistemologica delle scienza non è mai stata scevra di criticità e problematicità filosofiche e già Quine denunciava legittimamente i dogmi dell’empirismo ma probabilmente se la filosofia è capace di denunciare “i problemi” non è stata poi quasi mai in grado di risolverli. Probabilmente i problemi filosofici dell’empirismo verrano risolti fra qualche anno dal progresso delle neuroscienze.

  9. La ringrazio per avermi inviato le sue considerazioni sul primo capitolo del libro e mi scuso per il ritardo con cui le rispondo. Provo a dire come la penso su una serie di punti che lei ha sollevato:

    -Concordo con lei che, dopo la lettura del primo capitolo del mio libro, si possa pensare che io voglia elevare a paradigma la rottura di paradigma. In effetti, può sembrare che il desiderio di distruggere (o meglio, perturbare) le attuali prassi manageriali sia di per sé positivo, qualunque direzione questa perturbazione possa prendere. Seppur possibile, questa visione non era nelle mie intenzioni. Sono profondamente convinto che il management, così come lo conosciamo oggi, abbia fortemente bisogno di un salto di paradigma, ma non gioisco se questo salto porterà a nuovi atteggiamenti dogmatici. L’aspetto più importante di un salto di paradigma, a mio avviso, è lo spirito critico con cui si affrontano i problemi dentro la disciplina in cui avviene questo salto. Tale spirito critico, nel momento in cui si instaura un altro paradigma, viene progressivamente meno e questo non lo giudico un fatto positivo. Tenga conto che nel management ci sono molte evidenze che ci dicono che l’attuale paradigma non funziona più e che occorre affrontare i problemi gestionali da un punto di vista differente (si pensi ad esempio al fatto che la vita media delle aziende si è dimezzata in meno di venti anni).

    -Non sono invece d’accordo sulla sua visione della fisica che cresce in maniera incrementale senza salti di paradigma. Certamente, questi non sono frequenti, ma non possiamo non considerare a livello paradigmatico l’evoluzione portata da Copernico, o da Einstein (o da Bohr, Heisenberg e altri…). Come, giustamente scriveva Kuhn, ogni volta che occorre riscrivere i manuali, è perché c’è stato un salto di paradigma. Gli attuali testi di fisica ci insegnano che la luce è costituita da fotoni, ma prima di Max Planck e di Einstein, i testi riportavano che la luce era un movimento ondulatorio trasversale. Né si può dire, secondo me, che ogni nuovo paradigma ingloba il precedente. Mi sembra una generalizzazione troppo forte (paradigmatica) che non regge la prova della storia.

    -Torno ad essere d’accordo con lei quando afferma che più una disciplina è matura e più si evolve in maniera incrementale e senza ricorrere a continue discontinuità e fratture. Il fatto è che il management non è una disciplina matura. Ha poco più di un secolo di storia ed è nata in un contesto ambientale e di mercato molto differente da quello attuale. Come scrivevo prima, ci sono molto fatti che spingono ad un ripensamento del modo di fare management, ma, di fatto, sono pochi coloro che stanno sperimentando concretamente un approccio differente alla gestione d’impresa. E la cosa più negativa è che talvolta (non sempre) la stessa università, che dovrebbe preparare i manager di domani, rappresenta la culla dell’ortodossia e non del pensiero critico.

    Per il momento la ringrazio molto per avermi scritto ciò che pensa del mio libro. Mi farebbe molto piacere conoscere il suo parere quando avrà terminato di leggere anche i successivi capitoli.
    Alessandro Cravera

  10. Benché le grandi scoperte scientifiche rivoluzionarie mi abbiano appassionato moltissimo quando ero un giovane fisico e ancora oggi esercitino in me un enorme fascino, credo che a volte si tenda a drammatizzare un po’ le rotture di paradigma in scienza.

    È vero, per esempio, che nei primi due-tre decenni del Novecento è nata una fisica nuova rispetto a quella meccanicistica e deterministica Laplaciana, con implicazioni innovative anche sul piano epistemologico: basti pensare all’onda-particella o allo spaziotempo curvilineo.

    Però non è obbligatorio vedere rotture e discontinuità in questi sommovimenti.

    Se si assume un atteggiamento disincantato, ci si rende conto che i grandi innovatori che li hanno prodotti hanno costruito su ipotesi e visioni pre-esistenti, come quelle di De Broglie, Plank, Hertz, Poincaré, Michelson, Morley –che era tutta gente “ottocentesca”.

    Non solo, le idee nuove convivono con quelle precedenti: la meccanica laplaciana continua a essere empiricamente valida e applicabile, purché non si scenda né si salga troppo nella scala geometrica e non si viaggi a velocità prossime a quella della luce. E non sono sicuro che questa sia una questione meramente pratica. Non credo che la mentalità odierna sia più influenzata dal pensiero quantistico o einsteiniano (che pure risalgono alla prima metà del Novecento) che non da quello newtoniano-laplaciano, per la semplice ragione che quasi nessuno capisce la meccanica quantistica e la relatività…

    Ecco, dunque, che ho offerto qualche argomento contro la visione “per paradigmi” (che pure ha qualche freccia al suo arco).

  11. Pare che Isaac Newton abbia detto: “Se ho visto così lontano è perché sono montato sulle spalle dei giganti”. E’ quindi evidente che ogni salto di paradigma parte da una storia di scoperte e passi in avanti nella scienza. Questo certamente è un aspetto di cui dobbiamo tenere conto. Se facciamo molti passi indietro e torniamo ai presocratici troviamo Anassimandro che aveva teorizzato una terra cilindrica (in cui noi camminiamo su una delle due facce piatte) sospesa e ferma perché ugualmente distante e in equilibrio da tutte le altre cose.Se vogliamo, questa visione di Anassimandro, pur fantasiosa, ha anticipato in qualche misura la concezione newtoniana delle forze gravitazionali. Possiamo quindi dire che le leggi di Newton discendano incrementalmente dalla visione di Anassimandro? Rispondere si o no, secondo me, equivale a vedere l’evoluzione della scienza come tendenzialmente incrementale, oppure costituita da (pochi) salti di paradigma. Ai fini della filosofia della scienza (perchè di filosofia si sta parlando), probailmente le due visioni dell’evoluzione scientifica meritano la stessa dignità. Io ho usato e stressato nel mio libro il concetto di paradigma – forse forzando un po’ la mano – perchè sono convinto che nel management ci voglia una forte discontinuità di approcci, metodi e finalità. Che poi questa avvenga attraverso un rumoroso salto di paradigma, oppure un silenzioso cambiamento incrementale, mi interessa meno.

  12. La frase è del Bernardo di Chartres cui si ispira Eco per “Il nome della rosa”: Dicebat Bernardus nos esse quasi nanos, gigantium humeris insidentes. Si rifà al mito di Orione, un gigante cieco che riesce ad andare in giro mettendosi un nano sulle spalle.

    L’intepretazione del mito si presta a entrambe le visioni di “salto di paradigma” che si manifestano qui…

    PS: Newton, putroppo, utilizzò la frase mentre scriveva al rivale Robert Hooke, che era praticamente un nano, per confutare una tesi di questi…
    La crudeltà e la pervicacia con cui Newton soppresse Hooke nella Royal Society e nella comunità scientifica in generale sono un capitolo ributtante della storia della scienza.

  13. Concordo sul tuo giudizio di come Newton ha trattato Hooke all’interno della Royal Society (pare ne abbia eliminato anche il ritratto). Leggendo il libro di Gleick su Newton, se ben ricordo, l’autore lascia invece aperto uno spiraglio per un’interpretazione meno maliziosa della frase in questione (o per lo meno non solo maliziosa…), ma forse ricordo male, dovrei riprendere in mano quel libro. Ciao Paolo, grazie.

  14. Gentile A. Cravera la ringrazio per la risposta ma in primis le volevo far osservare rispetto al suo ultimo intervento che io ho parlato di organicità della fisica a partire da Newton perchè chiaramente con Galileo ma soprattutto con Newton è avvenuto un portentoso cambio di paradigma, dopo di che l’avanzamento della disicplina ha seguito un percorso incrementale, senza discontinuità vistose e senza rotture traumatiche.
    Ogni volta la teoria precedente è stata considerata un’ottima approssimazione di quella successiva quando certi parametri diventano non significativi. Mi permetto all’uopo di consigliarle questo piccolo prezioso volume: “I numeri dell’universo” di J. Barrow, già nelle prime pagine potrà constatare come Barrow ci illustri con un esempio graficamente potente la sostanziale organicità delle principali teorie fisiche finore prodotte compresa la teoria prossima ventura della gravità quantistica qualora dovesse essere un giorno disvelata. Kuhn ha sicuramente apportato un prezioso contributo al dibattitto epistemologico purchè il suo contributo non sia applicato in maniera meccanicistica alla varie discipline scientifiche. Per quanto riguarda la luce essa ha una doppia natura, ondulatorio-particellare cioè è possibile descrivere i fenomeni elettromagnetici sia in termini ondulatori che quantistici nella meccanica quantistica e per questa natura duale dell’intermediario dell’interazione elettromagnetica che la fisica “classica” ottocentesca di faraday e maxwell funziona ancora meravigliosamente bene ai giorni nostri perlomeno quando gli effetti quantistici non diventino significativi.
    Per gli altri punti siamo in accordo ma sono a questo punto curioso di finire la sua opera per vedere il quale direzione il management può cambiare per adattarsi alle sfide di un mondo complesso.

    E sulla tesi di fondo non posso che essere d’accordo con lei la realtà è intrinsecamente complessa, mi chiedo però se possiamo dominarla dal punto di vista del management con modelli statistici che costituiscano una buona approssimazione lineare riducendo un problema complesso ad uno complicato e cioè ordinario ma queste domanda è meglio chiedersele a fine lettura non solo del suo libro ma anche degli altri 7-8 che ho ordinato assieme al suo tutti sul ruolo del caso, del caos e della complessità in natura.

  15. Grazie a Lei delle osservazioni e dell’interessante dibattito che ha aperto. Resto in attesa delle sue nuove osservazioni al termine della lettura del libro. Le anticipo però che alla sua domanda: ” Mi chiedo se possiamo dominarla dal punto di vista del management con modelli statistici che costituiscano una buona approssimazione lineare riducendo un problema complesso ad uno complicato e cioè ordinario”, la risposta è NO. Dal mio punto di vista, ridurre la complessità non deve essere un obiettivo del management. Il modo migliore per governare la complessità è cercare di assorbirla…. ma non voglio anticipare troppo gli argomenti che troverà nei successivi capitoli del libro. A presto, grazie
    Alessandro Cravera

  16. Buongiorno,vorrei dare il mio piccolo contributo a questa interessante discussione su temi affascinanti..
    Credo che la rottura del paradigma sia ormai di importanza cruciale per muoverci all’interno della complessità che ci circonda e che sia il caso di insistere (nel senso etimologico del termine ) su questo punto se non altro per permettere al solco neurologico di formarsi affinchè il concetto/informazione possa permanere nel nostro cervello una quantità di tempo necessaria da poter essere trattenuto nella sua interezza e cominciare a interconnettersi con tutto il resto del bagaglio informativo…insistere quindi anche se a volte si possono toccare accenti di facile entusiasmo oppure si possa provare un forte senso di vertigine intravedendo su questa strada le lunghe ombre dell’incertezza. Non credo che si possa affermare che “la rottura del paradigma” corra il rischio di diventare essa stessa paradigma (magari !!!..oserei dire..:-)),basta prendere in esame con onestà le nostre azioni quotidiane ( professionali e personali ) e forse ci accorgeremmo di quanto nella nostra vita sia “ordinatamente prestabilito “almeno per quanto concerne l’universalità dei comportamenti cosiddetti coscienti.
    Accettare un approccio che preveda la messa in discussione del paradigma o almeno “una perturbazione” del paradigma ci potrebbe lentamente abituare a convivere con la non necessità di dominare e di gestire, bensi di interagire in maniera dinamica con ciò che ci circonda e di consegnare al concetto di libero arbitrio una nuova valenza positiva e scientifica. Per riallacciarsi all’interessante affermazione fatta da Paolo Magrassi sul fatto che la meccanica quantistica influenzi ancora poco i nostri comportamenti e le nostre scelte mi sento di dire che la responsabilità di ciò non sia attribuibile tanto alla difficoltà dei concetti in questione quanto proprio alla difficoltà comune di uscire dai suddetti paradigmi che ci hanno accompagnato fin dalla prima elementare e che non ci permettono in alcun modo di considerare le cose da altri punti di vista. E’ soltanto il non determinismo del livello quantistico dell’esistenza,la casualità e il fatto che sia la probabilità al posto dell’assoluta certezza a governare la realtà quantica, che rende possibile il libero arbitrio. E il concetto di libero arbitro è senz’altro alla base della spinta all’autorganizzazione di cui si legge nell’ultima parte del libro “Competere nella complessità”. Autorganizzazione intesa come evoluzione e permanenza del risultato nel tempo…interazione casuale tra le parti..interconnessione tra ordine ,disordine e organizzazione..ecc.ecc…molto interessante..
    Nicoletta Franchini

  17. Detesto smorzare un entusiasmo così entusiasmante (e benvenuto!), ma devo invocare una doccia di realismo.

    La meccanica quantistica ci riguarda poco non solo perché quasi nessuno la capisce (ivi inclusi il 90% di coloro che ne scrivono) ma anche perché è avulsa dalla nostra esperienza empirica. Gli uomini non vivono in un mondo quantistico. Solo i fisici delle alte energie lo fanno.

    La stessa cosa direi riguardo alla teoria del caos (che mi pare quel che in questo post stiamo intendendo per “complessità”): molto buona per computare libri pseudo-dotti (a partire dal mio, beninteso), ma estranea all’esperienza pratica delle persone.

    Nel Novecento la fisica si è via via allontanata dall’esperienza sensibile umana e si è rinserrata in un armamentario simbolico / matematico inaccessibile a quasi tutti e che viene divulgato alle persone colte (ma non scienziate) in modo di necessità metaforico e allusivo, e per ciò stesso quasi sempre fallace.

    Alla domanda di un giornalista circa cosa fosse una particella elementare, Werner Heisenberg rispose: “La soluzione di un’equazione differenziale”…

  18. La discussione sta prendendo una piega interessante però secondo me ci stiamo pericolosamente avvicinando alla contrapposizione tra chi sente l’esigenza di un cambio di paradigma e chi considera questo non necessario e, forse, un po’ forzato. Dal mio punto di vista vorrei evitare questa contrapposizione perchè, automaticamente, avrebbe com conseguenza quella di elevare il “cambio di paradigma” a paradigma, cosa che, come ho scritto, trovo paradossale e non positiva.
    Il discorso ci ha portato a parlare di fisica ed evoluzione delle scienze. Il senso del mio libro (del primo capitolo) è semplicemente quello di far notare che, mentre la fisica, la biologia e la stessa filosofia hanno subito nel corso della loro storia uno o più salti di paradigma, il management è rimasto sostanzialmente invariato rispetto alle sue orgini, al di là delle tante mode e approcci che sono stati propugnati in questi ultimi venti anni. Visto che il management è una scienza sociale e quindi deve fare i conti con l’evoluzione della società/ambiente e visto che la società/ambiente in cui operano le imprese è oggi molto diverso da quello di cento anni fa, quando si evolverà il management? Io trovo che sia questa la domanda fondamentale. Che poi l’evoluzione sia incrementale o discontinua/paradigmatica lo considero un tema secondario (anche se molto interessante).

  19. Non sono d’accordo nell’affermare che non viviamo in un mondo quantistico.
    Sono più d’accordo nel dire che ancora non riusciamo ad applicare e interpretare le scoperte della fisica quantistica inerenti al mondo microscopico al mondo macroscopico anche se a pensarci bene ci sono milioni di esperienze macroscopiche che non riusciamo minimamente a spiegare applicando la fisica newtoniana.
    Esempio: una delle scoperte più sconvolgenti della fisica quantistica( parlando sempre per quel poco che sono riuscita fin’ora ad afferrare) è quella che riguarda le possibilità di una particella di trovarsi in due o più luoghi allo stesso tempo oppure la constatazione del salto quantico da parte degli elettroni che scompaiono in un’orbita e simultaneamente ricompaiono in un’altra senza che si possa prevedere con certezza quale.
    Sempre accontentandosi di pochi cenni e assai semplificati e riduttivi:La fisica classica è deterministica: dato un qualsiasi insieme di condizioni ( come la posizione e la velocità) si può determinare con certezza dove andrà. La fisica quantistica è probabilistica: non si può mai sapere con assoluta certezza che cosa accadrà ad una determinata cosa. Quest’ultima appare ai miei occhi più organica e olistica, dipinge un’immagine dell’universo come un insieme più unificato,le cui parti sono interconnesse e si influenzano a vicenda; come si fa a non accettare che ci offre un panorama interpretativo molto più aderente a quella che è la nostra realtà: complessa appunto e caotica.
    Non parliamo poi del fatto che lo spazio non è vuoto e che tutto è energia e che in quanto energia è interconnesso..come si fa a non percepire quanti risvolti possono esserci sulla realtà che ci circonda accettando di confrontarsi con queste teorie o scoperte…se non altro dal punto di vista filosofico e sociale…ma anche comportamentale ….
    Per quanto riguarda il “caos”credo che la nostra epoca sia testimone ineguagliata di quanto sia importante aprire la nostra mente ed imparare a dialogare con il caos..il caos regna sovrano..Cravera parla di imparare a stare “al margine del caos”piuttosto che negarlo all’interno di schemi riduttivi, per evolvere in maniera creativa, e personalmente credo che sia una sintesi interessante…su cui riflettere e capire eventualmente quali possono essere gli strumenti che via via ci permeterebbero di farlo nelle nostre forme di relazione con il mondo la professione ,le relazioni ,la ricerca..

  20. Ale, non “dolerti” del nostro esserci ridotti qui a [stra]parlare di scienza, perché sei stato proprio tu, col tuo libro, a cominciare 🙂 ! E io te le contestai fin dal primo giorno, perché non c’era bisogno di impegolarsi in questi discorsi sofistici e pericolanti (paradigma compreso), per dire cose giustissime e degnissime e ricchissime di per sé, come ad esempio

    A) la necessità di un ripensamento radicale del management e della governance;

    B) il discorso moriniano sulla complessità (del quale a te per primo va ascritto il merito di averlo portato all’attenzione di quei manager che ti sanno leggere)

  21. Paolo, naturalmente penso anch’io che il ripensamento del management sia un discorso degno di per sé, però, come ti dissi già molto tempo fa, il riferimento alla scienza non è stato, dal mio punto di vista, un facile modo per alzare il tiro del discorso. Il dibattito che le nuove scoperte scientifiche hanno scatenato su temi come “Cosa vuole dire scientifico?” Cosa vuole dire vero?”, “Qual è il ruolo delle osservazioni?” Qual è il ruolo di miti e tradizioni nelle scoperte scientifiche?” ,“Scientifico è sinonimo di prevedibile? … ecc. è quello che si porta dietro una diversa visione del mondo di cui il management non può non prendere coscienza.
    Si parlerebbe oggi di complessità se non fossero mani esistite persone come Poincaré, Einstein, Bohr, Heisenberg, Godel, Duhem, Quine, Bachelard, Popper, Morin, Maturana, Wiener, e molti altri? Secondo me no. E quindi non si può parlare di complessità se non ripercorrendo le tappe dell’evoluzione scientifica e della relativa evoluzione filosofica (che sempre scaturisce da una nuova scoperta scientifica). La complessità altro non è che la risposta epistemologica ad una rivoluzione scientifica (l’appassionato post di Nicoletta lo dimostra). E il management , come ogni altra disciplina, non è immune dalle domande che sono prepotentemente sorte da questo nuovo modo di vedere il mondo.
    Se, poi, il tuo è un discorso puramente pragmatico, allora siamo d’accordo. Forse è più facile parlare di management parlando solo di management.
    Ma è sicuramente molto meno divertente.

  22. Ho appena finito di leggere il secondo capitolo e devo dire che questo libro mi fornisce continuamente degli spunti per riflessioni non solo nell’ambito epistemologico ma anche sul piano professionale, data la mia esperienza più che ventennale come informatico nelle più variegate organizzazioni aziendali private, al centro
    di quel processo riduzionistico e semplificatorio afferente la categoria del “complicato” aziendale. Certe riflessioni, certe tesi portate avanti dall’autore le sento addosso sulla mia pelle e fanno parte del mio vissuto in una sorta di elaborazione parziale non del tutto conscia che grazie a questo libro diventano delle astrazioni consapevoli da approfondire con più rigore e sistematicità.
    In effetti queste riflessioni erano nate come una recensione a puntate cioè a capitoli ma si stanno sempre più trasformando nello scritto di un appello di economia aziendale in cui il testo dell’autore rappresenta il testo monografico da discutere all’esame. Non ho una formazione superiore in scienze politiche, economiche e sociali ma l’intuizione esperienziale mi ha fatto balenare l’idea dell’impresa come ente che eleva il benessere sociale, che produce e distribuisce valore materiale ed immateriale a tutti gli attori ad essa afferenti cosi come affermato dalle parte “nobile” della teoria dell’economia aziendale.
    E’ strano che poi l’autore cosi incline a fare ricorso alle analogie epistemologiche da trasferire con una certa disinvoltura nell’ambito dell’economia aziendale non abbia approfittato per suggerire di ancorare e/o di fondare la definizione di homo economicus sugli ultimi sviluppi dell’etologia della “scimmia nuda”, sull’applicazione della teoria dei giochi all’etologia e sulla teoria dei mercati biologici. Trasferendo l’home economicus classico da massimizzatore della propria funzione individuale di godimento delle risorse, (di acquisizione di valore) ad una strategia di mercato bilanciata tra competizione e cooperazione, in cui la massimazione della propria utilità è controproducente ai fini competitivi futuribili anche in termini energetici.
    In questo senso non so se è epistemologicamente ardito fondare anche “etologicamente” la tesi dell’autore utilizzando tra l’altro la teoria dei mercati biologici, sicuramente siamo di fronte ad un’ipotesi
    da indagare più approfonditamente. In ogni caso l’autore considera controproducente l’odierno paradigma del management tutto coeso a celebrare la massimazione del valore nel più breve tempo possibile mettendo in atto strategie che possono andare a scapito della competitività futura dell’azienda. La spinta del management alla creazione esasperata di valore potrebbe far scattare secondo l’autore fenomeni dissipativi ed entropici all’interno dell’azienda tali da pregiudicare la competitività della stessa e quindi di compromettere la possibilità di creare valore in futuro, disattendo il mantra aziendale ma soprattutto danneggiando tutti gli attori deboli afferenti il ruolo sociale dell’azienda: i dipendenti, i fornitori, i creditori ed i clienti. La massimizzazione esasperata di valore nega la funzione sociale dell’azienda!!
    La strategia “vincente” del management è di bilanciare la creazione continua di valore con la conservazione della competitività preservando gli assets intagibili dell’azienda come il capitale umano, il brand, la customer loyalty e quant’altro inerente. In questo modo l’azienda assolve al suo scopo fondamentale che è di preservare la propria esistenza e salvaguardare nel tempo la produzione e distribuzione di ricchezza per tutti gli attori ad essa afferenti. In ossequio ad un’analogia di fisiologia umana per l’autore l’azienda è un organismo che deve preservare il più possibile le capacità autopoietiche interne di rigenerazione continua pena l’invecchiamento e la morte!!
    L’unico appunto che mi permetto di fare è sull’uso troppo disinvolto di riferimenti relativi al secondo principio della termodinamica ed al concetto di entropia. Chiaramente si tratta di un’analogia particolarmente seducente ma purchè si fermi al livello analogico perchè se fosse una pretesa formalizzazione ed ineluttabilità al di fuori dell’ambito formale in cui queste leggi sono valide ed applicabili ci troveremo di fronte ad una grave debolezza ed ingenuità epistemologica. Ipotizzare trasformazioni di stato “irreversibili” da un punto di vista sociale ed economico potrebbe essere alquanto azzardato dal punto di vista epistemologico ed in ogni caso comporterebbe una formalizzazione, (matematizzazione) estremamente problematica dei modelli concettuali sociali ed economici. Già in altre sedi “filosofiche” e sociali si è abusato abbondatemente piegando discipline come la meccanica quantistica oppure lo stracitato teorema di incompletezza di Godel in ambiti epistemologici in cui hanno la stessa valenza dell’impostura intellettuale. Ritengo che la tesi dell’autore possa essere consistente e scorrevole anche senza l’analogia seducente dell’entropia pericolosa se utilizzata fuori dagli ambiti epistemologici che le sono propri. Per ultimo vorrei ipotizzare un possible contro esempio di una possibile riorganizzazione aziendale che pur diminuendo il disordine aziendale possa minare in qualche modo la competitività e/o gli assets intagibili compromettendo la creazione di valore nel futuro. In questo senso la creazione di valore, la competitività, gli assets intagibili e l’ordine aziendale o se si preferisce “l’analogia” dell’entropia sono intrecciati in un rapporto “complesso” chiaramente non lineare ma questo è il tema del terzo capitolo che mi appresto a leggere.

  23. La ringrazio molto di avermi inviato il suo commento anche sul secondo capitolo. Condivido le cose che ha scritto e riconosco che il riferimento all’entropia, se considerato alla lettera, può essere una forzatura epistemologica in ambito aziendale. Mi interessava far notare un fatto spesso trascurato nel management: ogni attività economica/gestionale tende a distruggere energia con effetti negativi sul processo autopoietico dell’organizzazione.
    Vorrei aggiungere che dal mio punto di vista, la massimizzazione del valore non si limita a negare la funzione sociale dell’azienda, ma mina le basi per la stessa generazione di valore da parte dell’azienda. L’attuale modo di misurare il valore creato dal’azienda può considerare come “creazione” di valore”, ciò che in realtà è “estrazione di valore”. Le conseguenze non sono quindi solo sociali, ma anche economiche e competitive.
    Grazie e buon proseguimento di lettura!

  24. ciao Alessandro,
    volevo ringraziarti per l’ottima lezione tenuta al master di Genova in International Business Leadership, acquisterò il tuo libro così al prossimo modulo me lo faccio autografare…(e l’autostima si impenna)

  25. Grazie Andrea!
    E’ stata una lezione molto piacevole anche per me perchè ci sono stati molti spunti di discussione interessanti. Veramente complimenti.
    Se acquisti il libro e se ti va, fammi sapere cosa ne pensi. Grazie e buon proseguimento del Master.
    Alessandro

  26. caro Cravera, sto leggendo con interesse il tuo libro.

    La cosa che mi piace sottolineare (e comunicarti)
    è il fatto che – nonostante io stia studiando i sistemi complessi
    da oltre un decennio, in maniera transdisciplinare –
    ho trovato nel tuo testo molti spunti nuovi
    che non avevo preso in considerazione nei miei studi.

    grazie dunque dell’apporto al pensiero complesso.

    presto di manderò personalmente il link al sito sulla Complexity Education
    che stiamo preparando presso il laboratorio che dirigo
    all’Università Sapienza di Roma
    (Label, il laboratorio e-learning che fa capo al Cattid).

    un cordiale saluto e complimenti per il lavoro che hai fatto e che stai facendo.

    Valerio Eletti

  27. Ciao Alessandro…come stai?…volevo ancora ringraziarti per il taglio semplice ed estremamente interessante che hai dato al tuo intervento di Rimini ( La sfida della Complessità-Manager Zen ) e informarti che venerdi scorso abbiamo incontrato De Toni…serata anch’essa molto stimolante.Volevo chiederti se avevi dei consigli editoriali da darmi sul tema Architettura e complessità…che non trattino però solo di frattali…mi piacerebbe entrare in contatto e occuparmi in maniera più approfondita di questo argomento…grazie in anticipo e buon lavoro.
    P.S.leggendo il commento di Valerio Eletti vorrei dire che sarei molto interessat ad avere maggiori informazioni sulla Complexity Education…grazie..:-)

  28. cara Nicoletta, sull’architettura so molto poco. l’unico testo che mi viene in mente è un classico che probabilmente conosci già: “Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane”, di Jane Jacobs, pubblicato in italiano da Ed. Comunità nel 2000 (l’originale però risale addirittura al 1961!)
    per quanto riguarda la “complexity education” (ovvero come formare alla complessità con la complessità: metodi non lineari per avvicinarsi al pensiero e alla cultura complessa) tra breve apriremo al pubblico un sito dedicato che si trova ancora in fase di lavoro preliminare.

  29. Grazie Valerio per la risposta tempestiva …rimango in attesa di sapere quando il sito sarà attivo..se ti ricorderai di comunicarmelo te ne sarò grata..nicoletta .franchini@libero.it..
    grazie Alessandro per aver creato il”contesto”…;-)

  30. Grazie Valerio per le belle parole sul mio libro. Sono molto contento che tu lo abbia trovato interessante. Ti ringrazio anche della segnalazione del sito sulla complexity education. Attendo con curiosità di saperne di più!
    Per quanto riguarda la bibliografia leggerò Link e lo inserirò tra i testi sulla complessità. A presto,
    Alessandro

    • grazie a te. aggiungo un paio di note/coincidenze:

      nella replica a Nicoletta dici che domani sei all’ISIA per una lezione: sarei venuto volentieri a sentirti (e a conoscerti) ma anch’io domani (e tutti i giovedì pomeriggio) ho lezione e anch’io, guarda caso, a un corso di Design (Corso di laurea magistrale in Design e comunicazione visiva e multimediale alla facoltà di Architettura Quaroni della Sapienza);

      secondo: con i miei collaboratori del Label Cattid pensavamo di anticipare già a quest’anno alcune presentazioni di libri sulla complessità (il prossimo anno sarà la nostra attività principale al Label): se sei a Roma abbastanza spesso, potremmo organizzare un incontro sul tuo libro a maggio (si potrebbero invitare anche docenti e studenti dell’ISIA interessati al tema) … ti può interessare?

      ti ringrazio, a presto, valerio

  31. Ciao Nicoletta,
    anch’io non sono un esperto su architettura e complessità, tuttavia lo scorso anno ho conosciuto il prof. Gianfranco Minati che ha scritto un testo sull’argomento (“Architettura e approccio sistemico” – Di Battista, Giallocosta, Minati). Trovi i riferimenti su http://www.polimetrica.com/?p=productsMore&iProduct=6&sName=Architettura-e-Approccio-Sistemico-(Valerio-Di-Battista,-Giorgio-Giallocosta,-Gianfranco-Minati).
    Giovedì devo tenere una lezione sull’innovazione all’ISIA Roma Design. L’ISIA ha un corso specifico sul design dei sistemi e molti docenti sono esperti e appassionati di complessità. Ne approfitterò per chiedere a qualche docente una mini bibliografia su architettura e complessità e poi ti faccio sapere. Ciao, grazie
    Alessandro

  32. Molto volentieri Valerio. Io sono a Roma abbastanza spesso e in ogni caso non è un problema per me scendere appositamente per una presentazione (ed eventualmente invitare anche docenti e studenti ISIA).
    Fammi sapere. Per il momento ti ringrazio, ciao a presto.
    Alessandro

    • benissimo! le date che abbiamo individuato sono il 12 o il 26 maggio: ti chiederei di cominciare a valutare quale ti sarebbe più comoda; in caso di difficoltà per entrambe, possiamo provare a trovarne altre (tieni conto del fatto che in queste due date ci hanno assegnato per tutto il pomeriggio la sala grande del Cattid alla Città universitaria).

      dopo entreremo nei dettagli. se vuoi passiamo alle email private, dato che sicuramente non interessa tutti il dialogo che dovremo sviluppare sulla logistica…
      la mia email all’università è valerio.eletti@uniroma1.it. grazie ancora! a presto, valerio

  33. Sono a metà del libro, anche nella mia poca conoscenza del tema lo trovo molto interessante e “realistico”. Come anche la capacità d’espressione dimostrata a Rimini durante la serata di Managerzen, questo libro sa essere alla portata di tutti e nel contempo ricco. Complimenti.

  34. Pingback: Archelogia del 2.0 | Social Media Italia

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