Consapevolezza e negazione della complessità

simpleImmaginate di aver bisogno di un consulto medico. Il primo dottore che interpellate vi risponde in questo modo:

Ho trattato molte volte questa patologia, ma nel suo caso è molto difficile individuare la causa del problema. Generalmente chi soffre di una disfunzione come la sua reagisce bene con la cura A, ma talvolta risulta essere inefficace.  E’ difficile sapere cosa funzionerà nel suo caso specifico. Suggerisco di iniziare il trattamento B che generalmente non funziona ma che in casi come il suo può essere più efficace di altri trattamenti più diffusi. Ci rivediamo tra un mese per esaminare I risultati e decidere se continuare con il trattamento B o cambiare il tipo di cura.”

Uscite perplessi dall’ambulatorio medico e pochi giorni dopo vi recate da un secondo medico che vi rassicura:

“Ho visto molti casi simili al suo e so esattamente qual è la causa del problema. La maggior parte dei pazienti con la sua patologia risponde molto bene al trattamento A e sono sicuro che funzionerà anche nel suo caso. Ci vediamo tra un mese per un controllo.”

Da chi scegliereste di essere curati? La maggior parte di noi, probabilmente sceglierebbe il secondo medico che ci ispira maggiore certezza sull’efficacia della cura. Ci sentiamo più tranquilli e fiduciosi che tutto andrà bene.

Proviamo a cambiare prospettiva. Supponete di non essere stati voi ad aver bisogno di questo consulto medico e che sia stato un amico a raccontarvi di questi due diversi approcci di fronte alla sua malattia. Venite poi a sapere che uno di due questi medici è stato nominato “Ortopedico dell’anno” e l’altro è stato radiato dall’albo dei medici. A chi pensereste per il Premio e per la radiazione? E’ probabile che penseremmo al primo come il possibile vincitore e al secondo come millantatore.

Cosa ci dice tutto ciò? Abbiamo una naturale tendenza a ricercare sicurezze, a dare credito alle soluzioni semplici, ancorché semplicistiche, rimuoviamo tutto ciò che ci appare sfumato, ambiguo, complesso.

E’ innegabile che stiano emergendo due fenomeni contrapposti. Una larga parte del mondo economico e politico in questi ultimi anni sta sviluppando una maggiore consapevolezza della complessità dei problemi che attanagliano la nostra società. Con essa cresce l’importanza di una visione sistemica della realtà attraverso il riconoscimento dell’interdipendenza delle variabili sociali, economiche e politiche. L’amministrazione Obama, pur non esente da critiche, ha certamente sviluppato una visione del mondo più moderna di quella della precedente amministrazione che voleva “esportare la democrazia” e risolvere i problemi del Medio Oriente attraverso il concetto di “guerra preventiva”. Nello stesso modo, in Europa Mario Draghi alla guida della BCE ha certamente mostrato una maggiore capacità di lettura del contesto del suo predecessore e, con la sua azione, ha contribuito a limitare pericolose derive speculative e a mantenere una forma di equilibrio tra la politica e la finanza nelle recenti crisi di alcuni Paesi Europei. Anche all’interno delle organizzazioni, molti manager stanno iniziando a cambiare il proprio focus gestionale abbandonando prospettive riduzioniste e di breve termine a favore di una visione sistemica del mercato, della strategia aziendale e del funzionamento organizzativo della propria azienda.

Accanto a questo camnbiamento, certamente positivo, si assiste tuttavia all’emergere di un fenomeno contrapposto. La complessità e l’interdipendenza dei problemi da affrontare sta portando una carta parte del mondo politico ed economico a forme di negazione, se non addirittura di rimozione, di questa complessità. Dal loro punto di vista i problemi non si risolvono, non a causa della loro complessità intrinseca, ma per ragioni tra loro molto diverse: la mancanza di coraggio di chi dovrebbe decidere, la presenza di oscuri “poteri forti” e la spinta a trovare inutili compromessi. Emergono quindi leader politici, economisti e manager che, di fronte a situazioni complesse, inneggiano a soluzioni semplici e di rapido successo. C’è un problema di immigrazione di massa? Lo si risolve alzando muri di protezione. Le dinamiche competitive della globalizzazione ci minacciano? Proponiamo dazi doganali. Le persone resistono al cambiamento in un’azienda? Mettiamo paura a chi non si allinea in fretta. E così via.

Queste soluzioni semplicistiche sono inoltre ammantate di ulteriore valore perché considerate fuori dal perimetro conformista del “politically correct”, sono quindi considerate come coraggiose, innovative e contro le élite benpensanti che ingessano il cambiamento, non prendono decisioni e, nella vulgata, difendono solo posizioni di potere acquisite e status quo.

Tali comportamenti, a tutti i livelli, fanno leva sul bisogno di sicurezza delle persone. Sono forieri di facili consensi ma spengono le nostre capacità di comprendere la complessità e l’interdipendenza del contesto in cui stiamo vivendo. Rinunciano a educare alla comprensione del nuovo attraverso facili rassicurazioni che tutto andrà per il meglio perché le soluzioni sono molto semplici, occorre solo avere il coraggio di metterle in atto.

Siamo nella stessa situazione vissuta dal paziente di prima. Il rischio è scegliere il medico che ci rassicura sulla nostra guarigione, salvo poi accorgersi che quel medico era un millantatore, ci ha preso in giro ed è stato radiato dall’albo. Ma a quel punto il rischio è che il nostro malanno si sia aggravato e sia più difficile trovare una cura efficace.

Apprendimento senza domande illegittime

apprendimentoTorno sui temi dell’educazione e dell’apprendimento – a me molto cari – riprendendo due punti di vista che reputo interessanti. Il primo è di Jean Jaques Rousseau che nel suo Emilio fa dire all’educatore: “vivere è il mestiere che voglio insegnargli” e prosegue: “La natura vuole che i fanciulli siano fanciulli prima di essere uomini. L’infanzia ha certi modi di vedere, di pensare, di sentire del tutto speciali; niente è più sciocco che voler sostituire ad essi i nostri”.

Il secondo punto di vista è di Heinz von Foerster, fisico e cibernetico, secondo il quale le domande delle quali si sa già la risposta sono domande illegittime. Legittime sono invece tutte quelle domande per le quali non si conosce risposta e dove la risposta è tutta da costruire e da inventare.

Come si pone il nostro modello educativo rispetto a questa visione? Ho l’impressione che gran parte dell’educazione dei giovani e della formazione degli adulti abbia messo in secondo piano queste visioni pedagogiche a favore di un processo misurabile e strutturato di puro trasferimento della conoscenza. Una buona scuola o un buon corso di formazione sono tali quando riescono a trasferire dal docente allo studente delle conoscenze pronte all’uso che esso può memorizzare e riprodurre infinitamente.

Molto meno spazio viene dato allo sviluppo della capacità di elaborare un pensiero e di contestualizzare e relativizzare le conoscenze. Nell’attuale modello, in sostanza, vi è vero apprendimento quando l’allievo conosce la risposta giusta alla domanda che gli si pone (si pensi ad esempio alla proliferazione dei test multiple choice ad ogni livello di istruzione scolastica, anche quelli universitari e post-universitari). E come i giovani sono misurati sul numero di risposte corrette ai test, così gli adulti misurano il docente sulla base delle risposte e dei tool operativi (la famosa “cassetta degli attrezzi”) che apprendono durante la lezione.

Non sto dicendo che ciò non sia corretto o importante. Solo che questa è una visione parziale  dell’apprendimento. E’ utile per conoscenze stabili, situazioni e contesti ripetibili e ripetuti e problemi circoscritti per i quali esiste una sola risposta giusta a priori. Ma non tutte le situazioni che giovani e adulti devono quotidianamente affrontare sono di questo tipo. Esistono molte problematiche, non solo inerenti le scienze sociali, per le quali aver appreso la risposta giusta fornisce solo false certezze in quanto non esiste un un’unica risposta universalmente corretta. Ogni risposta funziona in base alla profonda comprensione dello specifico contesto in cui si inserisce. In questo tipo di situazioni ciò che conta veramente non è possedere la risposta giusta, bensì sapere come pensare, come collegare conoscenze, come interpretare la realtà, come far emergere dalle nostre esperienze una soluzione che possa aiutarci concretamente a superare una data circostanza.

Giuseppe Tornatore in “Nuovo Cinema Paradiso” ci fa vedere una scena in cui una maestra di una scuola elementare di un piccolo paesino della Sicilia degli anni ‘40 chiede ad un suo alunno di risolvere un problema di aritmetica: quanto fa 5×5.  L’alunno, in chiara difficoltà, raccoglie al volo il suggerimento di un compagno che gli mostra un abete, e di getto risponde all’insegnante: “Natale!” .Questa risposta scatena l’ira della Maestra e conseguenti vergate sulle mani.

Oggi non siamo certamente nella situazione descritta da Tornatore ma, pensiamoci, quale sarebbe attualmente il comportamento tipico di un insegnante in questa situazione? Molto probabilmente giudicherebbe negativamente la risposta dello studente invitandolo vivamente a studiare di più.

Giusto. Ma manca qualcosa. Manca capire perché il ragazzo ha risposto in questo modo, indagare il suo processo cognitivo, far emergere le sue argomentazioni, i suoi pensieri, le sue deduzioni.

Cosa cambierebbe – in fondo la risposta è sbagliata – potrebbe pensare qualcuno. In realtà cambierebbe molto, perché questi pochi minuti completamente non valutativi dedicati a far emergere il processo mentale che porta a quella strana risposta dello studente, gli fornirebbero una chiave di interpretazione del modo in cui ha ragionato, delle assunzioni che ha fatto e lo aiuterebbero a creare nuove categorie cognitive. Una ricchezza, a mio avviso, molto più ampia rispetto al semplice invito ad andare a studiare la risposta giusta per poi ripeterla all’infinito. Basterebbe sospendere per un istante il giudizio e chiedere al bambino: “Mi fai capire perché hai risposto Natale?” Con il giusto tono, si aprirebbe uno spazio educativo altrimenti chiuso. Naturalmente l’esempio del quesito di matematica è estremo perché sappiamo tutti che in quel caso specifico ciò che conta è dare la risposta corretta. Ci sono certamente materie e argomenti che si prestano molto meglio a questo tipo di impostazione. Si pensi ad esempio ad una domanda di storia, di letteratura, di filosofia o di biologia.

La domanda della maestra di Tornatore per von Foerster sarebbe stata considerata illegittima perché si conosce già la risposta corretta. L’utilizzo di simili domande per il fisico austriaco “banalizza” il sapere e il comportamento del bambino. Lo standardizza, anestetizza la sua capacità e volontà di attivare un ragionamento, spegne la curiosità, lo rende una macchina. Le domande legittime, invece, sono tutte quelle per le quali non si conosce la risposta in quanto è tutta da costruire e da inventare. Queste educano a vivere, a pensare, a contestualizzare le conoscenze.

A tal proposito, mi sovviene la nota storiella del barometro in cui un professore chiede ad uno studente di mostrare in che modo è possibile determinare l’altezza di un grattacielo con l’aiuto di un barometro.” La prima risposta sorprende il docente: “Porto il barometro in cima all’edificio, lo lego ad una corda, lo calo fino alla strada, faccio un segno e poi lo tiro su e misuro la lunghezza della corda e quindi l’altezza del grattacielo.”

La risposta è corretta perché risolve il problema, ma non è quella che si attende il professore (usare il barometro per determinare la differenza di pressione atmosferica tra base e vertice dell’edificio).

Dopo un primo smarrimento pensando al voto che avrebbe dovuto dare allo studente, il professore decide di dare al ragazzo un’altra possibilità concedendogli 6 minuti per rispondere alla domanda in modo tale da dimostrargli le sue conoscenze di fisica.

Dopo cinque minuti di silenzio il professore chiede allo studente se vuole ritirarsi ma il ragazzo risponde che ha molte risposte a questo quesito e sta scegliendo quella migliore. Pochi istanti dopo, fornisce la sua risposta: porto il barometro in cima all’edificio e lo lascio cadere al suolo. Misuro il tempo di caduta con un cronometro. Quindi, usando la formula S = ½ at2 calcolo l’altezza dell’edificio.”

La risposta vale allo studente il massimo dei voti e un elogio del professore che a quel punto gli chiede quali fossero le altre risposte che conosceva. Al che lo studente elenca vari modi: misurare la lunghezza del barometro, la sua ombra e l’ombra del grattacielo in un giorno di sole e con una proporzione, calcolare l’altezza dell’edificio; legare il barometro ad un filo ed usarlo come pendolo per misurare il valore di g (gravità) al livello della strada e in cima all’edificio (conoscendo la differenza di gravità è possibile calcolare l’altezza dell’edificio). E infine, andare in cima all’edificio, legare il barometro ad una lunga corda, calarlo fino al livello della strada e farlo oscillare come un pendolo. Misurando il periodo, si può calcolare la lunghezza della corda, cioè l’altezza dell’edificio.

Dopo tutte queste ottime spiegazioni lo studente però chiude dicendo al professore che il metodo migliore in assoluto sarebbe stato quello di bussare alla porta del soprintendente del grattacielo dicendogli: “senta, questo è un bellissimo barometro. Se mi dice l’altezza dell’edificio glielo regalo.”

A questo punto il professore chiede allo studente se veramente non conosceva la risposta convenzionale a questa domanda (quella che lui si aspettava fin dall’inizio). E la risposta del ragazzo lo gela: “la conosco ma non ne posso più di una scuola e di professori che tentano di inculcarmi “la risposta giusta”.

Educhiamo gli educatori prima ancora degli studenti

scuola-noiosa (1)Il Corriere della Sera oggi dedica un’intera pagina alle presunte difficoltà dei ventenni a concentrarsi. Questo “allarme attenzione” è stato lanciato da un gruppo di 40 docenti italiani appartenenti al network Athena della Fondazione Pubblicità Progresso. I professori lamentano una forte diminuzione della capacità di analisi, di ascolto e di apprendimento degli studenti universitari e mettono sotto accusa il multitasking reso possibile dalle nuove tecnologie. In sostanza ad essere sotto accusa è l’uso di IPad e smartphone che, rendendo possibile ai giovani l’accesso ad un universo infinito di conoscenze, stimoli, notizie ed esperienze, renderebbe superficiale la loro visione della realtà, abbasserebbe la loro capacità di pensiero critico con effetti negativi sull’apprendimento.

Cosa propongono quindi i professori del network Athena? Vietare l’uso di smartphone e IPad in aula, confinando il loro uso solo alle ricerche con fini didattici, e rivalorizzare l’insegnamento del latino e del greco e della scrittura a mano… direi che manca solo il ritorno dell’obbligo al “Voi” nei confronti dei professori e il ripristino delle punizioni corporali e poi il quadro è completo.

Può anche darsi che ci sia una maggiore difficoltà all’ascolto da parte dei giovani di oggi ma la colpa non è certo da imputare alla tecnologia, ma all’immutabilità, da parte di certi docenti, dei metodi di insegnamento in aula. I ventenni di oggi con un movimento del dito possono trovare qualunque informazione, soddisfare ogni tipo di curiosità, confrontarsi con gli altri su ogni genere di argomento in tempo reale. E’ evidente che gli stimoli intellettuali e sensoriali a cui hanno accesso sono molto superiori rispetto alla generazione precedente. Se perdono interesse nei confronti della didattica scolastica è perché questa spesso è incapace di produrre gli stessi stimoli intellettuali ed emotivi che i ragazzi possono trovare al di fuori della scuola. In quest’ottica puntare sullo studio del latino e del greco tornare a scrivere a mano, sono esattamente quel genere di soluzione che aggraverebbe il problema invece di superarlo.

Prima di mettere in discussione i giovani, la loro capacità di apprendimento e il loro spirito critico forse questi professori dovrebbero mettere in discussione le loro modalità di insegnamento. Dobbiamo aiutare i ragazzi ad affrontare un mondo interconnesso, iperveloce e in continua trasformazione. Penso sia difficile farlo se chi dovrebbe svolgere questo delicato ruolo sia ancorato a vecchi schemi di pensiero e a una visione del mondo che il progresso tecnologico e la globalizzazione hanno spazzato via.

Se vogliamo risolvere i problemi di attenzione dei giovani iniziamo a educare gli educatori. La società, piaccia o non piaccia, è in continua trasformazione. Non sarà con il ritorno della scrittura a mano e delle vecchie logiche didattiche che faremo il bene delle future generazioni.

Frammenti di leadership

educazione“Mah… cosa succederebbe se un aereo ti lasciasse al centro del deserto del Sahara, e tu raccogliessi un singolo granello di sabbia con le pinzette e lo spostassi di un millimetro?” Ho risposto: “Probabilmente, morirei dissanguato.” E lui: “No, intendo solo in quel momento, quando sposti il granello. Cosa vorrebbe dire?” “Non lo so. Cosa?” Lui mi ha detto: “Pensaci”.Ci ho pensato. “Credo che avrei spostato un granello di sabbia”. “E questo significherebbe che…?” “Il fatto che ho spostato un granello di sabbia?” “Significherebbe che hai cambiato il Sahara”. “E allora?””Allora?” “Allora, il Sahara è un grande deserto. Ed esiste da milioni di anni. E tu lo avresti cambiato!” “E’ vero!” ho detto, alzandomi a sedere. “Avrei cambiato il Sahara!””E significherebbe che…?” mi ha chiesto ancora lui. “Cosa?” Dimmelo tu” “Bè, non sto parlando di dipingere la Gioconda o sconfiggere il cancro, ma solo di spostare di un millimetro quell’unico granello di sabbia” “E Allora?””Se non lo avessi fatto, la storia dell’uomo sarebbe andata in un modo…” “Si?””Ma tu l’hai fatto e dunque…?” “Mi sono alzato in piedi sul letto, ho puntato le dita verso le finte stelle e ho gridato: “Ho cambiato il corso della storia dell’uomo!” “Proprio così”. “Ho cambiato l’universo!” “Esatto”. Sono Dio!” “Sei ateo”. “Non esisto!”. Mi sono ributtato sul letto, tra le sue braccia, e ci siamo scompisciati tutti e due.”

(Thomas Schell e suo figlio Oskar di 10 anni, in “ Molto forte, incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer)