Efficient Market Thinking is Inefficient Luglio 10, 2009
Posted by acravera in innovazione, strategia.Tags: benchmarking, best practices, innovazione, jeff pfeffer, strategia
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Vi segnalo un bell’articolo di Jeff Pfeffer, docente di comportamento organizzativo a Stanford. Inizia così:
“You know the joke about two economists walking down the street and seeing a $20 bill lying on the sidewalk. The first economist says, “Look at that $20 bill.” The second says, “That can’t really be a $20 bill lying there, because if it were, someone would have picked it up already.” So they walk on, leaving the $20 bill undisturbed.”
Se vi incuriosisce e volete leggere come continua: “Efficient market thinking is inefficient“
Le 12 regole dell’Ocse per guarire l’economia: cura o malattia? Luglio 7, 2009
Posted by acravera in Economia, Economia sostenibile.Tags: 12 regole della nuova economia, crisi economica, etica, OCSE, OECD, sviluppo
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E’ di ieri la pubblicazione delle 12 regole elaborate dall’OCSE per “guarire la finanza, l’economia e le politiche di sviluppo”. Si tratta di 12 punti – si legge sul sito dell’OECD – elaborati attraverso il supporto di un gruppo di accademici, politici ed esperti legali e di finanza, che saranno discussi all’interno del G8. Ecco le 12 regole:
1) Una economia forte, equa e pulita deve essere basata sull’integrità, appropriatezza e trasparenza. Questi valori devono essere promossi dalle politiche pubbliche e supportate dal mondo economico. L’effettivo monitoraggio dell’applicazione di tali principi e standard dovrebbe essere intrapreso su basi regolari.
- 2) I governi, le aziende e tutte le entità del mondo economico nel mondo, a prescindere dalla loro forma legale, dovrebbero riconoscere che questi valori sono il caposaldo di una economia di mercato che serva i bisogni e le aspirazioni dei cittadini di ogni paese e di cui bisogna meritarsi il rispetto e la fiducia.
- 3) Ogni ‘corsa al ribasso’ negli standard del lavoro, sociale e ambientale e nell’arbitraggio della regolazione fra le giurisdizioni dovrebbe essere prevenuto attraverso la cooperazione internazionale e la convergenza dei quadri regolamentari delle legislazioni nazionali.
- 4) L’evasione e l’elusione fiscale sono un’offesa alla società nella sua interezza e tutte le entità economiche, a dispetto della loro forma legale, dovrebbero pienamente adempiere ai loro doveri fiscali.
- 5) I rapporti fra governi e imprese incluse le attività di lobby dovrebbero essere condotte in accordo con i principi bilanciati, trasparenti, equi per tutte le parti e rispettati.
- 6) Le pratiche di affari e la governance delle entità economiche siano esse quotate, non quotate, private o statali, dovrebbero assicurare la capacità di controllo dei conti e l’equità nelle relazioni fra dirigenza, consiglio, azionisti e gli altri stakeholder. Le strutture e gli strumenti finanziari non dovrebbero essere usati in maniera distorta allo scopo di nascondere il vero beneficiario e i veicoli societari, nelle loro varie forme, non dovrebbero essere usati per le attività illecite incluso il riciclaggio del denaro, la corruzione o la sottrazione di attività ai creditori, le pratiche fiscali illecite, la diversione delle attività, la frode di mercato e l’aggiramento dei requisiti di informazione”.
- 7) Deve essere assicurata la diffusione di accurate e tempestive informazioni sulle attività, la struttura, la proprietà, la situazione finanziaria e l’andamento delle imprese.
-8) Gli schemi di retribuzione e di emolumenti dovrebbero essere sostenibili e consistenti rispetto agli obiettivi di lungo termine la gestione prudente del rischio delle società o altre forme di entità economica.
- 9) La corruzione, inclusa quelle delle transazioni internazionali d’affari, dovrebbe essere stabilita come un reato punibile dalla legge e effettivamente perseguito e punito.
- 10) Il riciclaggio del denaro dovrebbe essere criminalizzato.
- 11) Ogni forma di protezionismo deve essere bandita.
- 12) Il segreto bancario non dovrebbe costituire un ostacolo all’applicazione dei principi incluso il rispetto delle norme fiscali in tutto il mondo
Non so quale sia la vostra reazione alla lettura delle 12 tavole. Vi dico le prime due cose che pensato io:
1) “Ci voleva l’OCSE, gli accademici, gli esperti e i politici per scrivere questi principi?”
2) “La vogliamo smettere di affrontare i problemi scrivendo enunciati sulla carta che servono da vetrina sui giornali e vengono dimenticati il giorno dopo la discussione?”
Lo so, la mia è una lettura cinica e spero di sbagliarmi. Troppe volte, però abbiamo visto grandi propositi redatti sulla carta che sono stati del tutto disattesi. Si pensi, ad esempio agli accordi internazionali per ridurre la povertà e la fame nel mondo. Nonostante l’obiettivo dichiarato dal World Food Summit (WFS) di dimezzare gli affamati nel mondo entro il 2015, i recenti dati raccolti dalla FAO parlano di 923 milioni di persone che hanno sofferto la fame nel 2007, 80 milioni in più dal 1990-02.
E’ evidente che problemi globali come la povertà o lo sviluppo economico sono prevalentemente problemi culturali che non si cambiano a suon di pezzi di carta e di alti proclami. Se davvero li si vuole affrontare bisogna andare alla radice provando a sensibilizzare i giovani attraverso il sistema educativo, porre queste questioni al centro di dibattici pubblici continui e sempre più pressanti sui governi (non una volta l’anno) e occorre avere governi che rispettino gli impegni e paghino un pegno politico se non lo fanno. Certo, so bene che questa ricetta può sembrare altrettanto utopica de i 12 principi OCSE, ma almeno lo dichiara fin dall’inizio. Il rischio di continuare a scrivere documenti che vengono disattesi, è invece quello di diffondere l’illusione di aver affrontato i problemi, pur non facendo nulla di concreto. Più che una cura, un aggravio della malattia.
- Una economia forte, equa e pulita deve essere basata sull’integrità, appropriatezza e trasparenza…
- L’evasione e l’elusione fiscale sono un’offesa alla società nella sua interezza e tutte le entità economiche, a dispetto della loro forma legale, dovrebbero pienamente adempiere ai loro doveri fiscali…
- Gli schemi di retribuzione e di emolumenti dovrebbero essere sostenibili e consistenti rispetto agli obiettivi di lungo termine…
Immagino la discussione al G8: “Si dà lettura dei 12 punti che dovrebbero regolare lo sviluppo delle nostre economie.
Conclusioni: Siamo tutti d’accordo.
Emaniamo un comunicato stampa…
Appuntamento al G20.
Quando le critiche ai modelli di management arrivano da Harvard Luglio 6, 2009
Posted by acravera in complessità, management.Tags: Alessandro Cravera, competere nella complessità, crisi manageriale, management 2.0, shoshana zuboff
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Solo il 10% degli americani si fidano delle grandi aziende.
Non si tratta di un fenomeno legato alla crisi di questi ultimi mesi. Nel 2007 solo il 16% degli americani esprimeva un giudizio di fiducia sulla leadership aziendale. Negli anni ’60 la percentuale era del 55% e a metà degli anni 50 l’80% degli americani giudicava molto positivamente per il Paese la crescita delle grandi aziende.
Sono questi pochi dati che fanno esclamare a Shoshana Zuboff, ex docente di Harvard, queste parole:” I have come to believe that much of what my colleagues and I taught has caused real suffering, suppressed wealth creation, destabilized the world economy, and accelerated the demise of the 20th century capitalism in which the U.S. played the leading role.
Per la Zuboff, l’unica reazione che le imprese hanno saputo mettere in campo contro la crisi è stata quella di tagliare i costi attraverso una serie di pratiche che sono state insegnate nelle business school: outsourcing, downsizing, reengineering e così via. Il tutto sotto in nome dell’imperativo categorico degli ultimi anni: la creazione di valore (”shareholder value management”).
Un’analisi, quella si Soshana Zuboff, che non ci si aspetta da un docente della Harvard Business School. Estremamente interessante.
L’articolo, pubblicato su Business Week, si può leggere in versione completa qui: “The Old Solutions Have Become the New Problems”.
Migliorare l’efficacia dei boards Luglio 1, 2009
Posted by acravera in management.Tags: Alessandro Cravera, beverly behan, board of directors, consiglio di amministrazione, efficacia dei cda
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Il 23 marzo ho commentato negativamente l’idea di inserire all’interno dei board ( ”Boards Must Take on Risk Management”) una figura esperta di rischio al fine di prevenire situazioni come quelle che hanno portato all’attuale crisi economica e finanziaria (si veda il post: “Per favore non un altro esperto di rischio…”).
Torno volentieri sull’argomento perché lo considero un tema estremamente importante e con ampie ricadute sulla gestione aziendale. Ci torno con un commento assolutamente positivo ad un articolo pubblicato recentemente su Business Week. Mi riferisco a “Five Essential Elements of Board-Building” di Beverly Behan. Secondo l’autrice 5 aspetti devono essere presi in considerazione per migliorare l’efficacia dei consigli di amministrazione:
1) La composizione: più delle competenze specifiche dei singoli membri del board, ai fini dell’efficacia decisionale del consiglio di amministrazione conta quanto questi sono realmente coinvolti nel ruolo che svolgono. In sostanza, per la Behan, più dell’altisonante curriculum, conta la passione con cui il consigliere di amministrazione, esercita il proprio ruolo nel cda.
2) Le informazioni: troppo tempo è dedicato ai dati finanziari a consuntivo e pochissimo tempo alle azioni dei concorrenti, alle dinamiche di mercato e agli altri fattori competitivi.
3) La leadership: ovvero la capacità di gestire le riunioni di board in maniera efficace e concreta, sapendo indirizzare la discussione sui temi importanti nei modi più opportuni.
4) Le dinamiche di funzionamento: si intende la capacità di lavorare in maniera sinergica con il CEO.
5) Le responsabilità chiave: attualmente sembra che l’aspetto più importante su cui debba pronunciarsi il board sia la retribuzione del CEO. Pur essendo un aspetto di grande rilevanza, ci sono altre tre aree molto più importanti che meritano tutta l’attenzione dei Directors: la strategia aziendale, il piano di successione del CEO e la gestione del rischio. Una ricerca realizzata nel 2008 dalla National Association of Corporate Directors mette in luce un deficit di attenzione e di efficacia su questi tre aspetti.
Personalmente sottoscrivo in pieno le conclusioni a cui giunge Beverly Behan. In particolare, trovo fondamentale l’engagement dei Directors ai fini dell’efficacia dell’azione decisionale e di controllo. Troppo spesso, il Consigliere di Amministrazione riveste un ruolo di mero prestigio in cui la persona e l’azienda si danno lustro reciproco. Se il CDA diventa una vetrina da esibire, una sorta di acquario con pesci pregiati di cui fregiarsi, difficilmente ci può essere un elevato livello di commitment nei confronti dell’azienda e del business in cui opera da parte dei membri del board.
Altrettanto importante è spostare il focus del Board dai numeri finanziari del passato alle prospettive competitive del futuro. Sui risultati conseguiti dall’azienda (misurazione, cause, conseguenze) sono già molte le teste che ci lavorano. Molto meno tempo e risorse intellettuali sono invece dedicate al futuro e alle prossime mosse strategiche dell’azienda. In questo campo qualche testa pensante in più, con una visione non strettamente operativa dell’azienda, potrebbe essere estremamente interessante ed utile.
Letture – La sfida della fiducia Giugno 29, 2009
Posted by acravera in Recensioni, management.Tags: 7 habits, fiducia, la sfida della fiducia, organizzazioni, relazioni, stephen covey
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Leggete bene il nome dell’autore, Stephen M.R. Covey e non confondetelo con il più famoso Stephen R. Covey. Benché il tema della fiducia sia uno dei temi centrali del pensiero di Stephen R. Covey (l’autore del celebre “7 Habits for highly effective people”), non è lui l’autore di questo libro, bensì il meno famoso figlio Stephen M.R. Covey.
Proprio questo processo dinastico in cui il figlio si cimenta sul terreno del padre è ciò che mi ha incuriosito e spinto ad acquistare questo saggio. Il libro si presenta bene. Dopo il sommario ci sono ben sette pagine piene di commenti di personaggi famosi d’azienda e di guru che non lesinano elogi al libro. Forse questo avrebbe dovuto darmi un avvertimento (Umberto Eco ha più volte detto che chi ricerca elogi e prefazioni da altri autorevoli personaggi è perché, in fondo in fondo, non crede abbastanza in ciò che ha scritto… e questo spiega perché Eco rifiuta di fare prefazioni e postfazioni a chicchessia), ma, in libreria, sul momento questo non ha fatto che aumentare la mia curiosità.
Vengo al sodo. Il libro non mi è piaciuto. Ci sono 400 pagine scritte fitte fitte, ma i concetti veri presenti nel libro potrebbero riempire al massimo 50 pagine. Ammetto che io sono un lettore particolare. L’autore impiega circa 200 pagine per spiegarci perché la fiducia è importante e per me, che considero questo aspetto un fatto scontato, queste pagine risultano essere una noia mortale.Il resto del libro è dedicato a spiegarci come costruire rapporti di fiducia con le persone, con i clienti e tra l’azienda e il mercato. Generalmente sono solito sottolineare le parti più interessanti, quelle che più mi colpiscono, in modo tale da tornarci rapidamente sopra in un secondo momento riprendendo in mano il libro. Di 400 pagine ho sottolineato ben poche righe. Tra l’altro se dal libro eliminiamo storie come: “vi racconto quello che è successo a John/Bill, Helen, a me, a mio padre….”, ciò che resta è veramente poco. Ripeto, le mie sono considerazioni viziate da un punto di vista del tutto personale. Al terzo racconto di storielle tutte uguali capitate a famigliari dell’autore per spiegare sempre lo stesso concetto, provo l’impulso di saltare all’ultima pagine e chiudere il libro.
Ci sono anche affermazioni che non condivido. Ad esempio, a pagina 155, Stephen M. R. Covey scrive che nelle prossime pagine illustrerà “i 13 comportamenti che accomunano leader e persone di tutto il mondo che hanno ottenuto un elevato livello di fiducia”. Questa affermazione mi sa tanto di teoria dei tratti sulla leadership. Una teoria, come noto, ampiamente superata negli ultimi quarant’anni. Se, infatti, pensate a dieci leader globali dell’ultimo secolo, difficilmente riuscirete a trovare gli stessi tratti e caratteristiche.
Nonostante queste critiche, “La sfida della Fiducia” (titolo originale “The speed of trust”, secondo me più azzeccato rispetto all’edizione italiana)può risultare, per certi versi un libro interessante. Ad esempio, chi non fosse particolarmente convinto dell’importanza della fiducia nelle organizzazioni, potrebbe trovare argomentazioni molto interessanti in questa lettura e, in casi come questo, il libro avrebbe svolto un ottimo lavoro. Apprezzabile anche lo stile facile, immediato e ricco (troppo) di esempi di Stephen M. R. Covey. Questo vale, soprattutto se non avete letto niente del padre Stephen R. Covey, altrimenti il confronto tra i due potrebbe essere penalizzante per il figlio. E’ anche vero che se non avete letto niente sul tema fiducia, forse varrebbe la pena iniziare con i testi del più famoso Stephen R. Covey. Oltre ai “7 Habits of Highly Effective People”,, sul tema fiducia consiglio il contributo di Covey “Putting the Principle First” all’interno del libro “RethinkingThe Future”(pubblicato in Italia con il titolo “Ripensare il Futuro”, Il Sole 24 Ore, 1998).